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Posts Tagged ‘campagna’

La gazza emise un stridìo acuto.
George alzò la testa, come se stesse annusando l’aria. Inclinò leggermente la testa da un lato e si voltò in direzione dell’uccello chiuso nella gabbia.
«Che c’è Gigia, eh? Che c’è?»
Mentre faceva questa domanda George sorrideva e, spingendo a colpi decisi la sedia a rotelle verso la parete opposta, si portò accanto alla gabbia.
«Lo so io che cosa significa quando diventi così smaniosa… vuoi uscire per un po’ eh?… lo capisco, accidenti se lo capisco…» fece lui scuotendo la testa e pensando a se stesso. La gazza aveva infilato il lungo becco attraverso le sbarre come per toccare l’uomo. Poi si mise saltellare sul fondo della gabbia rimestando la lettiera e facendo suoni più brevi e gravi.
«Ma sì, la mia brava Gigia… è giusto, hai bisogno anche tu di distrarti… altro che stare sempre qui ad ammuffire con un vecchio cieco.»
George rovistò con il gancio che teneva chiuso lo sportello e lo aprì. La gazza saltò sul bordo di metallo della gabbia e si guardò attorno assaporando quel momento; quindi spiccò il volo nella stanza.
George nel frattempo aveva guadagnato la finestra spalancandola e subito entrò l’alito gelido della sera, carico di profumi per la pioggia del pomeriggio. L’uomo si sorprese per tutte le immagini mentali che la memoria gli richiamò. Ne rimase quasi stordito.
Nel frattempo la gazza, dopo aver fatto un paio di voli di ricognizione, infilò decisa lo specchio aperto della finestra e si ritrovò nel cielo libero.
«Vola Gigia, vola…» le disse dietro l’uomo invidiandola «ma non fare tardi come il tuo solito…»
La gazza prese il vento che spirava da nord-est e in un momento le si gonfiarono le piume delle ali. No, non poteva sbagliare. Quel rumore che ben conosceva lo aveva sentito per tutto il pomeriggio: avevano lavorato sodo per alcune ore laggiù nel camposanto. Avevano scavato nonostante la pioggerellina insistente. Ma ciò che davvero era adesso inconfondibile era l’odore di morte fresca. Un odore inebriante, stordente perché era quello di un corpo che si stava disfacendo ad ogni ora, ad ogni minuto tanto più che, come si usava in quel paese e in quel cimitero, il cadavere veniva seppellito in piena terra. ‘Finalmente’ sembrò pensare la gazza planando impaziente verso i margini del borgo: era trascorsa un’intera settimana dall’ultima inumazione, e tanta attesa ora era premiata.
In pochi minuti arrivò a Clutthamborough; fece ala dietro al campanile di pietra nera, oltrepassò il muro di cinta, sorvolò le tombe sbilenche della parte vecchia e subito gli apparve il cumulo fresco di terra vicino alle querce imponenti. Zampettò sulla massa scura di terriccio ancora umido per capire meglio come era stata direzionata la salma ma poi non ebbe più dubbi. Raspò con forza in un punto preciso facendo scivolare di lato la terra; sarebbe stato un lavoro lungo e non facile, ma non aveva fretta e poi George l’avrebbe aspettata fino a quando non avesse fatto rientro.
Dopo una buona mezz’ora finalmente eccolo. Il viso della morta gli apparve all’improvviso dalla terra brunita, come se le venisse incontro dagli abissi del nulla. Bastarono pochi rapidi colpi del possente becco e l’occhio di sinistra saltò via dall’orbita. Con un movimento rapido lo afferrò con sicurezza e, mentre l’occhio ceruleo e spalancato nella campagna scura della sera si volgeva di qua e di là atterrito, Gigia lo ingurgitò con un colpo secco all’indietro del collo. Il sapore era quello, se lo ricordava bene, ma questa volta era più sapido e profumato per il fatto di appartenere al cadavere di una donna giovane. La gazza ebbe un fremito di godimento: era tanto che non gustava un boccone simile. E subito si mise all’opera per cavare l’altro occhio. Anche qui la sua maestria la trasse subito d’impaccio; sapeva che il bulbo era molto morbido e delicato sicché dovette far piano desiderando mantenerlo integro nella sua consistenza: sarebbe stato più buono ingurgitarlo tutto assieme. Ma quando lo ebbe saldo nel becco avvertì un rumore. Si accucciò all’interno della buca che aveva creato scavando. Dalla sua destra vide arrivare lentamente un uomo con una vanga sulla spalla. Non avrebbe dovuto esserci nessuno a quell’ora: eppure quell’uomo veniva proprio nella sua direzione. Per un po’ la gazza rimase ferma ma poi fu più forte di lei e spiccò il volo con il bulbo sradicato ben stretto nel becco. Fece alcuni giri attorno al cimitero in attesa che la situazione si calmasse. L’uomo per fortuna non l’aveva vista, ma si era messo ad armeggiare in un ripostiglio e non sembrava intenzionato ad allontanarsi. L’uccello decise di tornarsene a casa.
«Ehi Gigia, com’è andata? Hai fatto il tuo voletto?» gli disse George appena la sentì arrivare. L’uccello rimase sulla soglia della finestra indecisa sul da farsi.
«Come mai così silenziosa?» fece il vecchio che la accarezzò. «E qui cos’hai?» George prese tra la dita l’occhio levandolo delicatamente dal becco della gazza preoccupata. «Uhmm…» fece dubbioso l’uomo «… un pomodorino… e dove l’hai trovato un pomodorino di questa stagione?»
Gigia gracchiò sommessamente.
«Magari brillava alla luce della luna piena e te lo sei portato via. Sei proprio una ladra! È per questo che quando torni dai tuoi giretti non hai mai fame, eh?. Sembra proprio appetitoso, mi verrebbe voglia di rubartelo a mia volta e di mangiarmelo, ho ancora giusto un languorino…» le disse George con tono di finto rimprovero posando l’occhio sul davanzale. «E adesso fila dentro, su, basta per questa sera… che poi mi diventi grassa. Lasciati qualcosa anche per domani…»
E la gazza, ripreso nel becco il bulbo, se ne volò dritto e in silenzio nella sua gabbia.
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A Marcello era morto il padre da qualche mese. Anche se il genitore aveva superato i novant’anni, perderlo era stato pur sempre un fatto che oltre a turbarlo profondamente lo aveva colto di sorpresa. Non si riesce mai a realizzare che la persona che ti è stata vicina fin dalla nascita all’improvviso non ci possa più essere.
Ciò che lo preoccupava di più però era la madre. Loro erano stati sposati per più di 55 anni. Più di una vita, fino a confondersi con essa.
La morte del marito l’aveva devastata. Per mesi era rimasta chiusa in casa, in una sorta di mutismo doloroso, seduta sulla poltrona preferita di lui. Non batteva ciglio, sembrava persino non respirare. Poi piano piano aveva ripreso la vita normale. Ma era sempre taciturna, assente, come se fosse scesa in un pozzo.
Fino a qualche giorno fa.

Marcello, telefonandole aveva sentito un’altra voce, un altro tono. Sembrava ritornata giovane, a quando era il vero motore della casa.
«Ho conosciuto una nuova amica» gli aveva riferito per telefono e il suo sorriso attraverso il cavo telefonico era arrivato intatto e radioso sino alla immaginazione del figlio. «Si chiama Annina».
Ed era stato il caso ad averle fatte incontrare, gli spiegò. Lei aveva perso la strada andando chissà dove ed era entrata nel suo giardino chiedendo informazioni. E così avevano cominciato a parlare, a discutere di ogni cosa, a ridere e scherzare, come se fossero state sempre grandi amiche. Aveva saputo che era di Padova dove aveva passato la sua gioventù sino a quando non si era innamorata di un bel tipo che l’aveva portata con sé ad Alvona per poi lasciarla per un’altra dopo qualche tempo.

Marcello, incuriosito di un così grande cambiamento, si mise in macchina un week end e andò a farle visita nella sua casetta di campagna.
Appena arrivato la vide che stava badando alle sue rose; era in splendida forma, ben vestita, raggiante, serena.
«Ti trovo benissimo mamma, sono proprio contento.»
Si baciarono e abbracciarono commossi.
«E Annina? Non me la presenti? È qui?» gli chiese ansioso il figlio.
«Certo che è qui!»
«Qui dove, mamma?»
«Ma lì, sui tuoi piedi.» Marcello abbassò lo sguardo.
«Ma è una gallina, mamma…»
«Certo, una gallina padovana per l’esattezza. Guarda, ti becchetta le scarpe. Ti vuole già bene. Lo sapevo che le saresti piaciuto, è impossibile resisterti.»
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Malagigi

Si svegliò per il freddo. L’aria intorno a sé era piena dei suoni della notte e satura di odori. Le stelle non erano sufficienti a illuminare il luogo in cui si trovava e dovette aspettare l’alba per cercare di ricordarsi perché fosse lì. E chi fosse.
E l’alba puntualmente arrivò, con una manciata di rossi e di violetti gettati alla rinfusa nel cielo da est a disegnare, a poco a poco, una volta di un azzurro limpido come il mare. La luce alzò il velo su quella campagna desolata che non riusciva proprio a riconoscere. Si levò in piedi barcollando e si accorse di essere appesantito da un’armatura da viaggio con tanto di spada. Una spada tornita da un fine artigiano che aveva sapientemente arabescate la lama e l’impugnatura. Forse era una persona di rango?
Guardò a terra alla ricerca di altre cose che potevano appartenergli: vide l’elmo e un masso macchiato di sangue; e subito avvertì un forte indolenzimento alla nuca. Si tastò con la mano: anche il guanto era sporco di sangue. Il suo. Dunque era caduto. Dunque ci doveva essere anche il suo cavallo da qualche parte. Non era pensabile che si fosse spinto tanto lontano, così bardato, a piedi.
Prese a camminare in circolo cercando le tracce degli zoccoli; non poteva essere lontano. I cavalli anche se spaventati rimangono sempre nei pressi a meno che non siano abbastanza vicini al luogo di partenza da tornarsene da soli alla scuderia, pensò. Il sole nel frattempo si era alzato sull’orizzonte, tracciando ombre sempre più corte e nette. L’armatura che aveva indosso e la lunga spada che si impigliava in ogni cespuglio non erano adatte per una passeggiata in campagna. Era in procinto di alleggerirsi quando in fondo alla collina distinse la figura di un cavallo: doveva essere il suo. Accelerò il passo cercando di arrivare da sopravvento per non spaventare l’animale. Ma non ce ne fu bisogno perché il sauro rimase immobile anche quando lui raccolse le briglie. Lo accarezzò, cercando di cogliere qualche segno nella montatura che gli facesse tornare in mente chi fosse. Sulla coperta del sottopancia c’era ricamato un nome: Malagigi. Era lui, allora, costui?
Montò sul cavallo. Le staffe erano lunghe per un uomo della sua altezza. Poteva essere davvero il suo cavallo. Del resto che ci poteva fare un animale, da solo, completamente sellato, in una campagna deserta? Bene, pensò. Ora doveva unicamente ricordarsi perché era lì. Certo, se il cavallo era andato in quella direzione, puntando verso nord, non poteva che voler dire che se ne stava tornando per istinto a casa; la sua possibile destinazione era allora dalla parte opposta. Girò il cavallo e prese il sentiero che lo avrebbe condotto al luogo in cui si era svegliato. Di lì avrebbe proseguito.
Dopo un centinaio di metri si accorse che la sella aveva un leggero ispessimento sulla parte davanti. Si fermò a controllare: c’era un’apertura nell’arcione, una specie di doppio fondo. Infilò la mano e tirò fuori una busta chiusa con la cera lacca. Era un messaggio! Allora era un corriere! Ecco cos’era! Ma sì, certo. Si spiegava il cavallo veloce e l’assenza di segni distintivi. Era felice di aver fatto un altro passo importante in avanti. Anche se ancora non sapeva chi fosse esattamente e a chi dovesse consegnare la missiva.
Risalì la collina arrivando al luogo dove era stato disarcionato. Raccolse l’elmo. Sì, occorre proseguire verso sud, si disse, e partì al galoppo fiducioso.
Al terzo giorno di cavalcata arrivò finalmente a un Castello. Era lì che era diretto? Doveva prendere informazioni prima di avvicinarsi, era più prudente. Girando intorno alle mura gli si aprì all’improvviso una piana vastissima disseminata di cadaveri; ovunque rovine fumanti, corvi a nugoli, gente che si lamentava e si disperava nel sangue e nel fango e i soliti sciacalli che rubavano quel che di miserrimo avevano addosso i corpi straziati.
«Cosa è successo qui, soldato?» domandò a un uomo che aiutava un commilitone a portar via un ferito.
«Come? Non lo sapete? Il Signore Braccioforte degli Odorici ha attaccato durante la notte, come si temeva. È stato un massacro. La superiorità numerica dell’Alleanza, dopo tanti giorni di assedio, ha avuto alla fine la meglio. La staffetta che avevamo inviato non è più tornata e i rinforzi non sono mai arrivati. Ora sono loro che comandano.»
Il cavaliere si accorse che lo stemma che si notava sul gagliardetto della barella era il medesimo impresso nella cera lacca del messaggio. Non c’erano più dubbi: aveva sbagliato strada: era tornato da dove era partito. Avrebbe dovuto portare il messaggio a chissà chi e aveva fallito nell’impresa: ora avevano perso la guerra, la terra e la libertà, per colpa sua.
Voltò il cavallo e si allontanò lentamente. Non sarebbe mai più tornato: non sarebbe diventato il servo di nessuno.

«Principe!» sentì dire dopo un po’ dietro di lui. Un gruppo formato da cinque cavalieri lo aveva raggiunto al galoppo. Chi parlava teneva per la cavezza un baio imponente dai finimenti dorati che lo seguiva con docilità. «Eravamo in pensiero, Vostra Altezza. Ci avevano avvertito in ritardo che era partito nottetempo dall’accampamento per fermare il corriere visto uscire dal Castello dei Federici. Lo abbiamo trovato, a tre giorni da qui, passato a fil di spada, ma abbiamo perso ogni traccia di Voi ed eravamo seriamente preoccupati. Ma vedo che state bene, grazie a Dio. Torniamo alla nuova Reggia, Principe. Riprenda il Suo cavallo. È stata una battaglia epica e abbiamo vinto solo grazie al Vostro coraggio; Vostro padre Braccioforte, Vi attende con trepidazione e per tributarVi gli onori che meritate. Dobbiamo festeggiare.»

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«Ti aiuto a tagliare il prato, nonno?» Il vecchio guardò per un attimo il nipote, pensando a cosa potesse fargli fare. Il volto del bambino si era acceso in un sorriso contagioso.
«Ma sì, mentre inizio qui, tira su i rametti che trovi qua e là così faccio meno fatica a passare il tosaerba.»
Il vento, che spesso rinforzava in quella zona, faceva cadere dalle decine di querce una quantità considerevole di piccola legna che, finendo tra le lame della macchina, rendeva difficoltoso il taglio. E il bambino, accettando di buon grado il suo compito, andava e veniva per il prato come un’ape laboriosa depositando nella cesta, messagli a disposizione dal nonno, tutti i rametti che trovava.
Poi Tommy, tornando da una delle sue corse a perdifiato da dietro le compostiere, si bloccò impietrito davanti al nonno.
«Cosa c’è, tesoro?»
«Nonno nonno, c’è una mano, laggiù!»
«Una mano? Ma cosa dici?»
«Sì, una mano… la mano di una vecchia…»
«Fammi vedere.»
Il nonno spense il tosaerba e, preso per mano il bambino, si fece accompagnare.
«Ecco, è lì dietro» fece Tommy fermandosi a debita distanza e indicando un punto dietro le compostiere. Il vecchio rovistò con cautela. C’era un nugolo di mosche là attorno e un odore di carne putrefatta che toglieva il respiro. Raccolse delicatamente la mano diventata grigio-nera, e, girandosi verso il nipote, gli disse:
«Non devi avere paura Tommy. È la mano di Elsa, la mia vicina di casa. Una settimana fa, mentre era nell’orto, è stata morsa al palmo da una vipera. Siccome aveva la roncola in mano, non ci ha pensato neppure per un attimo e si è troncata di netto la mano all’altezza del polso prima che il veleno le andasse in circolo; e poi, come se niente fosse, tamponandosi il moncherino, se n’è andata a piedi da sola in ospedale. Donne d’altri tempi!»
Il bambino continuava a fissare quella mano mozza che si agitava tra le dita del nonno. Era sempre più pallido.
«Quando poi è tornata a casa non ha più trovato la mano anche se l’abbiamo cercata ovunque. Evidentemente qualche gatto se l’era portata via.»
Poi l’uomo, con un colpo secco, sfilò la fedina d’oro dall’anulare.
«Sarà contenta di riaverla…» disse sorridendo e buttando la mano rattrappita nella compostiera.

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«Perché l’hai abbattuto, papà, perché?» gli chiese non appena varcò il cancello. Il padre aveva la motosega in mano, la catena dentata stava ancora girando. Lui aveva l’espressione di chi fosse stato colto in fallo e non potesse negarlo, anche se avrebbe voluto tanto farlo. «L’avevo scelto io, babbo, ventisette anni fa, non ti ricordi? Volevi che il primo albero che fosse piantato in questo posto appartenesse solo a me.»
«Sì, piccola mia, lo ricordo bene, è che… è che…» il padre non sapeva cosa aggiungere, quali parole scegliere. Posò la motosega sul prato e si mise le mani sui fianchi a osservare lo scempio dell’albero a terra che ancora non si era accorto di essere privo di vita.
«Era sano, rigoglioso, ci dava delle meravigliose ciliegie…» incalzò la figlia alzando un poco la voce «perché l’hai fatto?»
E, proprio come le ciliegie, una parola tirò l’altra, e Lene disse cose che non avrebbe dovuto mai dire.

«Perché ha fatto una cosa simile il babbo?» chiese poi la figlia alla madre che stava riordinando la cucina. Sulle prime la donna era restia a parlarne e poi, certa che il marito fosse nel campo, glielo spiegò:
«È per via di quello che si dice.»
«Perché, che cosa si dice, mamma…?» domandò lei prendendo un tono di sufficienza.
«Della circonferenza dell’albero…»
«E cioè?»
«Si dice che quando il tronco dell’albero raggiunge la circonferenza della testa di chi lo ha piantato quest’ultimo muore.»
«Ma è una stupidaggine, mamma, lo sai benissimo, come si fa a credere a queste cose?»
«Sì probabilmente hai ragione tu, Lene.»
«Certo che ho ragione! Credevo che papà fosse più intelligente di così: credere a una idiozia simile!»
«Però non dovevi comunque dirgli tutte quelle cose tremende, non se lo merita, pover’uomo; ti vuole tanto bene.»
«Certo, si vede come mi vuole bene… lo si vede da come si comporta; pensavo ci tenesse anche lui a quell’albero: era un ricordo.»

«Buona sera, signorina» le disse Karl seduto sugli scalini della sua veranda. La ragazza era appena uscita di casa e aveva tirato fuori le chiavi della macchina. «Peccato per il ciliegio…» disse lui facendo un cenno con la testa.
«Sì, un gran peccato» ribatté lei che voleva tagliare corto.
«Ha aspettato fino all’ultimo, sa?»
«Chi?»
«Suo padre, Aaron. Ha aspettato sino all’ultimo a tagliarlo. Pensava che lei, diventata adulta, avrebbe capito e non avrebbe avuto nulla da obiettare quando l’avesse tagliato.»
«Non mi dica che ci crede anche lei a questa fandonia…»
«È libera di non crederci, signorina… ma sappia che non voleva affatto abbatterlo e così ha aspettato… ha aspettato troppo… Oramai non c’è più niente da fare, le circonferenze sono uguali, le abbiamo misurate ieri.»
Lei avvertì che si stava indispettendo di nuovo, ma, prima che potesse dire qualcosa, Karl proseguì: «e quindi sarà anche un po’ per colpa sua» fece lui con amarezza.

Poi si sentì un urlo provenire dalla casa dietro di lei. Lene si voltò mostrando per un attimo il profilo che tradiva la sua discendenza danese. Era la mamma che urlava.
«Il babbo, il babbo…» si udì nella campagna resa fresca e tersa dalle ultime piogge «Dio mio, Dio mio… Aaron, rispondi, Aaron…»

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Il pallone fu scagliato così in alto che i ragazzi si fermarono a seguirlo con lo sguardo ammutoliti. La polvere nel campetto di calcio tardava a posarsi a terra, tra scarpe rotte e ginocchia sbucciate. Solo quando il pallone cominciò la parabola discendente si misero a urlare e a fischiare in modo liberatorio.
«E adesso?» chiese Jim detto “il Mamba”, chiudendo un occhio per il sole che gli sbatteva in faccia. Tom se ne stava assorto, come si conveniva a chi era riconosciuto il ‘capetto’ indiscusso del gruppo. Tutti infatti si stavano rivolgendo a lui perché solo lui avrebbe saputo cosa fare in un simile momento. Anche se Tom non era né il più alto né il più ben messo del branco si era imposto da sempre sugli altri per quella sua personalità arrogante e prepotente. E poi, nonostante i suoi tredici anni, si faceva la barba da un bel pezzo, almeno così lui sosteneva, e bestemmiava senza ritegno.
«Il pallone è caduto nel campo del vecchio Krupp…» azzardò Red come se non fosse stato evidente. Il vecchio Krupp aveva recintato il suo campo, fatto andare a orto, con il filo spinato. Ma non contento di questo, per spaventare cornacchie e merli, che a suo dire gli beccavano l’insalata e la verdura, aveva sistemato appena dietro la recinzione alcuni fucili da caccia i cui grilletti erano legati ad altrettante lenze nascoste nell’erba; bastava spostarle anche di poco e ti sarebbe arrivata addosso una dolorosissima scarica di sale e pepe.
«Mandiamoci Matthew» sentenziò Tom con un sorriso perfido e girandosi in direzione del bambino. Matthew era il timido del gruppo, quello mingherlino, quello sempre malaticcio, intelligente sì, ma del tutto inadatto alle scorribande di un gruppo di ragazzini senza controllo. La vittima ideale.
«Grande idea, Tom» dissero i ragazzini in coro.
Matt, seduto sulla panchina priva di alcune doghe centrali, aveva lo sguardo basso. Era consapevole che non avrebbe potuto opporsi. Era l’ennesima angheria che avrebbe subito. Ma stare a casa con il padre violento a secondo della luna che sarebbe apparsa in cielo era anche peggio. Era lo scotto che doveva pagare per non restare solo in quel paese cresciuto a stento sulla groppa della montagna. Così, senza dire nulla, si alzò ubbidiente dirigendosi sollecito verso il vicino campo di Krupp. Se questa cosa doveva essere fatta tanto valeva farla subito, pensò. Il gruppo lo seguì facendo battute e sorrisetti: si pregustavano la scena. Raggiunsero l’angolo sud dove la rete era stata in parte piegata: di lì sarebbe stato più semplice passare. Ma le fucilate non le avrebbe evitate, quelle no; Matt lo sapeva e sapeva bene quanto male gli avrebbero fatto sulla pelle il sale grosso e il pepe di cayenna; il pallone poi era finito proprio in mezzo al campo, a ridosso di alcune grosse piante di cavoli. ‘Ma quanti saranno ‘sti fucili?’ Si chiese Matt mentre indugiava sul perimetro cercando di individuarli nell’erba.
«Hai bisogno di un incentivo?» gli domandò sarcastico Tom battendo più volte il suo pugno destro contro il palmo sinistro. La sua risata contagiò tutti. Matt, senza ulteriori indugi, tenne scostato il filo spinato con un palo preso poco distante ed entrò deciso nel campo. Mentre si inoltrava aspettando l’arrivo della prima fucilata, chiuse gli occhi. Ma non arrivò. Senza correre proseguì con passo rapido verso il centro dell’appezzamento; arrivò agli spinaci poi alle carote e infine ai cavoli. Nulla. Nessuna fucilata, nulla di nulla. I ragazzini, che fino a qualche minuto prima avevano temuto il peggio, ora erano delusi. Matt raccolse il pallone e, sempre senza correre, fece a ritroso lo stesso percorso. Andò da Tom. Lo fissò negli occhi con un’intensità tale che quello per un attimo abbassò i suoi. E quindi, anziché restituirgli il pallone, con un ampio gesto del braccio lo gettò alle sue spalle, di nuovo in mezzo all’orto. Un silenzio gelido scese tra il gruppo. Tom per un attimo non seppe che fare. Non era mai successo. Non era mai successo che Matt lo squadrasse con quell’odio così intenso, né che si comportasse in quel modo. Quando Tom realizzò le conseguenze di quella ribellione Matt era già sparito. Per darsi un contegno e chiudere il più presto possibile quell’increscioso episodio entrò allora da solo nel campo per riprendersi il pallone che suo padre gli aveva comprato appena pochi giorni prima. Seguì una prima detonazione, poi una seconda e una terza, e quindi se ne perse il numero.

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Guarda quella gazza lassù come vola sicura,

sembra che abbracci tutto il cielo.

Tic tic tic
La lancetta dei minuti si inoltrava impavida sul quadrante della sveglia.
Tic tic tic
In due posizioni, quando era sul secondo minuto e poi sul trentaduesimo, la lancetta catturava per un attimo il chiarore della finestra rimandando una scintilla di luce; una luce livida, fredda, di un mattino ostile.
Tic tic tic

Una mezz’ora dopo Lui già beveva il caffellatte sotto il portico di casa cercando di scaldarsi le mani sulla superficie bollente della tazza; nella notte il prato si era incanutito di galaverna come fosse invecchiato di mille anni e il tempo si fosse dimenticato della sua vita in quella campagna sperduta al limitare del bosco. Il gatto, appena lo vide, gli si mosse incontro uscendo dallo spigolo della colonna, ma poi si arrestò; erano settimane che non si faceva vedere e ora si sentiva in colpa tanto da non sapere più se avvicinarsi o meno per la sua razione di carezze.
Tic tic tic

Allora Lui scese le scalini e si inoltrò di qualche metro nel giardino verso l’albicocco inscheletrito. L’erba ghiacciata sotto i suoi passi si spaccava come vetro. Ed era quello l’unico rumore nell’aria tesa, sopra quelle foglie a terra che rabbrividivano nei raggi di un sole addormentato. E fu quello il momento in cui avvertì che il fruscio che sentiva nella testa da qualche giorno erano in realtà parole. Sentiva le voci, ora ne aveva la certezza: forse stava davvero impazzendo; frugò con lo sguardo il muschio gonfio di rugiada ai suoi piedi, come se cercasse lì la risposta.
Ma basta, è l’ora di finirla!” sentiva nelle tempie. “Non si può più andare avanti così. Pelandroni, sanguisughe, sciacalli”.
Tic tic tic

Rientrò in fretta. Andò in bagno e si riempì la vasca d’acqua calda. Voleva fare un buon bagno. Forse lavarsi gli avrebbe fatto bene e gli avrebbe pulito anche l’anima. Forse avrebbe dilavato via tutte le scorie negative di anni di pensieri malsani. Sì, lavarsi, lavarsi con la spazzola dei panni, fino a togliersi il primo strato di pelle. La mamma del resto glielo diceva sempre quand’era bambino: ‘un buon bagno caldo e tutto il mondo parrà diverso’.
Bisogna fare qualcosa” sentì dire nella sua testa quando si stava asciugando e già si era illuso di non dover più sentire quella Voce.
Non si può più far finta di nulla”.

La Voce non si acquetò neppure durante la notte. Riuscì a dormire poco o nulla e l’indomani era anche peggio. La Voce era sempre più forte. Urlava, urlava, urlava.
Prese la macchina e, carico di angoscia, andò dal dottore.
‘Sa, mi succede questo e questo’, gli disse, tutto di un fiato.
Ma Lui non riusciva più a capire chi stesse dicendo cosa e a chi. Era davvero Lui che parlava o era la Voce dentro di lui che parlava con il dottore confondendolo?
Tic tic tic

Quando tornò, più disperato di prima, la casa era immersa in un buio abnorme. Era spenta persino la luce di cortesia davanti al portone. Pareva la casa di un altro che l’avesse chiuso fuori per sempre.
“FACCIAMOGLIELA VEDERE A QUEI PORCI” gridò la Voce. “SONO CAROGNE, DELLE SPORCHE CAROGNE!”

«Basta, basta!» si mise a sue volta a gridare tappandosi entrambe le orecchie «non ne posso più! Basta!»
E così dicendo si accorse che era salito sulla torretta di casa.
Afferrò la scala e montò sul tetto.
C’era tutto il mondo sotto di lui. Le stelle sembravano appiccicate nel buio profondo mentre il gelo si preparava nuovamente ad abbracciare il respiro della terra.
Pensò a quando da piccolo suo padre gli aveva insegnato ad andare in bicicletta.
“BUTTATI, BUTTATI!” gli urlò la Voce.

Guarda quella gazza lassù come vola sicura,
sembra che abbracci tutto il cielo.

Tic tic.
Tic.
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