Ada aveva passato la mattina a borbottare, come spesso le accadeva quando le giornate le sembravano tutte uguali. Forse era il tempo uggioso o le faccende domestiche ancora da sbrigare a metterla di cattivo umore. A 83 anni suonati, con i suoi capelli soffici e vaporosi che tendevano al violetto, non si sentiva affatto bene.
«E allora?» chiese.
Il tono lasciava intendere una rabbia repressa nei confronti del marito, seduto di fronte a lei nella cucina del loro piccolo appartamento. Cercava lo scontro.
«Non merito neppure una risposta, Ernesto? No, eh? Come al solito!»
La sua irritazione che cresceva. L’indifferenza del marito per lei era sempre come uno schiaffo in faccia.
«Allora una cosa te la voglio dire io, mio caro: sono arcistufa di farti da serva, cosa credi? Lasci sempre sporco il water e russi come un orso asmatico. E poi non ti lavi. Perché non ti lavi? Senti come puzzi», e lo indicò come se ci fossero dubbi sulla persona a cui si stava rivolgendo. «Vedrai cosa succederà quando non ci sarò più. Andrà tutto in malora. Non sei neppure capace di cambiare una lampadina o di avere cura delle tue stesse cose. Le tue ciabatte, per esempio, le trovo dappertutto. Una l’ho vista addirittura sotto il frigo. Ti rendi conto, Ernesto? Sotto il frigo!»
Si era immobilizzata con un sopracciglio più alto dell’altro, volendo sottolineare l’enormità di tale sbadataggine. Rimase immobile per diversi istanti, come se fosse diventata di cera.
«Tanto lo so che cosa mi stai per dire», sbottò, rifacendo il verso al marito. «Io non c’entro nulla, Ada. È il tuo cane, dopotutto, che nasconde le pantofole. Sei tu che non l’hai educato bene».
E si immobilizzò di nuovo con la faccia irrigidita sull’espressione severa.
«Non è vero che stavi per dirmi così? Eh? Ebbene, caro il mio signore e padrone» e qui imitò la voce di Mami in Via col vento «ho una bella notizia per te: Tappo è molto più educato di quanto tu non lo sia mai stato in vita tua…»
Il cane, sentitosi nominato, sollevò un orecchio, poi lo lasciò ricadere, esausto, riprendendo il pisolino.
«Ma lui non fa pipì a letto, nossignore» insistette, tornando sull’argomento. «E no, non lascia tutto in disordine come se fossero entrati i ladri in casa, e non lascia avanzi nel piatto. E poi, diciamocelo, il cane non è solo mio, ma di entrambi. E ogni tanto potresti portarlo fuori anche tu…»
Si voltò a destra e a sinistra della stanza, come se aspettasse un applauso da un pubblico invisibile.
«Invece tocca sempre a me, tutti i giorni, tutte le settimane dell’anno. Che faccia caldo o freddo, che ci sia il sole che scioglie i tombini o un freddo siberiano.»
Ada si fermò un attimo per riprendere fiato. Si massaggiò le tempie come per ricaricarsi.
«Ma il mio signore e padrone, non ha tempo,» proseguì. «Preferisce stare stravaccato sul divano a seguire quella robaccia inguardabile: i tiggì, i reality tutti uguali, per non parlare delle partite. Ma quante partite ci sono in un giorno? Tutti scimuniti come te che vanno dietro a una palla in mutande.»
Per tenere alta l’attenzione su di sé, alzava a tratti la voce nei momenti chiave del discorso, trascinando avanti e indietro la sedia che, sulle cementine usurate, faceva un baccano fastidioso.
«Lo so perché non ti degni di rispondermi… lo so… è perché ho ragione da vendere e non sai come replicare.»
La televisione era a basso volume. Stavano passando le notizie della giornata. Era scoppiata l’ennesima guerra in qualche parte remota del mondo e a nessuno sembrava importare nulla.
«Ti ho dato i mei anni migliori…» continuò, sempre più aggressiva. «Mia madre me lo diceva sempre, non sposare quel morto di fame… Un giorno la sua pensione non servirà neppure a sfamare Tappo.»
Questa volta il cane non si mosse. Non ne valeva la pena.
«Quando l’infatuazione sarà passata come una sbornia, mi diceva, e ti sarai tolte le fettine di culatello dagli occhi, capirai con che persona ti sei legata per tutta la vita. Eh sì, aveva proprio ragione, povera donna. Sei un buono a nulla, un egoista, un prepotente.»
La donna si fermò, toccandosi il petto. Le erano venute le palpitazioni, come sempre quando si agitava. «Ecco…» commentò, prendendo una delle pastiglie per il cuore dal blister sul tavolo. «Adesso sarai contento. Che ho dovuto prendere anche oggi questo veleno. E dire che da giovane ero così sana e… e… così bella. Gli uomini cadevano ai miei piedi. Se avessi sposato il conte Gildo, ricco da far schifo, non sarei qui a fare questi discorsi con un opportunista come te.»
La televisione trasmetteva un documentario sugli scoiattoli striati giapponesi. Ada la spense, e la casa piombò in un silenzio assoluto. Sembrava una persona in carne e ossa, dall’aria svanita, che fosse appena entrata nella stanza.
Ada lanciò uno sguardo furtivo al marito.
«Sono proprio una stupida… io che mi ostino a volerti bene. E tu te ne approfitti. Questa è la verità.»
La sua voce si era addolcita d’un tratto, ma si stava incrinando per la commozione.
«Sai benissimo che non saprei vivere senza di te. Mi sentirei perduta. Mentre, tu… tu… te ne troveresti subito un’altra. Anche alla tua età.»
La donna ora si sentiva molto stanca. La voce le tremava in gola, così come le gambe. Tirò la sedia a sé e si sedette pesantemente. Tuffò le mani nei capelli, che ondeggiarono come a una brezza invisibile. Aveva gli occhi lucidi.
«Ma almeno, tu, mi vuoi un po’ di bene…?» chiese, valutando se prendere un’altra pastiglia. «Guarda che essere morto da una settimana, non ti dà nessun diritto di startene zitto.»
Sospirò profondamente e poi disse arrendevole:
«Cosa vuoi che ti prepari per pranzo? O digiuni anche questa volta?»
