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Posts Tagged ‘madre’

Non ne poteva più. Oramai non c’era notte in cui non avesse incubi. Anche se, a dire il vero, ne aveva sempre sofferto.
Quando era ragazzino ogni tanto, infatti, sognava di cadere in un pozzo. Gli appariva, all’improvviso, in una radura, non appena usciva dal campo di mais che attraversava per andare a scuola; era lì, disadorno, un po’ diroccato, un occhio aperto sul cielo del mattino e sembrava lo aspettasse. Anche se lui si imponeva di sfilargli accanto senza guardarlo finiva sempre con l’avvicinarsi e, inevitabilmente, per sporgersi dal parapetto e cadere dentro.
Poi il sogno si era complicato. Aveva cominciato a sentire delle voci provenire dal fondo: prima un gatto poi un bambino e infine suo padre che aveva perso di recente.
«Aiutami, Sandro, aiutami, ti prego, sono caduto; aiutami!»
La voce era straziante e lui avrebbe voluto tanto resistere. Ma la voce del padre lo chiama a sé con insistenza invincibile e lui finiva per affacciarsi e precipitare.
Finita l’epoca del pozzo, era iniziato quella in cui pensava di essere braccato dalla polizia. Aveva capito di aver commesso un omicidio efferato ma non si ricordava più nulla per aver rimosso ogni cosa; rammentava solo a sprazzi qualche particolare, soprattutto il luogo dove aveva nascosto le prove evidenti che lo avrebbero inchiodato alle sue responsabilità. Aveva usato un coltello. Sì, un coltello da cucina, in un attimo di rabbia, e lo aveva nascosto nell’incavo di un muro di chissà quale casa, con il sangue della vittima sulla lama e le sue impronte sul manico. Ogni volta si svegliava con l’affanno e l’angoscia. Il respiro mozzo in gola.
Adesso, dopo qualche tempo di tregua, complice lo stress sul lavoro, sognava qualcosa di altrettanto orribile; era in moto, lui che le moto le odiava, e correva a tutta manetta essendo in ritardo per quella maledetta riunione; c’era lo sciopero dell’autobus e l’unica speranza di arrivare puntuale era farsi imprestare la moto da Luca che tanto quel giorno non l’avrebbe usata. E così stava percorrendo lo stradone verso Lughi Sud superando la fila ininterrotta di macchine quando una BMW ferma in coda aveva messo la freccia e repentinamente aveva eseguito un’inversione a U. Il sogno, i primi tempi, finiva qui: ricordava solo che si era fatto tutto buio davanti ai suoi occhi dopo che un lampo gli era esploso nella testa. Ma a distanza di qualche notte l’incubo diventava sempre più nitido aggiungendo qualche fotogramma allo spezzone iniziale; fino a quando non rivide l’attimo preciso in cui la moto s’impattava con quella vettura oramai di traverso e la lamiera della moto tagliargli di netto la gamba sinistra che vedeva rotolare a terra mentre cappottava sulla macchina cadendo diversi metri più in là.
Sono davvero strani questi incubi: ogni volta avvertiva distintamente il freddo della lama che entrava al rallentatore nella sua carne fino all’osso e oltre ma nessun dolore. Un incubo terrifico, che aveva ancora negli occhi anche adesso che si era appena svegliato di soprassalto.

«Ciao Sandro».
«Oh, ciao ‘ma. È successo qualcosa?»
«No. Ho solo sentito che ti stavi agitando nel sonno e sono qui.»
«Ho fatto un incubo.»
«Il solito?»
«Sì. Il solito. Mi vai a prendere un bicchiere d’acqua, per favore, ‘ma, ho la gola secca.»
«Sì, certo, torno subito.»

Sandro realizzò in quel momento che doveva anche andare in bagno. Alzò le coperte e fece per scendere. Un tubo che finiva in una sacca di plastica che penzolava dal letto lo intralciò. Il lenzuolo scostato mise in mostra solo una gamba. L’altra, ridotta a un moncherino, era fasciata fino all’inguine.
«Ma cosa fai, sei impazzito, Sandro? Te la stavo andando a prendere io…»
E a Sandro ritornò in mentre ogni cosa. I ricordi entrarono uno sull’altro dalla porta della sua coscienza come se ognuno di loro avesse voluto arrivare per primo: l’incidente, l’intervento, il letto d’ospedale, la gamba.
«Vieni, rimettiti sotto, fai il bravo e bevilo tutto. Il medico si è raccomandato tanto che devi bere il più possibile.»
Il ragazzo bevve d’un fiato rimanendosene con il bicchiere a mezz’aria.
«Cosa c’è, Tesoro? Non è buona?»
«Non ho mai ucciso nessuno né sono mai caduto in un pozzo vero, ‘ma?»
«Ma certo che no, cosa ti viene in mente? Non faresti male a una zanzara, tu. E adesso riposati, dai, che ne hai tanto bisogno».

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«Marchino, come stai?»
«Eh? Ah ciao mamma, sì sì tutto bene.»
«Sicuro sicuro?»
«Certo, perché me lo chiedi?»
«Perché l’altro giorno sul tetto di casa tua, si è radunato un nugolo di corvi.»
«Ma dai mamma, cosa dici… non ci sono corvi da queste parti.»
«Figliolo, riconosco bene i corvi quando li vedo, sono nata e cresciuta in campagna e quando erano nei campi a beccare la semina io e tuo papà, buonanima, gli sparavamo con il sale grosso.»
«Sarà stato qualche corvo di passaggio, cosa vuoi che sia…»
«Erano tutti sul tuo tetto, Marchino, te lo assicuro; io che abito di fronte a te, li ho potuti vedere bene; il tetto brulicava talmente di corvi reali che sembrava si muovesse. Sono uscita a far la spesa e sui tetti dei vicini non c’era nulla; erano solo sul tuo e facevano un baccano d’inferno, non li hai sentiti?»
«Anche se fosse, mamma, cosa ci posso fare?»
«Credo nulla. Non ti ho telefonato per questo o meglio non solo per questo, visto che ora i corvi sono volati via; ti ho chiamato piuttosto perché c’è uno strano girotondo intorno a casa tua.»
«Girotondo? Quale girotondo?»
«Se ti affacci lo vedi. Sono grossi gatti completamente neri che stanno girando intorno al tuo giardino, e lo fanno incessantemente da qualche ora, in silenzio. È inquietante.»
«…»
«Marchino?»
«Sì?»
«Non è che hai ricominciato a fare le sedute spiritiche, vero?»
«…»
«Marchino…»
«No, mamma, cioè forse, non so…»
«Marchino!!!»
«Ma sì, mamma, eravamo tra amici qui, in casa, l’altra sera e ci annoiavamo un po’, e così…»
«Te l’ho detto troppe volte, non devi farlo, sei troppo bravo, finirai nei guai.»
(space)

(Dopo alcuni giorni)
«Figliolo?»
«Si, mamma?»
«Ho visto che l’altro giorno hai poi fatto venire il pitbull di Sandro…»
«Hai visto, mamma, che fuggi fuggi tra i gatti?»
«Sì, è stato proprio divertente… ma adesso come pensi di fare?»
«A che proposito, mamma?»
«Di quest’altro girotondo!»
«Altri gatti? Ma per la miseria adesso mi sono davvero stancato e…»
«No no, tesoro, non sono gatti. Ci vedo poco anche perché è quasi sera. Ma mi sembrano grossi caproni. Anziché a quattro zampe camminano in piedi, si danno la mano, sbuffano vapore dalla bocca e hanno uno sguardo un po’ troppo luminoso, direi rosso fuoco…»

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pepite di cioccolato«Voglio la Crema Pepitaciok, mamma!» fece il bambino reclinandosi con il busto all’indietro e indicando la vetrinetta-frigo del supermercato che stava scorrendo sotto i suoi occhi. Il carrello su cui lui era seduto nell’apposito sedile vacillò.
«Non ci pensare nemmeno» disse risoluta la mamma tirando dritto. «Che poi ti vien male al pancino e ti metti a piangere.»
«Ma no che non piango e poi io voglio Pepitaciok…» fece lui con una cantilena strascicata, oscillando il corpo come un pendolo.
«Stai fermo una buona volta che cadi dal carrello!»
Il bambino incrociò le braccia in modo teatrale mettendo il broncio.
«Ti va bene lo yogurt alla fragola?» gli domandò lei, dopo un po’. Lui rispose scuotendo la testa sciogliendo le braccia dalla precedente postura e rimettendole subito conserte con ancora più vigore. La mamma cercando di trattenere un sorriso ripose lo yogurt nel carrello.
«E cosa mangeresti volentieri questa sera? Un hamburger di chianina o una sogliolina al limone?» chiese lei cercando di essere seria.
«Voglio la Pepitaciok, ho detto!» ribadì lui con un ampio gesto della mano a indicare la crema ormai alle sue spalle.
Lei, dopo qualche metro:
«Guarda, ci sono i giocattoli… vai a scegliere il regalino per il compleanno di Luca… che sei bravo…»
Il bambino gettò un’occhiata veloce davanti a sé: scaffali ricolmi offrivano ogni tipo di giocattolo. Rimase a bocca aperta. La madre prontamente lo sganciò dal sedile del carrello e non appena gli fece toccare a terra lui si mise a correre. «Sono qui che finisco la spesa, Matteo, torna subito, però…» gli disse quando lui era ormai sparito. Dopo cinque minuti se lo vide ritornare.
«Hai fatto presto, Tesoro, come mai quella faccina?» gli chiese accarezzandolo.
Il bambino guardava a terra, impacciato, era leggermente pallido. Lei lo tirò su e lo piazzò nuovamente seduto sul seggiolino del carrello.
«Cos’hai Matteo… non stai bene?» e gli mise le labbra sulla fronte per sentire se aveva la febbre. Il bambino fece spallucce: aveva un’aria assente, distante. ‘Forse è annoiato‘, pensò lei, ‘o ha solo sonno o è ancora arrabbiato con me e sta usando un’altra strategia‘. «Hai visto qualche giocattolo che può piacere a Luca?»
«Forse» rispose lui, anche se non subito.
La madre continuò a fare la spesa, ma ogni tanto squadrava il bambino stranamente silenzioso: stava giocando con un laccetto del suo giubbino in un atteggiamento che non gli era solito.
«Non la vuoi più allora la tua Pepitaciok?»
Il bambino la guardò con l’espressione di chi non sapesse di cosa si stesse parlando: quindi tornò a giocare in modo apatico con lo stesso cordino. D’impulso la donna tornò indietro nel vicino reparto giocattoli. Doveva capire. Rapida fece il giro degli scaffali. Non c’era nulla di diverso o di strano tra quei giocattoli, come di consueto, del resto. Alzò gli occhi in modo interrogativo verso il suo bambino che aveva lasciato nel carrello a qualche metro da lei: aveva ancora un atteggiamento indifferente, chiuso in un mondo tutto suo. ‘Cosa ti succede, piccolo mio?’ sembrò chiedergli a distanza. Poi svoltò il bancale per per percorrere l’ultima corsia: si accorse che per terra c’era la scatola di un giocattolo: “La Porta tra i Multiversi”. La raccolse.
«Mamma, mamma, allora me la compri la Crema Pepitaciok?» si sentì dire. Matteo era vicino a lei, sorridente: le tirava la gonna con la sua consueta irruenza e la solita luce vivida negli occhi. Lei guardò verso il carrello. Il suo bambino era ancora lì, seduto e tranquillo.
«Matteo, bambino mio…» fece lei inginocchiandosi per terra e abbracciandolo forte.
«Ehi, mamma, ma così mi fai male…» le disse «che ti prende?»
«Ma allora… ma allora… quel bambino là, chi è?» chiese la madre a Matteo come se lui avesse potuto avere una risposta.
«Quale bambino?» chiese il figlio con un occhio chiuso e un aperto e le mani sui fianchi.
«Quello lì!» fece la madre indicando il carrello dietro di lei. Sul carrello non c’era più nessuno.

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tazza da té«Sono proprio contenta» disse Clara all’amica facendo un breve cenno con la testa verso il salotto dove la madre anziana stava prendendo il tè in compagnia.
«Certo, di questi tempi, trovarne una proprio fidata – fidata… ma come hai fatto? Racconta!» le chiese Gianna dandole un pugnetto che appena sfiorò la spalla.
«Guarda… a essere sincera, è stata Matilde…»
«Ma non è quella con cui…»
«Sì, ma cosa vuoi che ti dica, poi abbiamo chiarito, era stato solo un banale malinteso…» precisò subito pentendosi di aver tirato fuori di nuovo quell’argomento. Poi osservò la madre che stava chiacchierando amabilmente, come faceva un tempo, e ne provò sollievo e soddisfazione. «Bene, allora, stavo dicendo…? Ah sì, è stata Matilde che me l’ha consigliata perché lei, a sua volta, sapeva da una amica di sua sorella che si era trovata non bene, di più: benissimo.»
Gianna sorrise compiaciuta e, poi, abbassando la voce sussurrò: «e ti è costata molto?»
«Mah… a dire il vero, mia cara, sai, con quello che fa mio marito, non è certo un problema di soldi…» disse con malcelato orgoglio calcando il tono sulle parole ‘non è un problema di soldi’. «È che, se si pretende serietà e affidabilità, allora non bisogna pensare affatto al risparmio…» e con la mano sottolineò l’evidenza di quanto appena sentenziato.
«No, no non bisogna pensarci affatto…» ribadì Gianna non accorgendosi che stava rifacendo il verso all’amica.
«E i vantaggi, inoltre, sono tanti e tali, ti assicuro, che ne vale la pena: io e Aldo, del resto, siamo sempre così tanto impegnati…»
Gianna invece di annuire fece involontariamente di no con la testa ben sapendo che gli impegni dell’amica si dividevano tra il corso di pilates, il rinomato centro estetico del Palace Hotel e le partite di burraco con le amiche del Circolo. «Però i sacrifici, alla fine, sono ben ripagati se questi sono i risultati…» ribadì Clara con un teatrale gesto del braccio come se non indicasse solo la madre accudita dalla badante, davanti a sé, ma tutta il salotto, l’intera villa di cinquecento metri quadrati e il parco annesso, compresi piscina e campo da tennis. «Mi spiace però che hai deciso di non voler rimanere per una fetta di torta…» fece lei con misurato disappunto. «Se vieni di là, te la faccio conoscere: vedrai, ne rimarrai entusiasta… così magari anche tu, un giorno…»
«Oh no… non potrei davvero permettermela. Comunque si è fatto tardi, ora devo proprio andare…»
«Così presto?» chiese pressoché a se stessa Clara accompagnandola in modo un po’ troppo sollecito all’uscita. E mentre l’amica le stava aprendo la porta, Gianna disse ancora sottovoce: «secondo te, prima o poi, se ne accorgerà tua mamma che la badante è solo un robot?»
Clara si voltò a rimirare la scena. Sospirò: «beh, spero davvero di no.»

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clownQuando Al’vian arrivò sul piazzale del supermercato frenò delicatamente. A quell’ora, l’ampio parcheggio era pressoché vuoto. Aveva viaggiato tutta la notte per poter raggiungere il gruppo ma non era riuscito a recuperare il tempo perduto per far curare Yuk dal veterinario; era arrivato però il momento di mettere qualcosa nello stomaco. Scese dalla cabina e aprì gli sportelli del furgone.
«È vero che te ne rimarrai buono buono qui mentre io vado a prendere qualcosa da mangiare anche per te?» Yuk lo squadrò incuriosito e, per tutta risposta, gli si avvicinò strofinandogli il muso sul petto e sotto l’ascella, come faceva sempre quando voleva qualcosa. «No, non ti posso portare con me, non sono ammessi gli animali nei supermercati. Dovresti saperlo.» Yuk fece gli occhi grandi e acquosi, abbassando le orecchie. «Sei proprio un furfante» gli disse Al’vian facendolo scendere. ‘Ma sì’, pensò, ‘dopo tutto cosa sarà mai’.
Appena le porte scorrevoli del market si aprirono lo accolse un strano silenzio ovattato. ‘Che sia ancora chiuso?’ si domandò. Poi si guardò attorno. La linea delle casse era vuota ma alcune commesse erano intente, lontano da lì, a sistemare la merce sui bancali. Non l’avrebbero notato. Al’vian si fece coraggio.
«Andiamo, testone, guarda cosa mi fai fare…» gli disse tirandolo appena per il guinzaglio verso i bagni. Nel breve tragitto che lo separava dalle toilette afferrò della frutta e della verdura su un bancone e le cacciò in tasca.
«Non mi guardare, così» gli disse «poi ti porto qualcosa che ti possa piacere, te lo prometto, per ora accontentati.» Si infilò nella sala e alloggiò Yuk all’interno di uno dei bagni con la porta sistemandogli il cibo sul pavimento piastrellato.
«Stai fermo qui. Hai capito? Torno fra cinque minuti, dieci al massimo.»
Yuk si lasciò chiudere accovacciandosi rassegnato. Al’vian prese il carrello e accelerò il passo. Cercò di farsi venire in mente ciò di cui aveva bisogno. Non si sarebbero più fermati se non nel tardo pomeriggio quando avrebbero raggiunto gli altri, ad Alvona, giusto in tempo per lo spettacolo della sera; e un pagliaccio, a digiuno dal giorno prima, non ha voglia di far ridere nessuno.
Nel frattempo, facevano ingresso nel supermercato Arturo e Clelia, con, al seguito, la madre di lui, la signora Aldina, che cercava di tenere il passo. Stavano per entrare quando l’anziana signora si fermò lentamente come un trabiccolo a motore che avesse finito la benzina. Era pallida.
«Devo andare in bagno…» balbettò.
Arturo si sentì gelare. «Come? Qui? Ora?»
«Sì. Qui, ora» ripeté la signora Aldina facendo il verso al figlio per rivendicare la libertà di poter fare i bisogni quando era il momento. Arturo si voltò verso la moglie.
«Ci pensi tu, cara?»
«Io? Non ci penso davvero! Io me ne occupo, e non dovrei (visto che la madre è tua), quando è in casa e solo perché tu faresti dei disastri… ma, fuori, il divertimento è tutto tuo, cocco. Per questo ti raccomando sempre di fargliela fare prima che esca…» disse sorridendo per la sua logica inappuntabile.
«Quando siamo usciti ha detto che non le scappava…» cercò di rimediare Arturo.
«Non mi interessa» fece lei irremovibile «e vediamo di far presto…» e sottolineò la frase cominciando a battere il piede per terra come se stesse tenendo il tempo per una mazurka indiavolata.
Arturo guardò la madre e poi ancora la moglie e poi ancora la madre.
«Almeno il pannolone glielo hai messo?» domandò Clelia certa della risposta.
«Sono capace benissimo di fare da sola» protestò la signora Aldina con disappunto, ma poco convinta.
«Va bene, vieni…» disse lui prendendola per mano e portandola verso i bagni. «Senti, mamma…» le chiese guardandola di sottecchi «devi fare quella piccola o quella grossa…».
La signora Aldina sbuffò e poi rispose: «Quella grossa!»
Ecco, tutte le fortune!’ pensò lui.
Arrivati all’ingresso della toilette la donna si sganciò improvvisamente dalla mano del figlio. «Non voglio essere di peso a nessuno, faccio da sola…» fece stizzita.
«Sei sicura mamma?» Aldina non rispose e sparì dentro la sala.
Arturo si sentì sollevato, ma dopo pochi secondi la vide ritornare.
«Cosa è successo, mamma? È occupato?» L’anziana signora guardava a terra, visibilmente imbarazzata. Fece di no con la testa. «Cos’è successo? Rispondi! Ti senti male?» incalzò preoccupato scuotendola per le braccia.
«No no, è che me la sono fatta addosso.»
Arturo si sentì morire. Pensava già a quante gliene avrebbe dette la moglie.
«Non è colpa mia, però!» cercò di giustificarsi lei, mortificata. «Ho avuto paura! Non ci crederai… ma di là, nel bagno, c’è un orso alto due metri che si sta mangiando una carota.»

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pulcini«Mamma, mamma, Guendalina ha fatto i piccoli.»
La bambina aveva un largo sorriso sulla faccia e scuoteva il braccio della madre sotto le coperte. La donna, il corpo stravolto dalla febbre di quei giorni, non riusciva neppure ad aprire gli occhi.
«Mamma, hai capito? Guendalina!» La madre alla fine borbottò qualcosa e si girò da un lato per continuare a dormire.
«Cosa devo fare? Fa freddo nel fienile…» insistette imperterrita la figlia.
«Adesso mi alzo e ti faccio da mangiare…» farfugliò dopo qualche attimo la donna senza muoversi. La bambina, com’era entrata, se ne uscì con la stessa irruenza. Ci pensò su qualche secondo, quindi andò in bagno, prese un catino di plastica e corse nel fienile; predispose sul fondo della paglia e ci piazzò prima la gallina e poi i pulcini pigolanti. «Qui dentro starete benissimo, vedrete…» e con il suo fagotto prezioso entrò in casa posizionandolo con cura a una certa distanza dalla stufa. Si allontanò per vedere se tutto andava bene, quasi fosse stato un quadro da terminare, e ne fu soddisfatta. La preoccupava però, per la verità, il terzo pulcino che aveva un aspetto strano; era implume, il corpo più scuro degli altri, un principio di becco più lungo. E se ne stava in silenzio.
«Mamma mamma, c’è un pulcino venuto male, cosa ne facciamo?»
«Venuto male?» fece la donna, la voce impastata, credendo di aver capito male.
«Sì, Guendalina ha fatto un pulcino tutto nero ed è proprio brutto… è uno straccomunitario
«Ma no, che dici? E poi si dice extracomunitario. Sarà piuttosto un brutto anatroccolo, quello della favola» fece lei, di rimando, cercando di chiudere il discorso.
Quando più tardi si alzò per andare in cucina, gettò un’occhiata al suo catino per la biancheria pulita. «Forse è un piccolino di Ambrogia» disse sforzandosi di non rimproverare la bambina.
«Ambrogia?» chiese interessata la figlia.
«Ma sì la pavonessa di Adelio, il nostro vicino. A volta capita che le mamme non abbiano di che dar da mangiare al proprio nato e così lo imprestano a un’altra, perché ci pensi lei.»
«Farai anche tu così quando non ti vorrai più curare di me?»
La madre si bloccò guardando severa la figlia: «Non mi sono forse alzata apposta per farti da mangiare, nonostante l’influenza?» domandò lei spazientita non vedendo l’ora di tornarsene a letto.
«E così tu sei Ambrogino…» osservò la bambina cambiando discorso, con le mani dietro la schiena e allungandosi su di lui. Il piccolo sembrava capire perché alzò il capino spintonando gli altri pulcini da un lato, forte della propria stazza il doppio della loro.
Un’ora dopo, la madre si era coricata nuovamente mentre la bambina sorvegliava la covata. Il pulcino nero pareva cresciuto ancora, tanto che la gallina si era messa in un angolo del recipiente per fargli spazio. Il becco di Ambrogino era diventato adunco e la pelle del corpo coriacea e tesa, zampe robuste uscivano da sotto la pancia bombata mentre sul dorso si stavano formando ali nervose e nerborute.
«Diventerai proprio un bel pavone» concluse la bambina che si ripromise quella notte di non andare a dormire nel suo letto. Mise dei ciocchi di legna nella stufa e, spenta la luce, si coricò tutta eccitata sul divano tirandosi addosso una coperta.
Nel cuore della notte la svegliarono alcuni rumori. Provenivano dalla covata. Si stava per alzare per curiosare quando vide che dal fondo del catino si era levata un’ombra dell’altezza di non più di un metro. La silhouette nervosa, disegnata dal fuoco della stufa, era curva e gobba. L’ombra si guardò attorno, sospettosa, come se solo allora si rendesse conto di dove fosse. La bambina non riusciva a vedere gli occhi di quella creatura ma sentiva le sue pupille addosso come aculei avvelenati. Si schiacciò contro il divano per nascondersi meglio. L’ombra allora si scosse appena lanciando nell’aria un suono strozzato come di un vitello che fosse caduto in un pozzo e stesse annegando. Si scrollò violentemente come per espellere dell’acqua dal corpo; dispiegò invece due ali enormi, membranose, che colavano a terra un muco vischioso. Un vento gelido pervase la stanza. Con due colpi secchi del becco la creatura mangiò i pulcini e quindi afferrò con gli artigli la gallina. Poi spaccò il vetro della finestra e sparì nella campagna.

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fonte battesimaleLe scarpe blu di vernice del bambino si sentivano appena per la chiesa. Erano rumori lievi tra statue di santi e ceri accesi. La mamma, poco distante, stava pregando, anche se non distoglieva lo sguardo da lui che saltellava leggero lungo la navata centrale. Poi il bambino si avvicinò alla fonte battesimale di basalto e la sua attenzione fu attirata da una increspatura sul pavimento. Era una fenditura bruna, a zig zag, come se l’intero edificio avesse avuto un fremito e si fosse spaccato in quel punto. Il bambino, che chiameremo Giorgino, non poteva conoscere la storia di Aleppe, una storia particolare risalente addirittura al 1802 di cui si era persa ogni memoria. Se l’avesse conosciuta, forse, non si sarebbe fermato proprio lì.
Aleppe era un demone molto giovane, ma molto intraprendente, che aveva in animo di realizzare qualcosa di memorabile per mettersi in mostra e salire di considerazione a chi di dovere; fu così che, dopo tanto pensare, volle tentare l’impresa di entrare in un chiesa e rubare delle ostie consacrate per poi disperderle in un letamaio. L’idea gli piaceva molto, era ambiziosa, nel suo stile, ma doveva trovare il modo per riuscire a penetrare nella cattedrale resistendo alla sacralità del posto, quel tanto che sarebbe bastato, insomma, per arrivare sino alla pisside e portarla via.
Dovette aspettare a lungo il momento giusto che, finalmente, si presentò un giorno, al meriggio, sotto forma di una suora novizia, Maria Celeste, di appena anni sedici; la capretta, che il convento allevava per il latte, temendo che i suoi piccoli fossero in pericolo, la caricò all’improvviso aprendole la pancia con le corna aguzze e lasciandola agonizzante all’ombra di un convolvolo. Aleppe, approfittò che una bestemmia sfuggisse dalle labbra della novizia, disperata di dover morire così giovane, per entrarle dalla gola e prendere possesso del suo cuore; la salvò anche da morte certa perché, per realizzare il suo progetto, aveva bisogno di lei: sapeva che se si fosse addentrato in chiesa nascosto in quel corpo illibato e benedetto sarebbe stato al sicuro come in un’armatura.
E così, una mattina, Aleppe si presentò sulla soglia del vasto portone della cattedrale. Tutto sembrava tranquillo: solo alcune donne pie, da un lato, sgranavano monotone il loro rosario; uno sparuto gruppo di persone se ne stava invece molto più avanti, intento in chissà quale rito. Aleppe era titubante: la maestosità del luogo gli metteva soggezione. Sfidare però il Signore nella sua stessa casa era un’impresa degna di nota che lo inorgogliva. Si chiuse così nel mantello della suora e prese a percorrere lentamente la navata centrale. Nessuno badava a lui. Nessuno avrebbe fatto caso a una novizia entrata a pregare. Fece appena una decina di passi e subito avvertì fitte lancinanti al costato e alla testa. Tutto rimandava alla gloria di Dio, là dentro: lo sentì come una cappa soffocante e dirompente. Andò avanti lo stesso, doveva riuscire ad ogni costo. Cominciò a zoppicare e a respirare a fatica. Capì che non ce l’avrebbe fatta a resistere a lungo: doveva fare presto. Accelerò il passo, trascinandosi, anche se i dolori al ventre e alla gola diventavano sempre più insopportabili. Ancora pochi metri lo separavano dal tabernacolo, serrò i denti ma nello sforzo la ferita alla pancia gli si riaprì. In quel mentre, accanto a lui, una madre staccò dal suo seno un bimbo di pochi mesi e lo avvicinò al prete che con l’acqua dalla fonte battesimale bagnò la fronte del neonato. Una goccia infinitesimale di quell’acqua benedetta scivolò via toccando un lembo del mantello di Aleppe. Lui prese a tremare. Brividi violenti presero a squassargli il corpo divenendo ben presto convulsioni. Il demone prese a lacerarsi come carta bruciata per poi sciogliersi in un liquido nero che spaccò in due il pavimento saettando come per ritirarsi. Rimase solo una bruciatura su quel marmo antico, un’ustione profonda per chilometri e chilometri sino al centro della terra. Proprio lì Giorgino, ora, stava giocando. E un soldatino di plastica consumata gli cadde dalle mani.
«Mamma» disse rialzandosi subito dopo averlo raccolto. «Ma è caldissimo qui il pavimento!»
«Vien via» gli comandò lei facendosi seria e segnandosi tre volte «vieni via, subito.»

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