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Posts Tagged ‘blogtale’

Non si era accorto che la sveglia, la prima volta che aveva suonato, l’aveva spenta nel sonno. Così, quando si ridestò di soprassalto, era davvero tardi.
Fece colazione rapidamente e infilandosi nel bagno cominciò a pensare a quale scusa inventarsi in ufficio. Poi, lavandosi il viso, sentì che la fedina era sgusciata dal dito e stava rotolando nel lavandino. Fece un paio di tentativi con gli occhi ancora chiusi per il sapone per intercettare l’anello, ma gli svicolò tra le dita e finì nello scarico. Si sentì perduto: se fosse uscito senza fedina al suo ritorno la moglie avrebbe avuto una ragione in più per litigare, se avesse cercato di recuperarla avrebbe accumulato un ritardo ingiustificabile. Optò per recuperare l’anello, anche perché, se fosse caduto dentro il sifone, sarebbe bastato smontarlo e avrebbe fatto presto.
Andò a prendere la pila per illuminare meglio il tubo di scarico e subito scorse luccicare la fedina a mezza via. Prese un ferro da calza dal cestino della lana della moglie e cominciò a rovistare. Per un paio di volte gli sembrò persino di essere riuscito ad agganciarla, per spingerla o tirarla a sé, ma l’anello all’ultimo momento gli scappava sempre via per fermarsi sempre allo stesso punto. Poi si accorse di non vederlo più. Forse la fedina era finalmente caduta. Azionò il pulsante della pila per avere una luce più bianca, quando vide che il fondo scuro del tubo si stava muovendo. Un occhio si spalancò all’improvviso su di lui. Lo scrutava fisso, senza timore, con aria interrogativa, come se fosse stato anche lui appena svegliato da un sonno profondo e si chiedesse chi lo avesse potuto disturbare. Lui fece un balzo indietro, con il cuore che si era messo a battere all’impazzata. Non poteva aver davvero visto un occhio; non lì dentro. Forse, tutto sommato, era meglio andarsene, avrebbe potuto trovare una scusa anche con la moglie. La curiosità ebbe però il sopravvento. Si riavvicinò con cautela e indirizzò il fascio di luce di nuovo sulla verticale del tubo per vedere meglio: non c’era nessun occhio. Solo il suo anello che ora sembrava più vicino. Forse aveva solo intravisto il suo stesso occhio riflesso nell’acqua dello scarico. Sì, non poteva che essere così. Insistette ad armeggiare con il ferro da calza; la fedina si muoveva e ricadeva, si muoveva e ricadeva. E poi, quando stava oramai per disperare, l’occhio gli si sbarrò davanti. Questa volta era torvo, severo, arrabbiato. E non era davvero il suo. Istintivamente girò il ferro dalla parte della punta e lo calò più volte verso il basso con tutta la forza che aveva. Colpì e colpì più volte tanto che il ferro rimase finanche conficcato in quella sostanza da cui fece fatica a estrarlo. E dopo che l’ebbe finalmente estratto un fiotto di liquido rosso/marrone risalì dal tubo a coprire il fondo del lavandino; e, mentre quel liquido dall’odore nauseabondo copriva di qualche centimetro la vaschetta, l’impianto iniziò a tremare come se si volesse scardinare dal muro. Poi tutto cessò e il lavandino si svuotò di colpo.
Rimase fermo, in silenzio. Si sentiva confuso e spaventato, ma non voleva mollare. Quella cosa comunque doveva essere morta. Ne era sicuro. Diresse con precauzione il fascio di luce nel tubo per vedere cosa fosse successo; con sorpresa si accorse che l’occhio invece era però sempre lì: aperto, vigile, carico di odio. Lui rapidamente afferrò allora da sotto il lavandino una confezione di varechina pura e la svuotò nel lavello. L’impianto vibrò come in un terremoto. Si staccarono persino alcune piastrelle e cadde un po’ di intonaco. Ancora una volta, dopo diversi minuti, tutto cessò. E l’anello di lì a poco fu sputato fuori dal buco di scarico a roteare nel lavandino come una pallina da roulette e, prima che ricadesse all’interno del tubo, lo afferrò al volo. Rimase a quel punto incerto sul da farsi. Aveva ottenuto quello che voleva. Forse se avesse fatto presto a vestirsi avrebbe potuto contenere il ritardo. Al diavolo quella cosa che c’era là sotto. Per quel che ne sapeva lui poteva anche essere al piano inferiore e non lo riguardava.
Ma all’improvviso dal buco di scarico uscì un bastone scuro, nodoso. No, non era un bastone. Osservò meglio. Era un dito ossuto. Anzi erano più dita ossute che si aprirono a ventaglio a far presa sulla ceramica bianca. Una sostanza scura e gelatinosa uscì contemporaneamente anche dal rubinetto e dal buco del troppopieno e si espandeva in progressione sotto il suo sguardo attonito. Il lavandino prese a incrinarsi, il tubo di mandata scoppiò e l’acqua sgorgò copiosamente. Lui continuò a fissare il lavello senza riuscire a muoversi fino a quando l’impianto non si spaccò in due.
E poi fu troppo tardi per scappare.

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C’era una luna così luminosa e immensa che sembrava un occhio di bue acceso nella notte dal buon Dio. Tutti i cani del vicinato avevano preso a sgolarsi; alcuni facevano un verso strano, piagnucoloso, dolente, che raggelava il sangue, altri latravano a fantasmi che solo loro vedevano.
Nella campagna che galleggiava nella penombra del plenilunio si avvertivano anche altri versi indistinti, forse di animali selvatici: scendevano frettolosi giù dal vicino bosco cavalcando il vento della notte. La campana della chiesa avvertì il creato che erano le tre del mattino.
Poi un fruscio.
«Gino, mi hai spaventato…» dissi.
Il vicino aveva un’aria furtiva, leggera, come quella del cacciatore che non vuole farsi sentire dalla preda mentre ne sta seguendo le tracce. Aveva un fucile in mano. Mi vide all’ultimo momento sotto il portico.
«Ah sei tu…» mi fece lui con la voce sporca di sonno come di chi da ore non parlava con nessuno. «Ho sentito i cani abbaiare in un modo che non mi piaceva affatto e non avevo visto la tua macchina. Pensavo non ci fossi e sono venuto a vedere…»
«Ho parcheggiato la macchina dietro casa: tutto a posto, Gino. Grazie. Sei premuroso… ma entra, non stare lì al cancello…»
«Non riesci a dormire neanche te, eh?» mi fece entrando in giardino e aprendo la doppietta. «Ma cosa sta succedendo?» e si girò a 180° allargando le braccia.
«È l’eclissi Gino, l’eclissi totale di luna…»
Lui fece l’espressione come di chi non capiva visto che la luna era stampata lassù in cielo, davanti a lui.
«Posso offrirti qualcosa di caldo?» gli domandai.
«No no, grazie, sto bene così…»
Poi, pian piano la luna cominciò a essere coperta da un cerchio più scuro; prima di lato, discretamente, a mordere lo specchio d’argento come un pezzo di pane, poi a dilagare su tutta la sua superficie. Man mano che questo accadeva calava ovunque un silenzio innaturale, denso, quasi che il mondo trattenesse il respiro. Non c’era più un verso nell’aria o un suono anche solo sopito. C’era solo la sensazione di vuoto, risucchiato via altrove, una cappa scivolata sulla campagna dalle spalle di un gigante distratto. Cessò, subito dopo, anche la brezza profumata di bosco mentre le foglie dell’ulivo, che pochi minuti prima vedevo distintamente in mezzo al giardino, presero a scontornarsi nella notte sino a scomparire. Il buio era assoluto, fragile, incantato. Il gatto si era rintanato immobile sotto la panca, spalle al muro, e mi osservava con gli occhi sgranati con un’espressione interrogativa. Il freddo aveva stretto il suo pugno, tanto che mi alzai il bavero del piumino rincalzando la sciarpa intorno al collo. Ma riuscì a entrare ugualmente nell’anima.
Gino era seduto vicino a me, sugli scalini del portico. Dopo essersi meravigliato per quando accadeva sotto il suo naso, quasi non l’avesse mai visto in vita sua, guardava ora lontano, verso il fiume. Pareva stesse seguendo un film perché i suoi occhi si muovevano incessantemente; ma non parlava.
Trascorse così, in questa sospensione, una decina di minuti. Poi la luna iniziò a liberarsi con dolcezza di quanto la stava velando. Il silenzio si increspò. Prima si udì il verso di un uccello notturno, quindi il rumore di una macchina di passaggio sulla provinciale, infine un abbaio poco convinto. Gino si voltò verso di me.
«Ho visto quando e come morirò» disse lui in modo grave, alzandosi.
Non seppi cosa rispondere. La frase sembrava irreale in quel contesto.
«Scusa, ma devo proprio andare a fare alcune telefonate» mi fece ancora, come un autonoma, prendendo la strada per il cancello.
«Gino… sono appena passate le tre…»
«Lo so, ma devo telefonare lo stesso… Grazie di tutto, sei proprio un amico.»
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hat_gy

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gesu@nellaltodeicieli.par

Caro Distinto Spettabile Gesù,
sono un bambino di quasi tredici anni ma ne dimostro undici; dodici và con il cappello da cowboy pompiere.
Tutti gli altri compagni sono più grossi di me ed è una giungla là fuori.
Ti scrivo, scusa, perché non sono mica tanto contento.
Spero che questa mail ti arrivi e che tu ci abbia il uafai.
L’Angelo Custode che mi hai mandato è difettoso, non funziona bene perché non mi protegge per niente.
Maicol della terza C è un gran prepotente. Mi ruba sempre la schiacciata e le figurine dei supereroi e mi da gli spintoni nell’ora di ricreazione. Che una volta mi ha fatto pure male al labbro. E la Deborah, non so perché, mi ci ha subito messo sopra un bacio; mi ha detto che così passava tutto e invece non è passato niente e mi ci ha lasciato pure una bava da lumaca che non è tanto igenico igienico. Le femmine sono proprio strambe.
Ma non voglio farti perdere tempo impegnato come sei a fare un sacco di miracoli.
Quest’Angelo quì o non ha voglia di lavorare e allora è un extracomunitario come dice papà o non è imparato. Se non è imparato pensaci tu che sei bravo in queste cose.
Ho visto su Google che ci sono Angeli anche con quattro ali e con la spada fiammeggiante che quella mi servirebbe proprio. Scegline uno tosto e che sa anche di arti marziali, non si sa mai. L’Angelo da buttare mettilo invece alla cassa internazione integrazzione come dice papà, anche se non so cosa vuol dire.
In alternativa mandami un mucchio di muscoli oppure, che è ancora più fichissimo, dammi dei superpoteri. Tipo dare la scossa elettrica a distanza o lanciare microcoltelli avvelenati o trasformarmi in una Superzanzara. Così senza essere visto lo riempio di bolle, a Maicol, che è pure allergico e lo mando su da te e tu lo puoi menare gli puoi parlare…
Confido in te che sei potentissimo, almeno così mi dicono.
Non mi deludere. Ti stimo molto.
Tuo affezionato
Santino
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hat_gy

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Era successo all’improvviso nel cuore della notte. Nella tenda era entrato un animale possente che lo aveva prima azzannato e poi trascinato fuori. Aveva squarciato la parete di lato come fosse di carta e subito si era trovato a lottare per la vita a mani nude nella neve profonda. Se non fosse stato per la bufera che era aumentata di intensità, qualunque cosa l’avesse assalito avrebbe potuto facilmente divorarlo.
E invece, ore dopo, quando si risvegliò con la neve in gola che lo stava soffocando, comprese di essere sopravvissuto. Attorno a lui c’erano il silenzio e il buio sottile della notte polare; il respiro premeva con forza contro il piumino imbottito quasi volesse volare via; davanti agli occhi le immagini confuse di quanto accaduto che continuavano a passare incessanti come in una pellicola inceppata.
Il braccio non era bello da vedersi, gliene mancava una parte, e il dolore era così viscerale da farlo svenire.
Provò a rialzarsi appoggiandosi a un albero; avrebbe voluto gridare, ma il freddo lo stava paralizzando. Doveva muoversi. La pianura era livida, azzurra, il poco riverbero che filtrava tra le nubi faceva brillare i minuscoli cristalli di ghiaccio sparpagliati a miliardi sulla neve appena caduta.
Si guardò in giro: la sua tenda non c’era più. Doveva essere stata spazzata via dalla bufera insieme al suo zaino, le riserve di cibo e il necessario per sopravvivere. Tornò sui suoi passi. Quella belva non poteva averlo trascinato troppo lontano e le sue cose dovevano essere ancora lì da qualche parte, sepolte sotto la neve. Provò a scavare anche se con una mano sola. Fece diverse buche fermandosi di continuo per non muovere troppo il braccio, ma non trovò nulla. E poi decise: non poteva rimanere lì. Si disse. Il campo-base che avrebbe dovuto raggiungere in quei giorni doveva essere tutto sommato vicino. Era ora di andare.
Uscito da un bosco di betulle vide all’orizzonte una luce blu. Non poteva essere una stella: era troppo bassa. Doveva essere il campo. Poteva essere la lampada al fosforo a guardia del campo. Si disse. Quella di Aatami.
Accelerò il passo non prima di aver avvertito alle proprie spalle un frugare impaziente nel sottobosco. Qualunque cosa lo avesse attaccato quella notte aveva fiutato il suo sangue nella neve ed era tornata a finire il lavoro. Non si curava neppure di far piano, tanto era sicura del fatto suo. Ne sentiva perfino l’odore. O forse era solo l’odore della sua paura.
Cercò di ricordarsi perché si fosse imbarcato in quella spedizione. Ma gli sembrò tutto senza senso come se appartenesse a un’altra persona di cui non gli importava nulla. Aveva sonno: avrebbe voluto tanto assopirsi, ma il dolore al braccio era lancinante. La bestia continuava a morderlo.
Strada facendo si imbatté in un nido di sula con dentro uova appena deposte. Le divorò deglutendo anche i gusci. Cercò se ce ne fossero della altre, mentre la sula volava radente lanciando il proprio grido per allontanarlo dal nido. A quel verso, una volpe artica, a una decina di metri di distanza, si fermò per un attimo dal suo girovagare. Poi riprese a trotterellare mentre ricominciava a nevicare.
Lui alzò nuovamente lo sguardo verso la luce all’orizzonte e capì in quel momento che non avrebbe mai raggiunto il campo-base; ogni cosa che lo circondava gli pareva ora irreale; il ghiaccio, il buio, quella stessa luce che si spostava in avanti man mano che si avvicinava. Del resto la febbre era già alta.

«Ti abbiamo trovato» sentì dire mentre una mano gli toccava la spalla.
«Grazie a Dio. Eccovi. Sapevo che seguire quella luce mi avrebbe portato al vostro campo…» rispose lui mormorando appena.
«Luce? Quale luce? Ah, quella! È solo il riflesso della luna su un lastrone ghiacciato. I lapponi la chiamano Jumalan syleily, l’Abbraccio di Dio. Il campo è dalla parte opposta…»
«E come avete fatto allora a trovarmi?»

La notte aveva cambiato colore per l’ennesima volta. Poteva sentire sopra la propria testa e attraverso le nubi lo sfrigolio delle stelle. Sorrise. Si sentì finalmente in pace con se stesso e con il mondo intero. Tutto era finalmente in equilibrio.

Ripeté la domanda a voce alta perché sembrava non riuscisse a sovrastare il silenzio della pianura deserta.
«E come avete fatto allora a trovarmi?»
Si accorse che accanto a lui non c’era nessuno. Solo ombre e gelo.
E l’orso che gli fu addosso.
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hat_gy

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Quando la bambina nacque lui era davvero felice. Non solo perché non assomigliava a lui e agli altri figli, ma anche perché era una deliziosa femminuccia e dopo tanti maschi ne aveva tanto desiderato una.
Occhibelli’, gli venne subito da dire appena la vide.
«Sono tutti belli gli occhi dei neonati, caro» gli disse Alheit, la moglie sfinita dal parto mentre si coccolava la piccola.
«Sei preoccupata, tesoro?» le chiese lui accarezzandola.
«Sì, un po’… mi domandavo se i fratelli la accetteranno… lei che è… che è…»
«Che è “normale”? È questo che vuoi dire?» Lei non rispose.
Lui infatti era un nano Mojûk dei Boschi Bigi, forte e possente come un ceppo di quercia secolare, mentre lei era una bellissima ragazza bionda, minuta, dagli occhi azzurri e alta come un capriolo adulto. Si erano piaciuti subito, nonostante le differenze fisiche, e avevano deciso di mettere su una numerosa famiglia. Tutti i figli avevano preso da lui, tranne Occhibelli che prometteva di diventare una copia ancor più deliziosa della madre.
«Quando torneremo ai Boschi… glielo spiegheremo. Del resto hanno sempre te sotto gli occhi…» fece lui provando a sorridere.
«Vedremo» rispose Alheit con l’aria triste.
Rimasero ancora qualche giorno nella Baita Esterna dove avevano preferito rifugiarsi dagli occhi indiscreti dei figli durante il lungo travaglio. Ma più il tempo passava, più Mojûk si chiedeva perché mai dopo, tanti figli maschi nani, era nata una figlia femmina e per giunta “normale”. E ciò che meno lo persuadeva erano i lineamenti della bambina. Per quanto la moglie fosse di bell’aspetto, era pur sempre una popolana; e allora da chi Occhibelli aveva preso quel profilo nobile, la fronte spaziosa, gli zigomi alti?
Così, quando un mese dopo, partirono per tornare ai Boschi Bigi, lui volle passare dal Lago Profondo. Avrebbero allungato un po’ il percorso, ma lui disse che ne valeva la pena in quanto ci teneva a bagnare il capo della piccola in quelle acque sacre e incontaminate.
Così arrivarono al Lago e giunti alla riva, mentre la madre si specchiava con la neonata, lui gettò un sasso nell’acqua. Era uno dei tre sassi che gli aveva dato il padre poco prima di morire. Sassi dai poteri ancestrali, aveva ammonito, che, gettati nelle acque di quel Lago, gli avrebbero fatto conoscere la Verità.
Del resto il primo sasso Mojûk lo aveva utilizzato tanti anni prima per sapere se i Boschi Bigi, dove si sarebbe ritirato con la moglie appena sposata, avrebbero dato loro da vivere; e la risposta fu sì che la famiglia sarebbe stata numerosa e avrebbe trovato, così come fu, addirittura una miniera abbandonata da cui trarre sostentamento.
Un secondo sasso lo aveva gettato due anni avanti per sapere invece se sarebbe sopravvissuto alle profonde ferite infertegli da un cinghiale; e il Lago rispose che sì, non sarebbe morto per quelle, ma anni dopo, perché pazzo di dolore.
E ora era il momento di sapere nuovamente la verità, l’ultima si disse, e cioè se Occhibelli era davvero figlia sua.
Il sasso affondò quasi senza increspare l’acqua. E quando la superficie si ricompose vide che il volto della bimba, mutato all’improvviso e per un attimo, non era il suo; era quello di un uomo bellissimo dai lineamenti principeschi. Un altro uomo, insomma. Si accorse della trasformazione anche la moglie che, dopo aver incrociato lo sguardo perduto del marito, gridando, si mise a correre con la bambina in braccio.
Mojûk avrebbe voluto inseguirla per farsi spiegare perché lo avesse tradito ma non riusciva a muoversi. I suoi piedi parevano penetrati per chilometri nella terra come radici inestricabili. Quando riuscì finalmente a camminare la moglie era già sparita. Era infatti riuscita a raggiungere Monte Tausendadler su cui si inerpicò per giorni alla ricerca di un rifugio sicuro. Poi una mattina finalmente trovò un antro. Era sufficientemente lontano da sentirsi al sicuro. Da lassù poteva scorgere persino i Boschi Bigi, dove forse non avrebbe avuto mai più il coraggio di tornare. Si addormentò spossata, con la figlia tra le braccia che riposava serena.
Durante la notte si svegliò all’improvviso per un rumore. Possibile che il marito l’avesse già trovata? E invece era un’aquila; fece appena in tempo a vederla portar via la figlia senza riuscire a fermarla.

Mojûk, come gli aveva predetto il Lago sacro, impazzì di dolore per aver perso la moglie e la gioia di vivere. Avrebbe voluto spiegare ad Alheit che avrebbe voluto bene anche alla bambina purché lei non lo lasciasse. Ma Alheit non lo seppe mai perché trascorse tutta la vita a cercare vanamente la piccola di nido d’aquila in nido d’aquila in un territorio impervio di venti leghe quadrate.
Non trovò più la bambina in quanto l’aquila in realtà l’aveva subito trasportata al Castello di Heltz posandola tra le braccia della Baronessa Pallida che tanto avrebbe desiderato la figlia che la Vita le aveva sempre negato.
Così la neonata, dalla carnagione candida come la neve, crebbe tra gli agi e gli sfarzi di corte, ben voluta anche dal Barone Johann Von Hochnaussen che in cuor suo voleva farsi perdonare di aver messo incinta quella popolana incontrata durante una battuta di caccia e sparita in circostanze misteriose.

Molti anni dopo, Occhibelli, diventata una donna meravigliosa, per sfuggire a un cacciatore che aveva avuto l’incarico dalla matrigna di ucciderla perché troppo bella, si rifugiò nella casa abitata da coloro che non avrebbe mai saputo essere i suoi sette fratellastri.
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hat_gy

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«Si può sapere cosa sta succedendo, quest’anno?» chiese Karim mettendosi a tracolla una pecorella e rivolgendosi alla moglie.
«È vero! Eravamo già al nostro posto di questi tempi…» gli rispose Aisha con gli occhi tristi.
«Non ci resta che pregare…» sospirò la Madonnina nella Capanna rovesciata e ingombra della mangiatoia vuota.
«Io però dovrei fare pipì…» puntualizzò San Giuseppe agitato.
«La verità è che non mi sembra che quest’anno lui abbia voglia di fare il Presepe…» fece il Re Magio Baldassarre indicando il Padrone di Casa attraverso la parete in plexiglas dello Scatolone del Presepe.
«Convengo, caro collega» fece il Re Magio Melchiorre con sussiego. «Hanno preparato da giorni l’albero e sistemato pure gli addobbi nelle diverse stanze; ma non hanno né raccolto il muschio né liberato il caminetto dalle cianfrusaglie per far posto a Noi. La vedo male, ah se la vedo male…» e cercò di spostare la zampa di un agnellino che gli finiva continuamente sulla testa.
«Potremmo cantare un bel coro tutti insieme per attirare l’attenzione…» fece l’Angioletto che sul tetto della Capanna regge sorridente la scritta “Pace in terra agli uomini di buona volontà“.»
«Ma che coro e coro!» disse un Principe caldeo, a cavallo di uno splendido cavallo arabo, armato di tutto punto. «È un insulto al Natale e a quello che rappresenta. In meno di mezzo giornata posso tornare qui alla testa di diecimila miei fidi e vedrete se non risolviamo una volta per tutte questa incresciosa situazione!»
«Principe Ammukani,» esortò Qualcuno in modo ieratico dal fondo dello Scatolone «orsù rinsavisci da uomo saggio qual tu sei; non parlare come gli ultimi degli stolti: il Natale è un momento di bontà, comprensione e gioia tra gli Uomini…»
«Ma contro gli infedeli c’è solo un linguaggio che vale la pena usare, mio Signore…» fece Ammukani sguainando la scimitarra e dividendo in due la Colomba della Pace.
«La vedo male, ah se la vedo male…» ripeté Melchiorre spostando ora una zampogna che gli era finita tra le costole.
«Ve l’avevo mai detto che soffro seriamente di claustrofobia?» fece a quel punto il Re Magio Gaspare con voce strozzata «Qui dentro non c’è aria, non ne posso più.»
«E cosa dovrei dire io allora che è un anno che mi ritrovo con la faccia praticamente tra le chiappe dell’Asinello?» sbottò Baldassarre. «Ho provato a non respirare, ma non è cosa…»
«Io dovrei fare davvero pipì…» insistette San Giuseppe saltellando.
«Te l’avevo già detto a gennaio di farla prima di entrare nello Scatolone, o mio Sposo, ma non mi dai mai retta…»
«Hai ragione, ma è la prostata mia Diletta; e poi nella fretta di metter via le cose me ne sono dimenticato; a proposito… è da un po’ di giorni che non vedo la Mucca.»
«È un Bue, mio Sposo, un Bue. Il Bue e l’Asinello, ricordi?»
«Bue? Ah… ecco perché non fa il latte!»
«Almeno fate tacere quell’Angelo che suona la tromba» brontolò Gaspare aggiustandosi il copricapo tutto spiegazzato. «Sono dodici mesi che prova sempre lo stesso pezzo e continua pure a sbagliarlo…»
«SÌÌÌÌÌÌÌ, FACCIAMOLO TACERE!» urlarono in molti all’unisono.
«È un pezzo molto difficile da suonare questo della Gloria nell’Alto dei Cieli, cosa credete?» disse indispettito l’Angelo della Gloria nell’Alto dei Cieli. «E la tromba che mi hanno dato è ricavata da un femore di cavallo… vorrei vedere voi.»
«Intanto da qui non ci si schioda… ed è quasi Natale…» disse la Lavandaia-che-attinge-l’acqua-dal-pozzo «non riusciremo mai a convincerlo a preparare il Presepe…»
«Aspetta, aspetta…» fece il Re Magio Gaspare con voce quasi garrula. «Forse… Ma sì, sta venendo verso di Noi… sta prendendo proprio il nostro Scatolone. Ragazzi, si va in scena anche quest’anno!»
«Oh… grazie al Cielo: le mie preghiere sono state ascoltate» fece la Madonnina inginocchiandosi di nuovo. «Ringraziamo l’Altissimo.»
«Certo, se invece l’infedele lo avessimo infilzato subito, ci avrebbe tolto di qui molto prima…» fece Principe Ammukani digrignando il denti ma rinfoderando la scimitarra.
«Magari ha pensato che dopo un anno era il caso di farmi fare pipì…» fece sarcastico San Giuseppe.
«Veramente sono stata io…» disse modestamente la Stella Cometa con un fil di voce. «È bastato un sano, autentico e terrificante incubo ieri notte per convincerlo che era l’unico modo per avere un po’ di serenità durante le feste.»
«Ma è un ricatto!» osservò il Re Magio Melchiorre ingrugnito più per il fatto però di essersi appena accorto di aver messo un piede nell’acqua di uno stagno che per altro.
«Preferirei chiamarla richiesta creativa di collaborazione…» precisò la Stella Cometa.
E si accese.

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Era giorno di fiera antiquaria. La gente si assiepava sotto il portico antico facendosi largo per cercare di passare o per guardare meglio la merce disposta in modo ordinato sulle bancarelle. La pioggia, che era iniziata a scendere all’improvviso, aveva aumentato l’afflusso delle persone senza l’ombrello mentre l’umidità dispensava i profumi dagli stand in piazza che vendevano vin brulé e strudel.
«Li comprerebbe un po’ di funghi freschi?» disse l’uomo in stivali e giacca di velluto.
Il cameriere stava stendendo la tovaglia colorata sui tavoli davanti al ristorante; cercava vanamente di appianare la piega antiestetica che ci passava giusto in mezzo. Udita la voce squadrò prima l’uomo che sfoderava un sorriso piacevole poi il canestro appeso al suo braccio ricolmo di funghi di varia grandezza.
«Aspetti che le chiamo qualcuno…» fece il cameriere che realizzò subito essere quello l’unico modo per levarselo dai piedi.
Dopo qualche minuto uscì dal ristorante un uomo con in testa il cappello da chef e sopra il naso alla John Lennon un paio di occhiali con lenti abbrunate. Diede una fuggevole un’occhiata all’Uomo dei funghi e quindi al suo paniere; prese delicatamente in mano un paio di boleti, ne osservò alla luce le lamelle e infine se li portò al naso; controllò quindi dentro al cesto con attenzione scostando altri funghi. Senza dire alcunché se non indecifrabili suoni gutturali l’uomo con il cappello da chef afferrò da un tavolo già imbandito un piatto fondo e, dopo aver posato la cesta sulla tovaglia, cominciò a fare una cernita. Alcuni funghi li metteva sul piatto, altri direttamente sulla tovaglia. La scelta era rapida, sicura, senza tentennamenti. Una volta esauriti i funghi della cesta, senza soluzione di continuità, ripose quelli che erano sul tavolo nella cesta; prese infine in mano il piatto che ora conteneva sette/otto bei funghi porcini e un ovulo.
«Mi segua» gli comandò avviandosi in cucina.
All’interno del locale, da una nicchia nel muro di pietra che sembrava fatta apposta per ospitare una bella scrivania dell’Ottocento su cui si allargava la luce soffice di una lampada Tiffany, sbucò un uomo elegante in giacca e cravatta che dopo aver scambiato un cenno con l’uomo del cappello da chef, si mise alla cassa digitando qualche tasto; tirò fuori quindi delle banconote che allungò all’Uomo dei funghi.
«Va bene così?»
«Benissimo» fece l’uomo che non aveva abbandonato il suo sorriso.
Il titolare lo accompagnò gentilmente alla porta dicendogli che se ne trovava degli altri lui li avrebbe comprati senz’altro. Ma una volta usciti l’Uomo dei funghi si arrestò di colpo.
«Che succede?» gli fece il titolare.
«Mi hanno rubato la cesta con i funghi!»
«L’aveva lasciata lì fuori? Con tutta la gente che c’è oggi?»
L’uomo si girò e fece un’espressione disarmante.
«Mi spiace per la sua cesta, se ci teneva…» fece il titolare corrucciando la fronte «ma il ladro avrà delle sorprese.»
«In che senso?»
«Mi ha detto il sous-chef che i funghi che ha scartato erano tutti letali o quasi.»


Leggi –> E poi cos’è successo?

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hat_gy

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