Buon Natale, papà

Il magazzino odorava di vernice fresca e resina.
Art osservò l’ultima pallina appesa alla rastrelliera di metallo: un globo rosso lucido, perfetto, attraversato da sottili motivi dorati che riflettevano la luce fredda dei neon. Sorrise appena. Dopo tre anni, il suo progetto era compiuto.
Le aveva chiamate Merry Balls. “Rendi indimenticabile il tuo Natale”, recitava il suo claim sul sito web che lui stesso aveva costruito.
Indimenticabile, sì. In un modo o nell’altro.
Non era stato semplice ottenere quel risultato. Aveva usato i materiali più puri, fragili e costosi. La luce interna che le rendeva magiche. Il meccanismo, capriccioso e delicato, aveva richiesto infatti mani ferme e un’ossessione che anziché spegnersi con il tempo si era invece ravvivata. E Art l’ossessione l’aveva nel sangue, forse da sempre.
Aveva affittato un capannone fuori città, freddo come una ghiacciaia d’inverno e soffocante in agosto, ma perfetto per stoccare migliaia di confezioni natalizie. Immaginava le famiglie che le avrebbero appese ai loro alberi e gli occhi gli brillavano di una luce difficile da decifrare.
Quando l’inaugurazione del sito arrivò, le vendite decollarono più rapidamente di quanto si aspettasse.
Gli influencer postarono video unboxing delle palline che, sotto la luce, sembravano liquidi, vive. Una blogger scrisse:
«Quasi inquietanti nella loro perfezione».
Art lesse quel commento più volte. “Inquietanti”. Era un complimento.
Per tenere il passo con le spedizioni, assunse due ragazzi universitari, Tom e Rafael. Ragazzi svegli, mani veloci, domande poche. Confezionavano, etichettavano, spedivano. A volte si scambiavano occhiate perplesse quando Art si fermava davanti alle rastrelliere, immobile, lisciandosi il ciuffo ribelle sulla fronte e strofinandosi il naso come per scacciare un pensiero insistente.
«Tutto a posto, Art?» chiedeva Tom.
«Tutto procede per il meglio» rispondeva lui, ma la voce sembrava sempre un po’ confusa con qualcos’altro. Un ricordo? Una promessa?
Il Natale non era mai stato una festa. Non per lui.
Sua madre era morta nel darlo alla luce. Suo padre, Isaiah, uomo alto e duro come una lastra di granito, apparteneva a una setta religiosa che considerava il Natale una bestemmia travestita da gioia.
Niente albero, niente luci, niente dolci. Solo preghiere interminabili davanti a un altarino inchiodato al muro del soggiorno, così rozzo da infliggerti schegge sui polpastrelli se lo sfioravi. L’unico regalo che riceveva poteva essere una zappa o una carriola per lavorare meglio l’orto. Se tardava ad accudire il campo, arrivava la cinghia.
Ricordava ancora l’odore di muffa e cera fredda di quell’unica stanza, l’acqua e aceto per pranzo, il 25 dicembre, la pelle screpolata dal gelo perché scaldarsi era considerato peccato. Nessun canto, nessuna risata. Solo il suono masticato dei rosari e il respiro affannoso di suo padre che diceva:
«La vera luce è solo quella interiore. Non credere agli ornamenti del demonio».
Eppure, Art, da bambino, spiava le finestre dei vicini, incantato. Lucine colorate, pacchetti, biscotti appena sfornati.
Aveva imparato a desiderare ciò che gli era stato negato come si desidera la libertà in carcere
Ma con gli anni, quel desiderio si era mutato in qualcos’altro: una ferita profonda. Una brace. Un odio insepolto.
A diciott’anni fuggì di casa. Nessun addio. Nessun rimpianto. Solo un giuramento muto:
“Un giorno festeggerò il mio Natale. A modo mio”. Si disse, accennando a un sorriso che si ostinava a non nascere sulle labbra.
Ora quel giorno era arrivato.
Le palline erano splendide. Ogni sfera conteneva un piccolo cuore metallico, invisibile dall’esterno, a prova di urto e sbalzo termico. Il vetro era solido, ma leggero. Se scosse delicatamente, le palline emettevano un tintinnio appena percettibile, come un campanello lontano.
«Sembra che mi chiami», disse Rafael una volta, ridendo.
Le spedizioni si intensificarono fino alla vigilia. Pacchi diretti a famiglie, uffici, scuole, ospedali. Tutto funzionava. Nessuno avrebbe potuto immaginare che dentro ogni pallina, sotto glitter e dorature, dormiva un minuscolo ordigno sincronizzato.
A mezzanotte del 24 dicembre, Art rimase solo nel capannone. Spense le luci, accese una candela. Il bagliore arancione tremolò sulle rastrelliere come un coro di occhi.
Abbassò lo sguardo. Rivide suo padre inginocchiato nel gelo a biascicare litanie, il pane duro immerso nell’aceto, le nocche screpolate. Rivide se stesso bambino che avrebbe dato l’anima per una pallina, solo una sola.
Alle 12 in punto del 25 dicembre, in tutto il Paese le palline esplosero con fiotti di vetro e fiamme. I salotti si trasformarono in fucine infernali.
Art, seduto nel capannone, guardava i telegiornali in diretta. Udiva sirene, pianti, notiziari impazziti.
Bevve un sorso di vino e sussurrò:
«Buon Natale, papà.»
Poi premette un interruttore sul banco.
L’ultima pallina, la più bella di tutte, l’aveva tenuta per sé.
Esplose tra le sue mani come una stella di mille colori.

Babbo tech

A nord, le nubi si stavano ammassando come enormi ali nere.
Lui sapeva bene che quando il brutto tempo arrivava da quella direzione, il cielo annunciava solo forti temporali.
E, infatti, di lì a poco, le nuvole gravide di tempesta presero a brontolare minacciose e la pioggia a diventare battente. Quando i fulmini iniziarono a squarciare il cielo, sembrava una battaglia di contraerea. Ogni volta che tuonava, veniva voglia di abbassare d’istinto la testa.
Poi, un boato fortissimo lo assordò; il fulmine era caduto vicinissimo, probabilmente sul tetto della casa. Gli era parso che i muri avessero sussultato. Il lampo indugiò così a lungo nel cielo, ramificato e sfavillante nel suo candore ipnotico, che si sarebbero potute leggere le prime righe di un romanzo.
E poi si spense tutto. Luci, lampioni, impianti.
Non si era ancora affievolito l’eco del tuono che Fëanor era già alla porta dello studio. Lui sentiva il suo ansimare alle spalle. L’aveva fatta così di corsa che non aveva più fiato per parlare.
«Dimmi, Fëanor…» disse voltandosi lentamente «hai una faccia da far concorrenza alla luna piena».
«Sì, scusi, Capo… è che… è che è successa una cosa terribile: si è fermata la linea di produzione».
«La linea di produzione?»
«Sì, quella dei giocattoli!»
«Tutta tutta?»
«Tutta tutta. Dalla prima macchina all’ultima. Compresa la stampatrice della carta regalo. È stato il fulmine. È caduto proprio qui sopra. Ed è saltato il server centrale e il cluster di monitoraggio. Le motherboard si sono fritte. Ho già controllato. C’è un odore che sembra di essere a una sagra paesana».
«Ma è un disastro! Non ce la farò mai a finire la produzione in tempo. Ma perché abbiamo comprato il server proprio in Cina? Quando arriveranno i pezzi di ricambio sarà già Carnevale».
La conversione da officina artigianale a Giocattoleria 4.0 (anche se c’era ancora chi in sede nutriva le renne con il forcone per il fieno e faceva a mano le preziose palline per l’Albero del Salone Convegni) era stata nel tempo sfiancante e costosa e questo inciampo, alla Vigilia, proprio non ci voleva.
Nel frattempo, erano giunti a dare manforte anche Ingwë, Nandor, Nimir, la dolce e irriverente Olorin, e chissà chi altri. Anche loro di corsa. Anche loro ansimanti.
“Ma com’è che Fëanor fa sempre prima degli altri a venire dal Capo?“ si chiese Olorin indispettita senza riuscire a darsi una risposta.
Tutti, comunque, premevano e rumoreggiavano, a contatto con le spalle di Fëanor. Spintonavano per poter entrare anche loro.
«Calmatevi ragazzi, adesso calmatevi… una soluzione ci deve pur essere» disse il Capo bonariamente. La sua voce calda e profonda aveva sempre l’effetto di un plaid caldo e di una tisana fumante. Ora gli aiutanti erano certi che sarebbe andato tutto per il meglio.
«Potremmo farli a mano», propose ingenuamente Olorin, sgusciando sotto i piedi di Fëanor e presentandosi al Suo cospetto. Lei notò subito che il vestito del Capo, allacciato saltando il primo bottone, era ancora più rosso di quanto si immaginava e che lui era proprio un gran bell’uomo. Avesse avuto 102 anni di più…
«Non ce la faremo mai», rispose Lui, grattandosi preoccupato la barba e tirandosi su i pantaloni che non gli stavano più sulla pancia prominente.
Ogni anno diventava sempre più stressante quel lavoro. E lui ingrassava per l’ansia. Forse se avesse mandato in giro il suo avatar digitale si sarebbe potuto finalmente godere quelle festività che aveva invece preso a detestare.
«Capo, potremmo rinunciare a fare i regali quest’anno e dare ai bambini qualcosa di diverso», suggerì Fëanor.
Lui guardò i volti ansiosi dei presenti e, per un momento, si chiese se avesse dimenticato quale fosse il vero significato del Natale. Non voleva deluderli.
Intanto, un altro tuono fragoroso riempì lo studio scuotendo i vetri. Chi era rimasto incastrato sulla soglia sobbalzò indietro per lo spavento.
«Potresti aver ragione, Fëano, dopotutto,», disse a quel punto Lui, girandosi di nuovo verso la finestra. Lo rassicurava osservare la distesa gelata davanti a sé anche se illuminata a tratti da fulmini inquietanti, come in un film horror. Stava pensando.
«Del resto» seguitò meditabondo «una volta all’anno, a Natale, il Grande Orchestratore mi concede, bontà sua, l’accesso alla Sala Destini».
Nella stanza si fece un silenzio stupito.
Che il Capo potesse entrare nella Sala Destini del G.O., anche se solo per qualche ora, era una grande novità per tutti.
«Potrei,» proseguì il Capo «sempre con la supervisione, per carità, del Grande Orchestratore, cambiare, anche se per poco, il destino dei bambini. Per dieci minuti o un’ora o persino per un giorno intero».
«E cosa succederebbe, esattamente?», chiese Olorin, che di risposte non ne aveva mai abbastanza.
«Potrei, per quel poco tempo che ho, rimettere i bambini al centro dell’attenzione delle persone: dei genitori, dei nonni, dei fratelli e persino dei loro amichetti. I bambini, a Natale, potrebbero avere un surplus di amore, riscoprire il calore vero di chi li vuole bene o dovrebbe volergliene: il sorriso di un nonno lontano, la carezza di un fratellino dispettoso, l’abbraccio di una mamma distratta dal lavoro. Non un giocattolo che si dimentica in qualche angolo della casa dopo pochi giorni, ma un momento di amore autentico che possa essere ricordato per tutta la vita».
E si immaginò per un attimo tanti bimbi felici nelle loro rispettive case, il suono delle risate, gli abbracci sinceri. Si commosse.
«È un’ottima idea, Capo», disse Nimir, infilandosi un dito nel naso.
«È una eccellente idea, che solo lei, Capo, poteva avere», gridò con eccessivo entusiasmo Nandor che aspirava a diventare il prossimo vicecapo aiutanti.
«C’è un problema però», disse Fëanor, più pragmatico, lisciandosi il ciuffo.
«Possibile che ce ne sia sempre uno, di problemi?», chiese il Capo, inarcando le sopracciglia e tirandosi di nuovo su i pantaloni.
«Il forte temporale ha bruciato anche la centralina della slitta e una renna è finita flambé. E non possiamo certo andare a piedi…»
Il Capo sorrise comprensivo.
Poi, estrasse un cellulare dai pantaloni, che subito calarono fino a terra.
«Questo basterà» e mostrò lo smartphone ai presenti. «Posso entrare nella Sala Destini anche standomene seduto in poltrona. Non ho bisogno di accedervi fisicamente».
Tutti i presenti emisero un prolungato «ooooooh».
Non si sa bene però se per il cellulare nuovo del Capo o per il fatto che lui era rimasto con addosso i soli box a decorazioni natalizie.
Lui però non se ne diede conto.
Anzi, sorrise ancora di più per poi dire soddisfatto:
«Sono un Babbo tech, io, cosa credete?»

Assemblea straordinaria

«Prima di discutere dell’ordine del giorno ho una mozione da avanzare».
La saletta che ospitava l’assemblea condominiale, ricavata nel sotterraneo del palazzo dove il costruttore aveva nascosto i detriti come si fa con la polvere sotto il tappeto, era gremita.
E la saletta era stranamente affollata perché di solito era presente solo la vedova Erminia Cinelli del numero 10, che, non avendo la televisione, trovava l’assemblea divertente per passare una serata. C’erano anche i fratelli Pino e Gino Usmini che pensavano fosse un ottimo modo per aggiornare il gossip di condominio. Abitando all’ultimo piano, non sempre le informazioni in loro possesso erano di prima mano.
A parlare era Moses Mugisha del 5. Era in piedi con la mano alzata come a scuola.
«Dica…» sospirò il geom. Arturo Arcangeli, che malvolentieri aveva ereditato lo studio, abbandonato anni addietro, dal padre. Il genitore era stato infatti folgorato alla vista di una brasiliana, di binario incerto, e l’aveva seguita a Bahia.
«Il mio dirimpettaio, il qui presente Govoni…»
«Dott. Govoni, per lei… prego» precisò il dott. Govoni in una sedia d’angolo.
«Certo, il Dott. Govoni…» e lo pronunciò come fosse un’imitazione del suo interlocutore «ha comprato un nuovo zerbino per la sua porta con su scritto Welcome raffigurante una scimmietta».
«E quindi?» chiese il geom. Arcangeli.
«Come quindi? È oltremodo offensivo… è un chiaro riferimento alla mia persona, vale a dire al fatto che sono nero».
«Ma non è vero» si difese subito Govoni, pardon il dott. Govoni. «Cioè è vero che lei è nero. Eccome se lo è. Ma intanto sullo zerbino c’è scritto Welcome e non Go home e poi l’ha scelto la mia bambina cui piacciono tanto le scimmiette! Siamo andati allo zoo di recente. È forse un problema, questo?» e fece una smorfia che tutti accolsero con battutine e risolini trattenuti.
«Certo che c’è scritto Welcome» ribatté Mugisha tutto agitato «ma è seguito da un punto di domanda».
Seguì un vociare confuso che in quel luogo angusto, simile a un bunker della Normandia durante la Seconda Guerra, rimbombava in modo insopportabile.
La vedova Cinelli, dal suo canto, stava sorridendo di soddisfazione. La riunione prometteva bene e il maglione ai ferri, che stava facendo mentre ascoltava, veniva benissimo. I fratelli Usmini prendevano, invece, alacremente, appunti.
«Signori, vi prego, signori…» disse spazientito l’Amministratore «…abbiamo un nutrito ordine del giorno da discutere. Passerei quindi la parola…»
«Io vorrei piuttosto sapere come fa Mugisha a permettersi un alloggio simile in questo palazzo esclusivo in una zona residenziale…» obiettò l’Ispettore della Guardia di Finanza Edmondo Noccesi del 18 che, mentre parlava al cellulare, scriveva allo stesso tempo con l’iPad…
«La sua famiglia gestisce, in centro, un negozio di antiquariato da tre generazioni…» venne in soccorso il prof. Marlon Ottopassi, noto accademico sinistrorso.
«Cosa ne capiranno gli ugandesi del nostro antiquariato… questo me lo dovrebbero proprio spiegare» ribatté il finanziere, sempre senza alzare lo sguardo dal tablet.
Ci furono commenti contrastanti non si sa bene però di chi e contro chi.
Le mura di cemento continuavano a riverberare le voci e a impastarle come in una planetaria impazzita.
«Signori, vi prego, signori…» richiamò a gran voce l’Amministratore a disagio. «È un’assemblea straordinaria questa. Come sapete, l’ordine del giorno è piuttosto ricco, e non possiamo rimandare la decisione…»
«E visto che non abbiamo voglia di parlare dell’ordine del giorno» se ne uscì all’improvviso un uomo quasi alto due metri, di cui nessuno ricordava mai il nome .«Io che sono il Direttore di…» ma non si capì bene di cosa «vorrei affrontare l’argomento del montascale che la Sig.ra Acquaviva del 2 ha fatto improvvidamente installare senza avvisare nessuno».
«Ma non è all’ordine del giorno…» obiettò qualcuno nelle ultime file.
«Ebbene io non riesco a passare,» sbottò il Direttore gesticolando. «Tra la ringhiera e il binario del manufatto c’è troppo poco spazio e non è ammissibile».
«A essere troppo largo sarà piuttosto lei!» osservò la Sig.ra Ada Acquaviva toccata nel vivo. «Se mangiasse di meno, ci passerebbe. Del resto nessun altro si è lamentato nel condominio…»
«Ma come si permette?» tuonò l’uomo ora giganteggiando sugli altri.
«Signori, state calmi… torniamo all’ordine del giorno» richiamò il geom. Arcangeli guardando l’orologio. «Come vi ho fatto recapitare via mail, noi oggi…»
«E allora vogliamo parlare invece, una buona volta, dei turni per stendere i panni nel cortile?» chiese con voce tremolante la signora Immacolata Uggeri. «Quella del quinto piano, stende le lenzuola nella mia stessa ora! E me le macchia tutte».
L’amministratore appoggiò la testa alla scrivania ed ebbe un attimo di sconforto.
«Allora… quella del quinto piano sono io…» obiettò la signora Mara Mensola alzandosi ma arrivando allo schienale della sedia di fronte. «E ho anche un nome e cognome, come ben sa la signora Immacolata Uggeri. Ma mi dica, visto che ha voglia di fare un’inutile polemica, la tovaglia su cui ha vomitato mio figlio non dovevo lavarla?»
«Certo, se non desse a suo figlio per colazione gli avanzi del gatto…»
«Ma cosa dice? Pensi a lei, piuttosto» l’apostrofò la Mensola adirata, «che telefona al suo medico stando affacciata alla finestra del cortile a tutte le ore del giorno e della notte. Non ci importa nulla se non va di corpo o se ha problemi di sudorazione eccessiva ai piedi…»
«A noi sì» commentarono flebilmente i fratelli Usmini. che ora stavano registrando con il telefonino.
Scoppiò un’altra bagarre. Cominciarono a volare matite, cappelli e anche oggetti contundenti. Fu lanciata persino una dentiera che, dopo un volo di qualche decina di metri, centrò in pieno la fronte del geom. Arcangeli.
Poi, all’improvviso, i condomini, fattosi tardi, presero a sciamare uno dopo l’altro dalla sala continuando a litigare tra di loro. Mentre uscivano, i fratelli Usmini non smettevano, infervorati, di prendere appunti e scattare foto (gestivano anche un account instagram).
L’ultima ad andarsene fu la vedova Cinelli, contenta per com’era andata. Altroché streaming a pagamento. Pensò. E aveva finito pure il maglione.
Quando uscì dalla sala, da buona condomina ligia al regolamento, spense la luce e chiuse la porta.
Nel buio si sentì allora la voce lamentosa dell’Amministratore:
«Ma Signori… vi prego. Dovremmo discutere i temi all’ordine del giorno!!!»

Cosa ti preparo per pranzo?

Ada aveva passato la mattina a borbottare, come spesso le accadeva quando le giornate le sembravano tutte uguali. Forse era il tempo uggioso o le faccende domestiche ancora da sbrigare a metterla di cattivo umore. A 83 anni suonati, con i suoi capelli soffici e vaporosi che tendevano al violetto, non si sentiva affatto bene.
«E allora?» chiese.
Il tono lasciava intendere una rabbia repressa nei confronti del marito, seduto di fronte a lei nella cucina del loro piccolo appartamento. Cercava lo scontro.
«Non merito neppure una risposta, Ernesto? No, eh? Come al solito!»
La sua irritazione che cresceva. L’indifferenza del marito per lei era sempre come uno schiaffo in faccia.
«Allora una cosa te la voglio dire io, mio caro: sono arcistufa di farti da serva, cosa credi? Lasci sempre sporco il water e russi come un orso asmatico. E poi non ti lavi. Perché non ti lavi? Senti come puzzi», e lo indicò come se ci fossero dubbi sulla persona a cui si stava rivolgendo. «Vedrai cosa succederà quando non ci sarò più. Andrà tutto in malora. Non sei neppure capace di cambiare una lampadina o di avere cura delle tue stesse cose. Le tue ciabatte, per esempio, le trovo dappertutto. Una l’ho vista addirittura sotto il frigo. Ti rendi conto, Ernesto? Sotto il frigo!»
Si era immobilizzata con un sopracciglio più alto dell’altro, volendo sottolineare l’enormità di tale sbadataggine. Rimase immobile per diversi istanti, come se fosse diventata di cera.
«Tanto lo so che cosa mi stai per dire», sbottò, rifacendo il verso al marito. «Io non c’entro nulla, Ada. È il tuo cane, dopotutto, che nasconde le pantofole. Sei tu che non l’hai educato bene».
E si immobilizzò di nuovo con la faccia irrigidita sull’espressione severa.
«Non è vero che stavi per dirmi così? Eh? Ebbene, caro il mio signore e padrone» e qui imitò la voce di Mami in Via col vento «ho una bella notizia per te: Tappo è molto più educato di quanto tu non lo sia mai stato in vita tua…»
Il cane, sentitosi nominato, sollevò un orecchio, poi lo lasciò ricadere, esausto, riprendendo il pisolino.
«Ma lui non fa pipì a letto, nossignore» insistette, tornando sull’argomento. «E no, non lascia tutto in disordine come se fossero entrati i ladri in casa, e non lascia avanzi nel piatto. E poi, diciamocelo, il cane non è solo mio, ma di entrambi. E ogni tanto potresti portarlo fuori anche tu…»
Si voltò a destra e a sinistra della stanza, come se aspettasse un applauso da un pubblico invisibile.
«Invece tocca sempre a me, tutti i giorni, tutte le settimane dell’anno. Che faccia caldo o freddo, che ci sia il sole che scioglie i tombini o un freddo siberiano.»
Ada si fermò un attimo per riprendere fiato. Si massaggiò le tempie come per ricaricarsi.
«Ma il mio signore e padrone, non ha tempo,» proseguì. «Preferisce stare stravaccato sul divano a seguire quella robaccia inguardabile: i tiggì, i reality tutti uguali, per non parlare delle partite. Ma quante partite ci sono in un giorno? Tutti scimuniti come te che vanno dietro a una palla in mutande.»
Per tenere alta l’attenzione su di sé, alzava a tratti la voce nei momenti chiave del discorso, trascinando avanti e indietro la sedia che, sulle cementine usurate, faceva un baccano fastidioso.
«Lo so perché non ti degni di rispondermi… lo so… è perché ho ragione da vendere e non sai come replicare.»
La televisione era a basso volume. Stavano passando le notizie della giornata. Era scoppiata l’ennesima guerra in qualche parte remota del mondo e a nessuno sembrava importare nulla.
«Ti ho dato i mei anni migliori…» continuò, sempre più aggressiva. «Mia madre me lo diceva sempre, non sposare quel morto di fame… Un giorno la sua pensione non servirà neppure a sfamare Tappo.»
Questa volta il cane non si mosse. Non ne valeva la pena.
«Quando l’infatuazione sarà passata come una sbornia, mi diceva, e ti sarai tolte le fettine di culatello dagli occhi, capirai con che persona ti sei legata per tutta la vita. Eh sì, aveva proprio ragione, povera donna. Sei un buono a nulla, un egoista, un prepotente.»
La donna si fermò, toccandosi il petto. Le erano venute le palpitazioni, come sempre quando si agitava. «Ecco…» commentò, prendendo una delle pastiglie per il cuore dal blister sul tavolo. «Adesso sarai contento. Che ho dovuto prendere anche oggi questo veleno. E dire che da giovane ero così sana e… e… così bella. Gli uomini cadevano ai miei piedi. Se avessi sposato il conte Gildo, ricco da far schifo, non sarei qui a fare questi discorsi con un opportunista come te.»
La televisione trasmetteva un documentario sugli scoiattoli striati giapponesi. Ada la spense, e la casa piombò in un silenzio assoluto. Sembrava una persona in carne e ossa, dall’aria svanita, che fosse appena entrata nella stanza.
Ada lanciò uno sguardo furtivo al marito.
«Sono proprio una stupida… io che mi ostino a volerti bene. E tu te ne approfitti. Questa è la verità.»
La sua voce si era addolcita d’un tratto, ma si stava incrinando per la commozione.
«Sai benissimo che non saprei vivere senza di te. Mi sentirei perduta. Mentre, tu… tu… te ne troveresti subito un’altra. Anche alla tua età.»
La donna ora si sentiva molto stanca. La voce le tremava in gola, così come le gambe. Tirò la sedia a sé e si sedette pesantemente. Tuffò le mani nei capelli, che ondeggiarono come a una brezza invisibile. Aveva gli occhi lucidi.
«Ma almeno, tu, mi vuoi un po’ di bene…?» chiese, valutando se prendere un’altra pastiglia. «Guarda che essere morto da una settimana, non ti dà nessun diritto di startene zitto.»
Sospirò profondamente e poi disse arrendevole:
«Cosa vuoi che ti prepari per pranzo? O digiuni anche questa volta?»

Mr. Trim

L’HMS Encounter, cacciatorpediniere della Royal Navy, era ormeggiato a La Valletta. Il porto sembrava assopito, con le acque del Mediterraneo che lambivano pigramente la murata, cullandola dolcemente. Ma non era un rifugio sicuro: i velivoli dell’Asse apparivano sempre più frequentemente, come corvi attratti da una preda ferita.
Poco distante, la petroliera Breconshire riceveva le cure affannate del cantiere. L’enorme squarcio sul fianco sinistro la rendeva un bersaglio facile, un grosso cetaceo agonizzante azzannato da un’orca. Avevano promesso trenta giorni per finire il lavoro, ma il comandante Graham Fitzgerald Mason, trent’anni di esperienza sulle mostrine, sapeva che non aveva tutto quel tempo.
Era un uomo scolpito nel granito, quel Mason. Lo sguardo intenso, un velo di barba rasa a nascondere la mascella risoluta come di chi avesse voluto finire la guerra, vincendola, quel giorno stesso. L’equipaggio lo vedeva sempre sul ponte, in piedi, rigido come un albero maestro, lo sguardo fisso verso l’alto a scrutare incessantemente il cielo. Nessuno lo aveva mai visto dormire, e si sospettava che non lo avesse più fatto da quando il Regno Unito era entrato in guerra. Sembrava che i suoi occhi potessero penetrare le nuvole più dei radar e che il suo cuore battesse al ritmo della sala macchine.
Solo un elemento addolciva quell’immagine severa: il gatto di bordo, Mr. Trim. Lo portava spesso con sé, stretto in braccio. Non si sapeva bene da dove provenisse quell’animale. Si diceva che quel gatto gli avesse addirittura salvato la vita. Una maestranza maldestra aveva lasciato andare una cima che teneva sollevato una cassa pesante da scaricare sul ponte. Il felino, allora non suo, ma di un ufficiale perito in battaglia, gli aveva addentato un pantalone per fermarlo, cosa che poi accadde mentre la cassa si schiantava davanti a lui sul cassero di poppa, riducendosi in mille pezzi. Da allora era diventato il suo portafortuna prendendo il posto che si meritava a tavola dove poteva contare su una buona parte della razione di carne del Comandante. E i marinai li vedevano sempre insieme, un tutt’uno. Il comandante e il gatto, la guerra e l’innocenza.
Il suo vice era invece l’ufficiale Octobridge, un uomo duro e scostante. Era rimasto zoppo in una rissa tra ubriachi in una bettola nei sobborghi di Bangkok. Si aggirava per la nave appoggiato al suo bastone di bambù, scandendo ogni suo passo come una bomba a orologeria pronta a esplodere: tic, tic, tic. A differenza del comandante, era rozzo e volgare, e lo odiavano tutti. Urlava, insultava, umiliava e spesso si lasciava andare a gesti violenti. A volte anche troppo violenti. Nulla che uno scivolo improvvisato e una bandiera Union Jack come ultimo vestito, non potesse seppellire in gran segreto in fondo al mare.
Mason lo aveva voluto con sé, convinto che la crudeltà incanalata in un fine potesse essere utile a disciplinare l’equipaggio in un periodo così difficile. Il Comandante si sarebbe così potuto concentrare esclusivamente sulla strategia militare e a vincere quella stramaledetta guerra. Ma ora lui non ne era più così tanto sicuro. Octobridge non manteneva l’equipaggio come si sarebbe aspettato: il suo dominio era basato sul terrore e non giovava al morale della ciurma. Oltretutto, sarebbe stato anche più saggio lasciarlo a casa con quella grave menomazione che aveva. Se lo avessero saputo i suoi superiori forse sarebbero stati guai. Ma erano tempi bui, quelli, e ogni aiuto era ben accetto.
Il quarto giorno di ormeggio, Mason, in un momento che credeva di relativa tranquillità, si mise a osservare i gabbiani. Sembravano spettri bianchi senza pace che volteggiavano a stormi sopra i pochi pescherecci diretti in alto mare. Guardarli lo rilassava, anche se non riusciva mai a capire se il loro verso fosse di disperazione e fame o di gioia e speranza.
Poi, all’improvviso, gli uccelli, ai suoi occhi profondi, cambiarono in modo repentino il loro volo. Gli stridii si fecero più acuti e il loro volteggiare, da confuso, si compattò in un solo corpo per dirigersi verso l’entroterra. Mason sentì un brivido gelido sulla schiena. “Perché fanno così?” si chiese sospettoso.
Non fece in tempo a formularsi nella testa quella domanda che, un istante dopo, protetti dal crepuscolo d’oro fuso, il rombo degli Stukas si levò dal cielo del tramonto come un presagio di tempesta. Gli aerei, uno dopo l’altro, uscirono al chiaro in un incubo che prendeva pian piano forma. Aveva sempre temuto che quel momento potesse arrivare, anche se non così presto. Essere inermi, un bersaglio fisso all’ancora di una rada a fare da babysitter a una petroliera che meritava solo di essere affondata, lo terrorizzava.
Octobridge urlò allora qualcosa a tutti i cannonieri. Ma loro erano già alle loro postazioni, pronti a colpire. Si limitarono quindi, al grido ‘alle armi’, a sistemare il tiro puntandolo in direzione del nemico.
«Fuoco!» gridò Mason, la voce tagliente come un’ascia nell’aria cristallizzata.
I cannonieri cominciarono a sparare con un frastuono assordante, figlio di quello che stava piovendo dal cielo. Spararono quasi tutti, di gran lena, senza mai fermarsi.
Ma non Adam Becker, giovane guardiamarina, che fissava il suo affusto immobile. Aveva le mani rattrappite sul meccanismo di sparo.
«Signore…» balbettò a Mason, che in quel momento gli era accanto. Si sentiva in dovere di giustificare la sua inerzia. A lui, il suo Comandante. Lo avrebbe ascoltato. Lo aveva sempre fatto.
«Spara, maledizione! Abbattimi quei fottuti bombardieri!» sbraitò Mason, puntando il dito contro la formazione che si avvicinava, diventando sempre più grande ai loro occhi. L’indice gli tremava dalla rabbia e dalla concitazione. Il volto gli si era trasfigurato come non lo aveva mai visto prima. Il suo aplomb sembrava perso per sempre.
Ma Becker restava immobile. Non respirava neppure. Era consapevole della gravità del momento. Ma non si muoveva.
Allora Octobridge si avvicinò al Comandante per coadiuvarlo, la mascella serrata, lo sguardo torbido. Il suo bastone ticchettava sul ponte, un segnale di allarme ancor più inquietante del rombo degli Stukas in picchiata. Becker, senza esitazione, premette allora finalmente il grilletto del suo cannone. Le prime bordate si alzarono precise, incendiando uno Stuka che precipitò in mare, mentre un altro si vide strappare un’ala come un lupo avrebbe potuto fare con la sua preda seminascosta in un cespuglio. Il cielo si riempì presto di scie nere, giallastre, rosse di fuoco, esplosioni e fiamme che divampavano deflagrando. Il sole sembrava essere tornato indietro dalla linea del tramonto. Alla fine, lo stormo nemico si disperse in modo disordinato.
Un sollievo fugace, destinato a svanire presto. Mason lo sapeva bene, ma era pur sempre un sollievo. Inspirò profondamente, constatando che la sua nave era intonsa, così come la Breconshire. Si avvicinò a Becker.
«Ottimo lavoro, guardiamarina. Ne ha abbattuti più di chiunque altro. Di cosa voleva parlarmi, prima?»
Il volto del ragazzo era pallido. Deglutì più volte. «Era… per Mr. Trim, Signore.»
Mason si irrigidì. «Cosa c’entra ora il mio gatto?»
«Era nell’affusto, Signore. Proprio dentro il mio cannone. Ho cercato di avvertirla, ma non mi ha dato il tempo…»
Mason fece un mezzo passo indietro per la sorpresa, e il guardiamarina se ne accorse, spaventato.
Il suo adorato gatto, Mr. Trim.
Il mare continuava a frangersi contro la nave ma ora con più forza, come per spingerla più in là nella rada. Gli occhi del Comandante si velarono. Non disse nulla, si voltò e si incamminò lentamente, le mani dietro la schiena, incapace di farsi vedere in quello stato dall’equipaggio.
Dietro di lui, il bastone del secondo riprese il suo ritmo: tic, tic, tic. Octobridge si era avvicinato a Becker, avendo sentito tutto. Ora lo fissava con un ghigno che non aveva bisogno di parole, quasi che il nemico fosse lui. Poi, digrignando i denti, scrutò il cannoniere con i suoi occhi gelidi e chiese:
«Cos’è che avresti fatto tu, guardiamarina?»