Il magazzino odorava di vernice fresca e resina.
Art osservò l’ultima pallina appesa alla rastrelliera di metallo: un globo rosso lucido, perfetto, attraversato da sottili motivi dorati che riflettevano la luce fredda dei neon. Sorrise appena. Dopo tre anni, il suo progetto era compiuto.
Le aveva chiamate Merry Balls. “Rendi indimenticabile il tuo Natale”, recitava il suo claim sul sito web che lui stesso aveva costruito.
Indimenticabile, sì. In un modo o nell’altro.
Non era stato semplice ottenere quel risultato. Aveva usato i materiali più puri, fragili e costosi. La luce interna che le rendeva magiche. Il meccanismo, capriccioso e delicato, aveva richiesto infatti mani ferme e un’ossessione che anziché spegnersi con il tempo si era invece ravvivata. E Art l’ossessione l’aveva nel sangue, forse da sempre.
Aveva affittato un capannone fuori città, freddo come una ghiacciaia d’inverno e soffocante in agosto, ma perfetto per stoccare migliaia di confezioni natalizie. Immaginava le famiglie che le avrebbero appese ai loro alberi e gli occhi gli brillavano di una luce difficile da decifrare.
Quando l’inaugurazione del sito arrivò, le vendite decollarono più rapidamente di quanto si aspettasse.
Gli influencer postarono video unboxing delle palline che, sotto la luce, sembravano liquidi, vive. Una blogger scrisse:
«Quasi inquietanti nella loro perfezione».
Art lesse quel commento più volte. “Inquietanti”. Era un complimento.
Per tenere il passo con le spedizioni, assunse due ragazzi universitari, Tom e Rafael. Ragazzi svegli, mani veloci, domande poche. Confezionavano, etichettavano, spedivano. A volte si scambiavano occhiate perplesse quando Art si fermava davanti alle rastrelliere, immobile, lisciandosi il ciuffo ribelle sulla fronte e strofinandosi il naso come per scacciare un pensiero insistente.
«Tutto a posto, Art?» chiedeva Tom.
«Tutto procede per il meglio» rispondeva lui, ma la voce sembrava sempre un po’ confusa con qualcos’altro. Un ricordo? Una promessa?
Il Natale non era mai stato una festa. Non per lui.
Sua madre era morta nel darlo alla luce. Suo padre, Isaiah, uomo alto e duro come una lastra di granito, apparteneva a una setta religiosa che considerava il Natale una bestemmia travestita da gioia.
Niente albero, niente luci, niente dolci. Solo preghiere interminabili davanti a un altarino inchiodato al muro del soggiorno, così rozzo da infliggerti schegge sui polpastrelli se lo sfioravi. L’unico regalo che riceveva poteva essere una zappa o una carriola per lavorare meglio l’orto. Se tardava ad accudire il campo, arrivava la cinghia.
Ricordava ancora l’odore di muffa e cera fredda di quell’unica stanza, l’acqua e aceto per pranzo, il 25 dicembre, la pelle screpolata dal gelo perché scaldarsi era considerato peccato. Nessun canto, nessuna risata. Solo il suono masticato dei rosari e il respiro affannoso di suo padre che diceva:
«La vera luce è solo quella interiore. Non credere agli ornamenti del demonio».
Eppure, Art, da bambino, spiava le finestre dei vicini, incantato. Lucine colorate, pacchetti, biscotti appena sfornati.
Aveva imparato a desiderare ciò che gli era stato negato come si desidera la libertà in carcere
Ma con gli anni, quel desiderio si era mutato in qualcos’altro: una ferita profonda. Una brace. Un odio insepolto.
A diciott’anni fuggì di casa. Nessun addio. Nessun rimpianto. Solo un giuramento muto:
“Un giorno festeggerò il mio Natale. A modo mio”. Si disse, accennando a un sorriso che si ostinava a non nascere sulle labbra.
Ora quel giorno era arrivato.
Le palline erano splendide. Ogni sfera conteneva un piccolo cuore metallico, invisibile dall’esterno, a prova di urto e sbalzo termico. Il vetro era solido, ma leggero. Se scosse delicatamente, le palline emettevano un tintinnio appena percettibile, come un campanello lontano.
«Sembra che mi chiami», disse Rafael una volta, ridendo.
Le spedizioni si intensificarono fino alla vigilia. Pacchi diretti a famiglie, uffici, scuole, ospedali. Tutto funzionava. Nessuno avrebbe potuto immaginare che dentro ogni pallina, sotto glitter e dorature, dormiva un minuscolo ordigno sincronizzato.
A mezzanotte del 24 dicembre, Art rimase solo nel capannone. Spense le luci, accese una candela. Il bagliore arancione tremolò sulle rastrelliere come un coro di occhi.
Abbassò lo sguardo. Rivide suo padre inginocchiato nel gelo a biascicare litanie, il pane duro immerso nell’aceto, le nocche screpolate. Rivide se stesso bambino che avrebbe dato l’anima per una pallina, solo una sola.
Alle 12 in punto del 25 dicembre, in tutto il Paese le palline esplosero con fiotti di vetro e fiamme. I salotti si trasformarono in fucine infernali.
Art, seduto nel capannone, guardava i telegiornali in diretta. Udiva sirene, pianti, notiziari impazziti.
Bevve un sorso di vino e sussurrò:
«Buon Natale, papà.»
Poi premette un interruttore sul banco.
L’ultima pallina, la più bella di tutte, l’aveva tenuta per sé.
Esplose tra le sue mani come una stella di mille colori.
Buon Natale, papà
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