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Posts Tagged ‘Alvona’

«Sono proprio stanco. E scocciato. Sì, stanco e scocciato. Prima sono stato per mesi senza mai muovermi in quella sottospecie di stamberga che chiamano casa, metà arredata e metà no; (sembra che, siccome sono onesto, non mi possa permettere con il mio stipendio un posto più dignitoso in centro. Almeno così ha scritto Lui); e ora sono qui a guardare il via vai incessante di questa piazzetta, come un automa o un cartone pubblicitario.
Per tacere poi di come sono vestito. All’inizio portavo il solito odioso impermeabile, poi per fortuna ci ha ripensato. Ora vesto informalmente, un po’ bohémien, un po’ artista scapigliato e maledetto, anche se faccio il vice-questore a tempo pieno e di poesia non ne ho mai masticata nemmeno per sbaglio. Almeno credo. Se non ha cambiato idea nel frattempo.
Anche se, a dir la verità, Lui, quando vuole, sa scrivere davvero bene. La storia, questa storia di cui sono il personaggio principale, è partita del resto con il turbo, oramai purtroppo alcuni anni fa. Era pieno di idee, scriveva in continuazione, di getto. Pareva incontenibile. Insomma il libro prometteva per il meglio, roba da migliaia e migliaia di copie vendute. Perché la trama è ben costruita, originale, piena di colpi di scena. Ma poi, all’improvviso, sul più bello, quando occorreva tirare le fila del lavoro e soprattutto farmi scoprire chi era l’assassino ecco il blocco dello scrittore. Mi si è impantanato come una cornacchia nel cemento fresco e non è più riuscito ad andare avanti. Non solo, ma ha anche cominciato ad avere ripensamenti; un mucchio di ripensamenti: sui personaggi, su alcune ambientazioni, sui dialoghi e pure sul mio accento, adesso che ricordo bene. Prima ligure, poi veneto e/o friulano e/o istriano e ora con una improbabile inflessione tedesca. Perché adesso sarei, sembrerebbe, altoatesino trapiantano in questa città di cui non ricordo nemmeno più il nome tante volte l’ha cambiato.
E ora come dicevo, sono al bar, vestito di tutto punto, con una sciarpa di seta al collo che sembro mia zia. E sono giorni per la verità che sono qui, in attesa. E al tavolino Lui mi ha fatto servire prima una bibita zuccherata (che non sopporto) poi un cappuccino con una faccina sorridente disegnata come se ci fosse qualcosa per cui sorridere e ora una spremuta di non so che, visto che dentro al bicchiere galleggia qualcosa di strano che non riesco nemmeno a identificare. So però che è il momento più importante del romanzo. Questo sì. Ho teso una trappola all’assassino e, secondo i miei “astuti” calcoli, dovrebbe poter scattare da un momento all’altro. Ho detto “astuti” perché lo ha scritto Lui. A me sono sembrati invece del tutto “normali” visto che faccio questo mestiere per vivere. Non tendere trappole, ovviamente, ma indagare. E sembra pure che io sia bravo, così almeno sostengono i miei superiori, anche se io non me ne curo più di tanto dal momento che “vivo in un mondo tutto mio e basto a me stesso” (parole Sue). Sta di fatto che il cameriere per fare lo spiritoso mi chiede sempre, dopo una certa ora, se voglio la camomilla per la notte. Mi ci vorrebbe un doppio whisky, altro che camomilla. Forse, chissà, è proprio questa la vita inutile dei personaggi di un romanzo. Rimanere intrappolati tra le pagine scritte e non poter avere una esistenza propria. Ho provato anche a fare due chiacchiere fuori da queste pagine con gli altri personaggi, così per socializzare un po’ e sentirmi meno solo, ma sembra che non sia consentito.

Aspetta, aspetta. Forse ci siamo. Non ci posso credere. Lui ha deciso: la trappola è scattata. L’assassino sta venendo qui per farsi riconsegnare dal cameriere la prova che lo inchioda: il documento che ha lasciato su questo stesso tavolino il giorno in cui ha ucciso il ragazzo; e invece incontrerà me. A mio avviso non può che essere l’architetto. Ma sì, era l’unico che sapeva della casa al mare del padre della vittima e il solo che poteva avere un movente (il ragazzo lo ricattava per non so più cosa). Infatti, eccolo eccolo!»

Il vice-questore Battaglia si alzò deciso, rientrando nel locale. Gli si parò davanti tuttavia non l’architetto Morini, come si aspettava, ma la bella inglese Abbie, incartata in un vestitino succinto da confezione regalo.
«Commissario, che ci fa qui?»
«Vice-questore, prego» fece lui meccanicamente anche se non era quello che avrebbe voluto dirle. Si era dimenticato di quanto quella donna lo avesse turbato profondamente, con il suo fascino malizioso, fin da quando si era imbattuto nel suo sorriso. Era sorpreso, ma anche molto deluso che l’assassina fosse lei.
«È questo tutto quello che ha da dirmi?» fece lei spalancando gli occhi grigi.
«In effetti non è la prima cosa che mi è venuta in mente, rivedendola…» ammise lui con fare sornione e aggiustandosi la sciarpa. Lei abbassò lo sguardo consapevole della sua bellezza e poi lo rialzò posandolo direttamente dentro a quello di lui a suggellare l’intesa avvenuta.
«Però ce ne hai messo di tempo… commiss… vice-questore…» fece lei umettandosi leggermente un angolo della bocca. «Allora da me o da te?» mormorò lei avvicinandosi quel tanto che bastò per fargli avvertire il profumo della sua pelle.
Lui sorrise, amaro. Poi, deglutendo, sospirò:
«Meglio in questura.»

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Dormiva male. Si rigirava nel letto per cercare una posizione che non avrebbe mai trovato; si fermava ogni tanto a bere dalla bottiglietta d’acqua sul comodino per tentare di togliersi quella sensazione di stopposità che aveva in gola e quindi ricominciava. Si svegliò che era l’alba. La sagoma addormentata della moglie era accanto a lui. Si tirò su nel letto, la testa appoggiata al muro. Faceva caldo, era tutto sudato. Sì, c’era qualcosa che non andava: l’aria era greve, stagnante, non riusciva a dilatare i polmoni. Persino il silenzio che di notte avvolgeva la casa come un piumino, era come lacerato, meno compatto del solito.
La stanza! pensò, ecco, forse era la stanza: non la riconosceva. No, non poteva aver sbagliato casa, se accanto a lui c’era la moglie. Che fosse una camera d’albergo? Si sforzò di ricordarsi se fossero partiti. No, non era possibile: erano almeno tre o quattro anni da quando era andato in pensione, che non si muovevano dal paese.
Cercò al buio le pantofole e andò in bagno: la vescica era così dilatata da fargli male.
Non osava guardarsi allo specchio. Le palpebre parzialmente socchiuse facevano barriera alla luce del mattino che saturava il colore delle maioliche. Si sforzò di guardare fuori per riprendere il contatto con la realtà. Sgranò gli occhi: le montagne! Non c’erano più le montagne! Ecco cosa era successo nella notte! Le montagne si erano ritirate; forse erano rientrate nella terra o erano arretrate verso nord in una sorta di bassa marea delle rocce. Aveva letto di qualcosa di simile, da qualche parte, ma era accaduto milioni di anni fa prima ancora che i dinosauri si estinguessero e certamente non poteva essere successo tutto in poche ore e senza che lui se ne accorgesse. Bradisismo! Ecco, come si chiamava quel fenomeno strano della terra che sprofonda; forse si era trattato proprio di bradisismo repentino.
Cercò febbrilmente sulle principali testate on-line se si fosse verificato nel mondo un fenomeno simile. No. Nulla. Solo le solite notizie, i soliti scandali, la solita crisi della crisi nella crisi.
Non restava che chiederlo a lei.
«Ada, Tesoro mio…» le disse scuotendola dolcemente sotto le lenzuola. «Ada, Aduccia cara…»
La moglie dopo un poco mugolò e si girò dall’altra parte.
«Ada, per carità, svegliati, è successa una cosa terribile…»
«Cosa c’è, Pino?» chiese lei calma, con un filo di voce e senza neppure aprire gli occhi.
«Le montagne, le montagne…»
«Quali montagne?»
«Come quali montagne? Le ‘nostre’ montagne… sono sparite, dissolte, svanite!»
Si sentirono sopra il tetto i versi concitati di due gabbiani che sembravano litigare tra loro; poi il passaggio veloce di una vettura lontana su un tombino sbilenco e forse l’abbaiare di un cane.
«Non ti ricordi, caro?» disse lei muovendo appena le labbra. «Abbiamo traslocato un mese fa, e siamo venuti qui al mare, per stare più vicini a nostra figlia che ci ha regalato un bellissimo nipotino…»
«…»
«Su, adesso fai il bravo… e vieni a letto che è ancora presto.»
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«Marchino, come stai?»
«Eh? Ah ciao mamma, sì sì tutto bene.»
«Sicuro sicuro?»
«Certo, perché me lo chiedi?»
«Perché l’altro giorno sul tetto di casa tua, si è radunato un nugolo di corvi.»
«Ma dai mamma, cosa dici… non ci sono corvi da queste parti.»
«Figliolo, riconosco bene i corvi quando li vedo, sono nata e cresciuta in campagna e quando erano nei campi a beccare la semina io e tuo papà, buonanima, gli sparavamo con il sale grosso.»
«Sarà stato qualche corvo di passaggio, cosa vuoi che sia…»
«Erano tutti sul tuo tetto, Marchino, te lo assicuro; io che abito di fronte a te, li ho potuti vedere bene; il tetto brulicava talmente di corvi reali che sembrava si muovesse. Sono uscita a far la spesa e sui tetti dei vicini non c’era nulla; erano solo sul tuo e facevano un baccano d’inferno, non li hai sentiti?»
«Anche se fosse, mamma, cosa ci posso fare?»
«Credo nulla. Non ti ho telefonato per questo o meglio non solo per questo, visto che ora i corvi sono volati via; ti ho chiamato piuttosto perché c’è uno strano girotondo intorno a casa tua.»
«Girotondo? Quale girotondo?»
«Se ti affacci lo vedi. Sono grossi gatti completamente neri che stanno girando intorno al tuo giardino, e lo fanno incessantemente da qualche ora, in silenzio. È inquietante.»
«…»
«Marchino?»
«Sì?»
«Non è che hai ricominciato a fare le sedute spiritiche, vero?»
«…»
«Marchino…»
«No, mamma, cioè forse, non so…»
«Marchino!!!»
«Ma sì, mamma, eravamo tra amici qui, in casa, l’altra sera e ci annoiavamo un po’, e così…»
«Te l’ho detto troppe volte, non devi farlo, sei troppo bravo, finirai nei guai.»
(space)

(Dopo alcuni giorni)
«Figliolo?»
«Si, mamma?»
«Ho visto che l’altro giorno hai poi fatto venire il pitbull di Sandro…»
«Hai visto, mamma, che fuggi fuggi tra i gatti?»
«Sì, è stato proprio divertente… ma adesso come pensi di fare?»
«A che proposito, mamma?»
«Di quest’altro girotondo!»
«Altri gatti? Ma per la miseria adesso mi sono davvero stancato e…»
«No no, tesoro, non sono gatti. Ci vedo poco anche perché è quasi sera. Ma mi sembrano grossi caproni. Anziché a quattro zampe camminano in piedi, si danno la mano, sbuffano vapore dalla bocca e hanno uno sguardo un po’ troppo luminoso, direi rosso fuoco…»

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valigiaDa ragazzo Marcello era brillante, allegro, ottimista. Poi, diventando adulto, la vita l’aveva piegato e torto come un albero da frutto in un terreno troppo morbido. Aveva cominciato a sentirsi depresso, vuoto, un tugurio abbandonato sul ciglio di un baratro. Eppure non gli mancava nulla; né una bella famiglia che lo amava, né l’agiatezza e neppure la salute.
Il fratello minore che viveva lontano, ogni volta che andava a fargli visita, lo trovava psicologicamente sempre più distante, inaccessibile, sigillato sempre più nella sua scatola grigia senza uscita.
«Ho la persona che fa per te» gli rivelò un giorno il minore, deciso a trovare una soluzione non potendo più sopportare di vederlo in quello stato. «A metà costa del Montelora, da queste parti, vive da qualche tempo un uomo che ti può aiutare…»
«Cos’è il solito santone, vecchio e saggio, che mi darà erbe amare e consigli stantii?» fece Marcello sarcastico. «E poi io sto benissimo.»
«Innanzitutto tu non stai affatto benissimo e poi si tratta di una persona normale: dicono, anzi, che sia più giovane di noi, un ex prete…»
«Ecco, ci mancava solo l’eremita ascetico…»
«Macché, stammi a sentire: è un uomo di mezza età che si è ritirato in montagna per trovare un po’ di pace e di solitudine; è la vita che ha sempre voluto e va bene così; ma non è questo il punto; il punto è che tutti quelli che si sono rivolti a lui hanno trovato se non una soluzione ai propri problemi, almeno un grande sollievo…»
«Mah…»
«Cosa ti costa provare?»
Marcello guardò suo fratello come se volesse dirgli ‘Cosa vuoi da me? Lasciami in pace’. Inaspettatamente, però, gettando via da sé il mozzicone della sigaretta, gli chiese:
«E come lo trovo?»
«Ho scritto tutto qui, su questo foglio» e glielo allungò.
«Va bene, ci penserò.»
«C’è una condizione, però» aggiunse il fratello.
«Ecco, lo sapevo, vorrà ovviamente un’offerta… diciamo così…»
«No, niente danaro. Devi solo portarti dietro una valigia.»
«E quanti giorni devo stare fuori? Io non ho tempo per le scampagnate, non posso allontanarmi troppo dallo studio, lo sai benissimo.»
«Rimarrai fuori solo un giorno, te lo assicuro, e la valigia deve essere vuota.»
«Vuota?»
«Vuota.»
«E che ci faccio in mezzo ai monti con una valigia vuota?»
«Non ne ho idea. So che questa è l’unica condizione che pone. Non so altro. Dice poi che, una volta che si è da lui, si capisce il perché.»
«È proprio strambo il tuo amico.»
«Non è un mio amico.»

Passò un mese e Marcello partì per il Montelora. Secondo le indicazioni ricevute, al bivio per il paese di Vangeli, lasciò il SUV e prese il sentiero che si inerpicava sino alla cima. Così fece, con tanto di valigia al seguito.
Pian piano che saliva però si accorgeva che qualcosa non andava. Era come se avesse dimenticato qualcosa in quella valigia. Era sicuro che fosse vuota, ma forse qualcuno, a sua insaputa, doveva averla preparata e riempita sapendo del viaggio. La sistemò su un masso schiacciato e cercò di aprirla. Le serrature si erano incastrate e non c’era verso di farle scattare. Aveva sbagliato a dar retta al fratello, disse tra sé e sé rimpiangendo il divano di casa sua; ma decise di proseguire ugualmente. Il sentiero diventò ben presto sempre più impervio e la valigia sempre più pesante. Aveva preventivato di metterci solo poche ore per arrivare a destinazione, ma il fardello della valigia gli rallentò notevolmente il passo. Gli venne anche in mente di lasciarla da qualche parte, in un cespuglio, ma ci teneva troppo; era un ricordo di quando, da ragazzo, aveva girato tutta l’Europa: era sicuro che non l’avrebbe più ritrovata al suo ritorno.
Arrivò alla baita dell’ex prete che era notte. Era stremato. La valigia si era fatta così greve da sembrare ricolma di sassi; ormai la trascinava a fatica, curvo, procedendo all’indietro. Alzò gli occhi velati di sudore e vide che l’uomo della baita lo stava aspettando. Aveva acceso un grosso falò e lo alimentava con delle fascine.
«Buona sera» mormorò appena Marcello senza fiato non sentendo più le gambe. «Io sono…»
«Butta la valigia nel fuoco!»
«Cosa? Non ci penso nemmeno.»
«Butta la valigia nel fuoco!» ripeté con risolutezza l’ex prete indicando le fiamme. Marcello si ammutolì. Trascorsero alcuni momenti di imbarazzo. Quindi trascinò in silenzio la valigia fino a quando non fu posizionata dentro al fuoco vivo. Stettero entrambi a vederla bruciare. Il fuoco scoppiettava, schioccava, divorava la valigia come se dentro ci fosse stata benzina.
«E ora come ti senti?» gli chiese l’uomo dopo circa un quarto d’ora.
Marcello non rispose. Si limitava a guardarlo sorridere. Poi diede ancora un’occhiata alla valigia e poi ancora all’uomo.
«Molto meglio, ora. Sì… molto meglio.»

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Helga

incuboScivolò attraverso la finestra dentro la camera da letto buia come se non avesse consistenza. Si avventurò senza fare il minimo rumore fin verso il letto di lei e la vide all’improvviso oltre la sponda, addormentata tra le lenzuola di seta, come un oggetto prezioso perduto. Era bellissima, così anche senza trucco: i capelli sciolti e abbandonati sul cuscino, un corpo senza difesa, senza riserve. La luce di cortesia si diffondeva azzurra da chissà quale angolo della stanza e man mano che trascorrevano i minuti gli oggetti prendevano forma e vita nella penombra. Fece ancora qualche passo per vederla più da vicino. Lei stava sognando perché gli occhi, sotto le palpebre di velluto, si muovevano rapidi e guizzanti a inseguire ombre evanescenti.
‘Forse sta pensando a me’ si disse. E lei, come se avesse ascoltato il suo pensiero, si voltò appena emettendo un leggero gemito indecifrabile.
Ecco, ha appena pronunciato il mio nome’ pensò lui al colmo della gioia, ‘lo sapevo, lo sapevo’.
Si sedette sul letto. Lei si svegliò di soprassalto sbarrando gli occhi nello scorgere quella figura scura che le incombeva minacciosa. Lui subito la immobilizzò con il largo gomito mentre con una mano le tappò la bocca e con l’altra le afferrò il collo.
«Helga, mia dolce Amore… sono io, il tuo Max, non avere paura!»
La donna cercava di divincolarsi, ma il suo corpo minuto non poteva far nulla contro la forza soverchia dell’uomo che la stava stringendo sempre più.
«Sono io, Tesoro, sono venuto per rassicurarti… Credevi forse non lo avessi capito quel giorno, in via Archibugieri ad Alvona, quando all’improvviso uscisti dal negozio di quel gioielliere? Io stavo andando per fatti miei quando a un certo punto mi sono accorto che in strada, da dietro una macchina, c’era un tizio con una telecamera. Da come era appostato sembrava un cecchino pronto a far fuoco. Ma poi ne ho visto un altro che con il busto si sporgeva con un teleobiettivo chilometrico da dietro l’angolo di una casa e poi altri ancora. Allora ho capito che erano tutti giornalisti e che stavano aspettando qualcuno di famoso e mi sono fermato. Ho aspettato per un po’, incuriosito, e così, quando sembrava che nulla dovesse più succedere, ti ho vista uscire. Mi sei parsa un’apparizione: con quel tuo passo flessuoso, morbido, disinvolto come se il mondo fosse tuo e volessi regalarlo a tutti. Ti stavi dirigendo verso una macchina blu, ferma poco avanti in attesa, quando all’improvviso ti sei girata e mi hai sorriso. Sì, hai sorriso a me, proprio a me. In quel frangente sono rimasto sorpreso ma poi ho capito che ci eravamo scambiati una promessa, una promessa d’amore: saremmo stati per sempre uno dell’altra.»
Ora la donna aveva smesso di lottare e stava ascoltando allibita. La stanza era diventata un luogo irreale, un frammento solo pensato in un’altra dimensione.
«Anche quando ti sei sposata l’ho capito benissimo che scegliendo un uomo con il mio stesso nome volevi in realtà mandarmi un messaggio confermando che era me, in verità, che volevi. E lo so…» disse lui stringendo ancora di più inconsapevolmente il collo di lei «sono passati quindici anni da allora; avrei dovuto farmi vivo prima, ma, credimi, ho avuto così tanti problemi che non saprei neppure da dove cominciare per raccontartene anche solo una parte; ma ora sono qui, tutto per te, possiamo recuperare il tempo perduto, possiamo finalmente stare insieme, anche come amanti.»
Lei aveva ripreso a scalciare, non riusciva più a respirare.
«Sei eccitata, lo capisco, ma così rischi di svegliarlo, tuo marito.»
In quel mentre si sentì un rumore provenire dall’altra stanza. Lui si voltò a fissare la porta e rimase immobile per un attimo. Di profilo parve un fiero minotauro che avesse sollevato le zanne dal suo pasto.
«La prossima volta che vengo facciamo l’amore, te lo prometto…» fece lui staccando le mani dal volto e dal collo della donna e alzandosi dal letto. Lei cominciò a tossire alla ricerca disperata di un filo di ossigeno. Lui si incamminò nella stanza per qualche metro e poi si girò:
«Come dici? Ah sì Tesoro… certo… ti amo anch’io.»
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PTO

tazzina-caffe-biscotto«Oh ciao Lucius, come va?»
«Abbastanza bene» rispose quello, poco convinto. Lucius posava entrambi i gomiti sul bancone dello spaccio dell’azienda: il collo e la testa erano un po’ piegati in avanti, come se stesse affrontando in bicicletta una salita ripida. La tazzina di caffè davanti a lui si stava raffreddando. «In realtà sono distrutto… ho passato tutta la notte a compilare il PTO.»
«PTO1 o PTO2?»
«PTO2!»
«Già è vero, il PTO2 è proprio tosto, però del resto ti tocca…» fece George non riuscendo a nascondere un po’ di invidia. «Se vuoi diventare un F4 e, in futuro, un fottutissimo G2, la strada è quella: lo SGA, il PTO1, il SORT e il maledetto PTO2.»
«Ti sei dimenticato l’intermedio A.R.G.O. con quella noiosissima e interminabile serie di stage…»
«Perché, li fanno ancora?»
«Certo, anzi, li hanno potenziati…»
«Meno male allora che io non ho nessuna velleità» disse George rosicchiandosi il labbro inferiore. «Rimarrò al settore BAFS per tutta la vita.»
«Sì, ma tu in fondo sei fortunato, sei un 102 e puoi usufruire della 306 sicché, con appena 25 anni di BAFS, dovrai aggiungerci solo un po’ di S.T.O.R.S. e potrai lasciarci con un buon board di farewell e un sicuro livello di CF6.»
«Chiamami fortunato! Sono stato in DBA per 41 giorni tra il diquì e il dilà e quando sono tornato in azienda volevano mandarmi in APT per un periodo di re-training e di self-help a tempo indeterminato, altro che BAFS! C’è voluto tutto l’intervento di Hank della RSP per ristabilire le priorità di impiego.»
«Non lo sapevo…» fece Lucius dando una scorsa all’orologio elettronico sul muro di fronte «ma allora hai avuto seri problemi…»
«Certo, stavo bello bello a estrudere l’ennesimo top nei tempi READ del TAB quando mi è venuto addosso all’improvviso, per un anomalo recrute, il braccio della SMARZ, con tutto il suo peso da 2 ton: mi ha disarcionato dalla cab che, come ben sai, non ha fences: manco fossi stato, insomma, un pillino di prima covata. Così ho fatto un volo di dieci metri. Grazie al cielo sono caduto su un cumulo di risboffi freschi di re-lined e mi sono fatto male il giusto.»
«Caspita, mi spiace davvero» disse George gettando un occhio su Helena, la nuova cameriera estone che si era appena chinata a raccogliere lo straccio che le era caduto.
«Ho salvato la buccia, è vero» seguitò George passandosi una mano tra i capelli grigi «ma addio carriera, altro che PTO1 o PTO2!»
Lucius si girò a guardarlo trovando due occhi tristi da cucciolo abbandonato; ma già stava pensando ad altro. Scese il silenzio tra i due. Si sentiva solo il rumore dei piattini e delle tazzine che, nel bar poco distante, un ragazzo stava impilando in modo sgraziato sopra la macchina del caffè.
«Hai saputo di Brett?» fece a un certo punto George che si era messo inconsciamente a massaggiarsi la gamba appesantita da tre piastre di titanio che gli tenevano fermo il femore.
«Brett?»
«Sì, Brett dell’RSB del settore Beta… sai quello un po’ jab con gli sten da un lato.»
Lucius prese un’espressione indecifrabile.
«Beh… in poche parole è deceduto.»
Lucius alzò le sopracciglia fini con aria interrogativa. No, questa proprio non l’aveva capita.
«È un R.I.P.» precisò George.
«Ah, un R.I.P.!» fece l’altro annuendo vistosamente. «Ma poverino!»
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girasoleLa formica esploratrice aveva preso la Via sul retro, quella interna e profonda che avrebbe permesso alle consorelle di uscire dal formicaio in tutta fretta nel caso ci fosse stato un pericolo. Gli altri tentativi di ricerca del cibo, a est e a sud, non avevano avuto nessun successo; proprio non riusciva a capire perché si fossero ostinate a costruire la tana in un posto simile. Sì, tanto valeva provare a nord. Qualcosa da quelle parti doveva pur esserci che fosse sufficiente a sfamare un formicaio a pieno regime.
Noz, dopo circa cinquecento metri, si accorse che il cunicolo si fondeva con vecchie tane di altri abitanti. Dall’odore dovevano essere lombrichi o qualcosa di simile. Benché le strade possibili adesso fossero tante si lasciò guidare dall’olfatto e imboccò un altro percorso che, diversamente dagli altri, andava in salita. Giunto a un fenditura nel terreno sentì arrivare dall’alto dell’acqua. In superficie stava piovendo. Era meglio tenersene alla larga. La pioggia infatti significava gocce pesanti e improvvise, rivoli d’acqua impetuosi e mulinelli violenti non governabili. Doveva sicuramente rimanere sottoterra. L’odore di lombrichi ora era molto forte, tanto che, ad un tratto, ne sbucò uno enorme che subito si inabissò nel terreno. Poi vide che vi era qualcos’altro poco distante da lei. Era un grosso seme; poi ne vide un altro e un altro ancora. Forse aveva trovato la riserva che cercava, anche se si trovava lontana quasi un chilometro dal formicaio: se fossero giunte però le Operaie e anche le Ausiliatrici ce l’avrebbero fatta a fare la scorta prima dell’arrivo dell’inverno. Scese verso il seme più vicino e dopo averlo afferrato cominciò a spingerlo verso casa. Sapeva di dover farlo prima testare ai Responsabili. Erano molto pignoli sul punto e si era vista scartare tempo prima dei semi che aveva giudicato ottimi. Sì, sarebbe stata una faticaccia portarlo fin là, ma non voleva far brutte figure. Era il suo lavoro del resto.
Spingere in avanti nel cunicolo quel seme di così grosse dimensioni si rivelò ben presto un’impresa sfibrante. Si impigliava dappertutto ed era sproporzionato per le sue zampe. Ogni tanto rotolava indietro o si interrava o rimaneva incastrato. L’ideale sarebbe stato andare in superficie. Avrebbe potuto caricarselo sul dorso e portarselo così agevolmente. Ma stava piovendo molto forte e non le sembrava il caso di rischiare. Andò ugualmente avanti ma i cunicoli si facevano sempre più stretti. Si trovava ancora a duecentocinquanta metri dal formicaio quando non se la sentì più. Il seme si era impantanato sotto un sasso e non c’era più modo di toglierlo di lì. Pensò tuttavia che se fosse corsa alla tana, senza l’impaccio del seme, avrebbe comunque potuto far presto. I Responsabili non avrebbero avuto da ridire più di tanto. Noz rimase ancora un po’ lì, titubante. Poi capì che non c’erano alternative e decise di incamminarsi verso il formicaio, con la pessima sensazione di avere fallito.

«Tu pensi che troveremo qualcosa in questi campi?» domandò il ragazzo.
«Qualche anno fa qui c’era un allevamento di fagiani…» rispose l’uomo, gli occhi a terra nello sforzo della ricerca «molte deiezioni sono penetrate nel terreno e ora si trovano dei vermi davvero grossi…»
«Hai ragione pa’ eccone qua uno, guarda…»
«Bravo, mettilo dentro al barattolo… prenderemo una trota enorme con quello… Continua a cercare, ne abbiamo bisogno ancora. Cerca soprattutto sotto i sassi.»
«Qui c’è una pietra bella grossa, pa’…»
Il padre lo raggiunse e, chinatosi, la rovesciò da un lato.
«No, non c’è nulla… Cerchiamo ancora.»

E il seme, liberato dalla pietra, avvertì l’aria, il sole, l’umidità. Si sentì risvegliare nel profondo della sua essenza e un brivido, come di debole corrente elettrica, lo attraversò.

«Ferma qui Miriam che ho visto una cosa.»
«Non arriveremo mai ad Alvona se mi fai fermare in continuazione.»
«Hai ragione, questa è l’ultima volta, lo giuro.»
Non appena l’auto rallentò lui uscì velocemente con la macchina fotografica in mano. Davanti a sé si apriva un prato immenso a perdita d’occhio. In centro un grande girasole che svettava pieno di colore.

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