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Posts Tagged ‘Alvona’

Mi svegliai all’improvviso. Lei era entrata nella stanza facendo rumore.
«Ero preoccupata che fosse successo qualcosa, non dormi mai fino a quest’ora…»
Mi ricordo di averla guardata senza riconoscerla.
«Sì, d’accordo, arrivo subito…» feci dopo un po’, appoggiando un gomito sul letto per tirarmi su. Ma appena lei si fu allontanata mi lasciai andare pesantemente appoggiando di nuovo la testa sul cuscino. Il sonno accumulato negli ultimi giorni era quasi insostenibile.
Avvertii subito dopo, acuto, un senso di smarrimento. Stavo infatti sognando quando lei era entrata. Stavo sognando di parlare con John Lennon. Era lì con me, in quella stessa stanza, pochi secondi prima. Parlava di un brano, l’ultimo che avesse scritto prima dell’incontro fatale con Mark David Chapman.
«Sai, è una canzone per Yoko…» mi aveva detto mettendosi al piano verticale dove invece ora c’è la libreria. «Lei non l’ha mai ascoltata… doveva essere una sorpresa…» e mi ha guardato in un modo profondamente triste.
Attaccando a suonare me l’ha cantata: sembrava tutto maledettamente vero. Una canzone dolce, melodiosa, una dei suoi pezzi migliori. Ricordava le atmosfere di Julia o di Woman. E quando smise mi guardò soddisfatto.
«Ora sono riuscito finalmente a terminarla…» sorrise. «L’altro giorno mi sono venuti sia l’intro che alcuni accordi nuovi. Ma quanto tempo è passato?»
Io non sapevo cosa rispondere. ‘Quanto tempo è passato da quando?‘ stavo per chiedergli.

Poi a quel punto lei è entrata in stanza e mi ha svegliato. La canzone però la ricordavo benissimo. Così ho preso il telefono è ho chiamato prima Osvaldo e poi Carlo. Ho raccontato loro, che sono i miei più cari amici, quello che era successo. Il sogno e tutto il resto. Ho provato a cantarla ma sono così stonato che ciò che usciva dalla mia bocca risultava inascoltabile, da tapparsi le orecchie. Tutti e due mi hanno preso in giro, ovviamente. E non c’è stato modo di farli smettere di ridere. Begli amici!
Mi sono allora informato per incontrare un maestro di musica. Magari un orecchio allenato mi avrebbe permesso di fermare su carta quello che sentivo ancora distintamente nella mia testa. Quella musica mi riecheggiava dentro in modo chiaro, pulito ma quando provavo a riprodurla diventava un’altra cosa, un lamento insopportabile persino per me. Il maestro dapprima mi ha prestato seriamente la sua attenzione e poi si è messo anche lui a ridere, per quella storia del sogno e tutto il resto. Mi deve aver preso per matto tanto che non ha voluto neppure essere pagato; mi ha messo gentilmente alla porta e poi si è negato al telefono nei giorni successivi.

Ma non ho mollato. Quando mi trovavo solo in casa mi piazzavo davanti allo specchio a provare e riprovare. Chiudevo gli occhi per ascoltare bene quello che ancora ricordavo e ho tentato di riprodurlo, lentamente, con calma. Una, cento, mille volte. Ma non c’era davvero nulla da fare.
Possibile che quella musica stupenda dovesse andare perduta per sempre?

Poi una sera mi sono trovato in trasferta ad Alvona. Ero sceso al ristorante dell’hotel. Non avevo voglia di girare per la città in cerca di un’alternativa anche perché avevo poca fame. Quel ristorantino pretenzioso del resto mi era sempre piaciuto.
Avevo ordinato il solito e stavo aspettando nella sala pressoché vuota, forse perché non era stagione o più probabilmente perché era ancora presto, quando mi sono messo a giocare con le posate. Ho urtato con la lama del coltello il bordo del bicchiere dell’acqua davanti a me e poi quello del vino e infine la bottiglia di chardonnay.
Eccola la melodia, eccola…’ ho pensato. Mi sono subito alzato per prendere da un altro tavolo altri due bicchieri; li ho riempiti di vino e di acqua in quantità diverse. Ne ho aggiustato il livello fino a quando, colpendo i relativi vetri, non ottenevo la nota giusta. Suonandoli infine tutti insieme, nella corretta successione, ne ricavai buona parte della melodia, quella di John. Ci ero riuscito!
Ho afferrato il telefonino per chiamare qualcuno per dare la notizia.
Poi mi sono fermato. Ci ho pensato un po’ su. E ho preso il bicchiere di vino e me lo sono bevuto.

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«Pensi davvero sia ancora una buona idea?»
Il ragazzo pronunciò la frase tenendo un’unghia tra i denti nell’atto di mangiarsela.
«Ci hai ripensato? Possiamo tornarcene a casa quando vuoi…»
«Non so…» fece lui guardando fuori dal finestrino e cercando di nascondere un montante nervosismo. «Non mi sembra più tanto una buona idea…»
«Me lo hai chiesto tu come regalo per i tuoi diciotto anni. Hai detto che volevi finalmente conoscerlo.»
«Sì hai ragione, ‘ma. Però, che faccio? Mi presento e che gli dico? ‘Salve sono tuo figlio, quello di cui non hai mai voluto sapere niente. Che dici, andiamo al cinema per conoscerci meglio?‘»
La madre fermò la macchina in una piazzola sotto dei tigli ombrosi.
«Caro, lo so che è dura…» disse lei accarezzandolo dolcemente. «A volte la vita ci mette davanti a delle prove che dobbiamo superare, soprattutto quando si vuole diventare adulti. Evitare di crescere non si può e prima affrontiamo i problemi e meglio è. Accantonarli è il solo modo per farli diventare insormontabili.»
Lui per un po’ stette zitto. Il frusciare degli alberi entrò nell’abitacolo. L’autunno sembrava alle porte anche se il calendario non la pensava così.
«Hai ragione mamma… andiamo.»
La macchina proseguì entrando dopo qualche via nei quartieri alti. I condomìni spenti e informi avevano ceduto il passo a villette graziose inghirlandate da giardini fioriti e ben tenuti.
«Ecco, siamo arrivati» fece lei accostando.
«Se la passa bene, però, altro che noi!» sbottò il ragazzo dandosi una pacca sul ginocchio.
Lei lo fissò. Non si capì se con aria di rimprovero oppure no.
«È quella villetta là, verde pastello…» fece la madre indicandola con il mento.
I due scesero poco convinti. Il ragazzo avrebbe voluto tanto essere a casa a giocare con la sua adorata PlayStation: trovarsi in quel quartiere lo metteva a disagio. Il cellulare della donna squillò.
«Aspetta, Oliver, devo rispondere, è importante.»
«Va bene, fai pure.»
La madre si immerse nella conversazione. Un paio di volte alzò la voce, ma non si capiva con chi parlasse. La telefonata le prese più tempo di quello che aveva creduto e, quando si voltò, vide la faccia del suo ragazzo che si era fatta cerea.
«Cosa è successo, Tesoro?»
«Niente! Ho visto che la tua telefonata andava per le lunghe e così ho pensato di andare da solo; prima l’affrontavo e meglio era… l’hai detto tu!»
«S-sì caro, hai fatto bene… e com’è andata?»
«Sono andato a suonare alla porta ed è venuto ad aprire proprio mio padre. Per un po’ ci siamo guardati negli occhi senza parlare…»
«E poi?»
«E poi lui mi ha detto ‘Hai bisogno di qualcosa, figliolo?’ E allora, mi sono sbloccato e gli ho detto tutto: che lui era mio padre, che ci aveva abbandonato quand’ero piccolo senza uno straccio di spiegazione, che ora avevo diciotto anni e che lui era un egoista senza cuore…»
«Oh caro, deve essere stato difficile…»
«Sì, molto… anche perché nel frattempo è arrivata sua moglie che ha ascoltato tutto. Si è arrabbiata moltissimo con mio padre e, mentre lui ha cercato di giustificarsi come ha potuto, lei ha cominciato a insultarlo e a picchiarlo in faccia. È stata una scena terribile. Gli ha tirato persino un vaso di fiori in testa…» fece il ragazzo indicando con il pollice alle sue spalle i cocci, i gerani e la terra sparsa per il giardino. «Ben gli sta. Ora mi sento molto meglio: ‘ma, ho fatto la cosa giusta!»
«Lo credo anch’io. Certo che il vaso glielo deve aver scagliato con tanta forza se è arrivato fin qui» osservò lei meravigliata.
«Perché, ‘ma? La casa è questa qui!» disse Oliver additando una porta azzurra su cui campeggiava in giallo il numero civico.»
«Ma Oliver, ti avevo detto che la villetta era verde pastello…»
«Questa infatti ha gli infissi verde pastello, ‘ma!»
«Sì, ma le pareti sono beige… Oliver, la villetta è quella là, con gli infissi bianchi: oh santo cielo, caro, hai suonato alla porta sbagliata!»
«…»
«…»
«È meglio andare ‘ma…»
«Credo anch’io, Tesoro.»

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Avevo appena fatto il pieno di gasolio e stavo per ripartire quando sentii bussare al finestrino. Pensavo fosse il benzinaio che avesse qualcosa da dirmi. E invece era un uomo. Poteva aveva la mia età. Era ben vestito, un velo di barba non rasata sulle guance e, indosso, un vestito comodo da viaggio come di chi è ancora in ferie ed è appena sceso dalla macchina per una sosta. Sulle prime non l’avevo riconosciuto: era Massimo. Non lo vedevo da quando trent’anni prima avevo lasciato Alvona per altre città e altri interessi. Era invecchiato, un viso tirato e pensoso, una malinconia infinita nello sguardo.
«Ciao Massimo» gli dissi più spaventato che meravigliato. «Che ci fai qui? Sei molto lontano da casa.»
Lui mi guardò come se non sapesse cosa rispondere. Poi mi fece brusco: «Stai tornando a Poggiobrusco?»
«Sì, certo, abito ancora lì.»
«Allora non passare per il ponte di Maivano… è appena crollato.»
«Il ponte? Crollato? Ma è una tragedia!»
«Sì, infatti» concordò lui voltandosi attorno agitato.
Subito dopo mi batté forte per un paio di volte sul tettuccio della macchina in segno di commiato e allungò alcuni passi per allontanarsi.
«Beh, allora grazie, Massimo» gli dissi con le mani ancora incollate al volante. Lui ritornò indietro con la stessa furia con cui era arrivato. Mi mise di nuovo a disagio.
«E ora siamo pari con quello che ti dovevo…» mi fece lui con un solo respiro.
«Pari? In che senso pari?» domandai.
Ma lui ormai era lontano. Lo vidi sparire tra la gente che affollava a quell’ora la stazione di servizio.
Crollato! Ma com’è possibile che sia crollato?’ pensai guardando avanti a me, quasi dovessi badare alla strada e non fossi fermo. Cercai con l’aiuto del navigatore di capire che strada avrei dovuto fare in alternativa. La deviazione mi avrebbe preso almeno due ore. Era meglio a quel punto che me la prendessi con comodo. Dopotutto, a casa, non mi aspettava nessuno.
Cercai un ristorantino sul fiume. Avevo fame e non avevo nessuna voglia del solito panino-fattoria. Trovai un’osteriola appena cento metri dopo. Mi sembrava un bel posticino e si doveva anche mangiar bene a giudicare dal numero di camion in sosta.
«Si sa nulla del ponte crollato? Ci sono vittime?» domandai al signore di una certa età che era venuto a prendere l’ordinazione.
«Ponte, quale ponte?» mi chiese lui distratto mentre segnava sul taccuino il numero del tavolo e chissà cos’altro.
«Come quale ponte? Il ponte sul Maivano, è appena successo. Come fa a non saperlo? È qui vicino.»
«Ma cosa sta dicendo?» e senza aspettare che io replicassi mollò sul tavolo il taccuino e il menu e si portò correndo sulla spianata del fiume per vedere meglio. Non me ne ero accorto, ma di lì il ponte lo si vedeva bene perché poco distante. Era alto, argenteo, brillava leggero sulle acque del fiume con le sue linee ancora moderne. Era tutt’altro che crollato. Ma in quel preciso momento si levò dapprima uno sbuffo di fumo dal pilone centrale e poi, come se fossero stati tanti pezzi solo appoggiati l’uno sull’altro, la parte centrale del ponte venne giù con un boato assordante. La scena fu tanto repentina quanto apocalittica. Le auto e i camion che lo percorrevano caddero assieme all’impalcato di cemento armato mentre altri mezzi scivolarono uno dopo l’altro nel vuoto come in un gioco impazzito. Al ristorante c’è chi gridò, chi si mise a piangere disperato e chi come me che si limitò a rimanere impietrito, incredulo a quello che stava assistendo.
Squillò in quell’attimo il mio cellulare.
«Ehi, come stai?» sentii dire dall’altra parte. «Pronto? Sono Paolo, mi senti?»
«È… è appena caduto un ponte, Paolo»… balbettai meccanicamente non riuscendo a togliere gli occhi dalla nube di polvere che si stava allargando sul fiume.
«Ponte? Quale ponte?»
«E ho pure incontrato poco fa Massimo che mi aveva avvertito…» seguitai senza un filo logico «te lo ricordi, Massimo, quello della palestra cui avevo fatto quel prestito cospicuo trent’anni fa e che non mi ha però più restituito i soldi…»
«Massimo? Massimo Dellicampi? Non è possibile che tu lo abbia visto. È morto più di quattro anni fa…»
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Il primo venerdì del mese era diventato l’occasione per una serata davvero gradevole. Gli amici si riunivano per fare due chiacchiere davanti al caminetto di pietra e per una partita a burraco. Le ore trascorrevano veloci tra le battute divertenti di Adriano, i suoi battibecchi con Cateno, la simpatica ospitalità di Ada e Luigino e l’ambiente caloroso di quella villa che abbracciava con slancio gli scogli aguzzi e lucidi della costa protendendosi verso il blu del mare e del cielo come un veliero pronto a salpare.
Poi, Cateno, una sera che aveva saputo che Adriano non sarebbe venuto, portò a far conoscere al gruppo Gilda, una sua amica mezza gitana che si diceva essere bravissima con i tarocchi.
La figlia di Ada e Luigino, Marilena, non ci pensò un attimo a farsi fare le carte. I suoi genitori, per una naturale ritrosia verso questo genere di argomenti, dapprima si opposero ma poi si arresero all’entusiasmo contagioso della ragazza che non vedeva l’ora di scoprire il proprio futuro. Gilda allora si concentrò assumendo un’aria professionale e, complice una candela che ad un certo punto spuntò accesa sulla tavola, si venne a creare un’atmosfera suggestiva e coinvolgente.
La gitana predisse a Marilena una vita ricolma di soddisfazioni anche se a venticinque anni avrebbe incontrato il grande amore che l’avrebbe fatta soffrire intensamente cambiandole la vita. La ragazza registrò ogni parola con attenzione come se Gilda le avesse dettato delle preziose istruzioni da seguire. E quando i presenti pensavano che avrebbe rivolto altre domande alla cartomante, per saperne di più, invece se ne uscì con:
«Bene, adesso le faccia a mio padre che è sempre così brontolone…»
E mentre Luigino, colto di sorpresa, stava per fare le sue rimostranze, la gitana aveva già mescolato le carte e aveva preso a raccontare cosa sarebbe successo all’uomo nel tempo a venire: un importante avanzamento in carriera (proprio quello da tempo desiderato), un aumento di stipendio, la guarigione da quel problema che lo affliggeva da mesi (che lui ben conosceva) e poi…
«E poi?» chiese Luigino che si era fatto prendere dal fascino della divinazione.
«No, non posso» rispose Gilda fattasi improvvisamente seria e preoccupata e preparandosi per andarsene. I presenti, che si stavano divertendo, fecero a gara per farla desistere. Ada le diede anche da bere il suo famoso passito e tutti cercarono di rincuorarla.
«Deve dirmi assolutamente cosa ha visto nelle carte… la prego…» pretese Luigino prendendola per un braccio.
«Va bene… va bene…» fece Gilda svuotando di colpo il bicchiere, «ma non mi tocchi, per favore.»
«Già, mi scusi…» fece il padrone di casa sedendosi.
Gilda si coprì la faccia con entrambe le mani, come volesse sparire, restando in quella posizione per quasi un minuto. Poi trasse un lungo respiro.
«Ebbene… suo padre… suo padre è appena venuto a mancare…»
«Mio… mio padre?»
«Sì, dieci minuti fa… un infarto fulminante.»
«Ma non è possibile!» disse Luigi con la voce incrinata; poi, mal reggendosi sulle gambe, raggiunse il suo studio per telefonare.
Nella sala, intanto, si era fatto un silenzio imbarazzante. Ada era rimasta in piedi non sapendo che fare. Era diventata pallida e si torceva le mani fino a farle diventare bianche. Trascorsero attimi penosi. Poi Luigino rientrò.
«Mio padre è vivo, è vivo… e sta benissimo… è tutto a posto, grazie al cielo» e accennò a una risata che risuonò tirata e nervosa. I presenti ne furono sollevati, riprendendo il buon umore perduto, desiderando dimenticare il più in fretta possibile quanto avevano appena vissuto.
Squillò il telefonino di Cateno. Pronunciò alcune parole incomprensibili all’apparecchio e riattaccò.
«Era Adriano. Mi ha detto che gli è appena morto il padre. Un quarto d’ora fa. Un infarto fulminante.»
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Non se l’aspettava davvero: di essere licenziato a cinquant’anni. Proprio adesso che aveva moglie e due figli; come avrebbe fatto a mantenere la sua famiglia?
Dopo le prime settimane di acuta disperazione, la prese come una inaspettata opportunità. Come in quel film americano dove il protagonista, che per lavoro faceva il ‘tagliatore di teste’, andava in giro per gli States a licenziare i dipendenti in esubero delle società in crisi finanziaria. Sì, dopo tutto, c’era quel suo vecchio sogno da realizzare che aveva dovuto accantonare quando aveva deciso di sposarsi e ora, che gli si era azzerata ogni prospettiva, poteva pensarci seriamente.
Così quel mattino si vestì con giacca e cravatta, anche se era non affatto necessario per una prova scritta (ma non si sa mai nella vita gli aveva sempre ripetuto la madre) e partì per la grande città. Il concorso era stato bandito da tempo, ma era riuscito a presentare all’ultimo momento le carte necessarie per potervi partecipare.
La notte dormì poco e il viaggio in treno lo incupì ancora di più perché le prime luci del giorno sembravano non voler più sorgere dal mare.
Arrivò al Palazzo dei Corazzieri, in pieno centro città, molto presto, ma c’era già una lunga fila di candidati che si snodava dal portone settecentesco riempiendo l’ampia Scalinata Monumentale e parte del Giardino dei Popoli. Erano tutti giovani o giovanissimi e, un po’ per l’età un po’ per il vestito, lo scambiarono per uno dei componenti la Commissione. Poi, all’improvviso, aprirono il portone massiccio e subito sciamarono dentro in migliaia, vociando e scherzando, come se fosse un giorno di festa. Il suo numero di candidato corrispondeva a un’aula enorme, forse la più grande tra le tante, dove il suo banco appariva ancora più minuscolo di quello che era. Non c’era neppure il suo nome e cognome sul pianale ma solo una serie impressionante di cifre. Si immaginò per un attimo dall’alto: pareva un’aringa in un mare di aringhe, in un oceano immenso.
Iniziarono a dettare un’ora dopo. In quello stanzone l’acustica era pessima e così sentì solo una parola su tre. Gli venne il panico. Se non avesse capito il tema come avrebbe potuto svolgerlo? Si guardò attorno, ma era l’unico che non aveva capito. Gli altri partecipanti erano tutti chini sul proprio foglio e stavano riportando diligentemente quello che avevano sentito.
Di lì a poco iniziò la prova e tutti si misero a scrivere come se non avessero aspettato altro. Chiese allora al vicino se gli dava la traccia ma gli rispose male. L’altro candidato non gli rispose affatto mentre il terzo minacciò di chiamare il sorvegliante.
Cominciarono a passare i minuti e con i minuti la prima mezz’ora. Non c’era nessun membro della Commissione cui rivolgersi per completare la traccia. Si stava agitando sempre più.
Intravide allora, mentre si recava in bagno, la figlia di una sua vecchia amica. Poteva farsi dare da lei il titolo completo. La intercettò mentre usciva dalla toilette.
No, non l’aveva capito neppure lei, gli disse, anche se lui aveva ben compreso invece che non era affatto vero; anche perché la ragazza gli rinfacciò che ricordava benissimo che lui aveva lasciato la madre vent’anni prima e lei bambina senza una spiegazione plausibile. ‘Ma diosanto‘, le obbiettò, ‘eri tanto piccola come puoi ricordarlo? E poi è una storia molto più lunga e complessa di quello che pensi e non è tutta colpa mia’. Ma lei, dura, gli suggerì di rivolgersi al pian terreno, alla stanza 88, lì gli avrebbero dato la traccia completa. C’era un ‘ufficio apposta’. Lui guardò l’orologio con angoscia: aveva perso un’altra mezz’ora.
Così scese alla stanza 88. Ma poi gli spiegarono, in realtà, che l’’ufficio apposta’ si trovava al piano superiore, alla stanza 108, che però non c’era. C’era invece la 107 dove un impiegato scorbutico, senza neppure alzare lo sguardo dal computer, gli fece notare che a quel piano non ci potevano stare i candidati e che l’ufficio che cercava era stato da tempo soppresso; sarebbe bastato del resto chiedere a un componente della Commissione. L’impiegato lo invitò quindi, in malo modo, a uscire dalla porta che indicava imperiosamente, porta che lui varcò senza convinzione. E infatti si ritrovò in un lungo corridoio spoglio e bianco che dava su porte tutte uguali e bianche. Non si capiva più a che piano fosse né in quale parte del palazzo dei Corazzieri si trovasse. Il mare che avrebbe dovuto essere a sud aveva lasciato il posto a vicoli stretti e bui dove il cielo sembrava non esistere. Infilò di fretta, non appena la scorse, la porta di fondo che recava un cartello con su scritto a mano ‘SALA CONCORSI’. La aprì ma si ritrovò in strada. Se ne accorse in ritardo non appena il portone si chiuse dietro di lui con lo scatto tipico di un trappola senza scampo. ‘Se faccio una corsa attorno al palazzo ritrovo la porta di ingresso e rientro da lì’ pensò. Controllò l’orologio. Si era fermato. Si mise a correre. Ma dopo aver svoltato a destra e poi ancora a destra per la seconda volta, invece di imbattersi nella Scalinata Monumentale trovò un mercato. Non era possibile! La scalinata doveva essere proprio lì, davanti a lui.
«Mi scusi» chiese con l’ansia che gli stava attanagliando la gola «il Palazzo dei Corazzieri… come ci arrivo da qui?»
Il vigile urbano, cui si era rivolto, lo guardò come se non avesse capito.
«Palazzo dei Corazzieri?» scandì poi lentamente alzando di poco il casco come per parlare meglio: «Guardi… non esiste un palazzo con un nome simile in città.»
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dietro il racconto
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A Marcello era morto il padre da qualche mese. Anche se il genitore aveva superato i novant’anni, perderlo era stato pur sempre un fatto che oltre a turbarlo profondamente lo aveva colto di sorpresa. Non si riesce mai a realizzare che la persona che ti è stata vicina fin dalla nascita all’improvviso non ci possa più essere.
Ciò che lo preoccupava di più però era la madre. Loro erano stati sposati per più di 55 anni. Più di una vita, fino a confondersi con essa.
La morte del marito l’aveva devastata. Per mesi era rimasta chiusa in casa, in una sorta di mutismo doloroso, seduta sulla poltrona preferita di lui. Non batteva ciglio, sembrava persino non respirare. Poi piano piano aveva ripreso la vita normale. Ma era sempre taciturna, assente, come se fosse scesa in un pozzo.
Fino a qualche giorno fa.

Marcello, telefonandole aveva sentito un’altra voce, un altro tono. Sembrava ritornata giovane, a quando era il vero motore della casa.
«Ho conosciuto una nuova amica» gli aveva riferito per telefono e il suo sorriso attraverso il cavo telefonico era arrivato intatto e radioso sino alla immaginazione del figlio. «Si chiama Annina».
Ed era stato il caso ad averle fatte incontrare, gli spiegò. Lei aveva perso la strada andando chissà dove ed era entrata nel suo giardino chiedendo informazioni. E così avevano cominciato a parlare, a discutere di ogni cosa, a ridere e scherzare, come se fossero state sempre grandi amiche. Aveva saputo che era di Padova dove aveva passato la sua gioventù sino a quando non si era innamorata di un bel tipo che l’aveva portata con sé ad Alvona per poi lasciarla per un’altra dopo qualche tempo.

Marcello, incuriosito di un così grande cambiamento, si mise in macchina un week end e andò a farle visita nella sua casetta di campagna.
Appena arrivato la vide che stava badando alle sue rose; era in splendida forma, ben vestita, raggiante, serena.
«Ti trovo benissimo mamma, sono proprio contento.»
Si baciarono e abbracciarono commossi.
«E Annina? Non me la presenti? È qui?» gli chiese ansioso il figlio.
«Certo che è qui!»
«Qui dove, mamma?»
«Ma lì, sui tuoi piedi.» Marcello abbassò lo sguardo.
«Ma è una gallina, mamma…»
«Certo, una gallina padovana per l’esattezza. Guarda, ti becchetta le scarpe. Ti vuole già bene. Lo sapevo che le saresti piaciuto, è impossibile resisterti.»
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«Sono proprio stanco. E scocciato. Sì, stanco e scocciato. Prima sono stato per mesi senza mai muovermi in quella sottospecie di stamberga che chiamano casa, metà arredata e metà no; (sembra che, siccome sono onesto, non mi possa permettere con il mio stipendio un posto più dignitoso in centro. Almeno così ha scritto Lui); e ora sono qui a guardare il via vai incessante di questa piazzetta, come un automa o un cartone pubblicitario.
Per tacere poi di come sono vestito. All’inizio portavo il solito odioso impermeabile, poi per fortuna ci ha ripensato. Ora vesto informalmente, un po’ bohémien, un po’ artista scapigliato e maledetto, anche se faccio il vice-questore a tempo pieno e di poesia non ne ho mai masticata nemmeno per sbaglio. Almeno credo. Se non ha cambiato idea nel frattempo.
Anche se, a dir la verità, Lui, quando vuole, sa scrivere davvero bene. La storia, questa storia di cui sono il personaggio principale, è partita del resto con il turbo, oramai purtroppo alcuni anni fa. Era pieno di idee, scriveva in continuazione, di getto. Pareva incontenibile. Insomma il libro prometteva per il meglio, roba da migliaia e migliaia di copie vendute. Perché la trama è ben costruita, originale, piena di colpi di scena. Ma poi, all’improvviso, sul più bello, quando occorreva tirare le fila del lavoro e soprattutto farmi scoprire chi era l’assassino ecco il blocco dello scrittore. Mi si è impantanato come una cornacchia nel cemento fresco e non è più riuscito ad andare avanti. Non solo, ma ha anche cominciato ad avere ripensamenti; un mucchio di ripensamenti: sui personaggi, su alcune ambientazioni, sui dialoghi e pure sul mio accento, adesso che ricordo bene. Prima ligure, poi veneto e/o friulano e/o istriano e ora con una improbabile inflessione tedesca. Perché adesso sarei, sembrerebbe, altoatesino trapiantano in questa città di cui non ricordo nemmeno più il nome tante volte l’ha cambiato.
E ora come dicevo, sono al bar, vestito di tutto punto, con una sciarpa di seta al collo che sembro mia zia. E sono giorni per la verità che sono qui, in attesa. E al tavolino Lui mi ha fatto servire prima una bibita zuccherata (che non sopporto) poi un cappuccino con una faccina sorridente disegnata come se ci fosse qualcosa per cui sorridere e ora una spremuta di non so che, visto che dentro al bicchiere galleggia qualcosa di strano che non riesco nemmeno a identificare. So però che è il momento più importante del romanzo. Questo sì. Ho teso una trappola all’assassino e, secondo i miei “astuti” calcoli, dovrebbe poter scattare da un momento all’altro. Ho detto “astuti” perché lo ha scritto Lui. A me sono sembrati invece del tutto “normali” visto che faccio questo mestiere per vivere. Non tendere trappole, ovviamente, ma indagare. E sembra pure che io sia bravo, così almeno sostengono i miei superiori, anche se io non me ne curo più di tanto dal momento che “vivo in un mondo tutto mio e basto a me stesso” (parole Sue). Sta di fatto che il cameriere per fare lo spiritoso mi chiede sempre, dopo una certa ora, se voglio la camomilla per la notte. Mi ci vorrebbe un doppio whisky, altro che camomilla. Forse, chissà, è proprio questa la vita inutile dei personaggi di un romanzo. Rimanere intrappolati tra le pagine scritte e non poter avere una esistenza propria. Ho provato anche a fare due chiacchiere fuori da queste pagine con gli altri personaggi, così per socializzare un po’ e sentirmi meno solo, ma sembra che non sia consentito.

Aspetta, aspetta. Forse ci siamo. Non ci posso credere. Lui ha deciso: la trappola è scattata. L’assassino sta venendo qui per farsi riconsegnare dal cameriere la prova che lo inchioda: il documento che ha lasciato su questo stesso tavolino il giorno in cui ha ucciso il ragazzo; e invece incontrerà me. A mio avviso non può che essere l’architetto. Ma sì, era l’unico che sapeva della casa al mare del padre della vittima e il solo che poteva avere un movente (il ragazzo lo ricattava per non so più cosa). Infatti, eccolo eccolo!»

Il vice-questore Battaglia si alzò deciso, rientrando nel locale. Gli si parò davanti tuttavia non l’architetto Morini, come si aspettava, ma la bella inglese Abbie, incartata in un vestitino succinto da confezione regalo.
«Commissario, che ci fa qui?»
«Vice-questore, prego» fece lui meccanicamente anche se non era quello che avrebbe voluto dirle. Si era dimenticato di quanto quella donna lo avesse turbato profondamente, con il suo fascino malizioso, fin da quando si era imbattuto nel suo sorriso. Era sorpreso, ma anche molto deluso che l’assassina fosse lei.
«È questo tutto quello che ha da dirmi?» fece lei spalancando gli occhi grigi.
«In effetti non è la prima cosa che mi è venuta in mente, rivedendola…» ammise lui con fare sornione e aggiustandosi la sciarpa. Lei abbassò lo sguardo consapevole della sua bellezza e poi lo rialzò posandolo direttamente dentro a quello di lui a suggellare l’intesa avvenuta.
«Però ce ne hai messo di tempo… commiss… vice-questore…» fece lei umettandosi leggermente un angolo della bocca. «Allora da me o da te?» mormorò lei avvicinandosi quel tanto che bastò per fargli avvertire il profumo della sua pelle.
Lui sorrise, amaro. Poi, deglutendo, sospirò:
«Meglio in questura.»

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