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Posts Tagged ‘Alvona’

Il primo venerdì del mese era diventato l’occasione per una serata davvero gradevole. Gli amici si riunivano per fare due chiacchiere davanti al caminetto di pietra e per una partita a burraco. Le ore trascorrevano veloci tra le battute divertenti di Adriano, i suoi battibecchi con Cateno, la simpatica ospitalità di Ada e Luigino e l’ambiente caloroso di quella villa che abbracciava con slancio gli scogli aguzzi e lucidi della costa protendendosi verso il blu del mare e del cielo come un veliero pronto a salpare.
Poi, Cateno, una sera che aveva saputo che Adriano non sarebbe venuto, portò a far conoscere al gruppo Gilda, una sua amica mezza gitana che si diceva essere bravissima con i tarocchi.
La figlia di Ada e Luigino, Marilena, non ci pensò un attimo a farsi fare le carte. I suoi genitori, per una naturale ritrosia verso questo genere di argomenti, dapprima si opposero ma poi si arresero all’entusiasmo contagioso della ragazza che non vedeva l’ora di scoprire il proprio futuro. Gilda allora si concentrò assumendo un’aria professionale e, complice una candela che ad un certo punto spuntò accesa sulla tavola, si venne a creare un’atmosfera suggestiva e coinvolgente.
La gitana predisse a Marilena una vita ricolma di soddisfazioni anche se a venticinque anni avrebbe incontrato il grande amore che l’avrebbe fatta soffrire intensamente cambiandole la vita. La ragazza registrò ogni parola con attenzione come se Gilda le avesse dettato delle preziose istruzioni da seguire. E quando i presenti pensavano che avrebbe rivolto altre domande alla cartomante, per saperne di più, invece se ne uscì con:
«Bene, adesso le faccia a mio padre che è sempre così brontolone…»
E mentre Luigino, colto di sorpresa, stava per fare le sue rimostranze, la gitana aveva già mescolato le carte e aveva preso a raccontare cosa sarebbe successo all’uomo nel tempo a venire: un importante avanzamento in carriera (proprio quello da tempo desiderato), un aumento di stipendio, la guarigione da quel problema che lo affliggeva da mesi (che lui ben conosceva) e poi…
«E poi?» chiese Luigino che si era fatto prendere dal fascino della divinazione.
«No, non posso» rispose Gilda fattasi improvvisamente seria e preoccupata e preparandosi per andarsene. I presenti, che si stavano divertendo, fecero a gara per farla desistere. Ada le diede anche da bere il suo famoso passito e tutti cercarono di rincuorarla.
«Deve dirmi assolutamente cosa ha visto nelle carte… la prego…» pretese Luigino prendendola per un braccio.
«Va bene… va bene…» fece Gilda svuotando di colpo il bicchiere, «ma non mi tocchi, per favore.»
«Già, mi scusi…» fece il padrone di casa sedendosi.
Gilda si coprì la faccia con entrambe le mani, come volesse sparire, restando in quella posizione per quasi un minuto. Poi trasse un lungo respiro.
«Ebbene… suo padre… suo padre è appena venuto a mancare…»
«Mio… mio padre?»
«Sì, dieci minuti fa… un infarto fulminante.»
«Ma non è possibile!» disse Luigi con la voce incrinata; poi, mal reggendosi sulle gambe, raggiunse il suo studio per telefonare.
Nella sala, intanto, si era fatto un silenzio imbarazzante. Ada era rimasta in piedi non sapendo che fare. Era diventata pallida e si torceva le mani fino a farle diventare bianche. Trascorsero attimi penosi. Poi Luigino rientrò.
«Mio padre è vivo, è vivo… e sta benissimo… è tutto a posto, grazie al cielo» e accennò a una risata che risuonò tirata e nervosa. I presenti ne furono sollevati, riprendendo il buon umore perduto, desiderando dimenticare il più in fretta possibile quanto avevano appena vissuto.
Squillò il telefonino di Cateno. Pronunciò alcune parole incomprensibili all’apparecchio e riattaccò.
«Era Adriano. Mi ha detto che gli è appena morto il padre. Un quarto d’ora fa. Un infarto fulminante.»

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Non se l’aspettava davvero: di essere licenziato a cinquant’anni. Proprio adesso che aveva moglie e due figli; come avrebbe fatto a mantenere la sua famiglia?
Dopo le prime settimane di acuta disperazione, la prese come una inaspettata opportunità. Come in quel film americano dove il protagonista, che per lavoro faceva il ‘tagliatore di teste’, andava in giro per gli States a licenziare i dipendenti in esubero delle società in crisi finanziaria. Sì, dopo tutto, c’era quel suo vecchio sogno da realizzare che aveva dovuto accantonare quando aveva deciso di sposarsi e ora, che gli si era azzerata ogni prospettiva, poteva pensarci seriamente.
Così quel mattino si vestì con giacca e cravatta, anche se era non affatto necessario per una prova scritta (ma non si sa mai nella vita gli aveva sempre ripetuto la madre) e partì per la grande città. Il concorso era stato bandito da tempo, ma era riuscito a presentare all’ultimo momento le carte necessarie per potervi partecipare.
La notte dormì poco e il viaggio in treno lo incupì ancora di più perché le prime luci del giorno sembravano non voler più sorgere dal mare.
Arrivò al Palazzo dei Corazzieri, in pieno centro città, molto presto, ma c’era già una lunga fila di candidati che si snodava dal portone settecentesco riempiendo l’ampia Scalinata Monumentale e parte del Giardino dei Popoli. Erano tutti giovani o giovanissimi e, un po’ per l’età un po’ per il vestito, lo scambiarono per uno dei componenti la Commissione. Poi, all’improvviso, aprirono il portone massiccio e subito sciamarono dentro in migliaia, vociando e scherzando, come se fosse un giorno di festa. Il suo numero di candidato corrispondeva a un’aula enorme, forse la più grande tra le tante, dove il suo banco appariva ancora più minuscolo di quello che era. Non c’era neppure il suo nome e cognome sul pianale ma solo una serie impressionante di cifre. Si immaginò per un attimo dall’alto: pareva un’aringa in un mare di aringhe, in un oceano immenso.
Iniziarono a dettare un’ora dopo. In quello stanzone l’acustica era pessima e così sentì solo una parola su tre. Gli venne il panico. Se non avesse capito il tema come avrebbe potuto svolgerlo? Si guardò attorno, ma era l’unico che non aveva capito. Gli altri partecipanti erano tutti chini sul proprio foglio e stavano riportando diligentemente quello che avevano sentito.
Di lì a poco iniziò la prova e tutti si misero a scrivere come se non avessero aspettato altro. Chiese allora al vicino se gli dava la traccia ma gli rispose male. L’altro candidato non gli rispose affatto mentre il terzo minacciò di chiamare il sorvegliante.
Cominciarono a passare i minuti e con i minuti la prima mezz’ora. Non c’era nessun membro della Commissione cui rivolgersi per completare la traccia. Si stava agitando sempre più.
Intravide allora, mentre si recava in bagno, la figlia di una sua vecchia amica. Poteva farsi dare da lei il titolo completo. La intercettò mentre usciva dalla toilette.
No, non l’aveva capito neppure lei, gli disse, anche se lui aveva ben compreso invece che non era affatto vero; anche perché la ragazza gli rinfacciò che ricordava benissimo che lui aveva lasciato la madre vent’anni prima e lei bambina senza una spiegazione plausibile. ‘Ma diosanto‘, le obbiettò, ‘eri tanto piccola come puoi ricordarlo? E poi è una storia molto più lunga e complessa di quello che pensi e non è tutta colpa mia’. Ma lei, dura, gli suggerì di rivolgersi al pian terreno, alla stanza 88, lì gli avrebbero dato la traccia completa. C’era un ‘ufficio apposta’. Lui guardò l’orologio con angoscia: aveva perso un’altra mezz’ora.
Così scese alla stanza 88. Ma poi gli spiegarono, in realtà, che l’’ufficio apposta’ si trovava al piano superiore, alla stanza 108, che però non c’era. C’era invece la 107 dove un impiegato scorbutico, senza neppure alzare lo sguardo dal computer, gli fece notare che a quel piano non ci potevano stare i candidati e che l’ufficio che cercava era stato da tempo soppresso; sarebbe bastato del resto chiedere a un componente della Commissione. L’impiegato lo invitò quindi, in malo modo, a uscire dalla porta che indicava imperiosamente, porta che lui varcò senza convinzione. E infatti si ritrovò in un lungo corridoio spoglio e bianco che dava su porte tutte uguali e bianche. Non si capiva più a che piano fosse né in quale parte del palazzo dei Corazzieri si trovasse. Il mare che avrebbe dovuto essere a sud aveva lasciato il posto a vicoli stretti e bui dove il cielo sembrava non esistere. Infilò di fretta, non appena la scorse, la porta di fondo che recava un cartello con su scritto a mano ‘SALA CONCORSI’. La aprì ma si ritrovò in strada. Se ne accorse in ritardo non appena il portone si chiuse dietro di lui con lo scatto tipico di un trappola senza scampo. ‘Se faccio una corsa attorno al palazzo ritrovo la porta di ingresso e rientro da lì’ pensò. Controllò l’orologio. Si era fermato. Si mise a correre. Ma dopo aver svoltato a destra e poi ancora a destra per la seconda volta, invece di imbattersi nella Scalinata Monumentale trovò un mercato. Non era possibile! La scalinata doveva essere proprio lì, davanti a lui.
«Mi scusi» chiese con l’ansia che gli stava attanagliando la gola «il Palazzo dei Corazzieri… come ci arrivo da qui?»
Il vigile urbano, cui si era rivolto, lo guardò come se non avesse capito.
«Palazzo dei Corazzieri?» scandì poi lentamente alzando di poco il casco come per parlare meglio: «Guardi… non esiste un palazzo con un nome simile in città.»
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A Marcello era morto il padre da qualche mese. Anche se il genitore aveva superato i novant’anni, perderlo era stato pur sempre un fatto che oltre a turbarlo profondamente lo aveva colto di sorpresa. Non si riesce mai a realizzare che la persona che ti è stata vicina fin dalla nascita all’improvviso non ci possa più essere.
Ciò che lo preoccupava di più però era la madre. Loro erano stati sposati per più di 55 anni. Più di una vita, fino a confondersi con essa.
La morte del marito l’aveva devastata. Per mesi era rimasta chiusa in casa, in una sorta di mutismo doloroso, seduta sulla poltrona preferita di lui. Non batteva ciglio, sembrava persino non respirare. Poi piano piano aveva ripreso la vita normale. Ma era sempre taciturna, assente, come se fosse scesa in un pozzo.
Fino a qualche giorno fa.

Marcello, telefonandole aveva sentito un’altra voce, un altro tono. Sembrava ritornata giovane, a quando era il vero motore della casa.
«Ho conosciuto una nuova amica» gli aveva riferito per telefono e il suo sorriso attraverso il cavo telefonico era arrivato intatto e radioso sino alla immaginazione del figlio. «Si chiama Annina».
Ed era stato il caso ad averle fatte incontrare, gli spiegò. Lei aveva perso la strada andando chissà dove ed era entrata nel suo giardino chiedendo informazioni. E così avevano cominciato a parlare, a discutere di ogni cosa, a ridere e scherzare, come se fossero state sempre grandi amiche. Aveva saputo che era di Padova dove aveva passato la sua gioventù sino a quando non si era innamorata di un bel tipo che l’aveva portata con sé ad Alvona per poi lasciarla per un’altra dopo qualche tempo.

Marcello, incuriosito di un così grande cambiamento, si mise in macchina un week end e andò a farle visita nella sua casetta di campagna.
Appena arrivato la vide che stava badando alle sue rose; era in splendida forma, ben vestita, raggiante, serena.
«Ti trovo benissimo mamma, sono proprio contento.»
Si baciarono e abbracciarono commossi.
«E Annina? Non me la presenti? È qui?» gli chiese ansioso il figlio.
«Certo che è qui!»
«Qui dove, mamma?»
«Ma lì, sui tuoi piedi.» Marcello abbassò lo sguardo.
«Ma è una gallina, mamma…»
«Certo, una gallina padovana per l’esattezza. Guarda, ti becchetta le scarpe. Ti vuole già bene. Lo sapevo che le saresti piaciuto, è impossibile resisterti.»
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«Sono proprio stanco. E scocciato. Sì, stanco e scocciato. Prima sono stato per mesi senza mai muovermi in quella sottospecie di stamberga che chiamano casa, metà arredata e metà no; (sembra che, siccome sono onesto, non mi possa permettere con il mio stipendio un posto più dignitoso in centro. Almeno così ha scritto Lui); e ora sono qui a guardare il via vai incessante di questa piazzetta, come un automa o un cartone pubblicitario.
Per tacere poi di come sono vestito. All’inizio portavo il solito odioso impermeabile, poi per fortuna ci ha ripensato. Ora vesto informalmente, un po’ bohémien, un po’ artista scapigliato e maledetto, anche se faccio il vice-questore a tempo pieno e di poesia non ne ho mai masticata nemmeno per sbaglio. Almeno credo. Se non ha cambiato idea nel frattempo.
Anche se, a dir la verità, Lui, quando vuole, sa scrivere davvero bene. La storia, questa storia di cui sono il personaggio principale, è partita del resto con il turbo, oramai purtroppo alcuni anni fa. Era pieno di idee, scriveva in continuazione, di getto. Pareva incontenibile. Insomma il libro prometteva per il meglio, roba da migliaia e migliaia di copie vendute. Perché la trama è ben costruita, originale, piena di colpi di scena. Ma poi, all’improvviso, sul più bello, quando occorreva tirare le fila del lavoro e soprattutto farmi scoprire chi era l’assassino ecco il blocco dello scrittore. Mi si è impantanato come una cornacchia nel cemento fresco e non è più riuscito ad andare avanti. Non solo, ma ha anche cominciato ad avere ripensamenti; un mucchio di ripensamenti: sui personaggi, su alcune ambientazioni, sui dialoghi e pure sul mio accento, adesso che ricordo bene. Prima ligure, poi veneto e/o friulano e/o istriano e ora con una improbabile inflessione tedesca. Perché adesso sarei, sembrerebbe, altoatesino trapiantano in questa città di cui non ricordo nemmeno più il nome tante volte l’ha cambiato.
E ora come dicevo, sono al bar, vestito di tutto punto, con una sciarpa di seta al collo che sembro mia zia. E sono giorni per la verità che sono qui, in attesa. E al tavolino Lui mi ha fatto servire prima una bibita zuccherata (che non sopporto) poi un cappuccino con una faccina sorridente disegnata come se ci fosse qualcosa per cui sorridere e ora una spremuta di non so che, visto che dentro al bicchiere galleggia qualcosa di strano che non riesco nemmeno a identificare. So però che è il momento più importante del romanzo. Questo sì. Ho teso una trappola all’assassino e, secondo i miei “astuti” calcoli, dovrebbe poter scattare da un momento all’altro. Ho detto “astuti” perché lo ha scritto Lui. A me sono sembrati invece del tutto “normali” visto che faccio questo mestiere per vivere. Non tendere trappole, ovviamente, ma indagare. E sembra pure che io sia bravo, così almeno sostengono i miei superiori, anche se io non me ne curo più di tanto dal momento che “vivo in un mondo tutto mio e basto a me stesso” (parole Sue). Sta di fatto che il cameriere per fare lo spiritoso mi chiede sempre, dopo una certa ora, se voglio la camomilla per la notte. Mi ci vorrebbe un doppio whisky, altro che camomilla. Forse, chissà, è proprio questa la vita inutile dei personaggi di un romanzo. Rimanere intrappolati tra le pagine scritte e non poter avere una esistenza propria. Ho provato anche a fare due chiacchiere fuori da queste pagine con gli altri personaggi, così per socializzare un po’ e sentirmi meno solo, ma sembra che non sia consentito.

Aspetta, aspetta. Forse ci siamo. Non ci posso credere. Lui ha deciso: la trappola è scattata. L’assassino sta venendo qui per farsi riconsegnare dal cameriere la prova che lo inchioda: il documento che ha lasciato su questo stesso tavolino il giorno in cui ha ucciso il ragazzo; e invece incontrerà me. A mio avviso non può che essere l’architetto. Ma sì, era l’unico che sapeva della casa al mare del padre della vittima e il solo che poteva avere un movente (il ragazzo lo ricattava per non so più cosa). Infatti, eccolo eccolo!»

Il vice-questore Battaglia si alzò deciso, rientrando nel locale. Gli si parò davanti tuttavia non l’architetto Morini, come si aspettava, ma la bella inglese Abbie, incartata in un vestitino succinto da confezione regalo.
«Commissario, che ci fa qui?»
«Vice-questore, prego» fece lui meccanicamente anche se non era quello che avrebbe voluto dirle. Si era dimenticato di quanto quella donna lo avesse turbato profondamente, con il suo fascino malizioso, fin da quando si era imbattuto nel suo sorriso. Era sorpreso, ma anche molto deluso che l’assassina fosse lei.
«È questo tutto quello che ha da dirmi?» fece lei spalancando gli occhi grigi.
«In effetti non è la prima cosa che mi è venuta in mente, rivedendola…» ammise lui con fare sornione e aggiustandosi la sciarpa. Lei abbassò lo sguardo consapevole della sua bellezza e poi lo rialzò posandolo direttamente dentro a quello di lui a suggellare l’intesa avvenuta.
«Però ce ne hai messo di tempo… commiss… vice-questore…» fece lei umettandosi leggermente un angolo della bocca. «Allora da me o da te?» mormorò lei avvicinandosi quel tanto che bastò per fargli avvertire il profumo della sua pelle.
Lui sorrise, amaro. Poi, deglutendo, sospirò:
«Meglio in questura.»

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Dormiva male. Si rigirava nel letto per cercare una posizione che non avrebbe mai trovato; si fermava ogni tanto a bere dalla bottiglietta d’acqua sul comodino per tentare di togliersi quella sensazione di stopposità che aveva in gola e quindi ricominciava. Si svegliò che era l’alba. La sagoma addormentata della moglie era accanto a lui. Si tirò su nel letto, la testa appoggiata al muro. Faceva caldo, era tutto sudato. Sì, c’era qualcosa che non andava: l’aria era greve, stagnante, non riusciva a dilatare i polmoni. Persino il silenzio che di notte avvolgeva la casa come un piumino, era come lacerato, meno compatto del solito.
La stanza! pensò, ecco, forse era la stanza: non la riconosceva. No, non poteva aver sbagliato casa, se accanto a lui c’era la moglie. Che fosse una camera d’albergo? Si sforzò di ricordarsi se fossero partiti. No, non era possibile: erano almeno tre o quattro anni da quando era andato in pensione, che non si muovevano dal paese.
Cercò al buio le pantofole e andò in bagno: la vescica era così dilatata da fargli male.
Non osava guardarsi allo specchio. Le palpebre parzialmente socchiuse facevano barriera alla luce del mattino che saturava il colore delle maioliche. Si sforzò di guardare fuori per riprendere il contatto con la realtà. Sgranò gli occhi: le montagne! Non c’erano più le montagne! Ecco cosa era successo nella notte! Le montagne si erano ritirate; forse erano rientrate nella terra o erano arretrate verso nord in una sorta di bassa marea delle rocce. Aveva letto di qualcosa di simile, da qualche parte, ma era accaduto milioni di anni fa prima ancora che i dinosauri si estinguessero e certamente non poteva essere successo tutto in poche ore e senza che lui se ne accorgesse. Bradisismo! Ecco, come si chiamava quel fenomeno strano della terra che sprofonda; forse si era trattato proprio di bradisismo repentino.
Cercò febbrilmente sulle principali testate on-line se si fosse verificato nel mondo un fenomeno simile. No. Nulla. Solo le solite notizie, i soliti scandali, la solita crisi della crisi nella crisi.
Non restava che chiederlo a lei.
«Ada, Tesoro mio…» le disse scuotendola dolcemente sotto le lenzuola. «Ada, Aduccia cara…»
La moglie dopo un poco mugolò e si girò dall’altra parte.
«Ada, per carità, svegliati, è successa una cosa terribile…»
«Cosa c’è, Pino?» chiese lei calma, con un filo di voce e senza neppure aprire gli occhi.
«Le montagne, le montagne…»
«Quali montagne?»
«Come quali montagne? Le ‘nostre’ montagne… sono sparite, dissolte, svanite!»
Si sentirono sopra il tetto i versi concitati di due gabbiani che sembravano litigare tra loro; poi il passaggio veloce di una vettura lontana su un tombino sbilenco e forse l’abbaiare di un cane.
«Non ti ricordi, caro?» disse lei muovendo appena le labbra. «Abbiamo traslocato un mese fa, e siamo venuti qui al mare, per stare più vicini a nostra figlia che ci ha regalato un bellissimo nipotino…»
«…»
«Su, adesso fai il bravo… e vieni a letto che è ancora presto.»
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«Marchino, come stai?»
«Eh? Ah ciao mamma, sì sì tutto bene.»
«Sicuro sicuro?»
«Certo, perché me lo chiedi?»
«Perché l’altro giorno sul tetto di casa tua, si è radunato un nugolo di corvi.»
«Ma dai mamma, cosa dici… non ci sono corvi da queste parti.»
«Figliolo, riconosco bene i corvi quando li vedo, sono nata e cresciuta in campagna e quando erano nei campi a beccare la semina io e tuo papà, buonanima, gli sparavamo con il sale grosso.»
«Sarà stato qualche corvo di passaggio, cosa vuoi che sia…»
«Erano tutti sul tuo tetto, Marchino, te lo assicuro; io che abito di fronte a te, li ho potuti vedere bene; il tetto brulicava talmente di corvi reali che sembrava si muovesse. Sono uscita a far la spesa e sui tetti dei vicini non c’era nulla; erano solo sul tuo e facevano un baccano d’inferno, non li hai sentiti?»
«Anche se fosse, mamma, cosa ci posso fare?»
«Credo nulla. Non ti ho telefonato per questo o meglio non solo per questo, visto che ora i corvi sono volati via; ti ho chiamato piuttosto perché c’è uno strano girotondo intorno a casa tua.»
«Girotondo? Quale girotondo?»
«Se ti affacci lo vedi. Sono grossi gatti completamente neri che stanno girando intorno al tuo giardino, e lo fanno incessantemente da qualche ora, in silenzio. È inquietante.»
«…»
«Marchino?»
«Sì?»
«Non è che hai ricominciato a fare le sedute spiritiche, vero?»
«…»
«Marchino…»
«No, mamma, cioè forse, non so…»
«Marchino!!!»
«Ma sì, mamma, eravamo tra amici qui, in casa, l’altra sera e ci annoiavamo un po’, e così…»
«Te l’ho detto troppe volte, non devi farlo, sei troppo bravo, finirai nei guai.»
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(Dopo alcuni giorni)
«Figliolo?»
«Si, mamma?»
«Ho visto che l’altro giorno hai poi fatto venire il pitbull di Sandro…»
«Hai visto, mamma, che fuggi fuggi tra i gatti?»
«Sì, è stato proprio divertente… ma adesso come pensi di fare?»
«A che proposito, mamma?»
«Di quest’altro girotondo!»
«Altri gatti? Ma per la miseria adesso mi sono davvero stancato e…»
«No no, tesoro, non sono gatti. Ci vedo poco anche perché è quasi sera. Ma mi sembrano grossi caproni. Anziché a quattro zampe camminano in piedi, si danno la mano, sbuffano vapore dalla bocca e hanno uno sguardo un po’ troppo luminoso, direi rosso fuoco…»

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valigiaDa ragazzo Marcello era brillante, allegro, ottimista. Poi, diventando adulto, la vita l’aveva piegato e torto come un albero da frutto in un terreno troppo morbido. Aveva cominciato a sentirsi depresso, vuoto, un tugurio abbandonato sul ciglio di un baratro. Eppure non gli mancava nulla; né una bella famiglia che lo amava, né l’agiatezza e neppure la salute.
Il fratello minore che viveva lontano, ogni volta che andava a fargli visita, lo trovava psicologicamente sempre più distante, inaccessibile, sigillato sempre più nella sua scatola grigia senza uscita.
«Ho la persona che fa per te» gli rivelò un giorno il minore, deciso a trovare una soluzione non potendo più sopportare di vederlo in quello stato. «A metà costa del Montelora, da queste parti, vive da qualche tempo un uomo che ti può aiutare…»
«Cos’è il solito santone, vecchio e saggio, che mi darà erbe amare e consigli stantii?» fece Marcello sarcastico. «E poi io sto benissimo.»
«Innanzitutto tu non stai affatto benissimo e poi si tratta di una persona normale: dicono, anzi, che sia più giovane di noi, un ex prete…»
«Ecco, ci mancava solo l’eremita ascetico…»
«Macché, stammi a sentire: è un uomo di mezza età che si è ritirato in montagna per trovare un po’ di pace e di solitudine; è la vita che ha sempre voluto e va bene così; ma non è questo il punto; il punto è che tutti quelli che si sono rivolti a lui hanno trovato se non una soluzione ai propri problemi, almeno un grande sollievo…»
«Mah…»
«Cosa ti costa provare?»
Marcello guardò suo fratello come se volesse dirgli ‘Cosa vuoi da me? Lasciami in pace’. Inaspettatamente, però, gettando via da sé il mozzicone della sigaretta, gli chiese:
«E come lo trovo?»
«Ho scritto tutto qui, su questo foglio» e glielo allungò.
«Va bene, ci penserò.»
«C’è una condizione, però» aggiunse il fratello.
«Ecco, lo sapevo, vorrà ovviamente un’offerta… diciamo così…»
«No, niente danaro. Devi solo portarti dietro una valigia.»
«E quanti giorni devo stare fuori? Io non ho tempo per le scampagnate, non posso allontanarmi troppo dallo studio, lo sai benissimo.»
«Rimarrai fuori solo un giorno, te lo assicuro, e la valigia deve essere vuota.»
«Vuota?»
«Vuota.»
«E che ci faccio in mezzo ai monti con una valigia vuota?»
«Non ne ho idea. So che questa è l’unica condizione che pone. Non so altro. Dice poi che, una volta che si è da lui, si capisce il perché.»
«È proprio strambo il tuo amico.»
«Non è un mio amico.»

Passò un mese e Marcello partì per il Montelora. Secondo le indicazioni ricevute, al bivio per il paese di Vangeli, lasciò il SUV e prese il sentiero che si inerpicava sino alla cima. Così fece, con tanto di valigia al seguito.
Pian piano che saliva però si accorgeva che qualcosa non andava. Era come se avesse dimenticato qualcosa in quella valigia. Era sicuro che fosse vuota, ma forse qualcuno, a sua insaputa, doveva averla preparata e riempita sapendo del viaggio. La sistemò su un masso schiacciato e cercò di aprirla. Le serrature si erano incastrate e non c’era verso di farle scattare. Aveva sbagliato a dar retta al fratello, disse tra sé e sé rimpiangendo il divano di casa sua; ma decise di proseguire ugualmente. Il sentiero diventò ben presto sempre più impervio e la valigia sempre più pesante. Aveva preventivato di metterci solo poche ore per arrivare a destinazione, ma il fardello della valigia gli rallentò notevolmente il passo. Gli venne anche in mente di lasciarla da qualche parte, in un cespuglio, ma ci teneva troppo; era un ricordo di quando, da ragazzo, aveva girato tutta l’Europa: era sicuro che non l’avrebbe più ritrovata al suo ritorno.
Arrivò alla baita dell’ex prete che era notte. Era stremato. La valigia si era fatta così greve da sembrare ricolma di sassi; ormai la trascinava a fatica, curvo, procedendo all’indietro. Alzò gli occhi velati di sudore e vide che l’uomo della baita lo stava aspettando. Aveva acceso un grosso falò e lo alimentava con delle fascine.
«Buona sera» mormorò appena Marcello senza fiato non sentendo più le gambe. «Io sono…»
«Butta la valigia nel fuoco!»
«Cosa? Non ci penso nemmeno.»
«Butta la valigia nel fuoco!» ripeté con risolutezza l’ex prete indicando le fiamme. Marcello si ammutolì. Trascorsero alcuni momenti di imbarazzo. Quindi trascinò in silenzio la valigia fino a quando non fu posizionata dentro al fuoco vivo. Stettero entrambi a vederla bruciare. Il fuoco scoppiettava, schioccava, divorava la valigia come se dentro ci fosse stata benzina.
«E ora come ti senti?» gli chiese l’uomo dopo circa un quarto d’ora.
Marcello non rispose. Si limitava a guardarlo sorridere. Poi diede ancora un’occhiata alla valigia e poi ancora all’uomo.
«Molto meglio, ora. Sì… molto meglio.»

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