Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘campagna’

«Ti aiuto a tagliare il prato, nonno?» Il vecchio guardò per un attimo il nipote, pensando a cosa potesse fargli fare. Il volto del bambino si era acceso in un sorriso contagioso.
«Ma sì, mentre inizio qui, tira su i rametti che trovi qua e là così faccio meno fatica a passare il tosaerba.»
Il vento, che spesso rinforzava in quella zona, faceva cadere dalle decine di querce una quantità considerevole di piccola legna che, finendo tra le lame della macchina, rendeva difficoltoso il taglio. E il bambino, accettando di buon grado il suo compito, andava e veniva per il prato come un’ape laboriosa depositando nella cesta, messagli a disposizione dal nonno, tutti i rametti che trovava.
Poi Tommy, tornando da una delle sue corse a perdifiato da dietro le compostiere, si bloccò impietrito davanti al nonno.
«Cosa c’è, tesoro?»
«Nonno nonno, c’è una mano, laggiù!»
«Una mano? Ma cosa dici?»
«Sì, una mano… la mano di una vecchia…»
«Fammi vedere.»
Il nonno spense il tosaerba e, preso per mano il bambino, si fece accompagnare.
«Ecco, è lì dietro» fece Tommy fermandosi a debita distanza e indicando un punto dietro le compostiere. Il vecchio rovistò con cautela. C’era un nugolo di mosche là attorno e un odore di carne putrefatta che toglieva il respiro. Raccolse delicatamente la mano diventata grigio-nera, e, girandosi verso il nipote, gli disse:
«Non devi avere paura Tommy. È la mano di Elsa, la mia vicina di casa. Una settimana fa, mentre era nell’orto, è stata morsa al palmo da una vipera. Siccome aveva la roncola in mano, non ci ha pensato neppure per un attimo e si è troncata di netto la mano all’altezza del polso prima che il veleno le andasse in circolo; e poi, come se niente fosse, tamponandosi il moncherino, se n’è andata a piedi da sola in ospedale. Donne d’altri tempi!»
Il bambino continuava a fissare quella mano mozza che si agitava tra le dita del nonno. Era sempre più pallido.
«Quando poi è tornata a casa non ha più trovato la mano anche se l’abbiamo cercata ovunque. Evidentemente qualche gatto se l’era portata via.»
Poi l’uomo, con un colpo secco, sfilò la fedina d’oro dall’anulare.
«Sarà contenta di riaverla…» disse sorridendo e buttando la mano rattrappita nella compostiera.

Read Full Post »

«Perché l’hai abbattuto, papà, perché?» gli chiese non appena varcò il cancello. Il padre aveva la motosega in mano, la catena dentata stava ancora girando. Lui aveva l’espressione di chi fosse stato colto in fallo e non potesse negarlo, anche se avrebbe voluto tanto farlo. «L’avevo scelto io, babbo, ventisette anni fa, non ti ricordi? Volevi che il primo albero che fosse piantato in questo posto appartenesse solo a me.»
«Sì, piccola mia, lo ricordo bene, è che… è che…» il padre non sapeva cosa aggiungere, quali parole scegliere. Posò la motosega sul prato e si mise le mani sui fianchi a osservare lo scempio dell’albero a terra che ancora non si era accorto di essere privo di vita.
«Era sano, rigoglioso, ci dava delle meravigliose ciliegie…» incalzò la figlia alzando un poco la voce «perché l’hai fatto?»
E, proprio come le ciliegie, una parola tirò l’altra, e Lene disse cose che non avrebbe dovuto mai dire.

«Perché ha fatto una cosa simile il babbo?» chiese poi la figlia alla madre che stava riordinando la cucina. Sulle prime la donna era restia a parlarne e poi, certa che il marito fosse nel campo, glielo spiegò:
«È per via di quello che si dice.»
«Perché, che cosa si dice, mamma…?» domandò lei prendendo un tono di sufficienza.
«Della circonferenza dell’albero…»
«E cioè?»
«Si dice che quando il tronco dell’albero raggiunge la circonferenza della testa di chi lo ha piantato quest’ultimo muore.»
«Ma è una stupidaggine, mamma, lo sai benissimo, come si fa a credere a queste cose?»
«Sì probabilmente hai ragione tu, Lene.»
«Certo che ho ragione! Credevo che papà fosse più intelligente di così: credere a una idiozia simile!»
«Però non dovevi comunque dirgli tutte quelle cose tremende, non se lo merita, pover’uomo; ti vuole tanto bene.»
«Certo, si vede come mi vuole bene… lo si vede da come si comporta; pensavo ci tenesse anche lui a quell’albero: era un ricordo.»

«Buona sera, signorina» le disse Karl seduto sugli scalini della sua veranda. La ragazza era appena uscita di casa e aveva tirato fuori le chiavi della macchina. «Peccato per il ciliegio…» disse lui facendo un cenno con la testa.
«Sì, un gran peccato» ribatté lei che voleva tagliare corto.
«Ha aspettato fino all’ultimo, sa?»
«Chi?»
«Suo padre, Aaron. Ha aspettato sino all’ultimo a tagliarlo. Pensava che lei, diventata adulta, avrebbe capito e non avrebbe avuto nulla da obiettare quando l’avesse tagliato.»
«Non mi dica che ci crede anche lei a questa fandonia…»
«È libera di non crederci, signorina… ma sappia che non voleva affatto abbatterlo e così ha aspettato… ha aspettato troppo… Oramai non c’è più niente da fare, le circonferenze sono uguali, le abbiamo misurate ieri.»
Lei avvertì che si stava indispettendo di nuovo, ma, prima che potesse dire qualcosa, Karl proseguì: «e quindi sarà anche un po’ per colpa sua» fece lui con amarezza.

Poi si sentì un urlo provenire dalla casa dietro di lei. Lene si voltò mostrando per un attimo il profilo che tradiva la sua discendenza danese. Era la mamma che urlava.
«Il babbo, il babbo…» si udì nella campagna resa fresca e tersa dalle ultime piogge «Dio mio, Dio mio… Aaron, rispondi, Aaron…»

[space]
hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100
[space]

Read Full Post »

Il pallone fu scagliato così in alto che i ragazzi si fermarono a seguirlo con lo sguardo ammutoliti. La polvere nel campetto di calcio tardava a posarsi a terra, tra scarpe rotte e ginocchia sbucciate. Solo quando il pallone cominciò la parabola discendente si misero a urlare e a fischiare in modo liberatorio.
«E adesso?» chiese Jim detto “il Mamba”, chiudendo un occhio per il sole che gli sbatteva in faccia. Tom se ne stava assorto, come si conveniva a chi era riconosciuto il ‘capetto’ indiscusso del gruppo. Tutti infatti si stavano rivolgendo a lui perché solo lui avrebbe saputo cosa fare in un simile momento. Anche se Tom non era né il più alto né il più ben messo del branco si era imposto da sempre sugli altri per quella sua personalità arrogante e prepotente. E poi, nonostante i suoi tredici anni, si faceva la barba da un bel pezzo, almeno così lui sosteneva, e bestemmiava senza ritegno.
«Il pallone è caduto nel campo del vecchio Krupp…» azzardò Red come se non fosse stato evidente. Il vecchio Krupp aveva recintato il suo campo, fatto andare a orto, con il filo spinato. Ma non contento di questo, per spaventare cornacchie e merli, che a suo dire gli beccavano l’insalata e la verdura, aveva sistemato appena dietro la recinzione alcuni fucili da caccia i cui grilletti erano legati ad altrettante lenze nascoste nell’erba; bastava spostarle anche di poco e ti sarebbe arrivata addosso una dolorosissima scarica di sale e pepe.
«Mandiamoci Matthew» sentenziò Tom con un sorriso perfido e girandosi in direzione del bambino. Matthew era il timido del gruppo, quello mingherlino, quello sempre malaticcio, intelligente sì, ma del tutto inadatto alle scorribande di un gruppo di ragazzini senza controllo. La vittima ideale.
«Grande idea, Tom» dissero i ragazzini in coro.
Matt, seduto sulla panchina priva di alcune doghe centrali, aveva lo sguardo basso. Era consapevole che non avrebbe potuto opporsi. Era l’ennesima angheria che avrebbe subito. Ma stare a casa con il padre violento a secondo della luna che sarebbe apparsa in cielo era anche peggio. Era lo scotto che doveva pagare per non restare solo in quel paese cresciuto a stento sulla groppa della montagna. Così, senza dire nulla, si alzò ubbidiente dirigendosi sollecito verso il vicino campo di Krupp. Se questa cosa doveva essere fatta tanto valeva farla subito, pensò. Il gruppo lo seguì facendo battute e sorrisetti: si pregustavano la scena. Raggiunsero l’angolo sud dove la rete era stata in parte piegata: di lì sarebbe stato più semplice passare. Ma le fucilate non le avrebbe evitate, quelle no; Matt lo sapeva e sapeva bene quanto male gli avrebbero fatto sulla pelle il sale grosso e il pepe di cayenna; il pallone poi era finito proprio in mezzo al campo, a ridosso di alcune grosse piante di cavoli. ‘Ma quanti saranno ‘sti fucili?’ Si chiese Matt mentre indugiava sul perimetro cercando di individuarli nell’erba.
«Hai bisogno di un incentivo?» gli domandò sarcastico Tom battendo più volte il suo pugno destro contro il palmo sinistro. La sua risata contagiò tutti. Matt, senza ulteriori indugi, tenne scostato il filo spinato con un palo preso poco distante ed entrò deciso nel campo. Mentre si inoltrava aspettando l’arrivo della prima fucilata, chiuse gli occhi. Ma non arrivò. Senza correre proseguì con passo rapido verso il centro dell’appezzamento; arrivò agli spinaci poi alle carote e infine ai cavoli. Nulla. Nessuna fucilata, nulla di nulla. I ragazzini, che fino a qualche minuto prima avevano temuto il peggio, ora erano delusi. Matt raccolse il pallone e, sempre senza correre, fece a ritroso lo stesso percorso. Andò da Tom. Lo fissò negli occhi con un’intensità tale che quello per un attimo abbassò i suoi. E quindi, anziché restituirgli il pallone, con un ampio gesto del braccio lo gettò alle sue spalle, di nuovo in mezzo all’orto. Un silenzio gelido scese tra il gruppo. Tom per un attimo non seppe che fare. Non era mai successo. Non era mai successo che Matt lo squadrasse con quell’odio così intenso, né che si comportasse in quel modo. Quando Tom realizzò le conseguenze di quella ribellione Matt era già sparito. Per darsi un contegno e chiudere il più presto possibile quell’increscioso episodio entrò allora da solo nel campo per riprendersi il pallone che suo padre gli aveva comprato appena pochi giorni prima. Seguì una prima detonazione, poi una seconda e una terza, e quindi se ne perse il numero.

Read Full Post »


Guarda quella gazza lassù come vola sicura,

sembra che abbracci tutto il cielo.

Tic tic tic
La lancetta dei minuti si inoltrava impavida sul quadrante della sveglia.
Tic tic tic
In due posizioni, quando era sul secondo minuto e poi sul trentaduesimo, la lancetta catturava per un attimo il chiarore della finestra rimandando una scintilla di luce; una luce livida, fredda, di un mattino ostile.
Tic tic tic

Una mezz’ora dopo Lui già beveva il caffellatte sotto il portico di casa cercando di scaldarsi le mani sulla superficie bollente della tazza; nella notte il prato si era incanutito di galaverna come fosse invecchiato di mille anni e il tempo si fosse dimenticato della sua vita in quella campagna sperduta al limitare del bosco. Il gatto, appena lo vide, gli si mosse incontro uscendo dallo spigolo della colonna, ma poi si arrestò; erano settimane che non si faceva vedere e ora si sentiva in colpa tanto da non sapere più se avvicinarsi o meno per la sua razione di carezze.
Tic tic tic

Allora Lui scese le scalini e si inoltrò di qualche metro nel giardino verso l’albicocco inscheletrito. L’erba ghiacciata sotto i suoi passi si spaccava come vetro. Ed era quello l’unico rumore nell’aria tesa, sopra quelle foglie a terra che rabbrividivano nei raggi di un sole addormentato. E fu quello il momento in cui avvertì che il fruscio che sentiva nella testa da qualche giorno erano in realtà parole. Sentiva le voci, ora ne aveva la certezza: forse stava davvero impazzendo; frugò con lo sguardo il muschio gonfio di rugiada ai suoi piedi, come se cercasse lì la risposta.
Ma basta, è l’ora di finirla!” sentiva nelle tempie. “Non si può più andare avanti così. Pelandroni, sanguisughe, sciacalli”.
Tic tic tic

Rientrò in fretta. Andò in bagno e si riempì la vasca d’acqua calda. Voleva fare un buon bagno. Forse lavarsi gli avrebbe fatto bene e gli avrebbe pulito anche l’anima. Forse avrebbe dilavato via tutte le scorie negative di anni di pensieri malsani. Sì, lavarsi, lavarsi con la spazzola dei panni, fino a togliersi il primo strato di pelle. La mamma del resto glielo diceva sempre quand’era bambino: ‘un buon bagno caldo e tutto il mondo parrà diverso’.
Bisogna fare qualcosa” sentì dire nella sua testa quando si stava asciugando e già si era illuso di non dover più sentire quella Voce.
Non si può più far finta di nulla”.

La Voce non si acquetò neppure durante la notte. Riuscì a dormire poco o nulla e l’indomani era anche peggio. La Voce era sempre più forte. Urlava, urlava, urlava.
Prese la macchina e, carico di angoscia, andò dal dottore.
‘Sa, mi succede questo e questo’, gli disse, tutto di un fiato.
Ma Lui non riusciva più a capire chi stesse dicendo cosa e a chi. Era davvero Lui che parlava o era la Voce dentro di lui che parlava con il dottore confondendolo?
Tic tic tic

Quando tornò, più disperato di prima, la casa era immersa in un buio abnorme. Era spenta persino la luce di cortesia davanti al portone. Pareva la casa di un altro che l’avesse chiuso fuori per sempre.
“FACCIAMOGLIELA VEDERE A QUEI PORCI” gridò la Voce. “SONO CAROGNE, DELLE SPORCHE CAROGNE!”

«Basta, basta!» si mise a sue volta a gridare tappandosi entrambe le orecchie «non ne posso più! Basta!»
E così dicendo si accorse che era salito sulla torretta di casa.
Afferrò la scala e montò sul tetto.
C’era tutto il mondo sotto di lui. Le stelle sembravano appiccicate nel buio profondo mentre il gelo si preparava nuovamente ad abbracciare il respiro della terra.
Pensò a quando da piccolo suo padre gli aveva insegnato ad andare in bicicletta.
“BUTTATI, BUTTATI!” gli urlò la Voce.

Guarda quella gazza lassù come vola sicura,
sembra che abbracci tutto il cielo.

Tic tic.
Tic.
[space]

dietro il racconto
Leggi –> Dietro al racconto

[space] 

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100
[space]
 

Read Full Post »

girasoleLa formica esploratrice aveva preso la Via sul retro, quella interna e profonda che avrebbe permesso alle consorelle di uscire dal formicaio in tutta fretta nel caso ci fosse stato un pericolo. Gli altri tentativi di ricerca del cibo, a est e a sud, non avevano avuto nessun successo; proprio non riusciva a capire perché si fossero ostinate a costruire la tana in un posto simile. Sì, tanto valeva provare a nord. Qualcosa da quelle parti doveva pur esserci che fosse sufficiente a sfamare un formicaio a pieno regime.
Noz, dopo circa cinquecento metri, si accorse che il cunicolo si fondeva con vecchie tane di altri abitanti. Dall’odore dovevano essere lombrichi o qualcosa di simile. Benché le strade possibili adesso fossero tante si lasciò guidare dall’olfatto e imboccò un altro percorso che, diversamente dagli altri, andava in salita. Giunto a un fenditura nel terreno sentì arrivare dall’alto dell’acqua. In superficie stava piovendo. Era meglio tenersene alla larga. La pioggia infatti significava gocce pesanti e improvvise, rivoli d’acqua impetuosi e mulinelli violenti non governabili. Doveva sicuramente rimanere sottoterra. L’odore di lombrichi ora era molto forte, tanto che, ad un tratto, ne sbucò uno enorme che subito si inabissò nel terreno. Poi vide che vi era qualcos’altro poco distante da lei. Era un grosso seme; poi ne vide un altro e un altro ancora. Forse aveva trovato la riserva che cercava, anche se si trovava lontana quasi un chilometro dal formicaio: se fossero giunte però le Operaie e anche le Ausiliatrici ce l’avrebbero fatta a fare la scorta prima dell’arrivo dell’inverno. Scese verso il seme più vicino e dopo averlo afferrato cominciò a spingerlo verso casa. Sapeva di dover farlo prima testare ai Responsabili. Erano molto pignoli sul punto e si era vista scartare tempo prima dei semi che aveva giudicato ottimi. Sì, sarebbe stata una faticaccia portarlo fin là, ma non voleva far brutte figure. Era il suo lavoro del resto.
Spingere in avanti nel cunicolo quel seme di così grosse dimensioni si rivelò ben presto un’impresa sfibrante. Si impigliava dappertutto ed era sproporzionato per le sue zampe. Ogni tanto rotolava indietro o si interrava o rimaneva incastrato. L’ideale sarebbe stato andare in superficie. Avrebbe potuto caricarselo sul dorso e portarselo così agevolmente. Ma stava piovendo molto forte e non le sembrava il caso di rischiare. Andò ugualmente avanti ma i cunicoli si facevano sempre più stretti. Si trovava ancora a duecentocinquanta metri dal formicaio quando non se la sentì più. Il seme si era impantanato sotto un sasso e non c’era più modo di toglierlo di lì. Pensò tuttavia che se fosse corsa alla tana, senza l’impaccio del seme, avrebbe comunque potuto far presto. I Responsabili non avrebbero avuto da ridire più di tanto. Noz rimase ancora un po’ lì, titubante. Poi capì che non c’erano alternative e decise di incamminarsi verso il formicaio, con la pessima sensazione di avere fallito.

«Tu pensi che troveremo qualcosa in questi campi?» domandò il ragazzo.
«Qualche anno fa qui c’era un allevamento di fagiani…» rispose l’uomo, gli occhi a terra nello sforzo della ricerca «molte deiezioni sono penetrate nel terreno e ora si trovano dei vermi davvero grossi…»
«Hai ragione pa’ eccone qua uno, guarda…»
«Bravo, mettilo dentro al barattolo… prenderemo una trota enorme con quello… Continua a cercare, ne abbiamo bisogno ancora. Cerca soprattutto sotto i sassi.»
«Qui c’è una pietra bella grossa, pa’…»
Il padre lo raggiunse e, chinatosi, la rovesciò da un lato.
«No, non c’è nulla… Cerchiamo ancora.»

E il seme, liberato dalla pietra, avvertì l’aria, il sole, l’umidità. Si sentì risvegliare nel profondo della sua essenza e un brivido, come di debole corrente elettrica, lo attraversò.

«Ferma qui Miriam che ho visto una cosa.»
«Non arriveremo mai ad Alvona se mi fai fermare in continuazione.»
«Hai ragione, questa è l’ultima volta, lo giuro.»
Non appena l’auto rallentò lui uscì velocemente con la macchina fotografica in mano. Davanti a sé si apriva un prato immenso a perdita d’occhio. In centro un grande girasole che svettava pieno di colore.

Read Full Post »

ormaI due coniugi cenavano nel silenzio della cucina. Anni di abitudini condivise avevano fatto sì che nessuno dei due si fosse accorto che l’altro era assorto nei propri pensieri. Solo la televisione accesa diceva la sua, ma lo faceva così a basso volume per non disturbare che non si riuscivano neppure a distinguere le parole. Suonò il campanello.
Martino diresse lo sguardo verso la moglie. Lei alzò di rimando le spalle come se avesse voluto chiarire che non era colpa sua. L’uomo allora si alzò dalla tavola gettando un occhio furtivo dalla finestra in direzione del cancello. «È Gavino» disse con tono di rassegnazione.
Fin da quando avevano iniziato ad abitare in quella casa non erano mai riusciti ad avere buoni rapporti con il vicino; si sopportavano malvolentieri e ogni tanto si erano scambiati pure reciproci dispetti. C’era stata infatti quella volta in cui era stato tagliato il ramo di giùggiolo che, nel crescere, aveva sconfinato nel campo dell’altro o quell’altra volta in cui il diserbante era stato dato sulla coltivazione di fragole che debordava dall’orto o le gocce di guttalax finite nella scodella del cane che abbaiava in continuazione. Cose così, insomma, ma niente di grave. La presenza di Gavino al cancello non gli sembrava comunque un buon segno.
Martino rimase in giardino per qualche minuto a parlare con lui. Quando rientrò in casa aveva, in una mano, un fiasco di vino e, nell’altra, una busta della spesa con qualcosa che pesava dentro. Ostentò i doni alla moglie assumendo lui stesso un’aria interrogativa e lei ripeté il gesto di prima che questa volta però significava che aveva rinunciato da tempo a capire quel matto d’un gallurese.
«Siediti e finisci la cena, che si sta raffreddando… sistemiamo tutto dopo» fece Rosa riprendendo a mangiare. Lui obbedì. Appoggiò gli oggetti vicino al lavello e si risedette. Ben presto il silenzio si riappropriò della stanza e poi, pian piano, raggiunse quelle attigue come in un gioco di vasi comunicanti. Il suono delle posate sui piatti e del vino versato nel bicchiere era l’unica testimonianza delle presenza di quelle vite in simbiosi.
«Cos’è questo rumore?» fece lei increspando tutt’ad un tratto la fronte.
A differenza del marito e nonostante l’età aveva conservato un buon udito.
«Che rumore?» chiese lui infastidito.
«Di qualcuno che raschia alla porta. L’hai chiusa bene?»
«Certo che l’ho chiusa bene!» rispose lui seccato ostentando una falsa sicurezza. Finì però per alzarsi per aver sperimentato fin troppo bene, molte altre volte in passato, che la moglie non si sbagliava facilmente. Andò deciso verso l’ingresso constatando che non era affatto chiusa con il catenaccio, come temeva. Lo inserì lentamente cercando di non farsi sentire dalla moglie. Raggiunse poi la finestra della sala da dove poteva ispezionare meglio il cancello. Era buio, ma sembrava tutto tranquillo.
«Non c’è nessuno, Rosa, ti sei sbagliata!» fece rientrando in cucina. Non aveva finito la frase che questa volta il rumore lo sentì anche lui. C’era davvero qualcuno all’ingresso e sembrava voler entrare. «Potrebbe essere Floid… però…» osservò il marito alzando per aria un dito come se il cane si trovasse sul soffitto. «Non è la prima volta che a Gavino gli scappa quella maledetta bestiaccia.»
«Non verrebbe a raspare alla nostra porta, lo sai bene… se ne starebbe in giardino a far buche o a spaventare le galline» obiettò lei.
Martino non avrebbe saputo dire se in quel momento gli dava più fastidio non poter finire in pace la cena o il fatto che la moglie avesse ragione. Si portò allora nel sottoscala e accese i lampioni del giardino sia davanti che dietro casa e poi si affacciò alla finestra stando in guardia. Non c’era nessuno. Perdeva solo tempo. Stava per allontanarsi quando all’improvviso si avventò contro i vetri un grosso cane. Quel movimento era stato così violento e repentino che l’uomo ebbe l’impressione di averlo addosso. Aveva fatto in tempo a vedere le fauci spalancate contro di lui e, nella luce dei lampioni, la chiostra delle zanne che si erano messe a brillare in modo sinistro. Si premette il petto per trattenere il cuore che gli rimbombava come un tamburo di pelle tesa: mentre l’animale si era messo a mordere con rabbia la grata fino a farla scricchiolare. Si voltò poi verso l’altra portafinestra della sala e vide transitare altri due cani che frugavano e annusavano gli stipiti per trovare un varco per entrare. Adesso li vedeva bene: non erano cani: erano lupi, un branco di cinque/sei lupi.
«Sono lupi, Rosa… lupi! È incredibile! E sono anche tanti!» urlò con la voce che gli si era incrinata dall’emozione. «Ma non ci sono lupi in questa zona» disse subito dopo voltandosi verso la porta d’entrata «non ci possono essere! Non è possibile!»
La moglie era in piedi, le posate ancora in mano. E mentre il marito correva nel garage per prendere dall’armadio blindato il fucile da caccia, si guardò attorno come per trovare una spiegazione e vide che nella busta che Gavino aveva portato loro qualcosa si muoveva per trovare l’uscita. Non ci pensò un attimo. Afferrò la busta e, con un solo gesto, la buttò nel buio del giardino attraverso la finestra della cucina.
«Sono andati via…» annunciò Martino poco dopo ritornando indietro con il fucile carico. «Come erano venuti, così sono scappati. Se me lo avessero raccontato non ci avrei proprio creduto.»
La moglie annuì.
«Adesso però finiamo di cenare» disse lei sedendosi composta. «Anche se oramai è diventato tutto freddo.»
[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100
[space]

Read Full Post »


L’incontro aveva preso poco tempo. Il cliente si era rivelato meno ostico di quello che era sembrato per telefono. Ci eravamo trovati d’accordo su tutto in meno di un’ora concludendo un contratto vantaggioso per entrambi. Il problema è che ora mi trovavo a Pocatello, in Idaho, a 1.500 miglia da casa, con in tasca un biglietto aereo per Chicago solo per il giorno dopo e la prenotazione per la notte in un alberghetto della zona. In ufficio non mi aspettavano prima dell’indomani. In un caffè approssimativo, sulla strada tortuosa per Twin Falls, meditavo sul da farsi.
«Cosa c’è da vedere in zona?» chiesi alla cameriera avvicinatasi per l’ordinazione. Per un po’ lei mi stette a fissare come fossi un canguro con indosso il vestito della festa: feci in tempo a sentire l’odore dolciastro tuttifrutti della sua gomma da masticare che ballonzolava rumorosamente nella bocca aperta. Quando fu stanca di guardarmi mi disse con sufficienza:
«Può vedere intanto il menu…» e se ne andò via strisciando sul pavimento le scarpe una volta bianche.
Stavo consultando avvilito il foglio plasticato e unto che mi aveva dato quando sentii:
«Puoi andare a Ketchum…».
Era un uomo di colore, sulla quarantina, giacca seria e una cravatta intonata con la tappezzeria del locale; era a un tavolo poco distante da me con lo sguardo ficcato dentro la sua tazza del caffellatte.
«E cosa c’è a Ketchum?» gli feci.
«Il cimitero.»
«Ah, be’» risposi.
«Guarda che non è uno scherzo: c’è la tomba di Hemingway… i forestieri non lo sanno… e può magari interessarti. Sembri il tipo.»
Sì, ero il tipo.
Pochi minuti dopo, superata Twin Falls, mi ritrovai a far ingresso nel piccolo e raccolto cimitero di Ketchum. Non sarebbe mai venuto in mente di trovarci la tomba di un grande scrittore. Non c’era neppure un cartello che segnalasse la sua lapide, anche se la trovai facilmente. C’era infatti un mucchio di fiori freschi sulla lastra di marmo, ma anche di libri, persino una scatola di tonno e un sigaro. Era una tomba accudita in modo amorevole, come capita a chi è morto da poco ed è ancora nel cuore della gente.
Mi faceva impressione essere al suo cospetto. Da ragazzo avevo letto e sognato con i suoi libri; avevo invidiato il suo modo di vivere sempre al massimo, di sentirsi la libertà scorrere e pulsare nelle vene, come uno spirito indomabile nel vento; e ora quel che rimaneva di lui era a pochi passi da me.
Ernest Miller Hemingway: July 21, 1899 – July 2, 1961. C’era scritto.
Feci un giro intorno al cimitero. La campagna là attorno era molto bella: la pace la faceva da padrona. Persino i merli cantavano sottovoce.
Uscendo dal cancello vidi un uomo appoggiato al tronco di una quercia secolare. Aveva l’aria trasandata anche se i vestiti dovevano aver visto giorni luminosi e soprattutto un buon sarto. Appena mi vide mi salutò cordialmente.
«Anche lei è venuto per la tomba di Hemingway?» mi venne da chiedere accorgendomi che aveva in mano un libro scritto da lui. L’uomo mi squadrò per qualche secondo:
«Sì, ci vengo spesso qui.» Aveva un marcato accento del sud. Delle parti di Pensacola, forse, o addirittura di New Orleans.
«Hemingway è stato un grande» aggiunsi io come per giustificarmi. «Il vecchio e il mare mi ha maturato dentro una certa idea della vita che non mi ha mai più abbandonato» e mi voltai indietro indicando forse in modo troppo enfatico la tomba che si vedeva bene anche di lì. Poi mi girai di nuovo verso l’uomo aspettando che dicesse qualcosa. «Ma forse Lei preferisce Per chi suona la campana» proseguii io per uscire dall’imbarazzo del momento.
«Come dici?» mi domandò allungando il collo verso di me e mettendo il palmo della mano a conchiglia attorno all’orecchio.
«Per chi suona la campana? Il libro che ha lì accanto…»
«Ah, questo? Veramente uso le pagine per accendermi il fuoco; più tardi mi faccio due salsicce. Vuoi?» chiese allungando nella mia direzione una bottiglia di rum.
«No no grazie… sono solo le 10 e mezza del mattino.»
L’uomo parve non capire e ritirò la bottiglia. Ci pensò un po’ su e poi mi fece:
«Su quella tomba lì, quella di Amy Way, come dici tu, ogni volta che ci vengo, trovo sempre dell’ottimo rum. La gente porta un po’ di tutto a quel tizio e, non so perché, anche dell’ottimo rum. Del rum! A un morto! Si è visto mai? Eppure è così. E io me lo bevo, alla faccia dei morti, alla faccia di Amy Way. E dopo mi vado pure a prendere il sigaro. La gente è proprio strana, sai?»
«È quel che dico anch’io» gli risposi; e lo salutai.

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: