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Posts Tagged ‘moglie’

mascheraIn casa era così: dolce, disponibile, sereno. Le figlie lo adoravano e la moglie lo amava da sempre; ma sul lavoro era tutta un’altra cosa. Era molto giovane per il tipo di ruolo richiesto e il rischio di non avere autorevolezza sufficiente per gestire il personale e imporsi sui colleghi era molto elevato. Si era fatto crescere la barba, aveva imparato a vestire in modo meno giovanile, aveva comprato persino un paio di occhiali dalla montatura pesante e il tutto per accrescere la sua credibilità. Aveva sempre però l’impressione che non fosse abbastanza e che, ogni tanto, lo prendessero anche in giro non appena voltava loro le spalle.
Così un giorno, uscendo di casa, si mise la maschera. L’aveva trovata in un baule, nella cantina, avvolta in carta da giornale con sopra la scritta ‘da non usare’. Forse era stata del padre o forse del nonno ma nessuno di loro ne aveva mai fatto cenno. Non si curò dell’avvertimento perché, appena provata, se la sentiva perfetta addosso; calzava a meraviglia e, da quel che poteva osservare dal pezzo di specchio che aveva in quella stessa cantina, gli assicurava quel pizzico di severità che gli occorreva, ma anche un non so che di risolutezza e persino di moderata alterigia e comunque di indiscussa superiorità. In fondo era ancora lui ma, sotto sotto, non lo era più.
La nascose nel portaombrelli sul pianerottolo di casa e, l’indomani, dopo aver salutato moglie e figlie, se la mise per andare in ufficio. Come aveva sperato, d’un tratto, non ci furono più problemi. Non faceva in tempo a pensare ciò che i collaboratori avrebbero dovuto svolgere che loro già loro l’avevano eseguito. Erano ossequiosi e pendevano dalle sue labbra desiderosi di compiacergli. Il suo viso evidentemente esprimeva rispetto, autorevolezza, capacità di comando; non c’era più traccia delle imbarazzanti incertezze di una volta: si sentiva finalmente appagato.
Sarà solo per poco tempo’, si giustificò con se stesso: ‘io so del resto quanto valgo ed è solo una questione di forma: continuerò così, solo per un po’, almeno fino a quando non avranno imparato a rispettarmi e poi ne farò a meno’.
Ben presto questa preparazione mattutina divenne una routine. Al mattino usciva di casa, indossava la sua maschera e andava a lavorare. La sera tornava, se la toglieva, e si godeva la famiglia.
Trascorsero in questo modo alcuni mesi. Ma anche quando sul lavoro oramai tutti lo stimavano considerandolo indiscutibilmente il loro leader lui non se la sentiva più di lasciare la maschera nel portaombrelli. Non ancora. Alla sera quando la riponeva si diceva che sarebbe stata l’ultima volta, ma poi al mattino la indossava di nuovo. ‘In fondo, che male c’è’?’ si diceva.
Poi, una mattina, mentre stava per entrare in ufficio, vedendosi nel riflesso della vetrina di un bar, si accorse di aver dimenticato di indossare la maschera. Oramai era diventata una tale abitudine metterla e toglierla che non ci aveva fatto più caso. Che fare ora? Entrare lo stesso e affrontare il nuovo corso? Oppure tornare a casa? ‘Che seccatura!’, pensò, ‘proprio oggi che viene in visita il Direttore Generale‘. No, non poteva darsi malato e capì anche che non avrebbe potuto neppure sedersi dietro la sua scrivania e affrontare una giornata simile senza la sicurezza che la maschera gli avrebbe potuto dare. Doveva tornare a prenderla: forse avrebbe fatto in tempo. Dopo tutto era ancora presto e, a casa sua, non c’era più nessuno.
Prese un taxi e, in poco tempo, fu davanti al portone di casa. Salì velocemente i gradini e, una volta arrivato al portaombrelli, ci frugò febbrilmente dentro: la maschera non c’era. ‘Com’è possibile?’ si chiese allibito. Cercò meglio tirando fuori tutti gli ombrelli e un vecchio bastone da passeggio. Niente, non c’era. In quell’istante uscì la moglie e le sue due figlie. Quel giorno c’era la recita di fine anno e le sue bambine sarebbero uscite più tardi del solito: l’aveva dimenticato. E appena lo videro lì, davanti alla porta di casa loro, chino per terra, gli occhi strabuzzati, si misero a gridare spaventate. Lui non riusciva a capire. La moglie e le figlie lo avevano guardato in faccia e non lo avevano riconosciuto. Si tastò il viso. La maschera era lì, al suo posto: si era sbagliato a credere di non averla indossata.
«Ma no, Tesoro» disse allora lui facendo un passo verso la moglie e le figlie: «Anche voi bambine, non dovete spaventarvi sono io, sono papà… ho solo una maschera indosso… volevo farvi uno scherzo.»
La moglie nel frattempo aveva chiuso la porta di casa e, spingendo le bambine davanti a sé, fece scendere loro rapidamente le scale: erano scoppiate a piangere, terrorizzate per quelle parole che l’uomo sconosciuto aveva pronunciato.
«Guardate è solo una maschera…» disse ancora lui sporgendosi verso di loro dalla ringhiera e provando a levarla «guardate, la tolgo subito». Ma non ci riusciva, non c’era più il bordo, anche se impercettibile, sul collo e sulla fronte per poterla cavare: oramai era tutt’una con la sua faccia.

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Tunnel«Te l’avevo detto IO che occorreva partire domani, ma tu niente…» disse lei con un’espressione irrigidita del volto. L’uomo chiuse gli occhi e strinse le mani attorno al volante. Sapeva che quello era l’inizio di una litigata e non ne aveva nessuna voglia di affrontarla. Guardò gli stop accesi della macchina davanti a lui.
«Chissà cosa avrà da frenare questa macchina qui, visto che siamo fermi…» fece lui per cambiar discorso. Lei, muovendosi a scatti, come faceva spesso quando era arrabbiata, accese l’autoradio.
«Come si fa a far funzionare ‘sto coso… magari dice qualcosa sul traffico…»
«Siamo dentro una galleria, Franca, non prende… Bisogna avere pazienza, magari è solo un incidente…»
«Certo, solo un incidente… dici tu; una giornata da bollino nero per il traffico e in più solo un incidente… ma bene, di bene in meglio.»
Tiberio controllò il suo bambino dallo specchietto retrovisore. Era disteso sul sedile posteriore e stava dormendo beatamente. Almeno lui era tranquillo.
«Te l’ho già spiegato non so quante volte» fece lui nella speranza di tagliar corto. «Domattina presto ho questo appuntamento importante di lavoro e non era possibile spostarlo… Saremmo dovuti piuttosto partire ieri, ma volevi rimanere ancora un po’.»
«Eh certo! Perché adesso la colpa sarebbe mia! E IO rinunciavo a un giorno di ferie perché il ‘signore’ qui voleva tornare prima per stare con quella là…»
«Come quella là?»
«Ma sì che mi hai capito bene… la tua preziosa segretaria color della cioccolata… Miss Fior della Savana…»
«Di nuovo con questa storia?»
Entrambi si erano messi a guardare nell’opposta direzione. La donna la parete umida della galleria, Tiberio la corsia opposta, del tutto libera.
«Vado a vedere cosa sta succedendo…» disse lui per sottrarsi a quella discussione sterile.
Ma dove vai? Torna qui!’ si sentì dire dalla moglie prima che la portiera si chiudesse. Tiberio non ci voleva pensare: ci volevano ancora 400 chilometri prima di arrivare a casa. Sarebbe stata una prova di resistenza.
Sceso dalla macchina, guardò davanti a sé. Il tunnel si allungava a perdita d’occhio fino a una curva ampia e pigra che nascondeva ai suoi occhi il fascio ininterrotto di scatole di metallo sberluccicanti sotto i fari al neon. I motori lasciati accesi, nonostante la fila ferma, stavano rendendo l’aria irrespirabile. Preferì così raggiungere l’imboccatura opposta della galleria, quella alle sue spalle, che distava solo una decina di metri.
«Sa per caso del perché di questa coda?» chiese Tiberio a una donna sola, riccia e rossa di capelli, seduta al posto di guida dell’auto appena dietro di lui. Lei tirò giù il finestrino, imbarazzata, come se avesse dovuto trovare una qualche scusa per non dargli un passaggio:
«Dicono che è un incidente stradale: un TIR ha investito una mucca…» fece a voce bassa.
«Una mucca? Su un’autostrada?»
La donna fece spallucce e tirò subito su il finestrino. Tiberio allungò il passo verso l’uscita. C’era un sole bruciante. Appena fuori dalla galleria un giovane aveva montato la sedia a sdraio sull’asfalto e si stava abbronzando. Non c’era nessun’altra macchina in coda. ‘Pessimo segno’ pensò lui. ‘Vuol dire che hanno chiuso l’autostrada: la situazione allora è molto più grave di quello che si poteva pensare’. Il giovane disteso a torso nudo sulla brandina, sentendosi osservato, aprì gli occhi con aria di sufficienza; poi, come se fosse in riva al mare, inforcò degli spessi occhiali da sole e si voltò dall’altra parte aprendo un giornale. Tiberio tornò svelto verso la sua macchina. ‘Un bel guaio’ pensò ‘ora chi glielo dice a Franca?
Passò davanti alla signora rossa e riccia che distolse subito lo sguardo giusto per far capire che non voleva essere più disturbata. Arrivò all’auto e aprì la portiera. Stava per entrare quando un uomo, con una grossa pancia che premeva sul volante, lo apostrofò con un accento straniero:
«Ehi, ma cosa fa?»
Tiberio si abbassò per vedere meglio nell’abitacolo. Oltre all’uomo alla guida, c’era una donna anziana accanto a lui e altri due giovani, dietro, dalla carnagione olivastra con barbe lunghe e senza baffi.
«Oh… mi scusi…» fece lui confuso: si voltò attorno più volte. La macchina effettivamente non era la sua: le assomigliava, ma di certo non era la sua. Eppure riconosceva quella davanti a sé ancora con gli stop accesi e quella appena dietro con la donna riccia al volante. Ma dov’era la sua auto? Corse in avanti chiamando Franca ad alta voce. Udì quel nome rimbombare nel tunnel come se a cercarla fosse stata un’intera squadra di soccorritori. Si sentiva smarrito. Poi i motori delle macchine si accesero pressoché all’unisono. La coda cominciò a muoversi lentamente.
«Franca, Franca, Mino, dove siete?»
Le auto in movimento si misero a suonare il clacson per farlo spostare. La donna riccia, passando davanti a lui, lo squadrò con commiserazione scuotendo la testa; il giovane che prendeva il sole, per la fretta di ripartire, aveva buttato la sdraio di traverso nell’abitacolo e ora stava armeggiando con gli occhiali scuri.
Ben presto l’autostrada fu completamente vuota.

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rodin«Come mai quella faccia lì stamattina?»
Gabo alzò lo sguardo verso di lei strizzando gli occhi per poterla mettere meglio a fuoco. Dondolò quindi un po’ il capo come se avesse già risposto e dimostrasse soddisfazione per quanto appena detto. Poi lentamente biascicò:
«Niente, niente…» e scansò la tazza del cappuccino davanti a sé per non urtarla con il gomito.
«Come niente? Con quel broncio?» insistette lei girandosi tra le dita il bicchiere del latte.
La luce del primo sole filtrava tra i rami di frassino disegnando attorno al capo di lei un’aureola di innocenza che contrastava con il tono inquisitorio. Il marito sbuffò appena e, scelto dalla scatola un biscotto ricco di inserti di cioccolato, cominciò a sgranocchiarlo. Si vedeva che stava riordinando le parole scegliendo bene quali di esse fosse il soggetto, il verbo e il complemento. Deglutendo, chiarì con fatica:
«Ti sei messa a parlare nel sonno.»
«Chi? Io?» fece lei rimanendo a bocca aperta quasi le fosse stata sollevata un’accusa infamante.
«Non penso ci sia un’altra donna nel mio letto…» fece lui con uno sguardo indecifrabile.
«Ma non l’ho mai fatto…»
«Appunto… Ma sono cose che succedono; mi ci abituerò, dai… non volevo neppure parlartene… è una stupidaggine.»
E invece Marilisa voleva parlarne. Anzi voleva venirne a capo. Aveva letto da qualche parte su Internet che poteva essere il segnale di un disturbo del sonno, di un principio di apnea notturna con tutto quello che ne conseguiva: e a venticinque anni poteva anche diventare, a lungo andare, un problema. Decise così per qualche tempo di dormire nella stanza degli ospiti. Gabo si era opposto; ripeteva che presto non ci avrebbe fatto nemmeno più caso, ma lei non sentì ragione. Il problema era suo e poi lui stava attraversando un periodo stressante sul lavoro e l’essere svegliato più volte durante la notte lo avrebbe reso inevitabilmente nervoso.
È solo fino a quando non risolvo questa questione’ sentenziò lei chiudendo rumorosamente la porta dietro di sé, mettendo fine alla discussione.
Marilisa cercò ulteriori informazioni su Internet e trovò un’app che registrava tramite il cellulare la voce durante il sonno. Era quello che faceva al caso suo. Avrebbe potuto così capire quanto grave potesse essere il suo disturbo.
La sera stessa, scaricata l’applicazione, la predispose sull’ON. La registrazione sarebbe partita, come informavano diligentemente le istruzioni, solo alla presenza di un suono.
L’indomani, al risveglio, si accorse che il cellulare aveva registrato ben cinque minuti di dialogo. Le batteva forte il cuore. Chissà perché, era emozionata. Si rigirò per qualche attimo il cellulare tra le mani, indecisa. Poi premette play. Per qualche secondo si sentirono fruscii e schiocchi, un colpo di tosse, persino un rumore come di un colpo di vento. Quindi un sussurrato, ma distinto:
«Bambina mia, dormi bene, la tua mamma veglia sempre su di te…»

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pigeon-eggQuando la moglie lo chiamò, lo fece in modo esagitato tanto da esserne spaventato.
«Vieni, presto!» gli comandò.
Non aveva nessuna voglia di alzarsi dalla poltrona, ma sapeva bene che Fernanda non avrebbe facilmente desistito, pena il broncio per tutto il resto della giornata. La seguì ciabattando sino all’ultima camera della casa, quella usata per stirare, per archivio e dispensa e chissà cos’altro.
«Guarda!!!» disse lei indicando la finestra e sottolineando con l’espressione del viso una evidenza tutt’altro che evidente. Lui si avvicinò, titubante, come se dovesse stare attento a qualche pericolo in agguato. Vide sotto di sé la solita fetta di strada sottostante: il viavai confuso di gente e di ambulanti circospetti che cercavano di vendere stampe tutte uguali e bastoni per selfie tutti uguali.
«E allora?» fece lui esasperato non capendo cosa dovesse guardare.
«Appunto! Cosa conti di fare? Eh?»
A quella domanda imperiosa capì che la situazione, forse, era più grave di quello che pensasse e meritava maggiore attenzione. Non poteva essere colpa sua se là sotto c’erano gli ambulanti in mezzo alla strada. Oppure sì? Stava cercando di trovare una risposta quando lei ritornò all’attacco.
«I piccioni! Intendo dire i piccioni che hanno appena fatto il nido nel vaso dei ‘tuoi’ gerani. Che ne facciamo? Io non voglio quelle bestiacce piene di malattie a ridosso della casa» e detto questo, con un gesto repentino, spalancò la finestra. Il trambusto del tardo pomeriggio entrò di prepotenza dentro la stanza. Entrò il parlottare concitato delle persone a passeggio per la via, la musica stonata di un girovago che stava intrattenendo turisti accaldati e il suono dolce ma debole di una campana che scivolava giù dalla collina; ma soprattutto entrò il frullare impazzito di un piccione che, vistosi scoperto, lasciò di tutta fretta il nido puntando dritto al cornicione dell’edificio di fronte da cui, una volta abbarbicato, ci spiò preoccupato per le sorti delle sue uova.
«Ma che carine!» scappò di dire a lui vedendo che effettivamente nel vaso di gerani c’era un nido e dentro al nido tre uova color avorio che galleggiavano su un fondo soffice di penne, foglie e paglia.
«Come che carine!?! Ma fanno schifo. Non senti che puzza?» e prima ancora che lui avvertisse un qualsivoglia cattivo odore, lei aveva già chiuso la finestra. «Non stare lì impalato, fai qualcosa per una volta, diomio!»
Lui la guardò perplesso come se non fosse suo marito ma una persona salita per sbaglio dalla via e, facendo perno sui talloni, riprese la strada per la sua poltrona lasciando dietro di sé, come un fazzoletto sgualcito fatto cadere apposta, la sua solita frase di disimpegno: «Beh, ci pensiamo!»
Da quel giorno, però, Fernanda non mollò la presa.
«Allora? Le hai buttate via le uova? Eh? Cosa aspetti? Che nascano i piccoli?»
Insomma era diventata un’autentica tortura.
Così lui una sera, a malincuore, per riprendersi la sua tranquillità, prelevò le uova ancora calde dal nido senza avere però cuore di disfarsene. Se le portò in studio, le mise in un posacenere e, in attesa di una soluzione definitiva, ci mise sopra un libro per nasconderle. Il piccione, dal canto suo invece, per un po’ tornò al vaso di fiori poi, dal momento che le sue uova non sembravano voler più riapparire, disorientato, se ne andò. La pace tornò in famiglia. Almeno fino a quando una sera lei gli disse all’improvviso:
«Abbassa un attimo il volume del televisore…»
Lui obbedì.
«Non lo senti anche tu?» fece lei immobile come se le avessero lanciato addosso una secchiata di cera.
«Cosa?»
«Il verso del piccione!»
«Ma allora la tua è proprio un’ossessione!»
«Macché ossessione. Ti dico che c’è un piccione in casa… senti… turrr… turrr…» fece con le labbra un po’ storte. E subito iniziò a cercare per ogni dove alzando cuscini, aprendo ante di armadi, controllando finanche nella cappa della cucina.
«Senti!» fece ancora fermandosi di colpo e segnando con il dito indice un punto della parete. «Adesso sì che si sente proprio bene!»
«Ma io non sento un bel niente!» protestò lui.
Nei giorni successivi Fernanda non faceva altro che lamentarsi del verso di quella ‘bestiaccia’, persino di notte. Non riusciva più a dormire e di conseguenza non riusciva più a dormire neppure lui. Pensò che la moglie si stesse ammattendo se non fosse stato che, nel ritrovare le tre uova di piccione nel posacenere, le vide che si erano schiuse come se effettivamente fossero nati i piccoli.
Non è possibile!’ pensò sbalordito. ‘Come hanno fatto a spostare il libro e a rimetterlo al suo posto? E poi dovrebbero vedersi in giro per la casa, non possono sopravvivere senza la mamma’.
La situazione di lì a qualche giorno peggiorò. La signora Fernanda era diventa isterica con quel turrr… turrr… che sentiva oramai in continuazione, giorno e notte.
Non si può più vivere in luogo simile‘, diceva lei con gli occhi stralunati e agitandosi incontrollata per la casa, ‘ci sono piccioni dappertutto‘ (anche se non si vedevano) ‘ci ammaleremo, ci ammaleremo tutti, me lo sento!
E così costrinse il marito a traslocare senza che lui opponesse grande resistenza dal momento che si sentiva in colpa. Eh sì, perché avrebbe dovuto gettarle via quelle maledette uova, non tenerle. Che errore aveva fatto! Conservarle in casa poi, e per quale motivo? Aveva ragione la moglie a reputarlo un buonannulla.
A questo pensava con la mano sulla maniglia della porta di ingresso mentre dava un’ultima occhiata alle stanze vuote. Sospirò. In quella casa conservava tutti i suoi più bei ricordi anche di quando era stato ragazzo. Sapeva che ci avrebbe lasciato il cuore.
Si tirò dietro la porta e la serratura scattò con un rumore che suonò definitivo.
E nel silenzio che ne seguì si poté sentire: «Turrr… turrr…»

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clownQuando Al’vian arrivò sul piazzale del supermercato frenò delicatamente. A quell’ora, l’ampio parcheggio era pressoché vuoto. Aveva viaggiato tutta la notte per poter raggiungere il gruppo ma non era riuscito a recuperare il tempo perduto per far curare Yuk dal veterinario; era arrivato però il momento di mettere qualcosa nello stomaco. Scese dalla cabina e aprì gli sportelli del furgone.
«È vero che te ne rimarrai buono buono qui mentre io vado a prendere qualcosa da mangiare anche per te?» Yuk lo squadrò incuriosito e, per tutta risposta, gli si avvicinò strofinandogli il muso sul petto e sotto l’ascella, come faceva sempre quando voleva qualcosa. «No, non ti posso portare con me, non sono ammessi gli animali nei supermercati. Dovresti saperlo.» Yuk fece gli occhi grandi e acquosi, abbassando le orecchie. «Sei proprio un furfante» gli disse Al’vian facendolo scendere. ‘Ma sì’, pensò, ‘dopo tutto cosa sarà mai’.
Appena le porte scorrevoli del market si aprirono lo accolse un strano silenzio ovattato. ‘Che sia ancora chiuso?’ si domandò. Poi si guardò attorno. La linea delle casse era vuota ma alcune commesse erano intente, lontano da lì, a sistemare la merce sui bancali. Non l’avrebbero notato. Al’vian si fece coraggio.
«Andiamo, testone, guarda cosa mi fai fare…» gli disse tirandolo appena per il guinzaglio verso i bagni. Nel breve tragitto che lo separava dalle toilette afferrò della frutta e della verdura su un bancone e le cacciò in tasca.
«Non mi guardare, così» gli disse «poi ti porto qualcosa che ti possa piacere, te lo prometto, per ora accontentati.» Si infilò nella sala e alloggiò Yuk all’interno di uno dei bagni con la porta sistemandogli il cibo sul pavimento piastrellato.
«Stai fermo qui. Hai capito? Torno fra cinque minuti, dieci al massimo.»
Yuk si lasciò chiudere accovacciandosi rassegnato. Al’vian prese il carrello e accelerò il passo. Cercò di farsi venire in mente ciò di cui aveva bisogno. Non si sarebbero più fermati se non nel tardo pomeriggio quando avrebbero raggiunto gli altri, ad Alvona, giusto in tempo per lo spettacolo della sera; e un pagliaccio, a digiuno dal giorno prima, non ha voglia di far ridere nessuno.
Nel frattempo, facevano ingresso nel supermercato Arturo e Clelia, con, al seguito, la madre di lui, la signora Aldina, che cercava di tenere il passo. Stavano per entrare quando l’anziana signora si fermò lentamente come un trabiccolo a motore che avesse finito la benzina. Era pallida.
«Devo andare in bagno…» balbettò.
Arturo si sentì gelare. «Come? Qui? Ora?»
«Sì. Qui, ora» ripeté la signora Aldina facendo il verso al figlio per rivendicare la libertà di poter fare i bisogni quando era il momento. Arturo si voltò verso la moglie.
«Ci pensi tu, cara?»
«Io? Non ci penso davvero! Io me ne occupo, e non dovrei (visto che la madre è tua), quando è in casa e solo perché tu faresti dei disastri… ma, fuori, il divertimento è tutto tuo, cocco. Per questo ti raccomando sempre di fargliela fare prima che esca…» disse sorridendo per la sua logica inappuntabile.
«Quando siamo usciti ha detto che non le scappava…» cercò di rimediare Arturo.
«Non mi interessa» fece lei irremovibile «e vediamo di far presto…» e sottolineò la frase cominciando a battere il piede per terra come se stesse tenendo il tempo per una mazurka indiavolata.
Arturo guardò la madre e poi ancora la moglie e poi ancora la madre.
«Almeno il pannolone glielo hai messo?» domandò Clelia certa della risposta.
«Sono capace benissimo di fare da sola» protestò la signora Aldina con disappunto, ma poco convinta.
«Va bene, vieni…» disse lui prendendola per mano e portandola verso i bagni. «Senti, mamma…» le chiese guardandola di sottecchi «devi fare quella piccola o quella grossa…».
La signora Aldina sbuffò e poi rispose: «Quella grossa!»
Ecco, tutte le fortune!’ pensò lui.
Arrivati all’ingresso della toilette la donna si sganciò improvvisamente dalla mano del figlio. «Non voglio essere di peso a nessuno, faccio da sola…» fece stizzita.
«Sei sicura mamma?» Aldina non rispose e sparì dentro la sala.
Arturo si sentì sollevato, ma dopo pochi secondi la vide ritornare.
«Cosa è successo, mamma? È occupato?» L’anziana signora guardava a terra, visibilmente imbarazzata. Fece di no con la testa. «Cos’è successo? Rispondi! Ti senti male?» incalzò preoccupato scuotendola per le braccia.
«No no, è che me la sono fatta addosso.»
Arturo si sentì morire. Pensava già a quante gliene avrebbe dette la moglie.
«Non è colpa mia, però!» cercò di giustificarsi lei, mortificata. «Ho avuto paura! Non ci crederai… ma di là, nel bagno, c’è un orso alto due metri che si sta mangiando una carota.»

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quarta parete«Si può sapere cos’hai?» gli chiese sentendolo agitarsi nel letto. La prima luce del nuovo anno aveva preso possesso della camera. Sulle palpebre di entrambi gravava ancora una cena pesante e un bicchiere di troppo.
«Niente» rispose lui con la bocca impastata.
«Sono tua moglie e capisco benissimo quando hai qualcosa che non va… non stai bene, forse?»
«Sto benone» rispose con qualche titubanza. Si tirò su a sedersi, la schiena contro la spalliera del letto; accese la luce. «È che mi sembra spesso di sentire come dei mormorii, delle voci…»
«Voci?» ripeté lei con tono canzonatorio schermandosi il viso con la mano. «Ma se abitiamo in una casa isolata! Te lo sarai sognato…»
«Macché, non è solo da questa mattina: è successo anche altre volte…»
«Allora è la televisione: hai l’abitudine di tenerla sempre accesa, soprattutto quando non serve; o magari è solo il tuo stomaco che ti brontola, visto che sei lì a mangiare in continuazione!»
L’uomo rimase assorto mentre lei si stava domandando se non avesse esagerato.
«Sentito?» fece lui alzando un dito come se indicasse una macchia di umidità sul soffitto.
«Cosa?»
«Il mormorio…»
«Il mormorio?»
«Sì, come di una risata trattenuta… Tu hai fatto una battuta, è qualcuno ha riso.»
«Adesso cominci a inquietarmi, Paolo» fece la moglie seria. «Sono le 5.30 del mattino, intorno a noi ci sono solo gatti, daini e cinghiali (e neppure in quest’ordine quanto al loro numero) e tu senti delle risate? La verità è che da quando hai cambiato lavoro sei sempre così nervoso, agitato, distante e pure paranoico…»
«Paranoico, io?»
«Sì, proprio… P-A-R-A-N-O-I-C-O. E forse quel che senti, dopotutto, è solo la Vita, la nostra, che ride di noi: per come viviamo e per come ci siamo ridotti… Possibile che non te ne accorgi?» disse velenosa e indispettita.
Il marito la guardò negli occhi senza una espressione definita come se pensasse ad altro. Quindi disse: «Ecco, è successo di nuovo…»
«Cosa?»
«Tu hai fatto la battuta, e c’è stata un’altra risata, anche questa sommessa. Leggera, ma c’è stata.»
La donna per tutta risposta alzò un braccio come per mandarlo al diavolo e, mentre lui ancora la fissava in modo interrogativo, lei gli diede improvvisamente le spalle rimettendosi sotto il piumino che si tirò fin sotto al naso.
«Beh, allora spengo la luce» fece il marito dopo un minuto, nel vuoto, visto che lei non diceva più nulla. Poi sentì che il suo respiro si era fatto regolare: si era riaddormentata. «Va bene, allora dormiamo ancora un po’… visto che è ancora presto» insistette a dire, spegnendo la luce. «E buon anno, mia cara. Buon anno, davvero.»

(E scoppiò un fragoroso applauso).
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cowboyGuardava dalla finestra alla ricerca di un suggerimento, come si trovasse lì, sotto l’albicocco insieme alle dalie, o fosse portato in giro dal becco di un merlo. Ogni tanto si alzava dalla scrivania per avvicinarsi nervoso all’ampia vetrata del giardino per poi risiedersi subito dopo sconsolato. No, non gli veniva in mente nulla per far progredire la trama del romanzo. Era bloccato. Gli era sembrata una buona idea inserire a quel punto della storia un colpo di scena per ribaltare il vantaggio che il protagonista aveva sul ‘cattivo’ di turno, ma ora Ethan si trovava in fondo al crepaccio di una vecchia miniera piena di vipere, mentre Dodge, nel frattempo, era riuscito a fuggire. Come fare ora per rimettere in gioco il ‘suo’ Ethan? Far passare per caso qualcuno da quelle parti, attirato dalle sue grida, e farlo liberare? Troppo scontato oltre che poco plausibile… Ethan non era il tipo da urlare per essere soccorso. Farlo uscire dalla buca con le sole sue forze? Non avrebbe avuto allora alcun senso metterlo in quella situazione per poi disimpegnarlo facilmente. Oltretutto, per rendere il tutto più verosimile, qualche riga prima, aveva pure scritto che nella caduta si ero rotto un braccio. No, doveva escogitare qualche altra soluzione. Chiuse gli occhi e si concentrò.
«Aiutami…» gli disse a un certo punto Ethan nella sua testa.
«Ci sto provando… ci sto provando» gli rispose l’Autore dopo un po’. «Devi avere un po’ di pazienza.»
«No, non ci stai provando abbastanza: mi fa un male bestia questo braccio… perché mi hai fatto cadere qui dentro?»
«In fondo la colpa è solo tua, Ethan, se fossi un po’ meno impacciato con le armi avresti saputo come ci si comporta nel vecchio West. Sparando a Dodge, che hai pure mancato, non saresti caduto all’indietro per il rinculo.»
«Guarda che mi hai fatto tu così, per me andava bene anche essere un pistolero…»
«Non avrebbe funzionato… il romanzo si poggia sul contrasto tra te che sei un giovane e goffo medico di campagna e il tuo avversario, un famoso tagliagole, che ha ucciso, in un tentativo di violenza, tua sorella; e ora tu lo vuoi morto per vendetta.»
«Se lo dici tu… comunque fai presto a parlare, tanto qua sotto ci sono io… dai, vieni a darmi una mano… quando sono arrivato e ho sorpreso Dodge che dormiva ho notato, attaccato alla sella del suo cavallo, un lazo: prendilo e buttamene giù un capo…»
«Aspetta Ethan… devo pensarci su… sai la trama del romanzo…»
«Al diavolo la trama, ho bisogno di andare in ospedale, subito; vieni a salvarmi che sulla trama ci ragioniamo dopo, con calma,… che qui ci sono pure le vipere, non scherziamo!»
La voce di Ethan si era fatta imperiosa, piena di rabbia. Stava tirando fuori una grinta anche maggiore di quella che avrebbe dovuto avere.
«Va bene» gli disse l’Autore «basta che non ti arrabbi» e si immaginò di prendere il lazo dalla sella di Dodge e di srotolarlo nel crepaccio. «Ora assicurati la corda attorno alla vita, così il cavallo ti può tirare su.»
«Non ce la faccio da solo ad arrampicarmi con questo braccio. Vieni qui tu.»
Sbuffando, l’Autore si calò lentamente nella buca. Era più profonda di quello che avesse pensato. Appena pochi metri dall’entrata e già non si vedeva più nulla. L’odore di umido e di terra bagnata saturava i polmoni.
«Allora si può sapere dove sei?» gli chiese toccando terra. In quel momento Ethan lo colpì forte alla testa con un sasso tramortendolo. Lo spogliò in fretta e si mise i suoi vestiti. Poi diede una voce al cavallo che lentamente lo tirò fuori dalla buca.

«Caro ti porto un tè?… magari ti rilassi: sei così intrattabile ultimamente…» gli disse la moglie, sforzandosi di essere gentile, sulla soglia dello studio.
«No no, grazie» fece lui non muovendosi dalla scrivania e cercando di coprirsi il volto con la mano.
«Hai una voce strana, però» osservò lei tornando sui suoi passi «dovresti proprio spegnere o quantomeno abbassare quel condizionatore o ti prenderai un malanno…»
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