L’HMS Encounter, cacciatorpediniere della Royal Navy, era ormeggiato a La Valletta. Il porto sembrava assopito, con le acque del Mediterraneo che lambivano pigramente la murata, cullandola dolcemente. Ma non era un rifugio sicuro: i velivoli dell’Asse apparivano sempre più frequentemente, come corvi attratti da una preda ferita.
Poco distante, la petroliera Breconshire riceveva le cure affannate del cantiere. L’enorme squarcio sul fianco sinistro la rendeva un bersaglio facile, un grosso cetaceo agonizzante azzannato da un’orca. Avevano promesso trenta giorni per finire il lavoro, ma il comandante Graham Fitzgerald Mason, trent’anni di esperienza sulle mostrine, sapeva che non aveva tutto quel tempo.
Era un uomo scolpito nel granito, quel Mason. Lo sguardo intenso, un velo di barba rasa a nascondere la mascella risoluta come di chi avesse voluto finire la guerra, vincendola, quel giorno stesso. L’equipaggio lo vedeva sempre sul ponte, in piedi, rigido come un albero maestro, lo sguardo fisso verso l’alto a scrutare incessantemente il cielo. Nessuno lo aveva mai visto dormire, e si sospettava che non lo avesse più fatto da quando il Regno Unito era entrato in guerra. Sembrava che i suoi occhi potessero penetrare le nuvole più dei radar e che il suo cuore battesse al ritmo della sala macchine.
Solo un elemento addolciva quell’immagine severa: il gatto di bordo, Mr. Trim. Lo portava spesso con sé, stretto in braccio. Non si sapeva bene da dove provenisse quell’animale. Si diceva che quel gatto gli avesse addirittura salvato la vita. Una maestranza maldestra aveva lasciato andare una cima che teneva sollevato una cassa pesante da scaricare sul ponte. Il felino, allora non suo, ma di un ufficiale perito in battaglia, gli aveva addentato un pantalone per fermarlo, cosa che poi accadde mentre la cassa si schiantava davanti a lui sul cassero di poppa, riducendosi in mille pezzi. Da allora era diventato il suo portafortuna prendendo il posto che si meritava a tavola dove poteva contare su una buona parte della razione di carne del Comandante. E i marinai li vedevano sempre insieme, un tutt’uno. Il comandante e il gatto, la guerra e l’innocenza.
Il suo vice era invece l’ufficiale Octobridge, un uomo duro e scostante. Era rimasto zoppo in una rissa tra ubriachi in una bettola nei sobborghi di Bangkok. Si aggirava per la nave appoggiato al suo bastone di bambù, scandendo ogni suo passo come una bomba a orologeria pronta a esplodere: tic, tic, tic. A differenza del comandante, era rozzo e volgare, e lo odiavano tutti. Urlava, insultava, umiliava e spesso si lasciava andare a gesti violenti. A volte anche troppo violenti. Nulla che uno scivolo improvvisato e una bandiera Union Jack come ultimo vestito, non potesse seppellire in gran segreto in fondo al mare.
Mason lo aveva voluto con sé, convinto che la crudeltà incanalata in un fine potesse essere utile a disciplinare l’equipaggio in un periodo così difficile. Il Comandante si sarebbe così potuto concentrare esclusivamente sulla strategia militare e a vincere quella stramaledetta guerra. Ma ora lui non ne era più così tanto sicuro. Octobridge non manteneva l’equipaggio come si sarebbe aspettato: il suo dominio era basato sul terrore e non giovava al morale della ciurma. Oltretutto, sarebbe stato anche più saggio lasciarlo a casa con quella grave menomazione che aveva. Se lo avessero saputo i suoi superiori forse sarebbero stati guai. Ma erano tempi bui, quelli, e ogni aiuto era ben accetto.
Il quarto giorno di ormeggio, Mason, in un momento che credeva di relativa tranquillità, si mise a osservare i gabbiani. Sembravano spettri bianchi senza pace che volteggiavano a stormi sopra i pochi pescherecci diretti in alto mare. Guardarli lo rilassava, anche se non riusciva mai a capire se il loro verso fosse di disperazione e fame o di gioia e speranza.
Poi, all’improvviso, gli uccelli, ai suoi occhi profondi, cambiarono in modo repentino il loro volo. Gli stridii si fecero più acuti e il loro volteggiare, da confuso, si compattò in un solo corpo per dirigersi verso l’entroterra. Mason sentì un brivido gelido sulla schiena. “Perché fanno così?” si chiese sospettoso.
Non fece in tempo a formularsi nella testa quella domanda che, un istante dopo, protetti dal crepuscolo d’oro fuso, il rombo degli Stukas si levò dal cielo del tramonto come un presagio di tempesta. Gli aerei, uno dopo l’altro, uscirono al chiaro in un incubo che prendeva pian piano forma. Aveva sempre temuto che quel momento potesse arrivare, anche se non così presto. Essere inermi, un bersaglio fisso all’ancora di una rada a fare da babysitter a una petroliera che meritava solo di essere affondata, lo terrorizzava.
Octobridge urlò allora qualcosa a tutti i cannonieri. Ma loro erano già alle loro postazioni, pronti a colpire. Si limitarono quindi, al grido ‘alle armi’, a sistemare il tiro puntandolo in direzione del nemico.
«Fuoco!» gridò Mason, la voce tagliente come un’ascia nell’aria cristallizzata.
I cannonieri cominciarono a sparare con un frastuono assordante, figlio di quello che stava piovendo dal cielo. Spararono quasi tutti, di gran lena, senza mai fermarsi.
Ma non Adam Becker, giovane guardiamarina, che fissava il suo affusto immobile. Aveva le mani rattrappite sul meccanismo di sparo.
«Signore…» balbettò a Mason, che in quel momento gli era accanto. Si sentiva in dovere di giustificare la sua inerzia. A lui, il suo Comandante. Lo avrebbe ascoltato. Lo aveva sempre fatto.
«Spara, maledizione! Abbattimi quei fottuti bombardieri!» sbraitò Mason, puntando il dito contro la formazione che si avvicinava, diventando sempre più grande ai loro occhi. L’indice gli tremava dalla rabbia e dalla concitazione. Il volto gli si era trasfigurato come non lo aveva mai visto prima. Il suo aplomb sembrava perso per sempre.
Ma Becker restava immobile. Non respirava neppure. Era consapevole della gravità del momento. Ma non si muoveva.
Allora Octobridge si avvicinò al Comandante per coadiuvarlo, la mascella serrata, lo sguardo torbido. Il suo bastone ticchettava sul ponte, un segnale di allarme ancor più inquietante del rombo degli Stukas in picchiata. Becker, senza esitazione, premette allora finalmente il grilletto del suo cannone. Le prime bordate si alzarono precise, incendiando uno Stuka che precipitò in mare, mentre un altro si vide strappare un’ala come un lupo avrebbe potuto fare con la sua preda seminascosta in un cespuglio. Il cielo si riempì presto di scie nere, giallastre, rosse di fuoco, esplosioni e fiamme che divampavano deflagrando. Il sole sembrava essere tornato indietro dalla linea del tramonto. Alla fine, lo stormo nemico si disperse in modo disordinato.
Un sollievo fugace, destinato a svanire presto. Mason lo sapeva bene, ma era pur sempre un sollievo. Inspirò profondamente, constatando che la sua nave era intonsa, così come la Breconshire. Si avvicinò a Becker.
«Ottimo lavoro, guardiamarina. Ne ha abbattuti più di chiunque altro. Di cosa voleva parlarmi, prima?»
Il volto del ragazzo era pallido. Deglutì più volte. «Era… per Mr. Trim, Signore.»
Mason si irrigidì. «Cosa c’entra ora il mio gatto?»
«Era nell’affusto, Signore. Proprio dentro il mio cannone. Ho cercato di avvertirla, ma non mi ha dato il tempo…»
Mason fece un mezzo passo indietro per la sorpresa, e il guardiamarina se ne accorse, spaventato.
Il suo adorato gatto, Mr. Trim.
Il mare continuava a frangersi contro la nave ma ora con più forza, come per spingerla più in là nella rada. Gli occhi del Comandante si velarono. Non disse nulla, si voltò e si incamminò lentamente, le mani dietro la schiena, incapace di farsi vedere in quello stato dall’equipaggio.
Dietro di lui, il bastone del secondo riprese il suo ritmo: tic, tic, tic. Octobridge si era avvicinato a Becker, avendo sentito tutto. Ora lo fissava con un ghigno che non aveva bisogno di parole, quasi che il nemico fosse lui. Poi, digrignando i denti, scrutò il cannoniere con i suoi occhi gelidi e chiese:
«Cos’è che avresti fatto tu, guardiamarina?»
