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Posts Tagged ‘moglie’

Mi svegliai all’improvviso. Lei era entrata nella stanza facendo rumore.
«Ero preoccupata che fosse successo qualcosa, non dormi mai fino a quest’ora…»
Mi ricordo di averla guardata senza riconoscerla.
«Sì, d’accordo, arrivo subito…» feci dopo un po’, appoggiando un gomito sul letto per tirarmi su. Ma appena lei si fu allontanata mi lasciai andare pesantemente appoggiando di nuovo la testa sul cuscino. Il sonno accumulato negli ultimi giorni era quasi insostenibile.
Avvertii subito dopo, acuto, un senso di smarrimento. Stavo infatti sognando quando lei era entrata. Stavo sognando di parlare con John Lennon. Era lì con me, in quella stessa stanza, pochi secondi prima. Parlava di un brano, l’ultimo che avesse scritto prima dell’incontro fatale con Mark David Chapman.
«Sai, è una canzone per Yoko…» mi aveva detto mettendosi al piano verticale dove invece ora c’è la libreria. «Lei non l’ha mai ascoltata… doveva essere una sorpresa…» e mi ha guardato in un modo profondamente triste.
Attaccando a suonare me l’ha cantata: sembrava tutto maledettamente vero. Una canzone dolce, melodiosa, una dei suoi pezzi migliori. Ricordava le atmosfere di Julia o di Woman. E quando smise mi guardò soddisfatto.
«Ora sono riuscito finalmente a terminarla…» sorrise. «L’altro giorno mi sono venuti sia l’intro che alcuni accordi nuovi. Ma quanto tempo è passato?»
Io non sapevo cosa rispondere. ‘Quanto tempo è passato da quando?‘ stavo per chiedergli.

Poi a quel punto lei è entrata in stanza e mi ha svegliato. La canzone però la ricordavo benissimo. Così ho preso il telefono è ho chiamato prima Osvaldo e poi Carlo. Ho raccontato loro, che sono i miei più cari amici, quello che era successo. Il sogno e tutto il resto. Ho provato a cantarla ma sono così stonato che ciò che usciva dalla mia bocca risultava inascoltabile, da tapparsi le orecchie. Tutti e due mi hanno preso in giro, ovviamente. E non c’è stato modo di farli smettere di ridere. Begli amici!
Mi sono allora informato per incontrare un maestro di musica. Magari un orecchio allenato mi avrebbe permesso di fermare su carta quello che sentivo ancora distintamente nella mia testa. Quella musica mi riecheggiava dentro in modo chiaro, pulito ma quando provavo a riprodurla diventava un’altra cosa, un lamento insopportabile persino per me. Il maestro dapprima mi ha prestato seriamente la sua attenzione e poi si è messo anche lui a ridere, per quella storia del sogno e tutto il resto. Mi deve aver preso per matto tanto che non ha voluto neppure essere pagato; mi ha messo gentilmente alla porta e poi si è negato al telefono nei giorni successivi.

Ma non ho mollato. Quando mi trovavo solo in casa mi piazzavo davanti allo specchio a provare e riprovare. Chiudevo gli occhi per ascoltare bene quello che ancora ricordavo e ho tentato di riprodurlo, lentamente, con calma. Una, cento, mille volte. Ma non c’era davvero nulla da fare.
Possibile che quella musica stupenda dovesse andare perduta per sempre?

Poi una sera mi sono trovato in trasferta ad Alvona. Ero sceso al ristorante dell’hotel. Non avevo voglia di girare per la città in cerca di un’alternativa anche perché avevo poca fame. Quel ristorantino pretenzioso del resto mi era sempre piaciuto.
Avevo ordinato il solito e stavo aspettando nella sala pressoché vuota, forse perché non era stagione o più probabilmente perché era ancora presto, quando mi sono messo a giocare con le posate. Ho urtato con la lama del coltello il bordo del bicchiere dell’acqua davanti a me e poi quello del vino e infine la bottiglia di chardonnay.
Eccola la melodia, eccola…’ ho pensato. Mi sono subito alzato per prendere da un altro tavolo altri due bicchieri; li ho riempiti di vino e di acqua in quantità diverse. Ne ho aggiustato il livello fino a quando, colpendo i relativi vetri, non ottenevo la nota giusta. Suonandoli infine tutti insieme, nella corretta successione, ne ricavai buona parte della melodia, quella di John. Ci ero riuscito!
Ho afferrato il telefonino per chiamare qualcuno per dare la notizia.
Poi mi sono fermato. Ci ho pensato un po’ su. E ho preso il bicchiere di vino e me lo sono bevuto.
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L’alberghetto era grazioso, curato, lambito in modo romantico da un’ansa del fiume che in quel punto scorreva discreto tra salici enormi che allungavano i loro rami a sfiorare l’acqua.
Franco e Clara avevano deciso di fermarsi lì per una sosta durante il loro lungo viaggio di ritorno: sarebbero ripartiti riposati la mattina dopo. L’app non dava nessuna recensione per quel posto che però sembrava confortevole.
La ragazza che li accolse era giovane e cordiale. Confermò loro, in modo simpatico e spigliato, che avevano aperto da meno di un mese e che quella era la casa del bisnonno che, per una combinazione di successioni, le era giunta in eredità. Li aiutò con le valigie, anche se erano pesanti, accompagnandoli in una stanza che si presentò pulita, spaziosa e con una vista a distesa sulla campagna circostante. Il silenzio era interrotto dal canto dei merli e dei pettirossi, e la leggera bruma che saliva lentamente dal bosco sfumava il contorno dei campi di colza.
«Bella camera» disse dopo un po’ lui abbracciandola con gli occhi.
«Sì sì, Franco, non dico di no, ma tutte queste fotografie ingiallite… sono tristi…»
«C’è scritto Galizia, 1917, sotto questa…» disse lui cercando di leggere da un lato. «Sono foto della Grande Guerra. Probabilmente autentiche. Un bel valore storico.»
«Certo, come no, ma sembra un museo, Franco, non una stanza d’albergo…» sentenziò lei che già stava ispezionando il bagno.
«Di qua, all’interno di una nicchia nel muro c’è addirittura una campana di vetro» disse lei riemergendo poco dopo. «E dentro c’è un insetto imbalsamato… che schifo.»
«Un insetto imbalsamato!?! Clara… ma cosa dici?»
«E questa cosa qui… sul muro?» insistette ancora lei.
Franco si avvicinò.
«Dovevano per forza mettere una divisa sotto vetro come se fosse un quadro?» chiese la donna allargando le braccia.
«Che sarà mai… si tratta solo di una divisa militare…»
«È anche sporca di sangue che orrore… io questo posto lo trovo sinistro… non ci voglio passare la notte!»
«Ma se è carino! E poi l’app dice che il prossimo albergo è a più di cento chilometri da qui e io sono stanco morto e ho bisogno di dormire.»
Lei lo squadrò indispettita. Fece anche una strana smorfia che, lo sapeva bene lui, valeva quanto un lungo discorso. E non l’avrebbe passata liscia.

«Avete dormito bene?» chiese l’indomani al desk la ragazza nel preparare il conto.
Franco assentì mentre Clara, rimasta un po’ indietro, era seduta su una valigia e faceva ballare una gamba posata sull’altra.
«Mi scusi se glielo chiedo…» fece Franco alzando il dito indice «cos’è quella divisa che c’è appesa nella nostra stanza?»
La ragazza, fissando il monitor, continuò per un poco ad armeggiare con il mouse e, quindi, dopo aver dato il comando di stampa, spiegò:
«Come le accennavo ieri, questa casa, un tempo un capanno, era di mio bisnonno e la divisa è una delle sue quando fu ferito al costato al fronte. Ha fatto la Grande Guerra come ufficiale e in Galizia nel 1917 è purtroppo salito su una mina anticarro e quel è rimasto di lui è tornato in Italia in una scatola di scarpe. Per onorare la sua memoria, mio nonno prima e mio padre dopo, hanno risistemato questa casa ingrandendola.»
«Ah bene… una bella cosa…» fece Franco voltandosi verso la moglie come per dirle ‘visto, che poi non era tutto questo che…’ Ma lei continuava a guardare fuori della finestra, rigida, come se fosse impregnata di scagliola.
La ragazza del desk, nel frattempo, aveva estratto un foglio dal vassoio della stampante mettendolo sotto gli occhi di Franco, ponendovi sopra, a sigillo, una penna.
«E poi…» seguitò ancora sorridendo «hanno sistemato un po’ ovunque nella stanza da voi occupata, e che poi era la sua quando abitava qui, i suoi resti che ci sono pervenuti. Nel bagno, in una teca, c’è il frammento del suo osso pubico, la lampada sul comodino è fatta con alcune dita della sua mano destra, il lampadario è una parte della calotta cranica…»
Franco si era bloccato e non era riuscito a completare la firma; era diventato pallido.
«La stessa penna che ha in mano adesso» fece infine la ragazza «pensi… è stata ricavata da quello che è rimasto della sua tibia…»
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La donna, ancora piacente e ben vestita, il capello tagliato di fresco, aveva la testa bassa. L’avvocato vicino a lei le faceva il gesto di tirarsi su con il busto, perché si stava presentando male al magistrato. Le aveva pure fatto un bel discorsetto prima dell’interrogatorio, ma ora, lei, sembrava essersi dimenticata di ogni cosa: era crucciata, il pensiero perso da qualche parte tra il pianale della scrivania davanti a lei e le sue scarpe alla moda.
«Per il verbale… lei si chiama…» chiese il PM con voce atona e distaccata.
La donna declinò le generalità a bassa voce, non senza incertezze.
«Nata a… il…» insistette il magistrato.
E lei meccanicamente completò i dati.
«È morto dottore?» fece a un certo punto la donna, preoccupata. Il PM la squadrò, sorpreso per quella domanda.
«Se la sente di raccontarmi com’è andata?» chiese senza rispondere, abbozzando quello che avrebbe dovuto essere un mezzo sorriso.
«Stavo dormendo, dottore, quando nel cuore della notte ho sentito dei rumori. Sa, quella sera ero sola perché le bambine si trovavano con mio marito, a Collefili: era la serata che le doveva tenere lui. Ma quando mi sono alzata e sono andata nel corridoio verso la porta d’ingresso per capire cosa stesse succedendo era già troppo tardi: “loro” stavano già entrando…»
Le ultime parole le morirono in bocca: non riuscì a continuare a parlare e si mise a piangere. L’avvocato tirò fuori un fazzoletto di fiandra d’altri tempi e lo porse alla donna con gentilezza.
Il PM attese paziente.
«A quel punto…» si schiarì la voce la donna «…a quel punto ero davvero terrorizzata: vedevo già la luce di una torcia filtrare sotto la soglia…»
«Li ha aspettati che entrassero e così ha colpito uno di loro…»
«Ma no, dottore. Sono tornata subito a letto; ho pensato che se mi trovavano a dormire profondamente si sarebbero limitati a rubare solo qualcosa e se ne sarebbero andati…»
«E invece?»
«Stava andando tutto bene, diciamo così… nel senso che si erano messi prima a rovistare un po’ in sala e poi sono entrati in camera da letto. Hanno preso la mia veretta e una collana di perle sul comò…»
«Ed è stato questo il momento in cui lei così si è alzata dal letto e ha colpito…»
«Ma no, dottore, no… li ho lasciati fare sperando che si sarebbero accontentati… avevo troppa paura…»
La donna si stava tormentando le dita delle mani come se se le volesse svitare.
«Uno di loro, quello più giovane… mi si è quindi avvicinato e mentre io ero impietrita sopra le coperte lui mi ha abbassato il pantalone del pigiama… aveva proprio quello sguardo lì, sa cosa intendo dire…» fece assumendo nel volto un’espressione di involontaria sensualità «perché ho l’abitudine di non portare niente, sotto, quando mi metto a dormire…»
«Ed è stato quello il momento in cui…»
«No, ma cosa dice, per così poco… e poi l’altro complice, quello che era rimasto sulla porta e che doveva essere il capo, lo ha ripreso seccamente dicendogli di venir via perché, secondo lui, non c’era più nient’altro da rubare…»
«E quindi?»
«E quindi quello che mi era vicino, e che non voleva affatto andarsene, non so se mi sono spiegata, ha notato il mio cellulare sul comodino e se l’è preso.»
«E lei?»
«E io non ci ho più visto. Mi sono allungata fulminea sul comodino e con uno scatto ho afferrato la sveglia in mano e gliel’ho fracassata sulla testa…»
«La sveglia sulla testa? Per il telefonino…?» ripeté automaticamente il PM.
«Certo, dottore. Con tutti i selfie che mi ero fatta l’estate scorsa al mare con le mie amiche… ma scherza davvero? E così il balordo è rimasto lì a terra, mezzo secco… mentre l’altro è scappato via subito.»
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Piero ci stava pensando da diverso tempo senza però mai decidersi. Poi sotto le feste si buttò: invitò a casa sua il suo capo ufficio.
Pieno di sé, rimasto per scelta signorino, sui settant’anni ben portati ed ex paracadutista dei Corpi Speciali, il Comm. Luigi Binetti Cavalcanti si presentò puntuale e sull’attenti alla porta d’ingresso abbracciato a un vaso di fiori. Si trattava di un’orchidea, a suo dire, speciale, originaria del Madagascar orientale, di cui si mise a magnificare, ancora sulla soglia dell’appartamento, le caratteristiche culturali e antropologiche delle radici. Piero capì che sarebbe stata una lunga serata.
Per fortuna la moglie di Piero, Marta, anche se nel privato era scorbutica e scostante, aveva tuttavia uno spiccato senso dell’ospitalità e sapeva cucinare davvero bene, sicché era sulla vantata competenza gastronomica del Commendatore che lui aveva intenzione di fare breccia.
La serata, nonostante i timori, scivolò via piacevole, ben al di sopra delle aspettative, a parte le prolusioni infinite e pedanti di Binetti Cavalcanti che, mostrandosi tuttologo tra i tuttologi, aveva avuto modo di dire la sua su qualunque argomento fosse stato portato alla sua attenzione, dal tipo di pannolino più performante da utilizzare per il cambio del bebè in viaggio alla forma attuale di governo nel Kirghizistan, dalla ricerca sui dinosauri anfibi del piccolo Martino, figlio di Piero, alle imminenti elezioni politiche nel nostro Paese. Il tutto condito con aneddoti, ricordi personali e persino barzellette.
«Mi compiaccio davvero molto…» disse a un certo punto della serata il Commendatore che, anziché pulirsi i baffetti con il tovagliolo, li tamponava con leggeri e rapidi colpetti. «…Le confesso che avevo nutrito qualche perplessità verso di lei quando mi formulò il suo invito…» e lasciò la frase a metà per osservare l’effetto che stava facendo. «Mi aspettavo infatti che mi invitasse molto prima, a ridosso insomma della sua promozione…» continuò con aria indisponente. «Spero tanto di non aver sbagliato preferendola al promettente Egidio Delli Rossi, quello delle Risorse Umane.»
«Ma no, Commendatore, saprò sicuramente essere all’altezza dei miei nuovi compiti e della Sua fiducia. Le assicuro che non mi sono permesso di invitarLa prima solo per il fatto che non sapevo se avrebbe gradito o no…»
«Caro Pellegatti…»
«Pelagatti, Commendatore, Pelagatti.»
«Sì sì, Pelagatti, certo… (ma che razza di cognome!) le faccio notare che un buon dirigente sa sempre come comportarsi con i suoi superiori, quando cioè fare dell’onesto e sano zerbinaggio e quando no; come del resto sa, parimenti molto bene, quando essere spietato o caritatevole nei confronti dei propri inferiori. Fa parte del curriculum di base della leadership, sa? ed Egidio Delli Rossi, a essere sinceri, non avrebbe certo esitato, mentre lei invece mi tituba…»
«Non titubo, Commendatore, non titubo, sono solo prudente…»
«Prudentemente titubante direi… comunque, nonostante le mie sopravvenute e ahimè tardive riserve, devo farle i miei complimenti: ha una bella casa, una bellissima famiglia e una moglie stupenda, che sa pure cucinare e, di questi tempi…»
Piero si stava godendo i complimenti con un abbozzo di garbato sorriso sulle labbra. Quando udì un:
«Anche se…»
Piero raggelò.
«…desidero rilevare per vero…» e il Commendatore sparò un indice ossuto e nervoso in direzione del soffitto «…che questo frastuono che proviene dall’appartamento sovrastante, e che non ha mai smesso un attimo da più di due ore, è davvero tedioso…»
«È sempre così, Commendatore, dalla mattina alla sera e persino la notte… non c’è nulla da fare, sono davvero mortificato.»
«Come non c’è nulla da fare, Pellegatti? Ridono, urlano, la musica è a tutto volume… e lei non può reagire? Macchediamine! Occorre farsi rispettare, sa? Perdio!» disse sbattendo un pugno sulla tavola che fece sobbalzare i bicchieri. «Un buon leader sa come fare… probabilmente Egidio Delli Rossi delle Risorse Umane avrebbe…»
«Commendatore» tagliò corto Piero «ho provato di tutto, mi creda; ho portato la questione all’attenzione dell’assemblea condominiale, dell’assessorato competente e persino dei Vigili del Fuoco… nulla…»
«Ha provato a parlarne direttamente con loro, con gli occupanti dell’immobile sovrastante?»
«No.»
«Come no? Il contatto diretto è tutto al giorno d’oggi: bisogna saper dialogare, mediare, negoziare… sono le qualità fondanti di una leadership strategica, sa? Le faccio vedere io come si fa…»
«Ma dove va, Commendatore… lasci perdere, torni qui, la scongiuro…»
«Lei non sa Pellegatti cosa possano fare poche parole, ma ben dette… il Prefetto è stato mio allievo, il Comandante della Polizia Municipale è mio cugino, per tacere del Commissario Capo della Polizia che è l’amante di mia sorella… ne verremo a una… glielo garantisco… bisogna avere le palle… eccheccaz…» e uscì come una furia dalla porta di casa.
Piero si mise sulla soglia ad aspettarlo, le mani giunte raccolte davanti a sé, il capo chino. Sembrava un condannato che aspettasse l’estrema unzione.
Dopo qualche minuto il Commendatore tornò. Era pallido e guardava Piero senza riuscire a parlare. Piero si mise di lato per farlo entrare. Binetti Cavalcanti fece lentamente due passi all’interno del corridoio, poi si girò:
«Ma non c’è nessuno al piano superiore, sopra, intendo dire (l’indice ora era curvo, a uncino). Lei è già all’ultimo piano. C’è solo il tetto. Com’è possibile?»
«Lo so, Commendatore, lo so. Non è spiegabile… ma è così. Comunque grazie per il suo interessamento. Neppure Delli Rossi avrebbe potuto fare di meglio.»

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Melissa osservava il marito: se ne stava accanto a lei facendosi condurre docilmente dal carrello; complice un’altezza ragguardevole e una magrezza sospetta (se non si fosse conosciuta la storia di quell’uomo) sembrava come al solito del tutto scollegato dalla realtà con la testa in un’altra dimensione. I capelli sottili, tendenti chissà perché all’azzurrino, erano arruffati più del solito, ribelli a qualsiasi disciplina che un pettine potesse assicurare, mettevano in evidenza gli occhi mobili e penetranti che guardavano senza vedere. Avrebbe potuto essere ovunque: sulla cima di un grattacielo in bilico su un’antenna, seduto in fondo all’oceano o proprio lì a far la spesa con lei.
Melissa non era mai riuscita a spiegarsi perché lo avesse sempre amato e continuasse ad amarlo come fosse il primo giorno. Forse per quella sua aria così indifesa, implume, per quella sua dolcezza pasticciona con cui riusciva a metterla al centro del proprio mondo, qualunque esso fosse.
«Però così non mi aiuti» sbottò a un certo punto lei impuntandosi nella corsia dei casalinghi. Lui, che si era sentito strattonare, diresse lo sguardo verso la donna senza riconoscerla.
«Non ho capito» fece subito dopo, riprendendosi.
«Ti sto dicendo che così non mi aiuti… pensi ai fatti tuoi… e così ci metteremo un sacco di tempo» fece lei cercando di fare il broncio senza riuscirci.
«No, affatto» cercò di smarcarsi. «È che non hai bisogno di me: te la stai cavando benissimo, tant’è che fino adesso non mi hai chiesto nulla…»
«Ah sì? Allora eccoti, sapientone, una precisa e chiara richiesta di aiuto: non riesco a trovare la candeggina… sono dieci minuti che giriamo a vuoto, non so se te ne sei accorto. È che in questo iper, a sistemare le cose sugli scaffali, sembra sia stato un burlone ubriaco.»
«Candeggina? Candeggina?» ripeté lui guardando un soffitto molto lontano intersecato da tubi di aspirazione, sensori antincendio e macchinari che sfidavano la gravità. «È alla corsia 34, di là, in quella direzione.»
Melissa non sapeva se ridere o preoccuparsi. La corsia 34 era poco distante. Ci arrivarono in un attimo e subito vide davanti a sé un intero bancone di confezioni di candeggina. Si aspettava che Carlo le dicesse ‘hai visto?’ ma era invece di nuovo sprofondato nei suoi pensieri. Afferrò una bottiglietta di quello meno caro e la posò piano piano nel carrello come per non disturbare il marito.
«E vediamo, allora,… il pane in cassetta dove lo potrei trovare?» chiese lei, appena dopo qualche minuto, a mo’ di sfida.
Lui guardò in basso, in direzione del punto dove aveva sentito giungere la voce. Metabolizzò la domanda della moglie anche se in ritardo. Ci pensò qualche secondo e poi disse:
«Pane in cassetta? Alla corsia 22, dove l’hanno messa da qualche giorno dopo aver risistemato la zona dei freschi che occupa adesso la zona sud. Il nuovo direttore ha voluto così» fece abbozzando un sorriso e allargando le braccia come per dire: ‘non è colpa mia!
Melissa che fino a quel momento aveva creduto che quella di prima fosse stata solo una botta di fortuna accelerò il passo verso la corsia 22. Avrebbe tanto voluto che il pane in cassetta non fosse affatto là. Invece, come poté constatare con grande meraviglia, si trovava proprio in quel posto, insieme a tutti i tipi di pane, da quello salato a quello sciocco, da quello sfuso a quello imbustato. «Ma come caspita…» fece lei squadrando il marito da capo a piedi. «Come fai ad avere tutte queste informazioni?»
«Non saprei… ascolto, capto qua e là, memorizzo…» fece lui come per scusarsi.
Melissa scosse la testa. La spesa era finita. Si diressero verso la linea delle casse.
«No, non andare dalla Lucia» disse d’improvviso lui «è appena rientrata da un periodo di congedo. Poverina, l’ha lasciata il fidanzato a pochi mesi dal matrimonio ed è molto depressa. Ma è anche parecchio lenta. Vai lì dalla Paolina, piuttosto, che l’hanno assunta da poco, anche se con una raccomandazione: è giovane, molto volenterosa, rapida e precisa.»
«Ma dai, Carlo, com’è possibile che tu sappia tutte queste cose…? Dimmelo, dov’è il trucco?»
«Ti ho detto che non lo so, Melissa. E poi perché non dovrei saperle, scusa?»
«Perché abitiamo a più di mille chilometri di qui e in questo iper ci siamo entrati solo per caso.»
«Ah sì?»

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Stette a guardare il bambino da dietro il tronco del platano. Non riusciva a capire cosa stesse facendo anche se era chiaro che stesse giocando. Un aeroplano da turismo solcò il cielo in quel momento: virò contro la luce del sole facendo luccicare le ali azzurrine e poi sparì dietro la fronda fitta dell’albero.
«Ciao» fece lui entrando nel giardino. Il bambino alzò per un attimo lo sguardo verso l’uomo che, a braccia abbandonate lungo il corpo, gli stava sorridendo.
«Aiutami a fare una buca qui… non riesco…» disse il bambino senza smettere di scavare.
L’uomo si inginocchiò vicino a lui. «Cosa vuoi fare?»
«Faccio un buca grossa grossa così ci nascondo i soldatini che il mio papà non li trova più…»
«E perché non li deve trovare?»
«Perché quando faccio il monello me li sequestra per giorni interi…»
L’uomo si mise a rovistare dove il bambino stava dando di paletta. «C’era questo sasso, vedi? Per questo non riuscivi a fare la buca…» fece l’uomo estraendo dalla terra un ciottolo di fiume e posandolo vicino a sé.
«Ma tu sei uno straneo?» gli fece il bambino chiudendo un occhio per la luce accecante del sole.
«Uno straneo
«Sì.. il mio papà mi dice sempre che non devo parlare con gli stranei che sono cattivi. Tu chi sei?»
«Sono un Angelo…»
«Un Angelo?» ripeté lui rimanendo a bocca aperta.
«Proprio così! Un Angelo che ha perso l’aureola. Mi aiuti a cercarla?»
«Tu non sei un Angelo…»
«E perché?»
«Perché gli Angeli sono biondi, con la pelle chiara e gli occhi azzurri… e tu sei marrone di pelle, hai gli occhi bui e i capelli ricci…»
«Non sono mica tutti come dici tu, gli Angeli…»
«E poi non ci hai neppure le ali… o ti sono cadute anche quelle?»
«Non ci sono i tuoi genitori?» tagliò corto lui gettando un’occhiata al di là della finestra.
«No, sono usciti con mia sorella più grande, in casa c’è solo la tata che è anche lei una stranea ma di lei ci si può fidare, anche se fino a un certo punto; così dice papà…»
«Sì, capisco…»
«Ma sta dormendo perché è grassa…» finì di dire il bambino.
«E quindi sei tutto solo, adesso…»
«E come avresti fatto a perdere l’aureola? Sentiamo…» fece il bambino copiando un’espressione del padre e mettendo le braccia in conserte. «Sei proprio uno sbadato anche più di me. La mamma non ti sgrida?»
«Stavo uscendo di corsa dal Parlatorio Comune quando mi è scivolata dalle dita proprio davanti a una buca cielo/terra ed è finita giù giù fin nel tuo giardino…» e prese ad accarezzarlo.
In quel preciso istante un donnone di cento chili, dai tratti asiatici, uscì come una furia dalla casa. Aveva una mazza da baseball che roteava per aria come un mulinello. Faceva voci e una faccia scura e feroce all’indirizzo dell’uomo. Il bambino si impressionò, ma si impressionò ancor di più l’uomo che scattò via come avesse fatto un salto dal trampolino; in due balzi abbandonò il prato.

A mezzanotte e qualcosa entrò nel vialetto una macchina da cui scesero tre persone.
«Insomma non ti è piaciuto» disse la donna facendo tintinnare le chiavi di casa.
«No, mamma, mi ha un po’ deluso… ne avevano parlato tutti come il nuovo capolavoro del cinema emergente… e invece…»
«Ehi, aspetta, cosa c’è lì nel cespuglio?» disse la donna.
Il marito si spostò sul prato bagnato dall’impianto di irrigazione e da sotto un cespuglio raccolse un specie di grosso anello luminoso.
«E cos’è?» gli domandò la moglie.
«Se non lo sai tu… sarà uno dei tanti, dei troppi regali che fai a Carletto, viziandolo oltre ogni misura… Come se poi non li rompesse tutti, come ‘sto coso qui… Lasciamo stare, va… entriamo che è tardi» disse mettendosi l’oggetto in tasca «che non ho voglia di litigare.»

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mascheraIn casa era così: dolce, disponibile, sereno. Le figlie lo adoravano e la moglie lo amava da sempre; ma sul lavoro era tutta un’altra cosa. Era molto giovane per il tipo di ruolo richiesto e il rischio di non avere autorevolezza sufficiente per gestire il personale e imporsi sui colleghi era molto elevato. Si era fatto crescere la barba, aveva imparato a vestire in modo meno giovanile, aveva comprato persino un paio di occhiali dalla montatura pesante e il tutto per accrescere la sua credibilità. Aveva sempre però l’impressione che non fosse abbastanza e che, ogni tanto, lo prendessero anche in giro non appena voltava loro le spalle.
Così un giorno, uscendo di casa, si mise la maschera. L’aveva trovata in un baule, nella cantina, avvolta in carta da giornale con sopra la scritta ‘da non usare’. Forse era stata del padre o forse del nonno ma nessuno di loro ne aveva mai fatto cenno. Non si curò dell’avvertimento perché, appena provata, se la sentiva perfetta addosso; calzava a meraviglia e, da quel che poteva osservare dal pezzo di specchio che aveva in quella stessa cantina, gli assicurava quel pizzico di severità che gli occorreva, ma anche un non so che di risolutezza e persino di moderata alterigia e comunque di indiscussa superiorità. In fondo era ancora lui ma, sotto sotto, non lo era più.
La nascose nel portaombrelli sul pianerottolo di casa e, l’indomani, dopo aver salutato moglie e figlie, se la mise per andare in ufficio. Come aveva sperato, d’un tratto, non ci furono più problemi. Non faceva in tempo a pensare ciò che i collaboratori avrebbero dovuto svolgere che loro già loro l’avevano eseguito. Erano ossequiosi e pendevano dalle sue labbra desiderosi di compiacergli. Il suo viso evidentemente esprimeva rispetto, autorevolezza, capacità di comando; non c’era più traccia delle imbarazzanti incertezze di una volta: si sentiva finalmente appagato.
Sarà solo per poco tempo’, si giustificò con se stesso: ‘io so del resto quanto valgo ed è solo una questione di forma: continuerò così, solo per un po’, almeno fino a quando non avranno imparato a rispettarmi e poi ne farò a meno’.
Ben presto questa preparazione mattutina divenne una routine. Al mattino usciva di casa, indossava la sua maschera e andava a lavorare. La sera tornava, se la toglieva, e si godeva la famiglia.
Trascorsero in questo modo alcuni mesi. Ma anche quando sul lavoro oramai tutti lo stimavano considerandolo indiscutibilmente il loro leader lui non se la sentiva più di lasciare la maschera nel portaombrelli. Non ancora. Alla sera quando la riponeva si diceva che sarebbe stata l’ultima volta, ma poi al mattino la indossava di nuovo. ‘In fondo, che male c’è’?’ si diceva.
Poi, una mattina, mentre stava per entrare in ufficio, vedendosi nel riflesso della vetrina di un bar, si accorse di aver dimenticato di indossare la maschera. Oramai era diventata una tale abitudine metterla e toglierla che non ci aveva fatto più caso. Che fare ora? Entrare lo stesso e affrontare il nuovo corso? Oppure tornare a casa? ‘Che seccatura!’, pensò, ‘proprio oggi che viene in visita il Direttore Generale‘. No, non poteva darsi malato e capì anche che non avrebbe potuto neppure sedersi dietro la sua scrivania e affrontare una giornata simile senza la sicurezza che la maschera gli avrebbe potuto dare. Doveva tornare a prenderla: forse avrebbe fatto in tempo. Dopo tutto era ancora presto e, a casa sua, non c’era più nessuno.
Prese un taxi e, in poco tempo, fu davanti al portone di casa. Salì velocemente i gradini e, una volta arrivato al portaombrelli, ci frugò febbrilmente dentro: la maschera non c’era. ‘Com’è possibile?’ si chiese allibito. Cercò meglio tirando fuori tutti gli ombrelli e un vecchio bastone da passeggio. Niente, non c’era. In quell’istante uscì la moglie e le sue due figlie. Quel giorno c’era la recita di fine anno e le sue bambine sarebbero uscite più tardi del solito: l’aveva dimenticato. E appena lo videro lì, davanti alla porta di casa loro, chino per terra, gli occhi strabuzzati, si misero a gridare spaventate. Lui non riusciva a capire. La moglie e le figlie lo avevano guardato in faccia e non lo avevano riconosciuto. Si tastò il viso. La maschera era lì, al suo posto: si era sbagliato a credere di non averla indossata.
«Ma no, Tesoro» disse allora lui facendo un passo verso la moglie e le figlie: «Anche voi bambine, non dovete spaventarvi sono io, sono papà… ho solo una maschera indosso… volevo farvi uno scherzo.»
La moglie nel frattempo aveva chiuso la porta di casa e, spingendo le bambine davanti a sé, fece scendere loro rapidamente le scale: erano scoppiate a piangere, terrorizzate per quelle parole che l’uomo sconosciuto aveva pronunciato.
«Guardate è solo una maschera…» disse ancora lui sporgendosi verso di loro dalla ringhiera e provando a levarla «guardate, la tolgo subito». Ma non ci riusciva, non c’era più il bordo, anche se impercettibile, sul collo e sulla fronte per poterla cavare: oramai era tutt’una con la sua faccia.

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