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Posts Tagged ‘casa’

Mathias e Luna si erano sposati da qualche settimana e avevano deciso di andare a vivere in una casa a ridosso del bosco. La strada dal paese terminava proprio davanti alla loro villetta e poi proseguiva sotto forma di sentiero, prima tra roverelle rade, e poi nel fitto di carpini e faggi.
Il fidanzamento era stato breve, si erano piaciuti subito e anche la scelta di vivere un po’ isolati, in mezzo alla campagna, era stata fatta di buon grado da tutti e due.

«Devi venirci a trovare» aveva detto a Tom quella sera al telefono. E siccome il vecchio amico aveva percepito dal tono della voce una vena di preoccupazione Mathias, aveva chiarito che gli serviva una sua opinione come esperto di animali. Senza aggiungere altro.

La cena era stata squisita e con la scusa di mostragli il panorama dalla terrazza gli mise un bicchiere di passito in mano e se lo portò con sé.
«Tua moglie Luna, ha le mani d’oro in cucina…» disse Tom appoggiandosi alla ringhiera e gettando l’occhio sulle colline lontanissime. «Penso di avervi fatto fuori le riserve alimentari di una settimana intera.»
Mathias sorrise. «Non sai che piacere mi faccia averti qui» e gli appoggiò una mano sulla spalla.
«Allora, mi vuoi dire cos’è che ti turba? Non vai d’accordo con lei?»
«No, al contrario Tom, va benissimo. Non mi sono mai sentito meglio in vita mia: è una compagna dolcissima. È che non ci siamo ancora abituati ai rumori e ai suoni della campagna.»
«Cosa vuoi dire?» fece lui assaporando il liquido ambrato appena illuminato dalla luna.
«Da qualche tempo qua attorno si sentono degli strani versi di animali che inquietano Luna. La fanno trasalire e la rendono nervosa. Lei non mi dice nulla, ma la vedo tesa e preoccupata.»
«Questa è la stagione dei daini, amico mio, e quassù ce ne sono tanti, almeno secondo l’ultimo monitoraggio… è normale… ci farete l’abitudine.»
«Lo pensavo anch’io, Tom, ma ho controllato su internet; dai video su YouTube che ho visionato ho potuto verificare che non si tratta del verso di un daino o di un capriolo… deve trattarsi di qualcos’altro: è… è un suono strano.»
«Strano?»
«Sì… è per questo che l’ho registrato con il telefonino; per fartelo risentire. Ascolta…»
Il verso che uscì da cellulare si diffuse come una macchia densa nel cielo scuro bucato di stelle. Tom fece una faccia corrucciata, rimanendo per qualche momento senza dir nulla. Poi la registrazione si interruppe.
«Hai ragione: non è un daino, né un altro ungulato e neppure un cinghiale o un uccello notturno… E lo senti spesso?»
Mathias stava per rispondere quando lo stesso verso, dal vivo, riempì l’aria. Era sonoro, vibrante, sostenuto. Proveniva dal profondo del bosco, dove l’oscurità era ancora più compatta. Sembrava che qualcuno venisse soffocato e cercasse di chiedere aiuto senza riuscirci; anche se si capiva, per l’intonazione di alcune note, che in realtà era proprio un richiamo d’amore. Faceva raggelare il sangue. Il suono si ripeté alcune volte fino a che si spense lentamente precipitando nella boscaglia come gocce di pietra. Entrambi ne furono sollevati.
«Allora cosa ne pensi, Tom?»
L’amico aveva gli occhi bassi, come se cercasse sulle mattonelle dell’ampia terrazza la risposta. Mathias ripeté la domanda.
«Di che animale si tratta? Può essere, che ne so, una volpe, una lince? Potrebbe costituire un pericolo per noi?»
«No, Mathias, nulla di tutto ciò… tuttavia non saprei…»
«Possibile che tu non ti sia fatto un’idea?»
«Veramente un’idea ce l’avrei, ma non può essere…»
«Dimmela lo stesso…»
«Ma non può essere, te l’ho detto.»
«Dimmela Tom…» Il tono adesso era quasi di supplica.
L’amico guardò gli occhi di Mathias che avevano catturato la luce che veniva dall’interno della casa. Si schiarì la voce.
«Ci… ci sono alcune registrazioni… di tempo fa… ebbene… temo… temo… potrebbe essere il richiamo di un licantropo.»
Mathias a quelle parole si mise a ridere, pensando fosse una battutaccia. Poi vide che l’amico era serio.
«Ma non esistono i licantropi…» gli obbiettò subito dopo.
«Sì è quello che penso anch’io, è per questo che non te lo volevo dire, sono stupidaggini…» fece Tom come per scusarsi. «Anche se si dice» seguitò guardando ora di nuovo le colline grigie «che quando lanciano quel richiamo significa che hanno trovato la loro compagna… Ne possono avvertire l’odore anche a cinquanta chilometri di distanza…»
Mathias ripensò alla reazione della moglie ogni volta che sentiva quel verso. Gli era parso che non fosse di paura o di preoccupazione, piuttosto di inquietudine come da vagheggiamento o da smania controllata. Ma non aveva voluto darvi importanza.
«Non ti preoccupare però…» gli fece Tom «…te lo ripeto, sono solo sciocchezze.» E lo abbracciò forte.

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caffèEdo, come al solito, entrò in cucina quasi con gli occhi chiusi. L’età avanzata lo portava a svegliarsi sempre più presto al mattino ma non per questo in modo meno penoso. Anzi.
La moglie lo aveva sentito armeggiare ed era andato a fargli compagnia, come sempre. Si salutarono agitando la mano a mezz’altezza senza profferire parola. Era il loro modo di riappropriarsi degli spazi condivisi e della reciproca compagnia.
Poi lui, sempre in silenzio, si fece il caffè, versò lo zucchero di canna nella tazzina e girò con il cucchiaino.
Gli venne da sorridere.
«Che c’è? Perché sorridi?» gli chiese.
«È da un po’ di tempo che il suono del cucchiaio contro le pareti della tazzina…»
La moglie fece un’espressione del viso per incoraggiarlo a terminare la frase.
«…mi sembrano delle parole…»
«Oh Madonna Edo…» fece lei battendo per aria le mani una contro l’altra. «Lo sapevo che andando in pensione ti saresti prima o poi rimbambito!»
«Non è gentile da parte tua… dire questo» rimbrottò lui rabbuiandosi.
La donna fece finta di mettere in ordine davanti a sé le cose sul tavolo, ma invece stava solo spostando gli oggetti da un punto a un altro del pianale, senza un ordine preciso. Stava pensando.
Passò qualche secondo.
«Ma non la senti?» insistette il marito che appoggiò finalmente il cucchiaino sul bordo del piattino.
«Cosa dovrei sentire, su dimmelo…»
«’Come stai? come stai?’» disse facendo una vocina in falsetto.
«Non ci posso credere, mi stai diventando matto…» borbottò lei uscendo dalla cucina.
«Ma dove vai?»
«Vado a messaggiare a tua figlia e a dirle come ti sei ridotto…»
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«Davvero senti la tazzina parlare?» gli chiese la figlia il giorno dopo nella comodità rassicurante della sala. La ragazza stava tenendo la mano al padre come si poteva fare con un malato nel letto di un ospedale.
«Ma no, ma cosa ti ha messo in testa tua madre? Non mi sono mica rincretinito del tutto. Non mi trattate così» fece lui contrariato ritirando di scatto la mano.
«E allora di cosa si tratta?» chiese calma e suadente la figlia.
«Ma niente! Sembra piuttosto che lo sbattere del cucchiaino contro le pareti della tazzina assomigli a… a delle parole… Tutto qui. Cosa c’è di strano?»
«E questa mattina cosa ti ha detto la tazzina?» domandò la ragazza pazientemente.
«Adesso mi vuoi davvero prendere in giro… non è bello… sono tuo padre dopotutto…»
«Ti ho chiesto, papà, che cosa ti ha detto oggi la tazzina?» insistette lei facendo la faccia seria.
L’uomo sbuffò.
«Dai…»
«E va bene… mi ha detto, o meglio mi è sembrato che dicesse: ‘Buona giornata a te’».
La figlia si girò verso la madre che si era tappata la bocca per scongiurare un urlo. Il suo sguardo era quello di chi si era appena accorta, dopo trent’anni di matrimonio, che il marito aveva in realtà tre teste.
«Bisogna farlo vedere da qualcuno…» sentenziò la figlia.
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Così Edoardo, suo malgrado, dovette sottoporsi a diverse sedute di psicoterapia. Non era stato sufficiente che avesse cercato di chiarire che aveva voluto solo fare uno scherzo. Erano stati irremovibili. La moglie, la figlia, le zie, il cugino, gli amici, persino gli ex colleghi e poi chissà chi altri: ‘queste cose bisogna prenderle per tempo’ era il succo dei loro commenti ‘perché poi peggiorano’.
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Erano trascorsi diversi mesi da allora e tutto sembrava rientrato nella normalità.
Al mattino la moglie sorvegliava con attenzione il consorte quando girava il cucchiaino del caffè aspettando che lui dicesse qualcosa. Ma si limitava a sorridere e a scuotere la testa.
Un giorno lei arrivò in ritardo al rito del caffè essendosi trattenuta nel bagno. Edo sciolse con calma lo zucchero mescolandolo con cura. Drizzò bene le orecchie per sentire se la moglie stesse arrivando e quindi sussurrò alla tazzina:
«Sì sì… anch’io.»
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hat_gy

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Oliviero si trovava in cucina e si stava preparando un panino con la mortadella (sarebbe stato quello il suo cenone della Vigilia) quando sentì un fracasso provenire da fuori della porta. Qualcuno era caduto. Si precipitò fuori accendendo la luce. Sul pianerottolo c’era un uomo piuttosto in carne, vestito di rosso, in mezzo a scatole grandi e piccole confezionate in colori vivaci sparse intorno a lui.
«Accidenti che botta!» esclamò l’uomo ancora disteso. Oliviero si avvicinò per aiutarlo a mettersi in piedi.
«No, per carità, non mi tocchi» fece il signore in rosso. «Faccio da me, la ringrazio. Ogni tanto mi succede con questi carrelli moderni: hanno le ruote davanti che vanno per conto loro e, quando meno te lo aspetti, si bloccano di colpo…»
Oliviero fece un passo indietro per gustarsi meglio la scena e si mise a sorridere.
«Sì, lo so cosa sta per dirmi…» se ne uscì l’uomo vestito di rosso: «che io in realtà non esisto, che sono solo un’invenzione consumistica, che le sembro un amico di un suo vicino di casa e che, insomma, è tutta una mascherata…»
«Lo sta dicendo lei…» gli fece di rimando Oliviero, sempre sorridendo.
«Ecco, appunto… mi aiuti però almeno a rimettere i regali sul carrello» sollecitò  il signore in rosso che, già in piedi, si stava spazzolando il vestito con le mani: «non riuscirò altrimenti a portarli dentro tutti, al numero 4.»
«Dai Serra?»
«Sì… mi pare si chiamino proprio così e hanno pure cinque figli…»
Poi l’uomo in rosso si diede una manata sulla fronte.
«Ecco, ma che testa che ho! Mi sono dimenticato che loro sono in sei quest’anno. C’è anche il nipotino Mark appena arrivato da Miami. Non posso farlo rimanere senza regali! Che figura ci farei?»
«Davvero…» domandò Oliviero grattandosi la testa «…come fa ad avere tutte queste informazioni? Che tipo di parente è lei? Conosco bene i Serra, da anni, io a lei non l’ho mai vista…»
«Lasci perdere, Oliviero… e poi comunque fa proprio male a non fare neppure l’albero…»
Oliviero rimase interdetto. L’uomo sapeva il suo nome ed era conoscenza del fatto che non avesse fatto l’albero di Natale in casa. Stava per chiedergli di nuovo come facesse a sapere quelle cose, ma preferì abbozzare una risposta che suonò tuttavia come una giustificazione non richiesta:
«È che non ho figli, né nipoti ed è comunque una gran seccatura comprare l’albero, addobbarlo, mettere le luci, per poi disfarsene pochi giorni dopo.»
«Ma così impedisce allo spirito del Natale di entrare in casa sua… Tutti noi abbiamo bisogno d’amore, non trova?»
I due si guardarono per un po’ senza dir altro; poi il timer della luce delle scale scattò e si spense. L’uomo vestito di rosso schioccò le dita e la luce si riaccese.
«Mi dia allora almeno un’occhiata ai regali mentre torno giù, vado e vengo…» disse il signore in rosso che già aveva preso a scendere le scale.
«No, guardi ho altro da fare, stavo giusto cenando…» fece a quel punto lui scorbutico.
«Sì, ha ragione, vada vada, sennò il panino con la mortadella le si raffredda!»
Oliviero fece una smorfia a quella battuta ironica e si chiuse la porta rumorosamente dietro di sé. Stava ancora scuotendo la testa quando vide che in sala, davanti a lui, c’era un albero di Natale che arrivava fino al soffitto, ricolmo di palline e di addobbi di ogni tipo, luci accese, colorate e intermittenti, comprese. Era bellissimo. Corse in cucina e al posto del panino alla mortadella trovò il tavolo imbandito con ogni leccornia tipica del cenone della Vigilia. Uscì rapidamente sul pianerottolo: non c’era nessuno e neppure il carrello né i regali a terra. Gli sembrò di sentire anche una risata liberatoria e soddisfatta provenire dal basso. Ma non ci avrebbe giurato.
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dietro il racconto
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slidesUgo scese le scale di casa lentamente; cercava di ricordarsi se avesse dimenticato qualcosa. Sì, il neon in cucina l’aveva spento e anche il gas sotto la moka. E il computer? Ma sì lo aveva preso.
Era ormai arrivato nell’androne quando vide sui primi gradini due scatole robuste di cartone posizionate in modo sbilenco, una sopra l’altra: erano piccole ma capienti, senza scritte visibili. ‘Chissà di chi sono…’ si disse passando loro accanto; fatti due passi verso il portone tornò indietro. ‘Di questi tempi, non c’è mica da fidarsi’ pensò per giustificare quello che stava per fare. Inserì con finta noncuranza l’unghia appena sotto il coperchio e lo sollevò di scatto.
Si trattava di diapositive, tante, riposte ordinatamente nel rispettive scatole multicolori. Ne stava per prendere una in mano per vedere di cosa si trattava quando sentì che, qualche piano più in su, qualcuno aveva chiuso la porta di casa e stava scendendo. Richiuse la scatola e uscì in fretta.
Qualche giorno dopo rivide altre due scatole, per lo più simili alle prime, e più o meno nella stessa posizione. ‘Ma di chi possono essere tutte queste diapositive?’ si domandò questa volta a voce alta, sempre più curioso. Fece mente locale per ricordarsi chi abitasse nel condominio. Erano tutte persone che conosceva da almeno trent’anni, tranne alcuni brutti figuri ‘colorati’ del primo piano; nessuno comunque, per quel che ricordava, faceva fotografie o faceva uso di diapositive per ragioni di studio o lavoro. ‘Strano, proprio strano…’ Si avvicinò con studiata indifferenza e con una mossa repentina fece saltare nuovamente il coperchio; le scatoline delle diapositive erano questa volte tutte azzurre, diverse dunque da quelle dell’altro giorno: ci saranno state, mal contate, circa cinquecento slide. Afferrò una scatolina per vedere di cosa si trattasse quando sentì scattare l’apriporta del portone d’ingresso. Aveva fatto appena in tempo a rimettere tutto a posto che entrò nell’androne l’anziano ing. Mesticchi, l’unica persona, tra l’altro, cui aveva pensato potessero appartenere le scatole.
«Buongiorno ingegnere» fece Ugo andandogli incontro disinvolto.
«Oh… sig. Bezzi, non l’avevo vista, come sta?»
«Non c’è male, dopotutto…» e mentre Mesticchi si girava con un gesto automatico verso le cassette delle lettere per controllare se c’era posta Ugo gli rivelò: «Sono arrivate le scatole…» usando un tono come se entrambi sapessero di cosa stessero parlando.
«Scatole?»
«Sì, quelle!» e le indicò di sfuggita come se non potessero che essere sui gradini.
«Ah… e di chi sono? Sono sue?»
«No di certo! Non so nemmeno cosa contengano» rispose Ugo osservando in modo interrogativo l’ingegnere.
«Be’ non sono neanche mie» concluse Mesticchi con la sua solita aria svagata. «Buona giornata!» fece subito dopo, tagliando corto.
«Buona giornata» contraccambiò Ugo deluso.
Passarono diverse settimane senza che si notassero nell’androne altre scatole.
Non ci stava pensando più quando una mattina, saranno state le sei, Ugo le vide di nuovo al solito posto, impilate alla stessa maniera, una sopra l’altra, quasi in bilico. Accese la luce dell’androne e le guardò bene. Lo incuriosì in particolare quella posizionata sotto: anche se era della medesima foggia e consistenza di tutte le altre si presentava però di un colore giallo pallido fluorescente. Balzava agli occhi. Scostò la scatola che la imprigionava e la sollevò. Come le altre non aveva scritte, né indicazioni o etichette che suggerissero di cosa si trattasse o da dove provenisse. La scosse un poco. Era piena, ma non di diapositive, ne era sicuro. ‘Interessante’ pensò. Si guardò in giro, stette per un attimo in ascolto nel caso giungessero rumori dalla tromba delle scale. C’era un silenzio da cripta abbandonata. Considerò che era per giunta molto presto e difficilmente qualcuno sarebbe potuto entrare dal portone d’ingresso. Si sedette sul gradino per stare più comodo: era la volta buona per saperne di più. Ebbe un attimo di incertezza. Poi si convinse: doveva sapere. Prese il coperchio per un lembo e lo alzò con delicatezza. Fu quello il momento esatto in cui la luce temporizzata dell’androne si spense. Ugo fece per alzarsi per riaccendere la luce quando qualcosa lo morse violentemente alla guancia destra. Sentì un dolore lancinante come di un ferro rovente che gli trapassasse la faccia. Avvertì la precisa sensazione che il sangue gli si stesse rattrappendo con rapidità nelle vene. Non riusciva più a respirare: una montagna gli era piombata sopra il petto. Perse l’equilibrio e cadde a terra con la bocca piena di schiuma appiccicosa. Un fuoco inestinguibile divampava nella testa. Sentì uno scatto: qualcuno aveva acceso la luce delle scale. Ma oramai era tutto buio intorno a lui.
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pigeon-eggQuando la moglie lo chiamò, lo fece in modo esagitato tanto da esserne spaventato.
«Vieni, presto!» gli comandò.
Non aveva nessuna voglia di alzarsi dalla poltrona, ma sapeva bene che Fernanda non avrebbe facilmente desistito, pena il broncio per tutto il resto della giornata. La seguì ciabattando sino all’ultima camera della casa, quella usata per stirare, per archivio e dispensa e chissà cos’altro.
«Guarda!!!» disse lei indicando la finestra e sottolineando con l’espressione del viso una evidenza tutt’altro che evidente. Lui si avvicinò, titubante, come se dovesse stare attento a qualche pericolo in agguato. Vide sotto di sé la solita fetta di strada sottostante: il viavai confuso di gente e di ambulanti circospetti che cercavano di vendere stampe tutte uguali e bastoni per selfie tutti uguali.
«E allora?» fece lui esasperato non capendo cosa dovesse guardare.
«Appunto! Cosa conti di fare? Eh?»
A quella domanda imperiosa capì che la situazione, forse, era più grave di quello che pensasse e meritava maggiore attenzione. Non poteva essere colpa sua se là sotto c’erano gli ambulanti in mezzo alla strada. Oppure sì? Stava cercando di trovare una risposta quando lei ritornò all’attacco.
«I piccioni! Intendo dire i piccioni che hanno appena fatto il nido nel vaso dei ‘tuoi’ gerani. Che ne facciamo? Io non voglio quelle bestiacce piene di malattie a ridosso della casa» e detto questo, con un gesto repentino, spalancò la finestra. Il trambusto del tardo pomeriggio entrò di prepotenza dentro la stanza. Entrò il parlottare concitato delle persone a passeggio per la via, la musica stonata di un girovago che stava intrattenendo turisti accaldati e il suono dolce ma debole di una campana che scivolava giù dalla collina; ma soprattutto entrò il frullare impazzito di un piccione che, vistosi scoperto, lasciò di tutta fretta il nido puntando dritto al cornicione dell’edificio di fronte da cui, una volta abbarbicato, ci spiò preoccupato per le sorti delle sue uova.
«Ma che carine!» scappò di dire a lui vedendo che effettivamente nel vaso di gerani c’era un nido e dentro al nido tre uova color avorio che galleggiavano su un fondo soffice di penne, foglie e paglia.
«Come che carine!?! Ma fanno schifo. Non senti che puzza?» e prima ancora che lui avvertisse un qualsivoglia cattivo odore, lei aveva già chiuso la finestra. «Non stare lì impalato, fai qualcosa per una volta, diomio!»
Lui la guardò perplesso come se non fosse suo marito ma una persona salita per sbaglio dalla via e, facendo perno sui talloni, riprese la strada per la sua poltrona lasciando dietro di sé, come un fazzoletto sgualcito fatto cadere apposta, la sua solita frase di disimpegno: «Beh, ci pensiamo!»
Da quel giorno, però, Fernanda non mollò la presa.
«Allora? Le hai buttate via le uova? Eh? Cosa aspetti? Che nascano i piccoli?»
Insomma era diventata un’autentica tortura.
Così lui una sera, a malincuore, per riprendersi la sua tranquillità, prelevò le uova ancora calde dal nido senza avere però cuore di disfarsene. Se le portò in studio, le mise in un posacenere e, in attesa di una soluzione definitiva, ci mise sopra un libro per nasconderle. Il piccione, dal canto suo invece, per un po’ tornò al vaso di fiori poi, dal momento che le sue uova non sembravano voler più riapparire, disorientato, se ne andò. La pace tornò in famiglia. Almeno fino a quando una sera lei gli disse all’improvviso:
«Abbassa un attimo il volume del televisore…»
Lui obbedì.
«Non lo senti anche tu?» fece lei immobile come se le avessero lanciato addosso una secchiata di cera.
«Cosa?»
«Il verso del piccione!»
«Ma allora la tua è proprio un’ossessione!»
«Macché ossessione. Ti dico che c’è un piccione in casa… senti… turrr… turrr…» fece con le labbra un po’ storte. E subito iniziò a cercare per ogni dove alzando cuscini, aprendo ante di armadi, controllando finanche nella cappa della cucina.
«Senti!» fece ancora fermandosi di colpo e segnando con il dito indice un punto della parete. «Adesso sì che si sente proprio bene!»
«Ma io non sento un bel niente!» protestò lui.
Nei giorni successivi Fernanda non faceva altro che lamentarsi del verso di quella ‘bestiaccia’, persino di notte. Non riusciva più a dormire e di conseguenza non riusciva più a dormire neppure lui. Pensò che la moglie si stesse ammattendo se non fosse stato che, nel ritrovare le tre uova di piccione nel posacenere, le vide che si erano schiuse come se effettivamente fossero nati i piccoli.
Non è possibile!’ pensò sbalordito. ‘Come hanno fatto a spostare il libro e a rimetterlo al suo posto? E poi dovrebbero vedersi in giro per la casa, non possono sopravvivere senza la mamma’.
La situazione di lì a qualche giorno peggiorò. La signora Fernanda era diventa isterica con quel turrr… turrr… che sentiva oramai in continuazione, giorno e notte.
Non si può più vivere in luogo simile‘, diceva lei con gli occhi stralunati e agitandosi incontrollata per la casa, ‘ci sono piccioni dappertutto‘ (anche se non si vedevano) ‘ci ammaleremo, ci ammaleremo tutti, me lo sento!
E così costrinse il marito a traslocare senza che lui opponesse grande resistenza dal momento che si sentiva in colpa. Eh sì, perché avrebbe dovuto gettarle via quelle maledette uova, non tenerle. Che errore aveva fatto! Conservarle in casa poi, e per quale motivo? Aveva ragione la moglie a reputarlo un buonannulla.
A questo pensava con la mano sulla maniglia della porta di ingresso mentre dava un’ultima occhiata alle stanze vuote. Sospirò. In quella casa conservava tutti i suoi più bei ricordi anche di quando era stato ragazzo. Sapeva che ci avrebbe lasciato il cuore.
Si tirò dietro la porta e la serratura scattò con un rumore che suonò definitivo.
E nel silenzio che ne seguì si poté sentire: «Turrr… turrr…»

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Australia«Ma tu mi vuoi bene?»
La donna era seduta sul divano. Sembrava che la domanda l’avesse fatta all’iPad che stava stringendo tra le mani e da cui non aveva distolto lo sguardo. Ma poi alzò gli occhi verso di lui che seguiva a sua volta la televisione. L’uomo tardò a darle retta per aver sentito mille altre volte quella stessa domanda, ma poi le rivolse un sorriso molto dolce come se fosse quella la sua risposta.
«Anche se sto diventando vecchia, brutta e grassa?» insistette.
«Non ci sono donne vecchie, brutte o grasse in questa stanza; però è buio qui dentro e si vede poco…» fece lui voltandosi di nuovo verso la tv e mettendosi a sogghignare.
«Dico sul serio» fece lei, cambiando ora il tono e posando l’iPad.
«Beh, la promessa è sempre valida… no?»
«Quale promessa?»
«LA PROMESSA.»
«Cioè?»
«Che staremo insieme fino al ‘saltino’ finale…»
«Davvero?» disse lei commossa.
«Certo, dopo quarant’anni di matrimonio dove vuoi che vada… e poi non avrei più chi mi fa da mangiare e mi stira le camicie… tanto vale…»
«Che sciocco che sei…» fece lei riprendendo il lavoro e accennando a un sorriso che voleva trattenere.
La televisione trasmetteva la storia di una coppia che in Australia aveva deciso di costruire, in mezzo al bush più inospitale, una casa moderna ma con pareti di paglia isolate con sterco di mucca. Lui stava scuotendo la testa.
«Ma non è poi che, con la scusa che siamo morti, tu sparisci e non ti fai più vedere, vero?» chiese lei dopo un po’.
«Non saprei…» disse lui mettendo su una faccia pensosa. «Il cielo è grande. E poi non sono sicuro che ti seguirò in Paradiso…»
«Non ti preoccupare: al momento giusto gli parlo io al Principale e lo convinco…»
«Non avevo dubbi a questo proposito.»
Nella stanza si era fatto silenzio. La televisione passava splendidi panorami della costa australiana. Il colore intenso di quel mare era entrato nella sala.
«Arancione!» fece lei all’improvviso.
«A me sembra un bel blu» disse lui distratto.
«Ma no, non sto parlando del mare! È che potremmo metterci al momento opportuno, tutti e due, ben calcato in testa, un berretto di lana color arancione, così riusciremmo a ritrovarci anche tra le nuvole… e ci riparerà pure dagli spifferi.»
«Pensi proprio a tutto, tu.»
Lei annuì soddisfatta.
Poi lui si girò a guardarla: la sua compagna di vita con il volto illuminato dal tablet come fosse un riflettore.
«Ti amo, Tesoro» le disse.
Lei posò l’iPad sulla gonna sorridendogli teneramente.
«Lo so.»
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scaleAllora avevo sedici anni. La chitarra a tracolla, la testa fra le nuvole; me ne stavo andando dietro la chiesetta del rione, in una vetreria dismessa dove con i miei amici avevamo ricavato un ‘nostro’ posto dove suonare in pace. E lei mi venne incontro decisa, come se avesse avuto un appuntamento proprio con me. Era una donna ancora giovane, ma dai lineamenti sfioriti, una gonna sgargiante e gonfia, un foulard altrettanto colorato che le nascondeva i capelli facendole sembrare però la testa più grande. Mi si parò innanzi con la sua stazza robusta e io, anziché evitarla, mi bloccai davanti a lei come se non avessi avuto altra strada se non quella che mi impediva. Senza fiatare mi afferrò la mano sinistra e se l’avvicinò al viso. Con l’unghia scheggiata dell’indice segnò una dopo l’altra le linee del mio palmo. Poi abbandonò la mano e, guardandomi fisso negli occhi, mi disse: «Lui tornerà.» Mi aspettavo mi chiedesse dei soldi e invece proseguì per la sua strada con la stessa fretta con cui si era fermata. «Lui tornerà» mi aveva detto, nient’altro.
Dopo qualche giorno che mi interrogavo su quella strana frase mi venne in mente che tempo addietro mia madre mi aveva raccontato che, uscendo in giardino per darmi il biberon, a quel tempo avevo pochi mesi sicché abitavamo ancora ad Alvona, aveva trovato vicino al mio passeggino uno sconosciuto. Si era messa subito a urlare ma l’uomo era rimasto lì, immobile, senza dir nulla, gli occhi allucinati e incerto sul da farsi. Solo dopo un po’, molto lentamente, si allontanò da noi scavalcando la recinzione. Il giorno seguente si seppe dalla Polizia, giunta per il sopralluogo, che quel tizio aveva assestato una coltellata a un uomo in un giardino poco distante, appena una mezz’ora dopo. Ci dissero che non era da escludere potesse tornare e di stare quindi molto attenti: nel timore che questo potesse succedere, i miei genitori traslocarono in un’altra città. ‘Poteva tornare’, era dunque questo il messaggio della zingara più di quindici anni dopo. Per qualche tempo, allora, ci persi il sonno dietro a questa cosa e poi, come spesso accade a un adolescente, mi passò di mente.
Sono trascorsi quarant’anni da allora e adesso vivo solo e da poco sono tornato, dopo varie vicissitudini e peripezie, proprio in quella stessa prima casa, ad Alvona. Mi è venuta in mente la zingara e quella sua frase stramba proprio tre giorni fa quando ho sentito distintamente, nottetempo, qualcuno salire le scale di legno che conducono alla mia camera da letto. Il quarto e il quinto gradino scricchiolano mettendoci il piede sopra: è un rumore leggero, appena avvertibile, ma nel silenzio della casa è una rasoiata nel buio. Anziché reagire mi sono sentito raggelare tanto da non aver avuto neppure il coraggio di scendere dal letto e aprire la porta. Nonostante la mia età, mi ha preso una paura ancestrale, assoluta, paralizzante. Mi sono limitato ad accendere la luce sul comodino e me ne sono rimasto così, tra le lenzuola, ad aspettare che il destino fatalmente si compisse. Ho atteso diverso tempo, non saprei dire quanto. Poi ho ceduto al sonno. Forse il tizio con il coltello ci aveva ripensato e aveva voluto risparmiarmi.
Ma è accaduto di nuovo. Poco fa. Stessa ora, stesso passo, stesso rumore sulla scala. Lui è tornato. Del resto non poteva che essere così: era venuto a terminare il lavoro. Come era il suo stile, la sera precedente era venuto solo a ispezionare il luogo per garantirsi maggiori possibilità di successo. Ho realizzato allora di essere stato un imperdonabile sciocco a credere che fosse tutto finito e a non prepararmi per quella ineluttabile evenienza. Sarebbe bastato mettere una serratura più sicura, avere pronta tra le dita un’arma efficace o semplicemente non farsi trovare lì. Sì, l’ho sentito arrivare sino alla porta e origliare attraverso il legno. Avrei giurato persino di averlo sentito ansimare. Il cuore mi si è fermato nel petto.
Questa volta però, mentre la mia mente era ancora tra le lenzuola, congelata per il terrore, il mio corpo si è alzato come un automa e ha spalancato la porta. Dovevo sapere.
Il corridoio era vuoto. La casa era vuota.
Mi sono solo visto riflesso nello specchio del corridoio e non mi sono riconosciuto.
Lui è tornato’ è vero, ho pensato, dopo qualche attimo osservando a lungo quel tizio allo specchio.
E ho realizzato che non sarebbe stato facile convivere con lui né con tutti i fantasmi del suo passato per quello scampolo di vita che ancora era rimasto da vivere.
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hat_gy
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