Nella Gola del Lupo

Non sapeva neppure lui perché quella sera spingeva così tanto sull’acceleratore. Forse semplicemente gli andava. Forse semplicemente perché voleva sentirsi vivo dopo quella serata terribile. Una festicciola tra “amici” dove si era sentito solo, non considerato, trasparente. Non era tardi, non c’era nessuno che lo stesse aspettando, ma così aveva deciso.
E la terza curva della Gola del Lupo gli fu decisiva. La ruota posteriore destra perse aderenza. C’era qualcosa sulla strada: del brecciolino lasciato, come si seppe dalla successiva indagine, dalla ditta che aveva riparato poco più in su la massicciata. Non avevano pulito bene il cantiere, presi com’erano dalla fretta di consegnare il lavoro al Comune, giusto per non pagare la penale salata. Il vento e il passaggio dei camion avevano poi fatto il resto sparpagliando la ghiaia ovunque. Già, perse aderenza il SUV di Marcello, e il retro della macchina scappò via da un lato mentre i troppi Lagavulin che gli rimbombavano nella testa gli impedirono di reagire come avrebbe dovuto. E fu subito tutto buio e quando riaprì gli occhi era a testa in giù nell’abitacolo ribaltato. Non sentiva male e questo, tutto sommato, gli parve subito molto strano.
«Ehilà che ti è successo?» disse un uomo con una grande pancia e la maglietta blu con su scritto ‘Aquogas al tuo servizio‘. Bella botta!» fece chinandosi verso il finestrino esploso nell’urto e battendo una mano sulla scocca accartocciata. «Ma a quanto andavi? A 150?»
«Macché a 150… almeno almeno a 180… con questa macchina è un attimo!» fece un giovane uomo con un volante in mano e un paio di occhiali sulla fronte che sembravano appartenuti a Nuvolari.
«E dire che è una splendida serata…» fece una donna anziana con un cappellino rosa che si avvicinò appoggiandosi a un bastone. «È piena di stelle, e si sentono tutti i profumi del bosco…»
«Sì, … profumi di muschio, funghi e di resina di pino… lo so, lo dici ogni volta, Marta… e basta!» fece sbottando il giovane uomo con il volante in mano.
«Cosa ci posso fare io se sono una inguaribile romantica…» sbuffò lei prendendosi entrambe le guance con le mani.
«Ma chi siete?» disse appena sussurrando Marcello.
«Siamo amici» gli disse l’uomo dell’Aquogas.
«Sì sì, amici amici» confermò un ragazzo rosso di capelli e un lagotto al guinzaglio.
«Siamo tutti deceduti proprio su questo maledetto curvone… anche se in tempi diversi» alzò la voce un altro uomo, molto distinto, con la sciarpa e il borsalino sulla testa. «Chi era distratto, chi ha calcolato male la curva, chi non l’ha vista per la nebbia. Abbiamo tutti fatto in qualche modo un errore fatale. Come te del resto. Sono decenni, se non di più, che la popolazione della Valle si lamenta con l’Amministrazione comunale: ma non c’è mai stato nulla da fare…»
«Noi ci ritroviamo qui…» seguitò il ragazzo con il cane che tirava verso un albero «ci facciamo due sane chiacchierate in allegria e veniamo a vedere i nuovi arrivati…»
«Su, dai, esci di lì…» gli disse la donna con il cappello rosa «sono sicura che sono nati nuovi funghi nella nottata…»
«Non starla ad ascoltare…» ribatté il ragazzo con il cane «è tutta matta… però su questo ha ragione: unisciti a noi che andiamo a spaventare gli animali del bosco insieme al mio Tappo…» Il cane lo guardò e sembrò assentire.
«Non stare a soffrire, abbandonati, smetti di lottare…» gli fece un terzo uomo un po’ più lontano, ma che sorrise come se si trovasse davanti a una cinepresa.
Poi si udì l’urlo lacerante di una sirena d’ambulanza, uno scalpiccio nervoso, un richiamarsi concitato di persone.
«Bisogna intubarlo, subito!» ordinò il medico alla donna che era vicino a lui. Altri due intanto avevano sganciato Marcello dalla cintura di sicurezza e lo avevano adagiato sulla barella. Gli abbaglianti dell’ambulanza illuminavano una scena drammatica come in un film giallo dozzinale. L’équipe stava facendo una prima trasfusione: Marcello era in stato confusionale, aveva perso molto sangue ed era pallido e freddo come il marmo.
«Portiamolo via» esortò ad un certo punto il medico.
In pochi secondi Marcello era già sistemato nell’abitacolo dell’ambulanza e il motore del veicolo era acceso.
«È un posto davvero da lupi, questo…» disse il paramedico guardandosi attorno e chiudendo il portellone posteriore. «Non c’è anima viva per chilometri… Un posto pessimo per decidere di abbatter alberi con la propria macchina.»

Il canto melodioso dell’usignolo

usignoloNotte # 1
Sono proprio contento di essermi trasferito qui in campagna dal centro città. Aria profumata, colori riposanti, il silenzio. In questa notte tranquilla, poi, si sente solo il canto melodioso dell’usignolo. Niente più turisti, niente più traffico, niente più idropulitrici che sferragliano sulle strade alle quattro del mattino. Solamente sole e aria buona, cibo sano e riposo. Ah, sono in pace con me stesso.

Notte # 3
Gran bella giornata, anche oggi. Ora mi ci vuole davvero un meritato riposo. Un bel libro e un meritato riposo. Ho fatto proprio bene a sistemarmi in questa casetta. Ho le mani tutte spellate ma sono felice.
I ritmi sono diversi da quelli di città. Non c’è che dire.
Anche l’usignolo ha iniziato presto questa sera a tenermi compagnia. Non mi stancherei mai di ascoltarlo.

Notte # 6
Una giornata davvero faticosa. Non ci sono abituato.
I maggiori sforzi che facevo quando lavoravo erano quelli di scrivere al computer e parlare con la gente. Ora bisogna dissodare la terra, potare gli ulivi, innestare le piante, tagliare l’erba e riporre la legna e poi… e poi le galline. Perché ho comprato le galline? Non mi bastava andare al market e comprare le uova? Anche se qui non è come nella grande distribuzione giù in città dove trovi di tutto: sugli scaffali ci sono appena quattro cose e di marche sconosciute.
E poi la terra è propria bassa. Ma perché l’hanno sistemata così in basso?
Per fortuna posso dormire in tranquillità in questo silenzio stupendo.
Certo: sembra che l’usignolo aspetti proprio il momento in cui mi corico. Tocco il letto e lui canta. Canta bene, per carità, ma canta. Gran parte della notte. Anzi, a me sembra tutta la notte. Si azzittisce solo all’alba.
Chi potrebbe però vantarsi di avere un usignolo personale, come ce l’ho io? Forse nessuno.
Forse perché non è una cosa di cui vantarsi. Ha due polmoni supplementari, questo volatile? Fischia, trilla e gorgoglia. Non potrebbe acquietarsi anche solo un po’ e farsi un giro? Che so, andando a usignole o a mettere in ordine il nido o a far la spesa?

Notte # 14
Oggi ha grandinato fortissimo: non avrò nemmeno un frutto questa estate. Sono bastati pochi minuti di grandinata e il prato è diventato tutto bianco. Per fortuna avevo riparato la macchina. C’erano però a terra fiori, foglie e gemmine già turgide. Un disastro. C’erano anche dei nidi di merlo spaccati a metà con le uova rotte.
Vado a dormire. Non ci voglio pensare. Che nervoso.
Chissà perché l’usignolo è sempre sopra all’albero accanto alla mia camera da letto. Forse ci ha fatto il nido? Il suo nido evidentemente è rimasto intero! Il merlo sì e l’usignolo no. Non c’è giustizia distributiva tra gli uccelli?
C’erano altri 32 alberi a disposizione dove poteva stare…

Notte # 16
Potrei convincere l’uccello ad andare da un’altra parte. Potrei scuotere l’albero o i rami oppure potrei uscire di notte con una di quelle trombette da stadio… ma no ma no, che dico? Mi farei odiare dai vicini; già mi guardano in modo strano ogni volta che passo per la strada; sì ho la macchina lussuosa e allora? Ho lavorato una vita per comprarmela. E ora che sono in pensione ho voluto regalarmela. Che colpa ne ho io se siete tutti dei contadini poveracci?
No, la tromba da stadio non va bene.
E se segassi l’albero?
Ma no… mi fa ombra sulla camera da letto ed è fresca per questo. E poi è un olivo di Boemia con un profumo dolcissimo di vaniglia…

Notte # 21
(si sente un colpo di fucile)

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Karakul

cappello-lana-karakul«Lei è sicuro, Mr. Collins, di voler accettare il lavoro?»
«Certo, si fidi di me, Mr. Habbot, dormo molto poco normalmente e, a comando, non dormo affatto. Sono un professionista» e, pronunciando questa frase, intrecciò le dita delle mani davanti a sé in un strano gesto che diede forza a quello che aveva appena detto.
«No, perché i suoi predecessori hanno fallito miseramente sul punto…» chiarì subito Mr. Habbot, rimanendo per un attimo in silenzio giusto per vedere l’effetto che avrebbero fatto quelle parole sul viso marmoreo dello specialista. «E io ho davvero necessità e fretta di sapere il numero complessivo delle pecore: è mia intenzione vendere al più presto tutto il mio gregge di karakul a un offerente interessato. E ogni pecora, come lei sa, ha un valore notevole sul mercato e voglio concludere un buon affare…»
«Non si preoccupi, Mr. Habbot, ho una esperienza pluridecennale nel campo e sono molto stimato nell’ambiente dei Ricognitori ovinici» disse Mr. Collins pacato, disegnando nell’aria una pecora rettangolare. «Non sono mai venuto meno a un impegno contrattuale…»
«Ricognitori ovinici?» chiese confuso Mr. Habbot.
Ci fu un silenzio pieno di imbarazzo.
«Sì, insomma, dei contapecore» fece poi Mr. Collins non nascondendo il suo disappunto.
«Ah, ecco… appunto, contapecore… Sì, infatti, ho sentito parlare molto bene di lei…»
«Grazie… Per cui stia tranquillo, anche se ho già notato che il suo gregge è veramente notevole quanto a dimensioni» e il suo sguardo volò in giro per la stanza come se le pecore fossero lì intorno.
«Sì, ne sono davvero orgoglioso…»
«E fa bene.»
«Peccato che lei sia solo un po’ tanto caro…» e qui Mr. Habbot fece una smorfia sulla faccia impassibile del suo interlocutore. Non avendo ottenuto, anche questa volta, alcuna reazione, proseguì: «Quindi mi faccia capire bene, Mr. Collins… lei è in grado allora di contarmi tutte le pecore senza addormentarsi, vero?»
«Esatto.»
«Ovviamente mi dovrà specificare quanti sono i montoni, anche se questo specifico dato dovrei avercelo già, quante le pecore e quanti gli agnelli. Ogni capo ha il suo prezzo e il suo valore.»
«Ovviamente.»
«Come preferisce contarle? Separatamente o secondo un ordine particolare?»
«Guardi, in realtà non fa differenza…» fece Mr. Collins, sporgendosi leggermente in avanti con il busto mentre un riflesso gli brillò sugli occhiali. «Mi segno tutto man mano che vado avanti, senza saltare nulla. Anzi, le saprò dire esattamente anche l’età dei capi via via che li censisco. Con un margine di errore di pochi giorni, massimo una settimana.»
«Addirittura? Così, solo guardando i capi?»
«Certo! Come correttamente ricordava lei, ho un tariffario di fascia alta, ma il risultato è assolutamente garantito e molto analitico: la sorprenderò! In fase di vendita lei potrà prevedere persino prezzi differenziati a seconda dell’età del capo e del suo stato di salute.»
«Anche dello stato di salute? Ma è incredibile!»
«Sì, la Collins & Collins è leader nel settore e non lascia mai nulla al caso.»
«E quanto tempo pensa che le ci vorrà per la conta… mi basta anche solo una stima approssimativa. Come le dicevo, mi devo organizzare in modo da poter fissare per tempo l’asta per i compratori: vorrei farmi trovare pronto.»
«Dunque, direi… ad occhio e croce… un giorno… sì, un giorno» fece voltandosi a destra e a sinistra come per abbracciare con una sola occhiata un gregge solo a lui visibile. «Dalle 8 del mattino, quando inizierò, sin verso l’imbrunire.»
«Ah, bene, in fondo è meno di quello che pensassi. E come vuole essere pagato? A numero di pecore contate o a corpo?»
«Di solito a corpo… una volta che mi sono reso conto all’incirca della quantità complessiva, possiamo fissare il prezzo e, se le va bene, concludiamo.»
«D’accordo, meglio ancora. E ha bisogno di aiuto, di assistenza?»
«Sono abituato a lavorare da solo… se per lei non è un problema.»
«Al contrario, se non è un problema per lei… E quando potrebbe iniziare?»
«Anche domattina.»
«Anche domattina! Ma è splendido.»

«Mr. Collins, Mr. Collins si svegli… lei si è addormentato. Che ne è della sua professionalità… del lavoro analitico di fascia alta? Lei mi ha proprio deluso.»
«In realtà ho finito prima del previsto… e mi sono concesso un pisolino perché è stato stancante. Ecco, qui il suo report, Mr. Habbot, completo e approfondito» disse allungandogli un fitto dossier persino rilegato con copertina in pelle scura e i titoli in rilievo color oro sul frontespizio. «Come vedrà, per essere lei un nostro nuovo cliente, ho inserito anche ulteriori dati che troverà interessanti.»
«Davvero?»
«Già, sembra che alcune pecore desiderino darmi mandato per sporgere denuncia nei suoi confronti…»
«Come? Ma che dice? Una denuncia? Le mie pecore?»
«Sì, per abusi sessuali. Ma vedrà, sono sicuro che troveremo una soluzione.»

Crescerai lentamente

Le prime avvisaglie si manifestarono qualche anno prima; a marzo o poco più.
Saverio aveva passato sul prato di casa il primo tosaerba della stagione e, alla fine del lavoro, nel dare una pulita alle scarpe, le aveva notate. Erano come delle piccole escrescenze bianche, con un puntino nero in cima. Pensò di avere pestato qualcosa. Chissà, forse un uccellino in decomposizione, forse un fungo. Non ci badò più di tanto, anche perché, con una buona spazzolata sotto l’acqua corrente, sparì subito ogni traccia.
Dopo qualche giorno accadde di nuovo, non più però nel suo giardino.
Per ragioni di lavoro aveva dovuto fare un sopralluogo in un campo arato di fresco. Una cosa complicata, inutile starlo qui a spiegare. C’era però rimasto tutta la giornata tra misurazioni, accertamenti e discussioni a non finire. E alla sera, a casa, aveva notato di nuovo quella specie di vermetti bianchi sotto le suole, forse un po’ più lunghi dell’altra volta. Li osservò meglio: erano rigidi e mobili. Cominciò a preoccuparsi.
Mise le scarpe all’interno di una busta di plastica e l’indomani le portò a Raffaele.
Raffaele era un calzolaio, uno dei pochi rimasti in paese; risuolava ancora le scarpe ed eseguiva piccole riparazioni; e, soprattutto, era suo amico.
«Non sono vermetti, né semi… mio caro…» disse dopo un po’ Raffaele, in modo quasi solenne, alzando il viso dalle suole. Aveva una lente di ingrandimento monoculare incastrato sull’occhio destro. La sua faccia era strana. Ma sorrise.
«E allora di che si tratta?» domandò Saverio nervoso.
«Vedi…» fece posando la lente e le scarpe davanti all’amico. «Come sai, io ho un po’ di terra sulle colline di Poggiobrusco…»
«Sì, me lo hai già detto, Raffaele, diverse altre volte…» disse lui, accorgendosi che il suo tono si era fatto sgarbato.
«Ho delle piante: meli, ciliegi, kaki. Ogni tanto metto a dimora anche barbatelle di olivo…»
Saverio si incupì. Ebbe all’improvviso una brutta sensazione.
Raffaele sorrise di nuovo, anche se ora sembrava a disagio.
«Insomma, le escrescenze, come le chiami tu, sono in realtà delle barbe… barbe di olivo, per l’esattezza.»
«Barbe?»
«Germinazioni, radichette… come le vuoi chiamare?»
«Ma non è possibile!» sbottò Saverio serrandole le mascelle.
«Non te la prendere con me…» fece Raffaele un po’ risentito e restituendo le scarpe. «Non so proprio come siano finite sotto le tue suole. Certo è che le tue scarpe, come dire… stanno mettendo su radici…»
Nel tornare a casa Saverio le gettò nel cassonetto anche se erano nuove.
Ma, di lì a qualche giorno, lo strano fenomeno si ripeté con quelle appena comprate e poi anche con gli stivali oltre che con le vecchie pedule da trekking. Più le puliva, più dalle suole di quelle scarpe crescevano delle radici anche se solo quando le indossava.

Trascorse così ancora qualche anno. Per un paio di volte la crescita delle radici fu così rapida e forte che dovette lasciare le scarpe nell’erba non riuscendo più a spostarle.
Poi alla fine capì.
Un giorno, sistemò tutte le sue cose, salutò chi doveva salutare, perdonò che doveva perdonare, persino se stesso, e se ne andò in giardino. Scelse un posto fresco, ma anche soleggiato per gran parte del giorno. Da quel punto si vedeva tutta la valle e il fiume in lontananza che brillava come un braccialetto nell’erba. Rimase immobile sino a sera.

Ora nel suo giardino c’è uno splendido olivo in più.

Piccoli equivoci

lampioni-accesi-nella-notte«Mark, fermati, hai visto?»
Il ragazzo rallentò la corsa della macchina, poi si girò verso di lei:
«Visto cosa?»
«Quell’uomo che abbiamo superato! Fermati ho detto!»
Mark a quel tono, che ben conosceva, si convinse. Accostò la jeep al marciapiede.
«Quell’uomo che abbiamo superato… stava mettendo un corpo dentro al portabagagli della sua macchina… , mi sembrava quello di una donna, oddio chiama la Polizia, presto!»
«Aspetta Samantha, non possiamo chiamare la Polizia così, bisogna essere sicuri…»
«Ne sono sicurissima. Non scendere ti prego, non scendere!» disse immaginando cosa lui volesse fare. Mark in verità non sapeva che decisione prendere. La sua ragazza era sconvolta, lo vedeva bene. Non voleva però fare la figura dell’insensibile, né, d’altra parte, quella dell’eroe morto. Ingranò la retromarcia e si avvicinò con cautela alla macchina ferma in una piazzola. Quando la affiancò, accade l’imprevedibile: Samantha abbassò il finestrino e investì l’uomo:
«Abbiamo visto cosa hai fatto… abbiamo appena chiamato la Polizia, stanno per arrivare…»
L’uomo che si stava per sedere al posto di guida si immobilizzò. Passarono alcuni interminabili attimi. Poi venne fuori dalla sua Volvo familiare e si rivolse ai ragazzi.
«Cosa avete fatto?»
Il volto dello sconosciuto sembrava modellato con lo scalpello. I lineamenti erano duri, scavati, intensi. Ogni particolare del suo corpo sprigionava forza, determinazione e risolutezza.
«Abbiamo visto benissimo che hai messo il corpo di una donna nel portabagagli. L’hai uccisa? Era tua moglie? La tua amante? Te ne vuoi disfare, vero?»
Mark prese per il braccio la ragazza cercando di calmarla. Non l’aveva mai vista in quello stato.
L’uomo si avvicinò lentamente fissando Mark. Il suo sguardo era gelido, sprezzante, come di chi sta valutando quale reazione violenta intraprendere.
«Se fossi in te, terrei a bada la lingua della tua ragazza. Finirà con il metterti in guai seri…»
«Ah sì?» gridò Samantha ancora più arrabbiata «allora mi faccia vedere cosa nasconde nel portabagagli! Su, forza, vediamo.»
«Non sono fatti tuoi…» rispose l’uomo in modo tagliente e con studiata pacatezza.
La ragazza a quel punto scese con irruenza dalla jeep.
«Magari è ancora viva e la possiamo salvare…»
Lo sconosciuto a quel punto abbozzò un mezzo sorriso storto e fece un piccolo passo indietro. Alzò entrambe le mani come per arrendersi davanti a tanta ostinazione. «Va bene, vieni…» disse, muovendo appena le labbra.
Mark uscì anche lui a malincuore dall’abitacolo. Ma si limitò a guardare la scena senza allontanarsi troppo dalla portiera. Aveva il cuore in gola. Gli uscì solo uno strozzato: «Sam, ma dove stai andando?»
L’uomo, seguito dalla ragazza, si approssimò lentamente alla sua macchina. Mise il pollice sul bottone di apertura del portabagagli, senza decidersi ad aprirla.
«Sei proprio sicura di voler ficcanasare tra le mie cose?» chiese lui con un tono inquietante, senza voltarsi.
«Certo!» fece lei mettendosi le mani sulle anche. «Cosa credi? Di poter girare impunemente per lo Stato a trasportare donne nel baule e farla franca?»
«D’accordo» disse lui premendo il pulsante. Il cofano si aprì di scatto. E i fari della jeep illuminarono un daino. Era riverso dentro al portabagagli con il sangue che gli colava dal muso.
«L’ho trovato in strada poco fa… qualcuno lo ha arrotato e lasciato lì… lo stavo giusto portando alla clinica veterinaria di Landsdale, aperta tutta la notte… anche se credo non ci sia più nulla da fare per lui…» fece lo sconosciuto quasi scusandosi.
La ragazza si tappò la bocca.
«Mi… mi spiace… mi spiace davvero, non so proprio cosa mi abbia preso… mi scusi, Signore, mi scusi tanto…» e imbarazzata ritornò indietro correndo. La jeep poco dopo sgommò dalla piazzola. L’uomo la vide allontanarsi a gran velocità sulla M20, in direzione di Chester Arch.
È proprio una bella serata estiva‘ pensò guardando il cielo che virava al blu profondo della notte.
Poi andò verso l’altro lato della Volvo. Si chinò a raccogliere il corpo senza vita di Julie e lo mise con cura dentro al portabagagli che richiuse. Salì sulla macchina e partì.