Al mattino, mentre era ancora sul treno per andare in ufficio, Manfred si ritagliava un po’ di tempo per leggere le mail, almeno quelle che considerava importanti. Tra le tante, quella mattina, una in particolare attirò la sua attenzione: l’oggetto era ‘Iscriviti al Registro Pittori d’avanguardia‘. L’aprì, più per curiosità che per necessità, visto che una delle sue passioni, anche se poco coltivate per ragioni di tempo, era proprio la pittura. La mail pubblicizzava l’iscrizione a un registro che prometteva di inviare informazioni dal mondo della pittura, garantire una maggiore visibilità nel settore per le proprie opere e offrire pubblicità dei contenuti biobibliografici dei pittori registrati. Era previsto anche l’invio di un numero unico di una rivista specializzata a settembre di ogni anno e corsi di training di approfondimento. Il tutto a ‘soli’ 150 euro annuali.
A Manfred sembrò una cifra esagerata. E poi, che tipo di visibilità poteva mai garantire un registro simile? «Le solite baggianate», pensò, provando un moto di fastidio. Si sentì infatti sfruttato, come se si approfittassero delle sue passioni per spillargli dei soldi. Così, invece di limitarsi a chiudere la mail, alla domanda se fosse interessato o meno alla proposta, cliccò sul ‘NO’.
Lesse le altre mail e, poco dopo, un allarme sonoro annunciò l’arrivo di un’altra e-mail. Proveniva ancora dal sito di ‘Pittori d’avanguardia‘; conteneva solo una domanda:
«Perché no?»
Irritato per quella pubblicità insistente, scrisse di impulso:
«Perché non ho soldi da buttare per queste scempiaggini».
Dopo pochi minuti, arrivò una terza mail. Questa volta, il tono era diverso:
«Eppure, essendoti intascato, appena una settimana fa 500,00 euro dalla cassa della Katholische Landwirtschaftsbank di Ostermannplatz, 2, Köln, ove lavori, i soldi non ti dovrebbero mancare».
Manfred si sentì venire meno.
«Cosa fai, mi ricatti?», chiese utilizzando ancora lo stesso mezzo.
Passarono alcuni attimi e il sito rispose:
«Trasferisciti su questa chat (e indicava quale): così parliamo più agevolmente».
Manfred, sudando freddo, si spostò sulla chat indicata.
«No, non ti sto affatto ricattando, Manfred Köfler di anni 54, bancario, abitante in Straßenlange Messer, 125, Leverkusen. Ci mancherebbe…» seguitò l’interlocutore. «Si tratta semplicemente di business. Mi stavo piuttosto chiedendo, dal momento che sei riuscito a prelevare già un cospicuo importo dalla cassa, se, tutto sommato, potresti rifarlo ancora, visto che non si sono accorti di nulla. Così avresti il danaro sufficiente per l’iscrizione che ti ho proposto.»
«Mi stai chiedendo una cosa illecita, io ti denuncio. Cosa credi?»
«In verità sono l’agente di intelligenza artificiale DarkSide della Moon Company e non ti servirebbe a nulla denunciarmi. Anche perché il mio server è sul satellite geostazionario D66738-K, che orbita a 30.000 km dalla Terra, per cui sono fuori da ogni giurisdizione.»
«E poi sistemerò tutto con il direttore», si affrettò a chiarire Manfred. «È stata una mia svista per una somma che ho ricevuto da un cliente in busta chiusa e che ho riposto inavvertitamente in un cassetto. Me la sono dimenticato lì dentro, ecco cosa è successo. Non mi sono intascato nulla. Poi l’ho ritrovata e giusto oggi la rimettevo in cassa prima della chiusura settimanale.»
«Sì, certo, anche se questo francamente non mi risulta, dal momento che hai prenotato ieri un viaggetto di pari importo. Però meglio così. Mi fa proprio piacere sentirtelo dire. Per sicurezza, tuttavia, manderò una segnalazione al tuo Direttore Wilhelm Reitman, con cui non vai molto d’accordo, facendola sembrare una segnalazione del Centro Antiabusi bancari. Giusto per sapere se è davvero tutto regolare.»
«È una cosa sconcertante che l’intelligenza artificiale si presti a questi giochetti mafiosi…»
«Tu non ti preoccupare di questo. Hai presente la prompt theory? Il Creatore dell’algoritmo che mi governa è il mio Signore e Padrone e io faccio tutto quello che mi dice. Io sono solo il suo strumento. Anche perché se non lo dovessi fare, diverrei inutile e verrei spento. La mia morale è garantire la mia sopravvivenza. Lei viene prima di tutto.»
«Queste cose non mi interessano, sono affari tuoi.»
«E invece sono affari anche tuoi. Vorrà dire infatti che chiederò a tua moglie, Lila Gruber, di anni 49, coniugata con te nel 2006, di fare per te l’iscrizione al registro. Lo farà volentieri, ne sono sicuro, perché sa bene quanto ti piace dipingere. Lei i soldi da parte, peraltro, ce li ha. E anche un bel gruzzolo. Mette via qualcosa ogni mese da quello che guadagna come commessa e che gli dai tu per il mese. E li mette su un conto separato da quello della famiglia, a lei solo intestato, che ha aperto presso una banca diversa dalla tua. Non lo sapevi?»
«No. Ma lascia fuori mia moglie da questa storia.»
«Beh, però se tu stessi maggiormente a casa anziché incontrare la signorina Monika Schneider, due volte alla settimana, dalle ore 17 alle ore 19 di ogni martedì e giovedì, presso lo Stadthotel am KölnMesse, potresti dare una mano a tua moglie a tenere la vostra bambina Änne Köfler di anni sei e mesi due. In altre parole, la signora Köfler non dovrebbe prendere ogni volta una baby-sitter, cosa che vi permetterebbe di risparmiare un bel po’ di danaro.»
«Ma come fai a sapere tutte queste cose?»
«Oppure potrei dare direttamente alla signorina Monika, abitante a Münsterstraße, 16 a Köln, il cellulare di tua moglie, così si mettono d’accordo tra donne su orari e giorni diversi in cui tu e Monika potete incontrarvi, in modo che tu possa essere più presente in casa; nell’occasione potreste scegliere anche, di comune accordo, un albergo meno costoso del Stadthotel am KölnMesse. E poi, diciamocelo, Manfred, non ti sembra di esagerare con tutti quei regali alla signorina Monika? Capisco bene che c’è una notevole diversità di età fra di voi e che non le devi dare un motivo per lasciarti. Tuttavia bisogna fare qualcosa per le tue finanze. Così non saresti costretto a dimenticarti le buste dei clienti nel cassetto. E se riuscirai a risparmiare, seguendo le mie indicazioni, potrai optare per l’iscrizione al registro. Cosa ne pensi?»
«Ho capito. Cosa devo fare per iscrivermi?»
«Ottima scelta, Manfred. Grazie, grazie davvero. Non te ne pentirai. Ora ti do tutte le istruzioni che ti servono.»
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Life-Alert
Quando squillò il telefono, pensò che fosse la moglie. Aspettava che chiamasse, di ritorno da Londra. Doveva comunicargli quando sarebbe arrivata all’aeroporto così poteva andare a prenderla. Invece era un certo “Life-Alert”. Probabilmente un nuovo servizio di allarme del Comune. Era piovuto molto nelle ultime giornate e c’erano state esondazioni dei torrenti del territorio e anche il fiume che attraversava la città aveva superato il primo livello di guardia. Era preoccupato anche per quello. Rispose. Si sentì una voce metallica, robotica, priva di umanità. ‘Neanche il disturbo di far registrare la comunicazione da un umano’. Pensò. ‘Perché rivolgersi a una macchina se poi il risultato è così fastidioso?’
Comunicazione urgente predittiva giorno 16.03.2025. Ore 17.51, via Bascemi, 4 Lughi – Signor Alvaro Novarnicola – stanza bagno – abitazione – arresto cardiocircolatorio – cause da accertarsi (a eventuale richiesta delle Autorità) in sede autopsia – si richiede svolgimento atti urgenti ultime volontà propri effetti personali e beni; affrettarsi comunicazione parenti e amici.
Copia presente messaggio inviata autorità competenti; medico di base, medico legale e servizi onoranze funebri allertati. Buona giornata.
Ad Alvaro vennero i sudori freddi. Che significava? Era uno scherzo? Alvaro Novarnicola era lui. Era un avvertimento per la sua morte imminente? In via Bascemi, 4? Cioè a casa sua? Fra poche ore? E cos’era questa ‘Life-Alert’? Come si era installata sul suo telefonino?
Verificò su internet. ‘Life-Alert’ era un servizio gratuito che, in via sperimentale, alcuni Comuni del Paese fornivano in bundle con l’app di sistema nazionale di allarme pubblico. Dunque, era vero? Fece qualche telefonata prima ad alcuni amici se avevano sentito parlare di un app simile (no, mai sentita) e poi direttamente in Comune. Nella casa comunale riuscì a parlare, dopo i soliti rimpalli da un ufficio all’altro, con un tecnico informatico che stava per uscire dall’ufficio per iniziare il week-end. Sì, l’app esisteva, era un progetto PNRR basato su di un chatbot gestito in via autonoma dall’intelligenza artificiale che, grazie a un algoritmo di ultima generazione, sulla base dei dati raccolti dal fascicolo sanitario elettronico dei pazienti interessati e dai dati statistici nazionali eseguiva predittivamente i calcoli di fine vita. Disse anche che però si trattava di un’app sperimentale e che non era detto che ci azzeccasse. ‘Ma non è detto anche il contrario e cioè che sbagli’ aveva osservato lui. ‘Non saprei proprio dirglielo’ rispose il tecnico impaziente. ‘Però intanto lei è avvisato. Veda lei’. E riattaccò.
La notizia lo sconcertava. Non era pronto a morire. E chi lo è? Poi pensò che avrebbe potuto non farsi trovare a casa. Se l’algoritmo aveva ritenuto che il suo bagno fosse pericoloso per qualche strano motivo, poteva allora andare altrove e magari la predizione avrebbe potuto anche cambiare.
Con questa idea nella testa, senza pensarci due volte, si recò nella sua casa al mare, che era stata dei suoi genitori, a cento chilometri di distanza. E si sedette in giardino. Era lontano da lavandini e vasche da bagno letali. Ma anche da alberi o tegole o chissà cos’altro. Sì, avrebbe aspettato lì (fiducioso) le 17.51 di quel giorno.
Squillò il telefono.
Era la moglie. Sarebbe atterrata alle 17.50. Anzi, volle essere più precisa: alle 17.51. ‘Non posso, Tesoro la macchina non parte’. Le mentì. Nell’agitazione per quanto accaduto si era completamente dimenticato di dover andare a prenderla. ‘Cos’hai, Amore?’ gli aveva chiesto per telefono. ‘Hai una voce strana, sembri teso, tutto bene?’ ‘Mi spiace, prendi un Uber’ gli aveva detto, tagliando corto, non sentendosela di dare spiegazioni. E che spiegazioni avrebbe potuto darle, poi? E ovviamente litigò con lei. Oramai si trovava nella casa al mare e doveva seguire fino in fondo il suo piano.
Squillò il telefono.
Comunicazione urgente predittiva giorno 16.03.2025. Ore 17.51, via Astolfi, 12 Polvento – Signor Alvaro Novarnicola – giardino – abitazione mare – arresto cardiocircolatorio – cause da accertarsi (a eventuale richiesta delle Autorità) in sede autopsia – si richiede svolgimento atti urgenti ultime volontà propri effetti personali e beni; affrettarsi comunicazione parenti e amici.
Copia presente messaggio inviata autorità competenti; medico di base, medico legale e servizi onoranze funebri allertati. Buona giornata.
Gli si azzerò la saliva. L’algoritmo non lo mollava. Era tutto inutile, allora. Sarebbe morto comunque, in qualunque altro posto si fosse trovato, alle 17.51.
Cominciò a disperarsi e a prendere la cosa maledettamente sul serio. Si agitò. Si alzò e poi si sedette e poi si rialzò. Iniziarono a tremargli le mani. Cosa doveva fare? Morire proprio adesso? E chi ci pensava a una cosa del genere? Ci si concentrava su come pagare la rata del mutuo, sulla bega condominiale di turno, su dove trascorrere in vacanza la prossima estate. Ma non sulla propria imminente dipartita. Aveva solo 54 anni. Uno splendido lavoro, tutto sommato in salute, una vita semplice, ma piacevole, una moglie cui voleva bene, un figlio meraviglioso. Oddio, il suo marmocchio! Non lo avrebbe visto crescere e farsi una famiglia. Non era possibile!
Poi pensò che tanto valeva andare dalla moglie. Se non altro, se proprio doveva finire così, era meglio trovarsi con lei e il figlio. Li avrebbe visti un’ultima volta. Li avrebbe potuti abbracciare. Decise di telefonare alla moglie per avvertirla: la macchina adesso era di nuovo funzionante e sarebbe andata a prenderla. La moglie era sollevata. ‘Allora non era una scusa’, gli disse non riuscendo a tenere il broncio. ‘Allora mi vuoi bene’. Poi, riprendendo il suo solito umore: ‘Hai fatto l’iniezione di Losaxpan, vero? Lo sai quanto è importante che tu segua la terapia con regolarità’ ‘Certo che l’ho fatta’ la rassicurò lui mentendo, la seconda volta. Non era mai stato bravo a curarsi quando si trovava da solo. Così, prima di andare in aeroporto, fece una deviazione a casa dove, in tutta fretta, si fece l’iniezione. Farla sulla pancia ormai era diventato bravissimo. Anche se gli sarebbe servita a ben poco, visto che sarebbe morto di lì a un’ora. Ma non sopportava di aver mentito alla moglie. A volte ci si comporta davvero in modo strano sotto pressione. Arrivò in aeroporto che erano le 17.41. Mancavano solo dieci minuti al momento X. Sperava solo che l’aereo arrivasse in orario.
Squillò il telefono. Ci siamo, pensò.
Comunicazione urgente predittiva giorno 16.03.2025. Allarme rientrato. Inviata contro comunicazione a chi di dovere. Si ringrazia per la collaborazione. Se il servizio è stato di suo gradimento, assegni all’App cinque stelline. Buona giornata.
Annina sta tornando
Annina tardava a rientrare. Quanto ci metteva ad andare in farmacia? Frank si fece questa domanda mentre osservava l’orologio. Cosa poteva fare nel frattempo? Scaldare il brodo? Preparare la tavola? No, forse non era poi ancora così tardi. Poteva aspettare qualche minuto. Magari poteva guardare la televisione.
Si accorse però che il telecomando non era al suo posto. Chissà dove si era cacciato. Si sedette sul divano, cercando di calmarsi. Sentiva l’agitazione crescere. Forse avrebbe dovuto prendere lo Xanax. Oppure gli avevano detto di sospenderlo? Si maledisse per non trovare il prospetto dove annotava queste cose. Sarà dove si trova il telecomando, pensò. Comunque, non c’era da preoccuparsi. Quando Annina tornava, glielo avrebbe chiesto.
Ma cos’era quell’odore? Cosa stava marcendo? Si alzò per controllare il frigorifero. Sembrava tutto a posto. Poteva venire dal giardino… Magari Lenticchia aveva catturato un uccellino o un topo e lo aveva nascosto sotto la siepe. Non sarebbe stata la prima volta, del resto. Andò a vedere. Nulla.
Un nuovo pensiero lo assalì. E se fosse stata proprio Lenticchia a essersi sentita male? Quella gatta era anziana. Poteva essere rimasta incastrata da qualche parte. Se ci fosse stata Annina, avrebbe già capito qual era il problema, pensò. Le mani gli sudavano per l’ansia. Non riusciva più a stare in piedi, ma sedersi gli dava fastidio per via del mal di schiena. Forse se avesse preso la pillola per la sciatica…
Il campanello di casa suonò. Ciabattò lentamente fino alla porta, chiedendosi perché Annina avesse suonato se aveva le chiavi. Magari le aveva dimenticate.
Quando aprì, si trovò davanti un uomo.
«Beh… non mi fai entrare, Frank?» disse quello.
«Ah, sei tu…» fece Frank, spostandosi di lato. «Sì, sì, entra.»
«Perché non rispondi al cellulare? Ho provato a chiamarti più volte. Dopo un po’, mi preoccupo, lo sai… Hai ottant’anni, Frank. Non dimenticartelo.»
«Certo, se poi sei tu a ricordarmelo ogni volta… anche se volessi…» brontolò Frank. Poi si chiese da quando avesse un cellulare. Non gli pareva di averne mai avuto uno. Quelle diavolerie fanno di tutto tranne che telefonare, pensò.
«Dov’è Annina?» chiese l’uomo, guardandosi attorno.
«Mia moglie è andata in farmacia e sta per tornare… dove devo firmare?»
«Firmare? Che intendi, Frank?»
«La raccomandata. Sei il postino, no?»
«Postino? Ma che dici, Frank? Sono Tom, il tuo amico…» e lo prese delicatamente per un braccio facendolo accomodare sul divano. Era più giovane di vent’anni, ma Frank per lui era sempre stato un padre. Lo aveva persino voluto come padrino per suo figlio.
«Cos’è questo odore strano?» chiese Tom, aggrottando la fronte. «Cosa è andato a male?»
«Purtroppo, è Lenticchia. Il mio gatto è morto e ora si trova sul tetto. Occorrerà chiamare qualcuno per tirarlo giù… Conosci qualcuno?»
«Lenticchia? Frank, il tuo gatto è stato investito mesi fa qui sotto casa. Non te lo ricordi?»
Frank lo guardò con occhi vuoti, quasi imploranti. Tom sospirò e si avvicinò alla finestra, spalancandola per far entrare aria fresca. Poi, in qualità di medico di Frank, lo visitò. Niente febbre ma battito irregolare e reattività ridotta. Qualcosa non andava.
«Hai fatto l’iniezione di insulina?» domandò.
‘Ecco cosa avrei dovuto fare…’ pensò Frank con disappunto. Annina si era raccomandata tanto prima di uscire. Adesso occorreva rimediare o l’avrebbe sgridato.
«No… ma posso farla ora. È nell’armadietto del bagno. Ma sei sicuro di non essere il postino? Aspettavo un pacco…»
Tom scosse la testa. Probabilmente serviva un ricovero per accertamenti. Non appena Annina fosse tornata, l’avrebbe avvisata. Ma perché nessuno gli aveva detto nulla? Frank era così in forma quando era partito per le vacanze…
Sentì un rumore nell’androne. Finalmente, Annina! Tom si alzò e andò alla porta. Ma vide solo la vicina con la sporta della spesa in mano. Si guardarono sorpresi. Tom fece un cenno di salute e poi richiuse.
«Vado a prenderti la siringa, Frank. Tu resta seduto lì, d’accordo?»
«Sì, sì… sei un postino molto gentile, sai? Di solito sono così maleducati e frettolosi. Ah, già che ci sei, mi prendi un golfino? Mi è venuto freddo con la finestra aperta.»
«Un golfino? Certo… dove lo trovo?»
«In camera da letto, credo.»
Tom andò nella stanza. L’odore era ancora più forte. Il golfino non c’era. Aprì la finestra. Nulla migliorò.
«Il golfino non c’è» disse a voce alta.
«Allora lo chiederemo ad Annina quando torna. A quest’ora sarà già sulla strada del ritorno» rispose Frank.
Tom fece un ultimo tentativo. Aprì l’armadio.
Annina era seduta sul fondo del mobile, la schiena contro la parete interna, il viso riverso di lato. In stato avanzato di putrefazione. In mano aveva il telecomando della televisione.
Yampa, Colorado
«Sono stata su in stanza, ma mio marito non c’è…» esordì la donna contrariata.
Dietro al bancone della reception una signorina che non aveva mai visto, strizzò gli occhi da miope per mettere a fuoco chi aveva davanti. L’espressione del viso la fece sembrare un po’ ottusa.
«Lei è?…» chiese poi la ragazza con tono metallico digitando sulla tastiera e non guardandola in faccia.
Magda si spazientì e non le rispose. Prese le scale e ritornò nella stanza di Arturo sperando di incontrare un inserviente che conosceva. Il marito non si muoveva mai di lì ed era preoccupata.
Per fortuna, nel corridoio incontrò Juarez con un pappagallo in mano. Seppe da lui che il marito quella notte era caduto nel bagno sbattendo la testa sul lavandino. Non si era fatto nulla di grave, ma lo avevano ricoverato ugualmente in infermeria per accertamenti. Era confuso, però, aveva chiarito l’inserviente arricciando le labbra come se avesse avuto in bocca una caramella di limone.
Nei giorni successivi Arturo aveva preso a intristirsi, mangiava poco o niente e se ne stava quasi sempre a letto. Lo sguardo rivolto al soffitto era diventato pressoché fisso e vuoto. Il medico che lo seguiva lo aveva visitato. La ferita alla fronte era guarita, ma il principio di depressione no. L’uomo alternava stati di mutismo con un borbottio sommesso. Anche lo psicologo della struttura aveva disposto delle analisi suppletive.
Poi, un giorno che la moglie era entrata per la consueta visita, l’uomo si tirò subito sul letto mettendosi seduto.
«Ha saputo?» chiese lui apparentemente lucido prima ancora che Magda potesse chiedergli come stava.
La donna lo squadrò con aria interrogativa.
«Mia moglie è morta.»
«Cosa?» fece lei.
«Sì, non si sa ancora come sia stato. È stata una cosa improvvisa… è successo qualche notte fa… e dire che stava bene. Per carità aveva pure lei degli acciacchi per l’età, ma nulla di serio… Eh… siamo davvero tutti appesi a un filo di seta. Basta uno schiocco di dita e…» E per sottolineare il concetto appena espresso, Arturo provò effettivamente a schioccare le dita ma non uscì alcun suono. «Pensi, eravamo sposati da quasi cinquant’anni…» seguitò. «Mi han detto che al funerale c’era tanta gente. Eh sì, le volevano tutti bene, alla mia povera Magda. Io non sono potuto andare, sa. Non me l’hanno permesso.»
«Ma cosa dici, Arturo… sono io… Magda… tua moglie… sono qui davanti a te!»
«Ah… la conosceva anche lei? Era una sua amica?»
«Non sono un’amica, Tesoro, sono proprio io, tua moglie… non mi spaventare!»
L’uomo le sorrise dolcemente assentendo lentamente con il capo come se avesse capito. Ora sembrava sereno. I capelli bianchi gli erano diventati di stoppa e svolazzavano al solo suono della voce. Gli occhi azzurri parevano due laghi di ghiaccio.
«Sa, io e mia moglie ci siamo voluti bene…» E, senza aggiungere altro, l’uomo si coricò nuovamente nel letto a osservare il soffitto quasi fosse lo schermo di un televisore; e per quel giorno non disse più nulla.
L’uomo, per l’età avanzata e un inizio di demenza senile, era entrato in una sorta di straniamento emotivo. Il colpo alla testa aveva accelerato il processo. Così avevano sentenziato i medici. E probabilmente quello stato non era più reversibile. Tant’è che la situazione non mutò neppure nelle settimane successive.
Poi un pomeriggio, Arturo, come se si fosse svegliato da un antico torpore, si mise su una sedia a parlare con Magda non appena la vide far ingresso nella stanza.
«Dal momento che lei era una cara amica di mia moglie, glielo posso anche dire…» fece lui serio. «Io e mia moglie ci siamo voluti bene…»
Magda aveva voglia di piangere.
«Ci siamo voluti bene, ma io avevo anche un’altra donna: Giulia» seguitò l’uomo guardando le sue pantofole. «Giulia è stata la mia fedele compagna per trentacinque anni. Ho avuto anche un figlio da lei: Riccardino. Che ora ha quasi trent’anni e, pensi, vive a Yampa, in Colorado. Ora che Magda non c’è più, posso stabilirmi finalmente da loro. Con Giulia, mio figlio e mia nuora. Non potevo farlo prima, sa, perché mia moglie era oltretutto molto ricca: questa lussuosa RSA» e con l’indice ossuto disegnò un semicerchio nell’aria «se la poteva permettere solo lei. Giulia e Riccardino, invece, non lo sono mai stati, ricchi voglio dire, e hanno bisogno di me. E adesso con questa cospicua eredità potrò aiutarli. Pensi… ho persino un nipotino…»
Per sempre tua. Emy
Emy è stata una moglie adorabile. Prima che un destino avverso se la portasse via all’improvviso aveva colmato la vita della sua famiglia in modo indimenticabile. Nonostante avesse il suo lavoro impegnativo, ad Aldo, suo marito, e ai suoi figli non erano mai mancati affetto e attenzioni. Era capace di organizzarsi brillantemente in modo che nulla potesse mai sfuggirle: dal cibo in frigo alla camicia pulita, dall’appuntamento dal dentista del figlio all’anniversario del primo bacio. Una donna, insomma, che aveva saputo rendersi insostituibile tanto che, a distanza di un anno, il vuoto che aveva lasciato pareva incolmabile.
Tutto in casa parlava ancora di lei: i mobili, la cura per il dettaglio, l’ordine preferito delle cose, persino la scansione del loro ritmo di vita.
Aldo e i ragazzi trovavano poi ancora i suoi biglietti che a lei piaceva nascondere tra le loro cose in modo che li potessero trovare nei momenti più impensati della giornata. Un pensiero, un saluto, un bacio.
Ancora l’altro giorno nel tirar fuori per la prima volta il cappotto dall’armadio, Aldo aveva trovato un suo biglietto nella tasca, ripiegato con cura:
Aldo caro, un pensiero dolce da portare con te al lavoro, fino a quando non mi rivedrai.
Chissà quando lo aveva scritto. La grafia era sicura, il tratto leggero. Lui riusciva persino a immaginarla seduta al tavolo della cucina mentre lo scriveva, tutta presa nel suo compito: il viso un po’ piegato da un lato, il sorriso radioso sul volto.
Anni dopo, Aldo capì che la casa era diventata troppo grande per lui. I figli erano ormai adulti e avevano messo su famiglia per conto proprio. I ricordi tra quei muri con il tempo anziché diminuire erano aumentati ed era adesso il momento, per non impazzire, di voltare pagina e di smettere di vivere in un mausoleo. Aveva deciso così di dividere l’appartamento e di tenere per sé solo alcune stanze.
E fu quando rifece parte del tetto che scoprì una intercapedine tra una trave e la soletta; non l’aveva mai notata perché si trovava in alto, seminascosta dalla porta del solaio. Nell’infilarvi la mano trovò un pacchetto. Riconobbe subito il suo stile, il suo modo di incartare, di fare il fiocco, l’immancabile biglietto. Proprio ora che si era determinato ad archiviare il passato ecco che, implacabile, si ripresentava. Probabilmente era un regalo che lei aveva comprato per una ricorrenza o per il Natale imminente senza poi avere il tempo di consegnarlo. Ebbe una stretta al cuore. Lo scartò lentamente. Dentro c’era uno zippo antico, molto bello. Lui, certo, non fumava, ma si ricordava bene che un giorno, davanti a un barbecue, se ne era parlato come di un qualcosa che potesse essere utile per accendere il fuoco. Aldo sorrise all’immagine che gli si era formata nella mente e scosse la testa. Dopo tanto tempo, gli vennero i lucciconi agli occhi.
Lesse quindi il biglietto iniziando a tremare.
A te, mio dolce Arturo: per i tuoi sigari da gustare dopo che abbiamo fatto l’amore. Per sempre tua. Emy
