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Posts Tagged ‘campagna’

«È Aristodemo presto, vieni!»
Marta si era introdotta di corsa nella cucina ma, avendo afferrato dall’interno gli stipiti della porta con entrambe le mani, non riuscì del tutto a entrare nella stanza.
«Aristodemo?» fece il marito alzando gli occhi rossi dal trito di cipolle.
«Ma sì il gallo!»
«È vero, mi dimentico sempre che Michelino l’ha chiamato così!»
«Ecco, appunto, vieni veloce: è caduto di nuovo nel pozzo!»

Ovidio brontolò per tutto il tragitto dalla casa al vecchio pozzo di Pietrasbecca. Quella settimana era la seconda volta (la sesta nel mese) che Aristodemo-il gallo vi finiva dentro. L’ultima volta si era preso anche un’infreddatura di quelle brutte e si era dovuto tenerlo al caldo, avvolto in una coperta, accanto alla stufa, nutrendolo per di più con una pappetta gialla e rosa che “diosolosacosaconteneva”, tanto puzzava.
«Ma perché fa così?» le chiedeva la moglie cercando di tener dietro al marito che, nonostante portasse sottobraccio una pesante scala in ferro, era già qualche metro davanti a lei.
«Perché è un gallo deficiente, ecco perché…»
«Non dire così Ovidio, che poi Michelino ti sente e ci resta male…»
«Del resto ce l’ha regalato tua madre e non poteva essere diversamente!»
Giunto al pozzo l’uomo guardò giù nella semioscurità e vide gli occhi vispi del gallo che guardavano all’insù. L’animale aveva l’aria confusa, ma non pentita.
«Io ti lascerei lì…» fece Ovidio cominciando a calare la scala. «Quando capirai che il gallo che vedi riflesso nell’acqua non è un tuo antagonista sarà sempre troppo tardi…»

L’animale fu recuperato ma, per evitare che si ripetesse la stessa disavventura, perché “primaopoisifamale”, gli legarono alla zampa un anello in ferro e all’anello una corda sufficientemente lunga perché potesse scorrazzare libero nell’aia a dar fastidio alle galline. Il fatto che l’altro capo della corda terminasse sotto a un’incudine da fabbro da 4 chili, avrebbe impedito al pennuto di fare pazzie.

«Per Natale Aristodemo lo facciamo con queste» disse severo Ovidio maneggiando alcune patate.
«E Michelino?» obbiettò la moglie.
«Compreremo un altro gallo al Mercato dei Vivi di Lughi di fine anno, non se ne accorgerà neanche.»

Poi una mattina, Marta si trovava ancora in cucina quando sentì picchiettare alla finestra. Guardò ma non vide nessuno. Capitò un altro paio di volte sicché decise di uscire per vedere cosa stesse succedendo. Era il gallo che becchetteva contro la finestra e poi si nascondeva. Si era liberato dalla corda e si era messo a fare quel rumore in modo compulsivo, senza ragione, forse per protesta di essere stato fatto prigioniero. Marta cercò di avvicinarsi per legarlo di nuovo (e meglio) ma non ci fu verso di riuscire a prenderlo. ‘Per essere un gallo strano lo è davvero!’ si disse tra sé e sé Marta accarezzando l’idea dell’arrosto con le patate.

Erano oramai le 20 passate, quella sera, e il cibo era già in tavola e si stava raffreddando.
«Quando torna papà?» chiese Michelino che cercava di allungare le mani sulle patatine fritte.
«Presto, Tesoro, deve essere rimasto a parlare con qualche cliente… ma vedrai che adesso arriva». Preoccupata, buttò un occhio all’orologio a cucù. Non aveva mai fatto così tardi.
Nel mentre calava il silenzio nella stanza si sentì di nuovo picchiettare forte sul vetro della cucina. Era Aristodemo. Marta alzò gli occhi al cielo. Poi un’idea le attraversò la mente.
«Oggesù… Ovidio è caduto nel pozzo!» esclamò a voce alta.
Corse, aiutata da Fila, il suo vicino di casa, fino a Pietrasbecca seguiti entrambi, a distanza di sicurezza, dal gallo. Ovidio era effettivamente in fondo al pozzo: era scivolato nell’intento di chiudere l’apertura con un oblò di legno. Si era rotto una gamba: era provato, ma stava bene.
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L’alberghetto era grazioso, curato, lambito in modo romantico da un’ansa del fiume che in quel punto scorreva discreto tra salici enormi che allungavano i loro rami a sfiorare l’acqua.
Franco e Clara avevano deciso di fermarsi lì per una sosta durante il loro lungo viaggio di ritorno: sarebbero ripartiti riposati la mattina dopo. L’app non dava nessuna recensione per quel posto che però sembrava confortevole.
La ragazza che li accolse era giovane e cordiale. Confermò loro, in modo simpatico e spigliato, che avevano aperto da meno di un mese e che quella era la casa del bisnonno che, per una combinazione di successioni, le era giunta in eredità. Li aiutò con le valigie, anche se erano pesanti, accompagnandoli in una stanza che si presentò pulita, spaziosa e con una vista a distesa sulla campagna circostante. Il silenzio era interrotto dal canto dei merli e dei pettirossi, e la leggera bruma che saliva lentamente dal bosco sfumava il contorno dei campi di colza.
«Bella camera» disse dopo un po’ lui abbracciandola con gli occhi.
«Sì sì, Franco, non dico di no, ma tutte queste fotografie ingiallite… sono tristi…»
«C’è scritto Galizia, 1917, sotto questa…» disse lui cercando di leggere da un lato. «Sono foto della Grande Guerra. Probabilmente autentiche. Un bel valore storico.»
«Certo, come no, ma sembra un museo, Franco, non una stanza d’albergo…» sentenziò lei che già stava ispezionando il bagno.
«Di qua, all’interno di una nicchia nel muro c’è addirittura una campana di vetro» disse lei riemergendo poco dopo. «E dentro c’è un insetto imbalsamato… che schifo.»
«Un insetto imbalsamato!?! Clara… ma cosa dici?»
«E questa cosa qui… sul muro?» insistette ancora lei.
Franco si avvicinò.
«Dovevano per forza mettere una divisa sotto vetro come se fosse un quadro?» chiese la donna allargando le braccia.
«Che sarà mai… si tratta solo di una divisa militare…»
«È anche sporca di sangue che orrore… io questo posto lo trovo sinistro… non ci voglio passare la notte!»
«Ma se è carino! E poi l’app dice che il prossimo albergo è a più di cento chilometri da qui e io sono stanco morto e ho bisogno di dormire.»
Lei lo squadrò indispettita. Fece anche una strana smorfia che, lo sapeva bene lui, valeva quanto un lungo discorso. E non l’avrebbe passata liscia.

«Avete dormito bene?» chiese l’indomani al desk la ragazza nel preparare il conto.
Franco assentì mentre Clara, rimasta un po’ indietro, era seduta su una valigia e faceva ballare una gamba posata sull’altra.
«Mi scusi se glielo chiedo…» fece Franco alzando il dito indice «cos’è quella divisa che c’è appesa nella nostra stanza?»
La ragazza, fissando il monitor, continuò per un poco ad armeggiare con il mouse e, quindi, dopo aver dato il comando di stampa, spiegò:
«Come le accennavo ieri, questa casa, un tempo un capanno, era di mio bisnonno e la divisa è una delle sue quando fu ferito al costato al fronte. Ha fatto la Grande Guerra come ufficiale e in Galizia nel 1917 è purtroppo salito su una mina anticarro e quel è rimasto di lui è tornato in Italia in una scatola di scarpe. Per onorare la sua memoria, mio nonno prima e mio padre dopo, hanno risistemato questa casa ingrandendola.»
«Ah bene… una bella cosa…» fece Franco voltandosi verso la moglie come per dirle ‘visto, che poi non era tutto questo che…’ Ma lei continuava a guardare fuori della finestra, rigida, come se fosse impregnata di scagliola.
La ragazza del desk, nel frattempo, aveva estratto un foglio dal vassoio della stampante mettendolo sotto gli occhi di Franco, ponendovi sopra, a sigillo, una penna.
«E poi…» seguitò ancora sorridendo «hanno sistemato un po’ ovunque nella stanza da voi occupata, e che poi era la sua quando abitava qui, i suoi resti che ci sono pervenuti. Nel bagno, in una teca, c’è il frammento del suo osso pubico, la lampada sul comodino è fatta con alcune dita della sua mano destra, il lampadario è una parte della calotta cranica…»
Franco si era bloccato e non era riuscito a completare la firma; era diventato pallido.
«La stessa penna che ha in mano adesso» fece infine la ragazza «pensi… è stata ricavata da quello che è rimasto della sua tibia…»
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«Pronto?»
«Sì? Pronto, vorrei fare una denuncia di sinistro…»
«Buongiorno Sig. Valerio, come sta?»
«Come fa, scusi, a sapere come mi chiamo?»
«Sono Giangilberto, Giangi La prego, il suo Agente assicurativo di prossimità: abbiamo una linea dedicata appositamente per Lei, non lo sapeva? Lei è un nostro affezionato cliente e ci teniamo particolarmente ad assisterLa per ogni suo disagio: per Lei solo il meglio, ventiquattr’ore su ventiquattro…»
«Oh bene, allora grazie… dunque, dicevo… ieri sera, nella mia casa di campagna, l’impianto a gas è andato fuori uso a causa di un fulmine.»
«Ho capito, sto prendendo buona nota di tutto quello che cortesemente mi sta dicendo… e nel contempo sto esaminando anche la Sua polizza… e vedo che Lei è effettivamente assicurato contro gli agenti atmosferici sino a un massimale di € 100.000… ma complimenti, vuole stare sul sicuro eh? Ha fatto bene, ha fatto bene, questa è una polizza performante, di tutta tranquillità, una delle nostre migliori… apperò, apperò…»
«Apperò, cosa?»
«Vedo che… Lei mi stava dicendo di un fulmine caduto ieri? Purtroppo la Sua polizza copre gli agenti atmosferici di tutti i mesi dell’anno salvo quelli relativi alla seconda metà del mese di luglio. Sa è una questione di vile statistica… una limitazione che ci impongono dall’alto, noi non la vorremmo, ma gli ordini sono ordini… Sì, insomma, che peccato, che peccato! Non sa quanto mi dispiace, una così bella polizza… guardi avevo già tirato fuori il libretto degli assegni per liquidare l’importo… tanto ero sicuro di poterLa accontentare: noi della Insurance Global Parker & Co. abbiamo tra i nostri principali obbiettivi solo la Sua piena soddisfazione…»
«No, Signor Giangilberto, probabilmente mi sono spiegato male… ho detto ieri perché il fulmine è caduto nella notte, ma in realtà erano le prime ore del mattino, verso le ore 1,30 ed era già quindi il primo agosto; la scheda logica della caldaia, andata in avaria, ha un timer interno che si è fermato appunto proprio in quel giorno e a quell’ora: risulta tutto dalla scheda, basterà periziarla…»
«…»
«Signor Giangilberto, c’è ancora?»
«Ma certo Sig. Valerio che ci sono ancora, ventiquattr’ore su ventiquattro, ricorda? Mi chiami pure Giangi, La prego… Bene allora sono proprio contento… però senta, solo un dettaglio: di che tipo di fulmine si è trattato? Era di tipo ramificato o a un’unica colonna di plasma? Era negativo ascendente o discendente? Oppure era positivo?»
«Non ne ho la più pallida idea…»
«No, perché purtroppo, leggo qui, alla clausola 11 bis lett. q) nel sesto subquadro dell’allegato D, che c’è un’unica eccettuazione, che peraltro lei ha controfirmato ex art. 1341 comma secondo del codice civile, e che esclude il risarcimento nell’ipotesi in cui sia intervenuta nello specifico una folgore a scarica ramificata negativa ascendente. E anche nel caso, ovviamente, in cui l’assicurato non sia in grado di dare prova del tipo di fulmine caduto…»
«Ma non è possibile…»
«Purtroppo è così, non sa come mi dispiace, … una polizza che la tutelava così bene! Non è stato proprio fortunato, diciamo così; guardi avevo già compilato l’assegno tanto ero certo… noi della Insurance Global Parker & Co. desideriamo solo il meglio per Lei…»
«Aspetti, aspetti… mi sta dicendo mia moglie che era in funzione la webcam esterna, per via dei ladri che abbiamo avuto l’anno scorso; mi dice che, visionando ora il filmato a circuito chiuso, il 1° agosto, alle ore 1,32, è caduto un fulmine a colonna unica, con andamento dall’alto verso il basso, discendente quindi, credo, ecco sì… lo sto vedendo anch’io…»
«…»
«Signor Giangilberto, è sempre lì?»
«Giangi, Sig. Valerio, Giangi… ma certo che sono qui e anche tutt’orecchi per ascoltarLa e servirLa, ventiquattr’ore su ventiquattro… allora bene, molto bene… Non resta che aprire la pratica e prendere in carico il sinistro…»
«Ah ecco, meno male, si tratta dunque dell’impianto Lineagas modello Juppiter 54 P Imagetron…»
«Ha per caso detto Lineagas modello Juppiter 54 P serie Imagetron…?»
«S-Sì»
«Ma che peccato, che peccato! Noi della Insurance Global Parker & Co. garantiamo tutti i sinistri di tutti i modelli Juppiter 54 della serie Imagetron, ma non del subtipo P… È sola una questione di bassa statistica, ben inteso, una limitazione obbligatoria che ci costringono ad applicare dall’Ufficio Centrale e che noi non vorremmo. Ma che ne capiscono del resto loro? Ma purtroppo questa è la vita reale! Ci tocca anche questo. La clausola 83, comma 623 quater lett. k) nel terzo subquadro allegato G, da lei appositamente sottoscritta, ai sensi di legge, espressamente esclude ahimè proprio il danno per questo tipo particolare di caldaia… Ma che peccato, che peccato! Una polizza con una copertura così completa, così funzionale, pensata apposta per le Sue precipue esigenze, per una persona squisita com’è Lei… non è stato davvero favorito dalla sorte! Pensi, avevo praticamente già firmato il Suo assegno: è qui sulla mia scrivania…»
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hat_gy

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Posò il libro sul comodino. Le palpebre avevano preso a bruciargli. La stanchezza lo stava incatenando al letto e quando spense la luce provò il sollievo di un panno umido sulla nuca. Si girò d’un lato aggiustandosi lentamente sul materasso per prendere la posizione giusta del sonno. Il cuore gli pulsava prepotente e l’orecchio sul cuscino ne amplificava il suono. Tunf, tunf, tunf. Un suono forte, chiaro: la vita gli scorreva dentro.
Il pensiero corse al giorno dopo. A quello che avrebbe dovuto fare: a quella riunione complicata, ai problemi irrisolti che si trascinava dietro da tempo. Tunf, tunf, tunf.
Pensò a quella vacanza che sembrava non arrivare mai e pensò anche a lei, a quell’ultima sua frase che ancora gli bruciava dentro. Tunf, tunf, tunf.
Il cuore sembrava ora battergli più lentamente. Lo avvertiva sempre rumoroso sul cuscino, ma stava rallentando e ancora e ancora. Poi un battito più lento e un altro molto più lento, poi più nulla.
Si mise a sedere di scatto sul letto. Si tastò il polso. Nulla. Poi la tempia, nulla. La carotide, nulla.
Accese la luce spaventato. Si accorse che stava tremando. Scese scalzo e andò di corsa in bagno. Lo specchio rimandava l’immagine di un volto pallido, le guance incavate, la pelle anelastica.
Oddio, oddio, che mi sta succedendo, che mi sta succedendo?
Passò rapido in studio alla ricerca del telefonino. Doveva chiamare l’ambulanza, stava male, non c’era dubbio: bisognava fare qualcosa.
Già…’ pensò ‘ma se poi mi chiedono cosa mi sento, che dico? Che non ho più il polso? Che il mio cuore si è fermato? Non mi crederanno mai, si metteranno a ridere’.
Uscì irrazionalmente di casa come se tra quelle mura non vi fosse più aria da respirare. Doveva parlare con qualcuno; il freddo della notte gli crollò addosso all’improvviso.
Ma sono in pigiama! E scalzo!’ si disse guardandosi la punta dei piedi: ‘dove credo di andare?
E poi era notte, tutto intorno solo campagna e i vicini che conosceva appena.
Si sedette sotto il portico cercando di raccogliere le idee. Il gatto scivolò fuori dall’ombra della sua cuccia e gli si strusciò contro.
Cosa si deve fare in questi casi? Cosa si deve fare?’ Si chiese tenendosi con le mani entrambe le ginocchia e dondolandosi con il busto. ‘Devo stare calmo, c’è un rimedio a tutto, ne sono sicuro’.
Ma pensò che non aveva mai sentito dire di persone che si accorgono che il proprio cuore si è fermato e che se ne disperino. Non può accadere, non è possibile, non è normale. Il gatto lo stava studiando sotto la pozza di luce del portico e gli aveva messo una zampa sulla gamba come per dargli il suo aiuto.
E allora lui cominciò a pensare a quando da bambino andava con il padre al prolungamento a mare. Aveva cinque anni, forse sei.
Facciamo una sorpresa alla mamma‘ gli disse quel giorno il padre con quel suo sorriso che scioglieva le pietre. ‘Ti insegno ad andare in bicicletta’.
A me papà?
Certo, proprio a te! Che ne dici? C’è giusto un signore simpatico là in fondo che noleggia bici per bambini come te e sono sicuro che ce n’è una che ti piace’.
Sto andando bene, papà?
Benissimo’.
Mi stai tenendo, vero?’ ‘
‘Ti sto tenendo figliolo’.
E lui felice pedalava da solo, incerto, zigzagando su quella bici rossa alla scoperta del mondo; e quando si girò si accorse che il padre era rimasto invece laggiù, vicino alla fontana; e lo salutava fingendosi stupito; faceva un gesto semplice, uno dei suoi, uno di quelli che attraversano un’esistenza intera e vanno oltre, come per dire: ‘Hai visto?
«Si, ho visto, papà…» disse lui a voce alta al gatto nella solitudine del portico.
Si accorse che stava piangendo.
E poi lo risentì.
Prima, piano piano, e poi sempre più forte.
Tunf, tunf, tunf.

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Erano tanti anni che non tornavo al mio paese. Trentuno per l’esattezza. E probabilmente non ci sarei nemmeno tornato più se non fosse stato per quella telefonata. Qualcuno voleva comprare il mio terreno a sud di Cosbee. Quel qualcuno aveva detto per telefono di chiamarsi Jacky Naf, un grosso imprenditore della regione, così almeno mi disse lui e mi confermò internet. Ha detto che conosceva bene mio padre e che si ricordava di me quando, ancora ragazzino, partii per il Canada con mio zio George ad aprire la mia prima segheria. Voleva insomma comprare quei miei trenta ettari di terreno incolti. La città si era espansa verso Mougham Creek, mi diceva al telefono Jacky Naf con il forte accento di lì; avevano reso legale il gioco d’azzardo e questo aveva attirato in città un mucchio di gente nuova: c’era necessità di costruire grandi case e grandi casinò e Jacky Naf mi avrebbe pagato molto bene e tutto sommato valeva la pena starlo a sentire.
Sceso dal treno, mi sono accorto di avere davanti un luogo che non avrei mai riconosciuto se non avessi letto il nome sull’insegna della stazione. Le case rustiche in legno e i fienili costruiti alla bell’e meglio avevano lasciato il posto a ville e hotel; le strade erano oramai ampie, asfaltate e la gente andava di fretta come in tutti i posti importanti.
Mi sono allora messo a gironzolare per un po’, incuriosito, perché era presto per incontrare Naf e il suo ufficio dopotutto non era poi così tanto lontano. Presi alcune vie traverse per perdermi nella mia infanzia; riconoscevo a stento il mio vecchio paese tra strade, piazze mai viste e vetrine moderne, piene di luce e di merce.
Mi diressi verso il fiume. Le case diradavano pian piano tra il verde ordinato e ben tenuto. Mi imbattei nella Chiesa evangelica di Saint Thomas con le sue pietre scure e severe; mi ricordai della prima volta in cui vi entrai con il vestito buono della festa.
«Buongiorno» sentii dire alla mia sinistra. Era un vecchio contadino, in salopette di jeans e la zappa in mano. Si era tolto il cappello come per vedermi meglio. «Cerca qualcuno?» chiese con il forte accento di lì.
«No, nessuno di preciso… stavo solo ammirando la chiesa.»
«Ora non è più una chiesa… lei sta guardando la mia casa.»
«Casa sua?»
«Già, da quasi vent’anni…» Poi il contadino ricalcandosi il cappello in testa mi guardò meglio. «Ma tu sei il piccolo John?»
«Beh mi chiamo in effetti così» ho fatto io avvicinandomi.
«Ma perbacco, io sono Mathias, Mathias Appleworth» disse come se a quel punto dovessi ricordarmi di lui. «Conoscevo benissimo tuo padre. Gli assomigli tantissimo. Soprattutto per gli occhi. Andavamo spesso a pesca di trote insieme, laggiù nel Mougham Creek. E quando è morto mi è dispiaciuto davvero tanto» fece un sorriso di circostanza che mise in evidenza denti giallo paglierino.
«Ha un orto bellissimo» feci sincero io, anche per tagliar corto. L’appezzamento vasto di terreno era diviso in numerose aiuole tutte delimitate da pietre posizionate con cura. Ogni aiuola aveva una coltivazione diversa: fagiolini, carote, cavoli, melanzane, patate, zucchine per citarne solo alcune. Tutto era pulito e rigoglioso.
«Ti piace davvero?» chiese Mathias accendendosi di entusiasmo.
«Sì, certamente, mi diletto anch’io un po’, ma vedo che lei è un maestro…»
«Non startene lì, vieni vieni dentro… che ti mostro il resto.»
E così Mathias mi fece vedere gli alberi da frutto, l’area delle piante di tabacco, la serra con le primizie…
«Meraviglioso» dissi stupefatto di quella geometria di colori e piante. «Semplicemente meraviglioso. Certo che le deve portar via un mucchio di tempo!»
«È passione, credimi, solo autentica passione. E ciò che non mangio lo vendo al mercato rionale al lunedì e ci campo…»
«Davvero complimenti» gli feci eco annuendo.
«E non hai ancora assaggiato niente… prendi» mi disse staccando un pomodoro maturo dalla pianta. «È una coltivazione biologica. Ciò che vedi qui non conosce insetticida.»
Raccolsi dalle sue mani il pomodoro rosso e rigonfio di nettare. Lo assaggiai. Era dolce, profumato, gustosissimo. Non avevo mai assaporato nulla di simile.
«E allora, che mi dici?»
Avevo la bocca piena di succo ma feci un gesto della mano eloquente. Il paradiso in bocca. Poi qualcosa mi si mise tra i denti scricchiolando. Lo afferrai con le dita osservandolo subito dopo alla luce del sole. Sembrava un nocciolo, anche se non avrebbe potuto esserlo trattandosi di un pomodoro. Era grigio e la forma oblunga…
«Ah, quello?» mi anticipò Mathias indicando l’oggetto misterioso che avevo tra le dita «vedi qui una volta c’era il cimitero annesso alla chiesa. È per questo che la terra è così grassa e ricca di humus. Quando ho fatto l’orto ho pulito ben bene l’area, setacciandola zolla per zolla, ma qualche osso, soprattutto quando piccolino, è rimasto qua e là e ogni tanto viene inglobato nei frutti. Insomma basta non farci caso e, all’occorrenza, sputare…»
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La gazza emise un stridìo acuto.
George alzò la testa, come se stesse annusando l’aria. Inclinò leggermente la testa da un lato e si voltò in direzione dell’uccello chiuso nella gabbia.
«Che c’è Gigia, eh? Che c’è?»
Mentre faceva questa domanda George sorrideva e, spingendo a colpi decisi la sedia a rotelle verso la parete opposta, si portò accanto alla gabbia.
«Lo so io che cosa significa quando diventi così smaniosa… vuoi uscire per un po’ eh?… lo capisco, accidenti se lo capisco…» fece lui scuotendo la testa e pensando a se stesso. La gazza aveva infilato il lungo becco attraverso le sbarre come per toccare l’uomo. Poi si mise saltellare sul fondo della gabbia rimestando la lettiera e facendo suoni più brevi e gravi.
«Ma sì, la mia brava Gigia… è giusto, hai bisogno anche tu di distrarti… altro che stare sempre qui ad ammuffire con un vecchio cieco.»
George rovistò con il gancio che teneva chiuso lo sportello e lo aprì. La gazza saltò sul bordo di metallo della gabbia e si guardò attorno assaporando quel momento; quindi spiccò il volo nella stanza.
George nel frattempo aveva guadagnato la finestra spalancandola e subito entrò l’alito gelido della sera, carico di profumi per la pioggia del pomeriggio. L’uomo si sorprese per tutte le immagini mentali che la memoria gli richiamò. Ne rimase quasi stordito.
Nel frattempo la gazza, dopo aver fatto un paio di voli di ricognizione, infilò decisa lo specchio aperto della finestra e si ritrovò nel cielo libero.
«Vola Gigia, vola…» le disse dietro l’uomo invidiandola «ma non fare tardi come il tuo solito…»
La gazza prese il vento che spirava da nord-est e in un momento le si gonfiarono le piume delle ali. No, non poteva sbagliare. Quel rumore che ben conosceva lo aveva sentito per tutto il pomeriggio: avevano lavorato sodo per alcune ore laggiù nel camposanto. Avevano scavato nonostante la pioggerellina insistente. Ma ciò che davvero era adesso inconfondibile era l’odore di morte fresca. Un odore inebriante, stordente perché era quello di un corpo che si stava disfacendo ad ogni ora, ad ogni minuto tanto più che, come si usava in quel paese e in quel cimitero, il cadavere veniva seppellito in piena terra. ‘Finalmente’ sembrò pensare la gazza planando impaziente verso i margini del borgo: era trascorsa un’intera settimana dall’ultima inumazione, e tanta attesa ora era premiata.
In pochi minuti arrivò a Clutthamborough; fece ala dietro al campanile di pietra nera, oltrepassò il muro di cinta, sorvolò le tombe sbilenche della parte vecchia e subito gli apparve il cumulo fresco di terra vicino alle querce imponenti. Zampettò sulla massa scura di terriccio ancora umido per capire meglio come era stata direzionata la salma ma poi non ebbe più dubbi. Raspò con forza in un punto preciso facendo scivolare di lato la terra; sarebbe stato un lavoro lungo e non facile, ma non aveva fretta e poi George l’avrebbe aspettata fino a quando non avesse fatto rientro.
Dopo una buona mezz’ora finalmente eccolo. Il viso della morta gli apparve all’improvviso dalla terra brunita, come se le venisse incontro dagli abissi del nulla. Bastarono pochi rapidi colpi del possente becco e l’occhio di sinistra saltò via dall’orbita. Con un movimento rapido lo afferrò con sicurezza e, mentre l’occhio ceruleo e spalancato nella campagna scura della sera si volgeva di qua e di là atterrito, Gigia lo ingurgitò con un colpo secco all’indietro del collo. Il sapore era quello, se lo ricordava bene, ma questa volta era più sapido e profumato per il fatto di appartenere al cadavere di una donna giovane. La gazza ebbe un fremito di godimento: era tanto che non gustava un boccone simile. E subito si mise all’opera per cavare l’altro occhio. Anche qui la sua maestria la trasse subito d’impaccio; sapeva che il bulbo era molto morbido e delicato sicché dovette far piano desiderando mantenerlo integro nella sua consistenza: sarebbe stato più buono ingurgitarlo tutto assieme. Ma quando lo ebbe saldo nel becco avvertì un rumore. Si accucciò all’interno della buca che aveva creato scavando. Dalla sua destra vide arrivare lentamente un uomo con una vanga sulla spalla. Non avrebbe dovuto esserci nessuno a quell’ora: eppure quell’uomo veniva proprio nella sua direzione. Per un po’ la gazza rimase ferma ma poi fu più forte di lei e spiccò il volo con il bulbo sradicato ben stretto nel becco. Fece alcuni giri attorno al cimitero in attesa che la situazione si calmasse. L’uomo per fortuna non l’aveva vista, ma si era messo ad armeggiare in un ripostiglio e non sembrava intenzionato ad allontanarsi. L’uccello decise di tornarsene a casa.
«Ehi Gigia, com’è andata? Hai fatto il tuo voletto?» gli disse George appena la sentì arrivare. L’uccello rimase sulla soglia della finestra indecisa sul da farsi.
«Come mai così silenziosa?» fece il vecchio che la accarezzò. «E qui cos’hai?» George prese tra la dita l’occhio levandolo delicatamente dal becco della gazza preoccupata. «Uhmm…» fece dubbioso l’uomo «… un pomodorino… e dove l’hai trovato un pomodorino di questa stagione?»
Gigia gracchiò sommessamente.
«Magari brillava alla luce della luna piena e te lo sei portato via. Sei proprio una ladra! È per questo che quando torni dai tuoi giretti non hai mai fame, eh?. Sembra proprio appetitoso, mi verrebbe voglia di rubartelo a mia volta e di mangiarmelo, ho ancora giusto un languorino…» le disse George con tono di finto rimprovero posando l’occhio sul davanzale. «E adesso fila dentro, su, basta per questa sera… che poi mi diventi grassa. Lasciati qualcosa anche per domani…»
E la gazza, ripreso nel becco il bulbo, se ne volò dritto e in silenzio nella sua gabbia.
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A Marcello era morto il padre da qualche mese. Anche se il genitore aveva superato i novant’anni, perderlo era stato pur sempre un fatto che oltre a turbarlo profondamente lo aveva colto di sorpresa. Non si riesce mai a realizzare che la persona che ti è stata vicina fin dalla nascita all’improvviso non ci possa più essere.
Ciò che lo preoccupava di più però era la madre. Loro erano stati sposati per più di 55 anni. Più di una vita, fino a confondersi con essa.
La morte del marito l’aveva devastata. Per mesi era rimasta chiusa in casa, in una sorta di mutismo doloroso, seduta sulla poltrona preferita di lui. Non batteva ciglio, sembrava persino non respirare. Poi piano piano aveva ripreso la vita normale. Ma era sempre taciturna, assente, come se fosse scesa in un pozzo.
Fino a qualche giorno fa.

Marcello, telefonandole aveva sentito un’altra voce, un altro tono. Sembrava ritornata giovane, a quando era il vero motore della casa.
«Ho conosciuto una nuova amica» gli aveva riferito per telefono e il suo sorriso attraverso il cavo telefonico era arrivato intatto e radioso sino alla immaginazione del figlio. «Si chiama Annina».
Ed era stato il caso ad averle fatte incontrare, gli spiegò. Lei aveva perso la strada andando chissà dove ed era entrata nel suo giardino chiedendo informazioni. E così avevano cominciato a parlare, a discutere di ogni cosa, a ridere e scherzare, come se fossero state sempre grandi amiche. Aveva saputo che era di Padova dove aveva passato la sua gioventù sino a quando non si era innamorata di un bel tipo che l’aveva portata con sé ad Alvona per poi lasciarla per un’altra dopo qualche tempo.

Marcello, incuriosito di un così grande cambiamento, si mise in macchina un week end e andò a farle visita nella sua casetta di campagna.
Appena arrivato la vide che stava badando alle sue rose; era in splendida forma, ben vestita, raggiante, serena.
«Ti trovo benissimo mamma, sono proprio contento.»
Si baciarono e abbracciarono commossi.
«E Annina? Non me la presenti? È qui?» gli chiese ansioso il figlio.
«Certo che è qui!»
«Qui dove, mamma?»
«Ma lì, sui tuoi piedi.» Marcello abbassò lo sguardo.
«Ma è una gallina, mamma…»
«Certo, una gallina padovana per l’esattezza. Guarda, ti becchetta le scarpe. Ti vuole già bene. Lo sapevo che le saresti piaciuto, è impossibile resisterti.»
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