Olio di serpente

Jed Sparks emerse dall’ombra fitta della foresta, le mani gelate strette nelle tasche della giacca. Aveva cavalcato per ore sotto una pioggia incessante e ora aveva freddo. Quando scorse in lontananza un chiarore tremolante, gli sembrò un segno del destino. Un falò ardeva al riparo di una piccola radura. Accanto, un uomo era seduto con le gambe piegate, intento a staccare brandelli di carne da un coniglio arrostito.
«Posso avvicinarmi?» chiese Jed a voce alta per farsi sentire. Sapeva che avvicinarsi nel buio in quel modo avrebbe potuto innervosire chiunque, anche il più intrepido. L’interlocutore, all’inizio sollevò lo sguardo sorpreso e poi si prese tutto il tempo per metterlo meglio a fuoco. Vide che aveva un cappello a larghe tese e una barba scura che gli disegnava il viso.
«Se hai freddo e fame, siediti in pace. C’è posto accanto al fuoco» disse con voce pacata. Una civetta lanciò il suo stridio dall’alto di un ramo di faggio. Poteva distinguerne lo sguardo luminoso rivolto verso la foresta in cerca di una preda per la notte.
Jed si accostò cauto al bivacco, lasciando che il calore gli mordesse la pelle gelida. Legò il cavallo a un albero e poi si sedette a terra. Prese il pezzo di carne che l’uomo gli porgeva e lo ringraziò.
«Amos Gibbon» si presentò.
«Jed Sparks» rispose l’altro aggiustandosi la tesa del cappello in segno di saluto. Il suo cavallo soffiò alzando e abbassando il muso. Per i suoi gusti era troppo vicino al fuoco.
Per qualche minuto non si sentirono che i crepitii del legno che si contorceva nel falò. Jed addentò il coniglio con avidità. Poi portò istintivamente la mano al collo, massaggiandosi piano.
«Da quando sono caduto da cavallo, settimane fa, non c’è notte che riesca a dormire come si deve.»
Amos alzò un sopracciglio, compiaciuto.
«Allora ti serve proprio questo.»
Prese una piccola boccetta di vetro dalla tasca del gilet e la fece scintillare davanti alla luce delle fiamme.
«Lo chiamo olio di serpente. È un rimedio miracoloso. Guarisce dolori, reumatismi, artrite, persino l’impotenza. Poche gocce e torni nuovo.»
Jed si alzò, con un sorriso trattenuto e stanco. «Peccato che io non abbia un centesimo in tasca.»
«Non mi importa dei tuoi soldi. Non sono tutto nella vita. E poi, bastano poche gocce.» Amos svitò il tappo. «Lascia però che te lo applichi io. So come fare.»
Jed esitò un attimo, ma il calore del fuoco, il sapore della carne e del whiskey che lui stesso a un certo punto della cena aveva tirato fuori da una sacca della sella, bastarono a convincerlo. “Ma sì, cos’ho da perdere, dopotutto? Al massimo non funziona” disse sorridendo.
Amos versò l’unguento denso sui palmi delle mani e massaggiò con vigore il collo di Jed con gesti esperti e sapienti. L’odore era acre, pungente, quasi di un medicinale di altri tempi. «Bisogna che venga assorbito ben bene, fino in fondo» disse, lavorando la pelle con calma.
Quando ebbe finito, tornò al suo posto e alzò il bicchiere di latta in direzione del nuovo amico. «Alla salute.»
Bevettero. Il whiskey bruciò in gola. Dopo un po’ il dolore al collo parve attenuarsi. Jed si strinse nella giacca e sorrise. «Funziona davvero il tuo elisir. Mi sento già meglio adesso. Non ci sarà davvero olio di serpente là dentro, vero?»
«Chissà» rispose Amos misterioso mettendosi a ridere.
Continuarono a bere e a parlare. Jed raccontò dei lavori stagionali, delle lunghe cavalcate tra i boschi del Montana. Amos accennò a viaggi in Texas e Colorado, a carovane di clienti entusiasti del suo rimedio miracoloso, alla ricetta antica ricevuta da una donna Shoshone anni prima, a base di erbe e segreti che non intendeva rivelare.
Il fuoco li univa, il buio li circondava. Per un momento sembrarono due compagni di strada qualunque che godeva della compagnia reciproca.
Poi Jed sbadigliò. Un peso gli calò addosso, improvviso, inarrestabile. Le palpebre gli si fecero di piombo. Provò a dire qualcosa, ma le parole gli morirono in gola.
«Strano… non mi addormento mai così in fretta… Devo essere proprio stanco.»
Si accasciò a terra, il respiro già profondo, il volto rilassato. In pochi secondi già dormiva di sasso.
Amos rimase immobile, a guardarlo. Non era stato l’olio a guarirlo, ma il potente narcotico che aveva spalmato sul suo collo. L’aveva usato molte altre volte, sempre con lo stesso favorevole risultato.
Si alzò silenziosamente. Rimontò la sella sul cavallo di Jed, infilò le cinghie con dovizia e prese il fucile di lui. Poi salì in groppa al suo, trascinandosi dietro il cavallo del suo ospite. Un sorriso beffardo gli increspò le labbra.
“Ci cascano sempre” si disse con un’espressione di mal celata noia.
Spingendo i talloni nei fianchi dell’animale, senza più voltarsi, scomparve nella notte, mentre dietro di lui le fiamme continuavano a scoppiettare sotto la pioggia che ricominciava a cadere.
Se avesse guardato meglio, si sarebbe accorto, però, che Jed, un po’ confuso, si era appena messo a carponi.
Forse, usare la stessa pomata per tanti anni, dopotutto, poteva non essere stata una gran bella idea.

L’RSA Melaranci

La direttrice della RSA Melaranci, suor Adelia, era una donna minuta, il passo rapido e il piglio di chi non lascia nulla al caso. Ogni giorno trovava il tempo di fare un giro anche negli spazi meno frequentati. tra questi, la camera ardente annessa alla struttura. Quasi nessuno ne pronunciava il nome: gli ospiti preferivano dire “la stanza in fondo al corridoio”, come se le parole potessero allontanare il significato che quel posto aveva.
Quella mattina la sala era deserta. Le tende a metà lasciavano entrare un raggio di luce obliqua che tagliava il buio e illuminava l’onnipresente pulviscolo. L’odore della cera consumata era ancora presente, misto al profumo stantio dei fiori secchi e dell’incenso. Adelia stava per avvicinarsi al registro delle cerimonie quando scorse, nell’angolo più ombroso, una figura immobile.
Era Giacomino. Ospite della casa ormai da anni, l’uomo manteneva un fisico solido, spalle larghe e un portamento da ex atleta. Non aveva l’aria smarrita di molti altri: i suoi occhi chiari erano vigili, attenti e riflessivi.
«Giacomino, cosa ci fai qui?» chiese con voce ferma ma non dura.
L’uomo sorrise appena. «Mi preparo.»
«A cosa?»
«A morire. O meglio, a non farmi cogliere impreparato. Lei sa che sono stato un atleta. Prima delle gare mi allenavo anche con la mente: mi ricreavo nella testa ogni momento della corsa, gli imprevisti, la fatica, perfino l’odore della pista. Così, quando scattava lo starter, nulla mi sorprendeva. Ora faccio lo stesso. Visualizzo il mio funerale.»
Adelia lo fissò, tra il divertito e il turbato. Ci fu qualche attimo di silenzio. Poi disse:
«Immagino la bara qui al centro, il legno chiaro, le maniglie lucenti. Vedo i gigli e le rose che piacciono a me, i ceri accesi. Penso alle persone che tratterranno le lacrime e a quelle che, distratte, guarderanno impazienti l’orologio. Ci saranno bambini che non capiranno il momento, che si annoieranno ricorrendosi per la stanza. Invece io mi vedo lì, disteso, finalmente sereno. E lo stress si abbassa.»
«È un pensiero molto triste, Giacomino. Tu hai ancora diversi anni davanti.»
«Non credo, sorella. Non credo. E poi non è triste. È solo allenamento.»
Da quel giorno, più volte, Adelia lo ritrovò nello stesso punto, sempre nell’angolo buio. Con il passare degli anni la loro conversazione diventò un appuntamento silenzioso. Lei non si sorprendeva più di vederlo, lui la salutava con un sorriso dolce. A volte le raccontava dei tempi delle gare, altre volte si limitava a confermare che la sala gli dava serenità.
Intanto gli ospiti più anziani passavano a miglior vita, altri nuovi arrivavano nella struttura. Ogni lutto lasciava un’eco, ma Giacomino rimaneva lì, costante, come una parte di quel luogo.
Col tempo decedette anche qualche inserviente, poi la stessa suor Adelia. Dopo di lei, la Melaranci perse fondi, sovvenzioni, appoggi. Il grande edificio, un tempo pieno di voci e di odori di minestra, si svuotò prima poco a poco e poi tutt’ad un tratto come l’acqua da una vasca che fosse stata sgorgata. Gli anziani furono trasferiti altrove, in fretta, gli scatoloni accatastati nei corridoi, il silenzio aveva preso il sopravvento in quei locali.
Quando le porte furono chiuse e i cancelli nel tempo arrugginiti, il giardino incolto invase i vialetti e la strada di accesso. I ragazzini del quartiere presero a sassate i vetri delle finestre. Alcune erano istoriate e antiche. La camera ardente, a sua volta dimenticata, scivolò in una penombra polverosa.
Eppure, chi vi entrò di nascosto giura di aver visto, seduto nell’angolo meno illuminato, un uomo molto anziano che si guardava attorno. Non spaventato, non ostile. Solo in attesa, come chi sa che la gara sta per cominciare e vuole ancora un ultimo istante per concentrarsi.

La verità nel fango

Thomas Wood camminava sulla riva sinistra del Tamigi lasciando impronte imprecise con i suoi stivali di gomma. La camicia era in ordine, il cravattino stretto al collo anche in mezzo al fango. Lì, nel silenzio contro la massa scura del fiume, nell’odore di limo e acqua stagnante, quel luogo aveva finito per considerarla una seconda casa. Il mudlarking era diventato la sua ossessione tranquilla. Passava ore a piegarsi sulla riva, setacciando con occhio minuzioso le pozze che la massa d’acqua incessante lasciava quando si ritirava dalla marea. A volte rinveniva cocci antichi, frammenti di utensili, qualche moneta annerita. Nulla di davvero prezioso, ma ogni oggetto aveva una voce, e a Thomas bastava ascoltarla.
Quel pomeriggio tardo, sulla scala di pietra del Ratcliff Cross, incontrò Raj Patel. Giovane, agile, con quel ciuffo ribelle che gli cadeva sugli occhi e un vivace jack russell al guinzaglio. Si conoscevano da tempo, legati da conversazioni brevi e sempre uguali, ma non per questo meno piacevoli:
«Cosa hai trovato, oggi, Tom?»,
«Un bottone, un pezzo di pipa e forse una moneta antica.»
Scambi di poche parole, poi ognuno tornava alle proprie occupazioni.
Il cane, però, quella volta, si impuntò. Ringhiava verso un canneto cresciuto contro il vecchio muro della golena e tirava il guinzaglio. Raj lo seguì spostando i rami e un teschio umano riemerse dal fango. Raji lanciò un urlo, Thomas ebbe un tuffo al cuore. Le gambe gli diventarono di carta bagnata.
Intanto si era fatta sera. La polizia arrivò celermente. Sciabolate di luce di torce impazienti disturbavano la fauna di quel tratto di riva. Prese il reperto stabilendone poi l’autenticità. Si trattava di resti di circa qualche anno prima. Thomas e Raj si guardarono come complici di un segreto che non avevano chiesto di condividere.
Le indagini portarono a uno scheletro mancante da uno studio medico. Era di proprietà del dottor Nigel Ashford, pediatra, che lo aveva trovato a sua volta quando aveva rilevato lo studio del dottor Frank Bates, internista. Ashford, infastidito dallo scheletro che spaventava i suoi pazienti bambini, ne aveva affidato la rimozione al suo segretario. Quello, credendo fosse una copia in gesso, l’aveva buttato di notte nel fiume.
I test rivelarono che le ossa erano invece, come detto, reali. Fu così stabilito che il cranio, grazie al DNA, apparteneva a Ryan “the Rat”, un usuraio noto nell’ambiente dei quartieri alti, scomparso in circostanze misteriose qualche anno prima. Le carte dimenticate negli archivi di Scotland Yard raccontavano di debiti di gioco contratti dal dr. Bates. Una cifra enorme, impossibile da restituire. Bates aveva evidentemente preferito trasformare lo strozzino in un mucchio di ossa.
Nelle successive indagini, la polizia cercò Bates. Mary, sua moglie, con voce piccata, disse che il marito era fuggito anni prima in Sud America con quella donnaccia della sua segretaria e tutti i suoi risparmi. L’aveva lasciata sola con le briciole della propria pensione. Storia plausibile, almeno fino a quando uno degli agenti, prima di uscire, notò qualcosa attraverso la porta socchiusa di uno sgabuzzino. Dentro, c’era un altro scheletro montato su supporto metallico.
«Cosa è questo?» chiese l’ispettore.
Mary serrò le labbra, poi disse: «Era lo scheletro che mio marito teneva in studio. È finto. Lo devo buttare via.»
Ma la polizia sapeva già che non era vero. Il vero scheletro era finito nel fango del Tamigi, tanto che ne era stato ritrovato il solo cranio da Raj. Analisi rapide confermarono il sospetto: quelle ossa appartenevano proprio a Frank Bates, marito di Mary.
La donna, durante l’interrogatorio, non resistette alla pressione degli inquirenti. La voce le uscì a un certo punto fredda, liberatoria. Raccontò dei soldi sperperati dal marito, delle notti passate a giocare a poker, dei regali all’amante. Disse di avergli riservato lo stesso destino che lui aveva imposto a Ryan il Topo. Era stata lei a trasformare suo marito, in uno scheletro da esposizione. Gli era bastato leggere un tutorial. Al giorno d’oggi, si trova tutto su internet. Precisò. E, chissà, magari sarebbe riuscita a venderlo a qualche studio, per ironia della sorte.
Thomas seppe tutto dai giornali. Seduto su una panchina, ripensava a come ogni cosa era cominciata: un cane che abbaiava, un teschio nel fango, la polizia che scandagliava con le torce il canneto. Si domandò se i collezionisti di ricordi come lui fossero davvero in cerca di giustizia, o di reperti, piuttosto che solo di storie. Forse il fango non restituiva oggetti, ma verità.
Guardò il fiume, il suo respiro grigio e sornione che scorreva placido sotto la faccia indifferente della luna. Infilò le mani nelle tasche e tornò alle scale di Ratcliff Cross per la sua giratina quotidiana. Là dove la memoria del Tamigi non smette mai di riaffiorare.
Considerò che l’essere paziente e costante avesse alla fine ricompensato le sue fatiche. Sapeva che il Tamigi in quel punto ha una forte corrente piena di mulinelli che, prima di affrontare la grande ansa in direzione opposta, spinge ogni cosa che galleggia sulla riva. Se l’era sempre sentita che il padre era stato buttato nel fiume.
Ora che sapeva essere morto in quelle tristi circostanze avrebbe chiesto alla donna quanto era dovuto. O le avrebbe fatto giungere la giusta punizione, in qualunque carcere fosse stata trasferita.
I debiti vanno pagati.
E si aggiustò il cravattino. Poco prima di salutare Raj già sulla riva con il suo cane.

Un servo di troppo

Il cortile interno del palazzotto dei Del Vasto odorava di guano. I piccioni avevano trovato rifugio tra le grondaie e le crepe dei cornicioni, macchiando le pietre araldiche con disgustose strisciate biancastre. Nessuno dei servi osava affrontare quell’invasione, e perciò Monsignore Filiberto Abbatelli aveva raccomandato, al suo amico Lapaccio Maria Del Vasto, in visita al Papa, il suo migliore uomo di fiducia: Anichino, tuttofare d’armi e caccia.
Di prima mattina Anichino era arrivato con un aiutante moro carico di due archi e una balestra di Sansepolcro che sembrava avere una notevole precisione.
Anichino, prima di cominciare, studiò a lungo la situazione. L’uso dell’arma giusta era di fondamentale importanza per quel tipo di incombenze. Poi, dopo aver soppesato i pro e i contro, prelevò la preziosa balestra medicea dall’apposita custodia, e la caricò con un quadrello forgiato a mano da lui stesso. E iniziò a tirare.
Nella quiete della biblioteca rivestita di boiserie scura, la pace si ruppe in un frastuono secco. Una vetrata istoriata, sotto un colpo mal dato, esplose in grosse frammenti. Un tonfo sordo riecheggiò sull’assito. Naldo, il servo personale di Sua Eccellenza Del Vasto, giaceva riverso, la fronte spaccata dai vetri. Rivoli di sangue si rincorrevano solerti tra le venature di rovere intarsiato.
Donna Lavinia Brancardi, avvolta in un broccato color malva, poco distante, fece un passo indietro portandosi una mano alla bocca.
«Lapi…» sussurrò al marito seduto alla scrivania, gli occhi fissi su quel corpo immobile. «È… è morto.»
Lapaccio, che stava consultando un manoscritto, alzò lo sguardo verso la moglie ma non mosse un muscolo. Rivolse la sua attenzione all’uomo a terra con lo stesso distacco con cui un mercante valuta una pelliccia di poco pregio. «Già, vedo.»
«Ma chi ha osato presentarti quest’incapace che sta imperversando nel nostro cortile? Lo devi far arrestare.»
Lapaccio scosse appena la testa. «Non posso, cara, non posso proprio. È stato Monsignore Abbatelli, in persona a inviarmelo. All’ultima udienza papale, ricordi? Mi disse che era un suo omaggio personale. Gli avevo accennato di sfuggita al problema dei piccioni. Pensavo non mi avesse neppure ascoltato. E invece… Non posso inimicarmi la Chiesa per un umile servo.»
Donna Lavinia si irrigidì.
«E i parenti di Naldo, allora? Non ci hai pensato? Come faremo a dirglielo? Sarà una seccatura. E poi può scoppiare uno scandalo. Non potrò più guardare in faccia le mie amiche. Proprio ora che stai concludendo il contratto di condotta con il Serenissimo Principe di Venezia per la nostra milizia privata. Crederanno che non sappiamo badare ai nostri affari.»
Lui, con un sorriso amaro, le rispose.
«Naldo non aveva parenti, cara. Eravamo noi la sua famiglia. Del resto, era a nostro servizio da quando aveva sedici anni. Lo prelevammo all’ospizio degli esposti di S. Anna della Ruota, qui vicino. Ce lo avevano raccomandato perché sano e volenteroso. Nessuno reclamerà il suo corpo. È gente del popolino…»
«Anche se aveva cinquant’anni…» replicò lei, con un tono che oscillava tra il rimprovero e il fastidio «era comunque una persona fidata.»
«Lo so… ma, appunto, aveva cinquant’anni: era tempo di sostituirlo. Ne avevamo già discusso, mi pare. Non è stato tutto sommato che un anticipo inevitabile di quanto andava fatto: prendere un altro servo per la mia persona. Naldo non aveva più il brio di una volta.»
Lavinia si voltò verso la finestra infranta. La luce del mattino entrava obliqua, illuminando le schegge colorate sparse sull’Ushak arabescato.
«Dovrai dire però a quest’incapace qui sotto di sbarazzarsi del cadavere. Lo buttino pure nel Tevere stanotte, senza farsi notare. E che non si sappia in giro, mi raccomando» disse portandosi l’indice al naso come per azzittire qualcuno. «Questo almeno lo saprà fare, no? Ricordati dei Savelli e anche dei Caetani, che aspettano da tempo un tuo passo falso per entrare nelle grazie del Papa. E poi che il valletto di stanza pulisca subito questa biblioteca come si deve» e fece il gesto nervoso, con una mano stesa davanti a sé, come per spazzare via tutto. «Quello che è stato combinato qui è imperdonabile. Poteva sporcare il tappeto o i libri. E adesso mi ritiro nelle mie stanze, non voglio più avere questa scena sotto gli occhi… sono esausta.» E, sospirando, alzò di poco i lati della gonna per poter incedere meglio.
Lapaccio annuì, piegando appena le labbra:
«Come desideri, cara» e riprese a leggere il manoscritto.
La donna si incamminò verso la porta fermandosi proprio sull’uscio. Si voltò:
«Un’ultima cosa, Lapuccio… A proposito del nuovo servo personale… me ne prenderesti uno, ottomano? Vanno così di gran moda, ora…» disse con aria sognante.
Sua Eccellenza rimase in silenzio qualche istante, fissando il corpo di Naldo che cominciava a irrigidirsi; poi squadrò sua moglie che era ritta davanti a lui, entrambe la mani sui fianchi, a mo’ di sfida. Poi, con la stessa calma con cui avrebbe scelto l’ennesimo cavallo da sella, rispose:
«Sì, un ottomano… credo anch’io che andrà benone.»
Fuori, intanto nel cortile, Anichino continuava a tirare ai piccioni.

Dov’è mio nonno?

Attilio era stato in vita, come dire…, uno stravagante. Viveva a modo suo, con regole che non sempre coincidevano con quelle del buon vivere. A volte ci voleva una pazienza infinita per stargli accanto, se proprio si fosse fatto il voto di stargli accanto.
E quando al cimitero di Collefili dovettero aprire la tomba per riporre i resti in un contenitore più piccolo, giusto per consentire la rotazione ventennale delle inumazioni, scoprirono che il corpo, grazie al feretro a tenuta stagna, era rimasto in ottimo stato.
Sì, serviva la tanatoprassi: un liquido batterico-enzimatico ad alto potere scheletrizzante. Con quello sarebbero rimaste ben presto solo ossa grigie.
E così cosparsero il cadavere per poi aspettare.
Alla scadenza del tempo necessario, riaprirono. La bara era vuota.
Il primo a perdere in un istante tutta la sua abbronzatura fu Bigio, il necroforo. Un uomo oramai anziano, un po’ curvo nella sua camicia stinta e aperta sul davanti per il gran caldo. Per l’esperienza acquisita in tutti quegli anni non era un uomo che si impressionava facilmente, ma quella scoperta lo colpì nel profondo. Apriva e chiudeva in trance il coperchio della bara come se non credesse ai propri occhi e volesse vedere riapparire la salma. E, infine, accettata l’amara realtà, disperato, si risolse a chiamare l’unica parente di cui si aveva notizia: Ortensia, la nipote.
«Dov’è mio nonno? Che storia è questa che sarebbe sparito?» incalzò lei senza salutare.
Bigio abbassò gli occhi, costernato.
«Signora» esordì lui che non credeva alle proprie parole «non è mai successa una cosa simile… Glielo garantisco. Lo hanno rubato.» E, di seguito, senza respirare, le spiegò, in breve cosa era successo senza riuscire ad abbandonare il proprio sguardo incredulo.
Ortensia, una donna di mezza età, la cui bellezza stava iniziava ad abbandonarla, squadrò quasi con tenerezza quell’uomo insignificante che aveva di fronte. Allo stesso modo di come si guarda un bambino che non capisce o fa finta di non capire.
«No, non l’hanno rubato.» Il modo era conclusivo. «Nessuno si prenderebbe il fastidio di portarsi via un piantagrane simile. E poi non valeva nulla da vivo, figuriamoci da morto.»
«Ah no? Non l’hanno rubato? Come fa a dirlo?» Lui era confuso, provando per l’ennesima volta un’onda di brividi che dal collo percorreva tutta la schiena.
«Se ne è semplicemente andato. Mio nonno non ha mai sopportato di sentirsi bagnato. Da bambino i suoi genitori lo cambiavano poco e così soffriva il freddo, l’umidità, il disagio… Me lo ha raccontato tante volte, sino allo sfinimento, mi creda. Per lui era un incubo sentirsi così. E quindi lei, versandogli addosso quel liquido, gli ha ricordato di nuovo quanto sofferto.»
«Ma… signora, mi perdoni. Mi spiace ricordarglielo. Ma lui è morto. Che cosa sta dicendo? Non può soffrire.»
«No, non se ne dispiaccia che sia morto. Per quello che mi ha fatto passare…» e sollevò gli occhi al cielo. «E poi non sottovaluti Attilio: c’è da aspettarsi di tutto da lui; quella roba addosso l’avrà fatto solo infuriare, a prescindere…». Replicava con naturalezza, come se stesse parlando di un fertilizzante dato per sbaglio alle rose anziché al prato.
Bigio fece per inghiottire ma la poca saliva gli era rimasta solida sulla lingua.
«E… e adesso… dov’è, secondo lei?» guardandosi attorno impensierito.
Ortensia indicò la casupola che si affacciava sul camposanto.
«In quella casa chi ci abita?»
«Io… perché?»
«Ha una cantina?»
«S-sì.»
«È asciutta?»
«Asciuttissima.»
Ortensia annuì. «Ecco, allora le consiglio di non andarci più.»
Bigio perse le ultime tracce di abbronzatura.
«Lei pensa allora che lui, che il trapassato…?»
«No, lei non pensi a nulla» disse lei guardando l’orologio. Il tono ora si era fatto sgarbato. «Nonno Attilio era scorbutico oltre che collerico e vendicativo. Ora, per giunta, sa benissimo che è stato lei a bagnarlo con quella roba schifosa.»
Il necroforo si passò una mano sulla fronte volendosi svegliare da quel sogno angoscioso.
«Inoltre», l’atteggiamento della donna era, adesso, spazientito «ha sempre amato circondarsi di persone… come dire?… Poco raccomandabili, non so se mi spiego…»
«Sì sì, certo, si sta spiegando benissimo.» La voce gli tremava in gola.
«Non è che, a questo proposito, le mancano anche altri cadaveri nel suo bel camposanto?»
Una cornacchia in quel momento planò su una croce giusto per godersi la scena più da vicina.
«Non saprei, dovrei controllare meglio…»
«Ecco, bravo, controlli meglio» fece sbrigativa. «Però dia retta a me. Si dimentichi di mio nonno e degli altri morti che eventualmente le sono spariti. E soprattutto si dimentichi della cantina. Anzi, ci metta un bel paletto robusto, all’esterno. Non vorrà mica sentire mio nonno che sale le scale di casa sua e le bussa alla porta, vero?»
La donna lasciò in sospeso nell’aria quella domanda. E con il cipiglio da manager con cui era arrivata, se ne tornò indietro spedita, facendo scricchiolare il ghiaino che si sparpagliava all’incidere martellante del tacco dodici.
E lasciò Bigio da solo, con la pala in mano, le gambe molli, le vene che saettavano nervose sulle braccia magre e forti.
Intanto il sole calava lentamente dietro i cipressi, e l’ombra, lunga e affilata, di Bigio scendeva dritta a indicare la porta della cantina, come fosse un segnale.
E il corvo riprese il suo volo.