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Il vecchio Puck

Il plotone stava prendendo il suo posto lentamente. L’esecuzione sarebbe stata eseguita, come da regolamento, all’alba contro il muro nord della caserma, là ove viene buttato il materiale non riparabile e gli scarti delle camerate e della cucina.
L’alba sembrava tardare sul filo dei monti lontani. E qualcosa si muoveva laggiù tra le ombre incerte della notte che si diradavano sasso dopo sasso; ma qualunque cosa fosse era protetta dal grigiore informe della luce. Forse era un coyote dallo stomaco vuoto, forse solo un sogno che non voleva abbandonare il mondo delle cose irreali.
McFarland si era sistemato in piedi guardando la radura. Un piede più avanti dell’altro, la sigaretta appena accesa tra le labbra. Faceva freddo ma la giacca la teneva aperta sul davanti e il bavero alzato come un capitano che scrutasse l’orizzonte e studiasse la debolezza delle difese nemiche. Il plotone si sistemò a pochi metri davanti a lui. I volti dei camerati erano induriti dalla notte insonne e dal nervosismo del momento. I fucili erano già pronti e le canne brunite sembravano listate a lutto. Un urubù dal collo nudo spiccò il volo con un grande sbatter d’ali, giusto per godersi lo spettacolo dall’alto.
«Signore, il prigioniero non può essere messo di spalle, Signore?»
Chiese Namara violando la consegna del silenzio durante l’esecuzione.
Il sottotenente sembrava aspettarsi quella domanda ma prese tempo. Poi urlò contro i monti che si stavano scoprendo al sole:
«Il prigioniero non è un disertore, Namara, e deve essere fucilato di fronte.»
«Signore, il prigioniero può essere bendato, Signore?» fece O’Roorke che neppure lui voleva sparare a un amico guardandolo negli occhi.
«È lui che non vuole la benda» rispose il sottotenente questa volta a voce più bassa, ma tutti lo sentirono bene perché sembrava provenisse direttamente dal profondo del proprio cuore.
«Perché l’hai fatto McFarland, perché?» mormorò un altro del plotone. Forse era Dooghan o forse Cameron, non lo sapremo mai. Ma McFarland non rispose o se lo fece fu coperto dal grido del sottotenente che spaccò in due l’aria come un tuono.
«PLOTONE, ATTENTI!»
McFarland ci guardava come se ci sfidasse. Noi, i suoi più cari amici.
«CARICARE!» urlò subito dopo.
«Pensaci tu al Vecchio Puck» mi disse McFarland.
Avevamo chiamato così un bellissimo maschio di cervo in cui ci eravamo imbattuti anni prima quando andavamo a caccia lassù nella gola del Puck’s Glen nel Cowal. La prima volta gli avevamo sparato mancandolo di poco mentre la seconda dovevamo averlo colpito, ma lui era rimasto immobile a osservarci quasi divertito, come se sapesse d’essere immortale; e poi si era girato trotterellando in direzione del Loch Lomond. Ci eravamo tornati tante altre volte ancora, io e lui, dimenticandoci del fucile e solo per vedere quel cervo maestoso il cui bramito d’amore riempiva la valle e faceva fremere i larici.
«PUNTARE!»
«Sì, andrò a trovarlo…» gli risposi meccanicamente pensando che tanto a McFarland non avrei tirato se non di lato per non colpirlo. Il cuore mi scuoteva le tempie.
«FUOCO!»
Quel ricordo mi distrasse. Esplosi il colpo una frazione di secondo in ritardo rispetto a tutti gli altri camerati che già avevano premuto il grilletto. Avevano tutti sparato al cielo, perché nessuno aveva voluto ucciderlo. Il mio colpo invece lo prese in pieno viso. La pallottola a punta cava usata per gli assalti gli portò via la mandibola che gli fu strappata via dal volto a schiacciarsi in una nuvola di frammenti d’ossa e sangue contro il muro di dietro; tutto il resto del corpo rimase in piedi, proteso verso di noi nel gesto di accogliere la morte. I suoi occhi grigi mi guardavano fissi, già vuoti ma increduli. Dopo un periodo interminabile McFarland crollò a terra come un sacco di sabbia.
«Grazie per aver sparato tu» mi disse O’Roorke, dopo un po’, avvicinandosi e mettendomi una mano sulla spalla.
«Ma ho sparato da un lato, ne sono sicuro…» dissi ancora sotto choc.
«Hai preso dalla rastrelliera il fucile di Campbell che in questi giorni è in guardina» mi fece lui. «Ha un mirino che fa schifo e sposta tutto a sinistra. A lui va bene così.»
Alzai lo sguardo verso di lui.
Aveva gli occhi gonfi e pieni di lacrime ma si tratteneva dal piangere.
«Hai fatto comunque la cosa giusta» mi disse tremando un poco; e toccò la sua fronte con la mia.

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L’autobus procedeva lentamente nonostante la strada fosse libera. Buttai un occhio sull’orologio dell’obliteratrice. No, non era tardi. Ero solo nervoso per la giornata impegnativa che mi aspettava. Ero seduto come al mio solito sul primo sedile di destra e potevo vedere bene dalla mia posizione rialzata sia l’autista di lato che davanti a me. No, non c’era davvero bisogno di andare così piano, pensai, ma a volte lo fanno per ristabilire i tempi alle singole fermate o per mantenere le equidistanze con le vetture che precedono o che seguono sulla stessa linea in modo da mantenere il servizio fluido e continuativo. Come del resto accade al contrario, pensai ancora: che, per recuperare i tempi, corrano come forsennati tagliando le rotonde o passando con il semaforo proiettante luce gialla. Oramai, essendo un pendolare da anni, non ci facevo più caso. O mi sforzavo di non farci più caso.
Giunto davanti al Palazzo delle Esposizioni, nonostante non vi fosse alcuna fermata, il bus si arrestò. Ne salì un uomo sulla settantina, una t-shirt con su scritto “Bacio chi mi pare…”, una pancia prominente che gliela accorciava sull’ombelico e i capelli brillantinati tirati con cura all’indietro sul cranio; un modo di fare sicuro di sé, venato di malcelata indisponenza, tipico di un controllore se non fosse stato per i vestiti, pensai. E, invece di inoltrarsi all’interno della vettura, si fermò accanto all’autista che, pur richiudendo le porte, non accennava a voler ripartire.
«Allora testina… cosa vogliamo fare? Vuoi alzare le chiappe di lì o dobbiamo rimanere fermi tutto il giorno?» gli disse in malo modo l’uomo con la t-shirt.
L’autista sembrava imbalsamato; gli occhi erano direzionati verso il fondo del rettilineo; probabilmente la visione era regolata su un punto che si posizionava tra un aereo che si sta librando in lontananza nel cielo e l’infinito; poi fece una smorfia e, con un gesto di contenuta insofferenza, si alzò aprendo il recinto della cabina di guida.
«Ce ne hai messo di tempo…» fece l’uomo con la t-shirt dandogli una manata su una spalla. «Va là che sei proprio un bel perdabal, di quelli duri però, pirla d’un pirla.»
L’uomo con la t-shirt scostò l’autista con un braccio per accelerare lo scambio e si mise alla guida; si aggiustò la poltrona e il cruscotto e ripartì. L’autista era rimasto in piedi, vicino a lui e a testa bassa: non sapeva dove guardare.
Il bus percorse a un’andatura normale quasi un chilometro per poi fermarsi davanti a un bar fuori dal percorso.
«Ciao, allora, testina…» apostrofò l’uomo con la t-shirt alzandosi dalla poltrona di guida e scendendo dal bus senza neppure voltarsi. L’autista non contraccambiò il saluto e, come se si fosse finalmente tolto un peso dal cuore, riprese il suo posto. Chiuse le porte e si rimise in movimento.
«Un bel tipino…» mi sentii di commentare dopo qualche minuto.
«Chi? Quel signore di prima?» mi chiese controvoglia lui facendo finta di non capire di chi parlassi.
«Già…»
«È che non si fida di come guido. Così quando deve andare a giocare a briscola vuole guidare lui…»
«Ma non è un tantino irregolare?» osservai io.
«Irregolare?» domandò con un tono come se stesse soppesando il valore di quella parola. «Beh, sì forse… non saprei. Piuttosto, vede, è che io ho sposato sua figlia e viviamo in casa sua, come non dimentica mai di ricordarmi tutti i giorni; e pure in due piccole stanze, con mio figlio di due anni. Con il mio stipendio e il costo elevato degli affitti non mi posso permettere altro…»
«Capisco…»
«Ma è una gran brava persona, sa? Generosa, comprensiva, un nonno amorevole…» precisò come per convincersi.
«E guida anche bene…» considerai io, sincero, per compiacerlo.
«Vero? E, pensi, non ha neppure la patente.»
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«Pensi davvero sia ancora una buona idea?»
Il ragazzo pronunciò la frase tenendo un’unghia tra i denti nell’atto di mangiarsela.
«Ci hai ripensato? Possiamo tornarcene a casa quando vuoi…»
«Non so…» fece lui guardando fuori dal finestrino e cercando di nascondere un montante nervosismo. «Non mi sembra più tanto una buona idea…»
«Me lo hai chiesto tu come regalo per i tuoi diciotto anni. Hai detto che volevi finalmente conoscerlo.»
«Sì hai ragione, ‘ma. Però, che faccio? Mi presento e che gli dico? ‘Salve sono tuo figlio, quello di cui non hai mai voluto sapere niente. Che dici, andiamo al cinema per conoscerci meglio?‘»
La madre fermò la macchina in una piazzola sotto dei tigli ombrosi.
«Caro, lo so che è dura…» disse lei accarezzandolo dolcemente. «A volte la vita ci mette davanti a delle prove che dobbiamo superare, soprattutto quando si vuole diventare adulti. Evitare di crescere non si può e prima affrontiamo i problemi e meglio è. Accantonarli è il solo modo per farli diventare insormontabili.»
Lui per un po’ stette zitto. Il frusciare degli alberi entrò nell’abitacolo. L’autunno sembrava alle porte anche se il calendario non la pensava così.
«Hai ragione mamma… andiamo.»
La macchina proseguì entrando dopo qualche via nei quartieri alti. I condomìni spenti e informi avevano ceduto il passo a villette graziose inghirlandate da giardini fioriti e ben tenuti.
«Ecco, siamo arrivati» fece lei accostando.
«Se la passa bene, però, altro che noi!» sbottò il ragazzo dandosi una pacca sul ginocchio.
Lei lo fissò. Non si capì se con aria di rimprovero oppure no.
«È quella villetta là, verde pastello…» fece la madre indicandola con il mento.
I due scesero poco convinti. Il ragazzo avrebbe voluto tanto essere a casa a giocare con la sua adorata PlayStation: trovarsi in quel quartiere lo metteva a disagio. Il cellulare della donna squillò.
«Aspetta, Oliver, devo rispondere, è importante.»
«Va bene, fai pure.»
La madre si immerse nella conversazione. Un paio di volte alzò la voce, ma non si capiva con chi parlasse. La telefonata le prese più tempo di quello che aveva creduto e, quando si voltò, vide la faccia del suo ragazzo che si era fatta cerea.
«Cosa è successo, Tesoro?»
«Niente! Ho visto che la tua telefonata andava per le lunghe e così ho pensato di andare da solo; prima l’affrontavo e meglio era… l’hai detto tu!»
«S-sì caro, hai fatto bene… e com’è andata?»
«Sono andato a suonare alla porta ed è venuto ad aprire proprio mio padre. Per un po’ ci siamo guardati negli occhi senza parlare…»
«E poi?»
«E poi lui mi ha detto ‘Hai bisogno di qualcosa, figliolo?’ E allora, mi sono sbloccato e gli ho detto tutto: che lui era mio padre, che ci aveva abbandonato quand’ero piccolo senza uno straccio di spiegazione, che ora avevo diciotto anni e che lui era un egoista senza cuore…»
«Oh caro, deve essere stato difficile…»
«Sì, molto… anche perché nel frattempo è arrivata sua moglie che ha ascoltato tutto. Si è arrabbiata moltissimo con mio padre e, mentre lui ha cercato di giustificarsi come ha potuto, lei ha cominciato a insultarlo e a picchiarlo in faccia. È stata una scena terribile. Gli ha tirato persino un vaso di fiori in testa…» fece il ragazzo indicando con il pollice alle sue spalle i cocci, i gerani e la terra sparsa per il giardino. «Ben gli sta. Ora mi sento molto meglio: ‘ma, ho fatto la cosa giusta!»
«Lo credo anch’io. Certo che il vaso glielo deve aver scagliato con tanta forza se è arrivato fin qui» osservò lei meravigliata.
«Perché, ‘ma? La casa è questa qui!» disse Oliver additando una porta azzurra su cui campeggiava in giallo il numero civico.»
«Ma Oliver, ti avevo detto che la villetta era verde pastello…»
«Questa infatti ha gli infissi verde pastello, ‘ma!»
«Sì, ma le pareti sono beige… Oliver, la villetta è quella là, con gli infissi bianchi: oh santo cielo, caro, hai suonato alla porta sbagliata!»
«…»
«…»
«È meglio andare ‘ma…»
«Credo anch’io, Tesoro.»
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hat_gy

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Avevo appena fatto il pieno di gasolio e stavo per ripartire quando sentii bussare al finestrino. Pensavo fosse il benzinaio che avesse qualcosa da dirmi. E invece era un uomo. Poteva aveva la mia età. Era ben vestito, un velo di barba non rasata sulle guance e, indosso, un vestito comodo da viaggio come di chi è ancora in ferie ed è appena sceso dalla macchina per una sosta. Sulle prime non l’avevo riconosciuto: era Massimo. Non lo vedevo da quando trent’anni prima avevo lasciato Alvona per altre città e altri interessi. Era invecchiato, un viso tirato e pensoso, una malinconia infinita nello sguardo.
«Ciao Massimo» gli dissi più spaventato che meravigliato. «Che ci fai qui? Sei molto lontano da casa.»
Lui mi guardò come se non sapesse cosa rispondere. Poi mi fece brusco: «Stai tornando a Poggiobrusco?»
«Sì, certo, abito ancora lì.»
«Allora non passare per il ponte di Maivano… è appena crollato.»
«Il ponte? Crollato? Ma è una tragedia!»
«Sì, infatti» concordò lui voltandosi attorno agitato.
Subito dopo mi batté forte per un paio di volte sul tettuccio della macchina in segno di commiato e allungò alcuni passi per allontanarsi.
«Beh, allora grazie, Massimo» gli dissi con le mani ancora incollate al volante. Lui ritornò indietro con la stessa furia con cui era arrivato. Mi mise di nuovo a disagio.
«E ora siamo pari con quello che ti dovevo…» mi fece lui con un solo respiro.
«Pari? In che senso pari?» domandai.
Ma lui ormai era lontano. Lo vidi sparire tra la gente che affollava a quell’ora la stazione di servizio.
Crollato! Ma com’è possibile che sia crollato?’ pensai guardando avanti a me, quasi dovessi badare alla strada e non fossi fermo. Cercai con l’aiuto del navigatore di capire che strada avrei dovuto fare in alternativa. La deviazione mi avrebbe preso almeno due ore. Era meglio a quel punto che me la prendessi con comodo. Dopotutto, a casa, non mi aspettava nessuno.
Cercai un ristorantino sul fiume. Avevo fame e non avevo nessuna voglia del solito panino-fattoria. Trovai un’osteriola appena cento metri dopo. Mi sembrava un bel posticino e si doveva anche mangiar bene a giudicare dal numero di camion in sosta.
«Si sa nulla del ponte crollato? Ci sono vittime?» domandai al signore di una certa età che era venuto a prendere l’ordinazione.
«Ponte, quale ponte?» mi chiese lui distratto mentre segnava sul taccuino il numero del tavolo e chissà cos’altro.
«Come quale ponte? Il ponte sul Maivano, è appena successo. Come fa a non saperlo? È qui vicino.»
«Ma cosa sta dicendo?» e senza aspettare che io replicassi mollò sul tavolo il taccuino e il menu e si portò correndo sulla spianata del fiume per vedere meglio. Non me ne ero accorto, ma di lì il ponte lo si vedeva bene perché poco distante. Era alto, argenteo, brillava leggero sulle acque del fiume con le sue linee ancora moderne. Era tutt’altro che crollato. Ma in quel preciso momento si levò dapprima uno sbuffo di fumo dal pilone centrale e poi, come se fossero stati tanti pezzi solo appoggiati l’uno sull’altro, la parte centrale del ponte venne giù con un boato assordante. La scena fu tanto repentina quanto apocalittica. Le auto e i camion che lo percorrevano caddero assieme all’impalcato di cemento armato mentre altri mezzi scivolarono uno dopo l’altro nel vuoto come in un gioco impazzito. Al ristorante c’è chi gridò, chi si mise a piangere disperato e chi come me che si limitò a rimanere impietrito, incredulo a quello che stava assistendo.
Squillò in quell’attimo il mio cellulare.
«Ehi, come stai?» sentii dire dall’altra parte. «Pronto? Sono Paolo, mi senti?»
«È… è appena caduto un ponte, Paolo»… balbettai meccanicamente non riuscendo a togliere gli occhi dalla nube di polvere che si stava allargando sul fiume.
«Ponte? Quale ponte?»
«E ho pure incontrato poco fa Massimo che mi aveva avvertito…» seguitai senza un filo logico «te lo ricordi, Massimo, quello della palestra cui avevo fatto quel prestito cospicuo trent’anni fa e che non mi ha però più restituito i soldi…»
«Massimo? Massimo Dellicampi? Non è possibile che tu lo abbia visto. È morto più di quattro anni fa…»
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Era felice. Era riuscito a ottenere dalla banca quel prestito su cui contava molto. Ora la sua startup poteva prendere il volo. Nuovo server, nuova veste grafica e soprattutto un nuovo consulente e quell’impiegato in più di cui aveva tanto bisogno al marketing. Si fermò al di là delle sliding door per assaporare il momento. Era fiero di sé. Sarebbe stato bello poterlo dire a suo padre che aveva sempre creduto in lui. Tirò verso il cielo le chiavi della macchina per riprenderle al volo ma, alzando la testa, un bagliore proveniente da chissà dove gli fece mancare la presa. Le chiavi rimbalzarono sul muretto della banca e si proiettarono da un lato verso una grata di metallo su cui atterrarono. Qui girarono ancora un po’ su loro stesse e poi caddero giù. Non riusciva a credere che fosse appena accaduto.
Si avvicinò come se sperasse di non vederle là in fondo. E invece no, c’erano davvero. Era buio là sotto ma il mazzo di chiavi lo intravedeva sul pavimento di un vano in cemento a un paio di metri sotto il livello della strada. Come sarebbe tornato a casa, ora? E quello era pure l’unico che aveva; l’altro lo possedeva la sorella Nora, in viaggio di lavoro a Los Angeles. Che cosa se ne sarebbe fatto poi delle chiavi della sua macchina in America, non era dato saperlo. Si sedette sul muretto. La situazione era seria.
Si rialzò. Inserì le dita tra le sbarre e provò a tirare. La grata non cedeva. Prese un sasso posizionato come addobbo nella fontanella della banca e con quella la colpì per smuoverla. Un paio di persone passarono guardandolo con sospetto. ‘Chissà cosa combina quello lì’, avranno pensato. Riprovò a tirare. Nulla. Percosse il perimetro della grata e gli sembrò stesse venendo via. Poi di colpo se la ritrovò in mano. La scoperchiò e la adagiò con cura da un lato. Si guardò attorno come se stesse facendo qualcosa di illecito. Ma fu solo un attimo e poi saltò dentro.
Era buio, anche se aveva visto dove erano cadute. Si chinò per prenderle, ma le urtò. Finirono così per scivolare lungo delle scale che non aveva visto prima e che invece si aprivano sulla sua sinistra. Tirò fuori il suo cellulare e si fece luce. Ora le chiavi non le vedeva più. Scese i gradini di ferro che risuonavano vuoti al suo passaggio e svoltò l’angolo; le vide finalmente sull’orlo dell’ultimo gradino. Scese ancora e questa volta le afferrò con delicatezza. ‘Mie!’, pensò, ‘è fatta’.
Si voltò e risalì lentamente gli scalini per poi girare l’angolo. Ma invece dell’uscita vide che c’era un’altra rampa di scalini. ‘Possibile che sono sceso così tanto?’ si chiese.
Svoltò anche l’angolo successivo e invece dell’apertura verso la strada si accorse che c’era un’altra rampa e dopo quella un’altra ancora. Si mise a salire di corsa e a fare gli scalini a due a due, preso dal panico, fino a quando il fiato gli venne a mancare. Si piegò in due dalla fatica e si sedette per terra comprimendosi la milza con una mano ‘Ma cosa sta accadendo?‘ disse ad alta voce.
«Anche lei qui?» fece qualcuno, poco distante, seduto anche lui nell’ombra. «A me era caduto l’accendino. Ci tenevo molto al mio accendino» seguitò facendo brillare una fiammella bluette. Il ragazzo poteva avere venticinque anni, era spettinato, la maglia sporca e tagliata in più punti sul davanti. Lo sguardo era triste più che disperato. «Non usciremo mai di qui, lo sa questo, vero?»
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L’aula era gremita. Dopo un’iniziale udienza dedicata alle formalità di rito, il processo dell’ultimo decennio era entrato nel vivo. Anche se la difesa, che pur contava su un agguerrito team di principi del Foro, era a un impasse che la stava mettendo in serie difficoltà. Dopo la sentenza di primo grado, che aveva visto la condanna del proprio assistito a venticinque anni di reclusione per omicidio dell’amante, era stata da loro commissionata una superperizia che, seppure di parte, aveva minato fortemente la credibilità dell’unico accertamento disposto dal PM, non solo per l’indiscussa autorevolezza internazionale degli esperti incaricati, ma anche per il fatto che era stato insinuato il dubbio nei giurati. Era emersa infatti una sicura quanto ingenua contaminazione del reperto contenente il DNA del sospetto assassino e soprattutto la circostanza ineludibile che una seconda traccia, pur incompleta, di impronte papillari, non rilevata dagli inquirenti sul luogo del delitto, collocava con certezza all’ora del fatto anche un altro individuo di sesso maschile, rimasto non identificato. E ora quella superperizia era sparita dal fascicolo processuale.
Vi erano state accuse, anche non troppo velate, all’indirizzo del rappresentante della pubblica accusa, dott. Lucalfredo Atzeri, di aver dato incarico al temibile e poco raccomandabile Omodeo Termobelli, ispettore della polizia giudiziaria locale, di farla sparire. Ma il PM, a vederlo ora seduto al suo tavolo, sereno e tranquillo, non pareva però farsi troppo carico di queste basse insinuazioni da corridoio, anche se il suo sguardo impenetrabile, finemente cesellato nel marmo di Seravezza, lo facevano sembrare capace di qualsiasi cosa pur di vincere quel processo.
Quando la Corte di Assise entrò in aula si creò subito un silenzio innaturale. L’unico che non si alzò fu l’imputato, seduto in modo scomposto nella gabbia tra due poliziotti disattenti, del tutto estraniato da quel contesto.
Il Cancelliere si avvicinò ai giudici in maniera goffa giusto per dare gli ultimi ragguagli tecnici prima dell’udienza. Il Presidente, un uomo in là con gli anni e dall’aria triste, annuì un paio di volte mentre osservava perplesso in lontananza, oltre le transenne, i giornalisti delle maggiori testate nazionali mischiati tra gli astanti.
Avuta finalmente la parola l’Avvocato decano si alzò solerte. E mentre la sua toga si gonfiava con un non voluto effetto teatrale alzò il braccio destro in senso declamatorio cominciando a perorare per l’ennesima volta l’istanza di poter depositare almeno una copia giurata della perizia mancante; l’istanza, avversata in modo fermo dall’accusa, era stata già respinta una prima volta dalla Corte.
Fu quello il momento in cui fece ingresso, l’Avvocato Mimmo Lamarque.
Entrò con un incedere maestoso, imponente, come la sua indubbia e chiara fama gli consentiva; il suo metro e novanta di altezza, lo sguardo aperto e fiero in un volto volitivo e molto gradevole, si addicevano più alle fattezza di un attore del cinema che a un penalista; era cordiale e bonario come sempre e, mentre si dirigeva dalla porta di fondo dell’aula verso la Corte, con passo sicuro e deciso, dispensava saluti e gesti affettuosi ai molti che lo avevano riconosciuto e gli si erano fatti incontro per rendergli omaggio.
Tutto ciò, a parte il trambusto di una simile plateale entrata, sarebbe stato quasi normale in un ordinario giorno di udienza, se non fosse stato che Lamarque era tragicamente morto due anni prima in un pauroso incidente stradale; facendo rientro a notte fonda dalla capitale, ove era stato impegnato in un processo delicato ove aveva riportato una vittoria insperata, per un colpo di sonno si era schiantato con il suo Porsche Cayenne nuovo di zecca contro la barriera autostradale. I vigili del fuoco ci avevano messo quasi tre ore per estrarlo esanime dalle lamiere contorte.
«Mi scusi Presidente» disse Lamarque giunto al banco del Presidente rimasto senza parole. «Sono venuto a portarLe in originale la superperizia; era rimasta nel mio studio, in cassaforte. Ce l’aveva messa la mia segretaria Aldina prima di andare in maternità: si era dimenticata di dirmelo. Mi spiace se questa mia dimenticanza ha potuto creare alla Corte un qualche disagio.»
Il Presidente, senza dir nulla, prese il voluminoso incartamento dalle mani dell’Avvocato e lo posò davanti a sé. ‘È proprio l’originale, non vi sono dubbi‘, pensò il giudice dandoci una rapida occhiata.
«Bene, con il Suo permesso, ora vado a mettermi la toga» fece ancora l’Avvocato indicando l’annesso locale del noleggio toghe.
Nessuno in aula osava fiatare, perché tutti aveva appena assistito a una scena che non poteva essere realmente accaduta.
Trascorsero ancora dieci minuti nell’imbarazzo generale.
Il Cancelliere, dubbioso, chiese al Presidente se doveva chiamare l’Avv. Lamarque, visto che tardava a rientrare.
«No» disse il giudice lisciandosi la barba bianca. «Lasci perdere. Però, possiamo cominciare.»

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«Pronto?»
«Sì? Pronto, vorrei fare una denuncia di sinistro…»
«Buongiorno Sig. Valerio, come sta?»
«Come fa, scusi, a sapere come mi chiamo?»
«Sono Giangilberto, Giangi La prego, il suo Agente assicurativo di prossimità: abbiamo una linea dedicata appositamente per Lei, non lo sapeva? Lei è un nostro affezionato cliente e ci teniamo particolarmente ad assisterLa per ogni suo disagio: per Lei solo il meglio, ventiquattr’ore su ventiquattro…»
«Oh bene, allora grazie… dunque, dicevo… ieri sera, nella mia casa di campagna, l’impianto a gas è andato fuori uso a causa di un fulmine.»
«Ho capito, sto prendendo buona nota di tutto quello che cortesemente mi sta dicendo… e nel contempo sto esaminando anche la Sua polizza… e vedo che Lei è effettivamente assicurato contro gli agenti atmosferici sino a un massimale di € 100.000… ma complimenti, vuole stare sul sicuro eh? Ha fatto bene, ha fatto bene, questa è una polizza performante, di tutta tranquillità, una delle nostre migliori… apperò, apperò…»
«Apperò, cosa?»
«Vedo che… Lei mi stava dicendo di un fulmine caduto ieri? Purtroppo la Sua polizza copre gli agenti atmosferici di tutti i mesi dell’anno salvo quelli relativi alla seconda metà del mese di luglio. Sa è una questione di vile statistica… una limitazione che ci impongono dall’alto, noi non la vorremmo, ma gli ordini sono ordini… Sì, insomma, che peccato, che peccato! Non sa quanto mi dispiace, una così bella polizza… guardi avevo già tirato fuori il libretto degli assegni per liquidare l’importo… tanto ero sicuro di poterLa accontentare: noi della Insurance Global Parker & Co. abbiamo tra i nostri principali obbiettivi solo la Sua piena soddisfazione…»
«No, Signor Giangilberto, probabilmente mi sono spiegato male… ho detto ieri perché il fulmine è caduto nella notte, ma in realtà erano le prime ore del mattino, verso le ore 1,30 ed era già quindi il primo agosto; la scheda logica della caldaia, andata in avaria, ha un timer interno che si è fermato appunto proprio in quel giorno e a quell’ora: risulta tutto dalla scheda, basterà periziarla…»
«…»
«Signor Giangilberto, c’è ancora?»
«Ma certo Sig. Valerio che ci sono ancora, ventiquattr’ore su ventiquattro, ricorda? Mi chiami pure Giangi, La prego… Bene allora sono proprio contento… però senta, solo un dettaglio: di che tipo di fulmine si è trattato? Era di tipo ramificato o a un’unica colonna di plasma? Era negativo ascendente o discendente? Oppure era positivo?»
«Non ne ho la più pallida idea…»
«No, perché purtroppo, leggo qui, alla clausola 11 bis lett. q) nel sesto subquadro dell’allegato D, che c’è un’unica eccettuazione, che peraltro lei ha controfirmato ex art. 1341 comma secondo del codice civile, e che esclude il risarcimento nell’ipotesi in cui sia intervenuta nello specifico una folgore a scarica ramificata negativa ascendente. E anche nel caso, ovviamente, in cui l’assicurato non sia in grado di dare prova del tipo di fulmine caduto…»
«Ma non è possibile…»
«Purtroppo è così, non sa come mi dispiace, … una polizza che la tutelava così bene! Non è stato proprio fortunato, diciamo così; guardi avevo già compilato l’assegno tanto ero certo… noi della Insurance Global Parker & Co. desideriamo solo il meglio per Lei…»
«Aspetti, aspetti… mi sta dicendo mia moglie che era in funzione la webcam esterna, per via dei ladri che abbiamo avuto l’anno scorso; mi dice che, visionando ora il filmato a circuito chiuso, il 1° agosto, alle ore 1,32, è caduto un fulmine a colonna unica, con andamento dall’alto verso il basso, discendente quindi, credo, ecco sì… lo sto vedendo anch’io…»
«…»
«Signor Giangilberto, è sempre lì?»
«Giangi, Sig. Valerio, Giangi… ma certo che sono qui e anche tutt’orecchi per ascoltarLa e servirLa, ventiquattr’ore su ventiquattro… allora bene, molto bene… Non resta che aprire la pratica e prendere in carico il sinistro…»
«Ah ecco, meno male, si tratta dunque dell’impianto Lineagas modello Juppiter 54 P Imagetron…»
«Ha per caso detto Lineagas modello Juppiter 54 P serie Imagetron…?»
«S-Sì»
«Ma che peccato, che peccato! Noi della Insurance Global Parker & Co. garantiamo tutti i sinistri di tutti i modelli Juppiter 54 della serie Imagetron, ma non del subtipo P… È sola una questione di bassa statistica, ben inteso, una limitazione obbligatoria che ci costringono ad applicare dall’Ufficio Centrale e che noi non vorremmo. Ma che ne capiscono del resto loro? Ma purtroppo questa è la vita reale! Ci tocca anche questo. La clausola 83, comma 623 quater lett. k) nel terzo subquadro allegato G, da lei appositamente sottoscritta, ai sensi di legge, espressamente esclude ahimè proprio il danno per questo tipo particolare di caldaia… Ma che peccato, che peccato! Una polizza con una copertura così completa, così funzionale, pensata apposta per le Sue precipue esigenze, per una persona squisita com’è Lei… non è stato davvero favorito dalla sorte! Pensi, avevo praticamente già firmato il Suo assegno: è qui sulla mia scrivania…»
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