Babbo tech

A nord, le nubi si stavano ammassando come enormi ali nere.
Lui sapeva bene che quando il brutto tempo arrivava da quella direzione, il cielo annunciava solo forti temporali.
E, infatti, di lì a poco, le nuvole gravide di tempesta presero a brontolare minacciose e la pioggia a diventare battente. Quando i fulmini iniziarono a squarciare il cielo, sembrava una battaglia di contraerea. Ogni volta che tuonava, veniva voglia di abbassare d’istinto la testa.
Poi, un boato fortissimo lo assordò; il fulmine era caduto vicinissimo, probabilmente sul tetto della casa. Gli era parso che i muri avessero sussultato. Il lampo indugiò così a lungo nel cielo, ramificato e sfavillante nel suo candore ipnotico, che si sarebbero potute leggere le prime righe di un romanzo.
E poi si spense tutto. Luci, lampioni, impianti.
Non si era ancora affievolito l’eco del tuono che Fëanor era già alla porta dello studio. Lui sentiva il suo ansimare alle spalle. L’aveva fatta così di corsa che non aveva più fiato per parlare.
«Dimmi, Fëanor…» disse voltandosi lentamente «hai una faccia da far concorrenza alla luna piena».
«Sì, scusi, Capo… è che… è che è successa una cosa terribile: si è fermata la linea di produzione».
«La linea di produzione?»
«Sì, quella dei giocattoli!»
«Tutta tutta?»
«Tutta tutta. Dalla prima macchina all’ultima. Compresa la stampatrice della carta regalo. È stato il fulmine. È caduto proprio qui sopra. Ed è saltato il server centrale e il cluster di monitoraggio. Le motherboard si sono fritte. Ho già controllato. C’è un odore che sembra di essere a una sagra paesana».
«Ma è un disastro! Non ce la farò mai a finire la produzione in tempo. Ma perché abbiamo comprato il server proprio in Cina? Quando arriveranno i pezzi di ricambio sarà già Carnevale».
La conversione da officina artigianale a Giocattoleria 4.0 (anche se c’era ancora chi in sede nutriva le renne con il forcone per il fieno e faceva a mano le preziose palline per l’Albero del Salone Convegni) era stata nel tempo sfiancante e costosa e questo inciampo, alla Vigilia, proprio non ci voleva.
Nel frattempo, erano giunti a dare manforte anche Ingwë, Nandor, Nimir, la dolce e irriverente Olorin, e chissà chi altri. Anche loro di corsa. Anche loro ansimanti.
“Ma com’è che Fëanor fa sempre prima degli altri a venire dal Capo?“ si chiese Olorin indispettita senza riuscire a darsi una risposta.
Tutti, comunque, premevano e rumoreggiavano, a contatto con le spalle di Fëanor. Spintonavano per poter entrare anche loro.
«Calmatevi ragazzi, adesso calmatevi… una soluzione ci deve pur essere» disse il Capo bonariamente. La sua voce calda e profonda aveva sempre l’effetto di un plaid caldo e di una tisana fumante. Ora gli aiutanti erano certi che sarebbe andato tutto per il meglio.
«Potremmo farli a mano», propose ingenuamente Olorin, sgusciando sotto i piedi di Fëanor e presentandosi al Suo cospetto. Lei notò subito che il vestito del Capo, allacciato saltando il primo bottone, era ancora più rosso di quanto si immaginava e che lui era proprio un gran bell’uomo. Avesse avuto 102 anni di più…
«Non ce la faremo mai», rispose Lui, grattandosi preoccupato la barba e tirandosi su i pantaloni che non gli stavano più sulla pancia prominente.
Ogni anno diventava sempre più stressante quel lavoro. E lui ingrassava per l’ansia. Forse se avesse mandato in giro il suo avatar digitale si sarebbe potuto finalmente godere quelle festività che aveva invece preso a detestare.
«Capo, potremmo rinunciare a fare i regali quest’anno e dare ai bambini qualcosa di diverso», suggerì Fëanor.
Lui guardò i volti ansiosi dei presenti e, per un momento, si chiese se avesse dimenticato quale fosse il vero significato del Natale. Non voleva deluderli.
Intanto, un altro tuono fragoroso riempì lo studio scuotendo i vetri. Chi era rimasto incastrato sulla soglia sobbalzò indietro per lo spavento.
«Potresti aver ragione, Fëano, dopotutto,», disse a quel punto Lui, girandosi di nuovo verso la finestra. Lo rassicurava osservare la distesa gelata davanti a sé anche se illuminata a tratti da fulmini inquietanti, come in un film horror. Stava pensando.
«Del resto» seguitò meditabondo «una volta all’anno, a Natale, il Grande Orchestratore mi concede, bontà sua, l’accesso alla Sala Destini».
Nella stanza si fece un silenzio stupito.
Che il Capo potesse entrare nella Sala Destini del G.O., anche se solo per qualche ora, era una grande novità per tutti.
«Potrei,» proseguì il Capo «sempre con la supervisione, per carità, del Grande Orchestratore, cambiare, anche se per poco, il destino dei bambini. Per dieci minuti o un’ora o persino per un giorno intero».
«E cosa succederebbe, esattamente?», chiese Olorin, che di risposte non ne aveva mai abbastanza.
«Potrei, per quel poco tempo che ho, rimettere i bambini al centro dell’attenzione delle persone: dei genitori, dei nonni, dei fratelli e persino dei loro amichetti. I bambini, a Natale, potrebbero avere un surplus di amore, riscoprire il calore vero di chi li vuole bene o dovrebbe volergliene: il sorriso di un nonno lontano, la carezza di un fratellino dispettoso, l’abbraccio di una mamma distratta dal lavoro. Non un giocattolo che si dimentica in qualche angolo della casa dopo pochi giorni, ma un momento di amore autentico che possa essere ricordato per tutta la vita».
E si immaginò per un attimo tanti bimbi felici nelle loro rispettive case, il suono delle risate, gli abbracci sinceri. Si commosse.
«È un’ottima idea, Capo», disse Nimir, infilandosi un dito nel naso.
«È una eccellente idea, che solo lei, Capo, poteva avere», gridò con eccessivo entusiasmo Nandor che aspirava a diventare il prossimo vicecapo aiutanti.
«C’è un problema però», disse Fëanor, più pragmatico, lisciandosi il ciuffo.
«Possibile che ce ne sia sempre uno, di problemi?», chiese il Capo, inarcando le sopracciglia e tirandosi di nuovo su i pantaloni.
«Il forte temporale ha bruciato anche la centralina della slitta e una renna è finita flambé. E non possiamo certo andare a piedi…»
Il Capo sorrise comprensivo.
Poi, estrasse un cellulare dai pantaloni, che subito calarono fino a terra.
«Questo basterà» e mostrò lo smartphone ai presenti. «Posso entrare nella Sala Destini anche standomene seduto in poltrona. Non ho bisogno di accedervi fisicamente».
Tutti i presenti emisero un prolungato «ooooooh».
Non si sa bene però se per il cellulare nuovo del Capo o per il fatto che lui era rimasto con addosso i soli box a decorazioni natalizie.
Lui però non se ne diede conto.
Anzi, sorrise ancora di più per poi dire soddisfatto:
«Sono un Babbo tech, io, cosa credete?»

12 pensieri su “Babbo tech

  1. Ho tentato di commentare il tuo post precedente, ma non ci sono riuscito e quindi commento qui e per questo ti chiedo scusa. il tuo racconto mi ha particolarmente colpito e non pensavo ad un epilogo del genere: una pallina simbolo di innocenza e di un desiderio infantile irrealizzato che si trasforma in uno spietato e infuocato killer. Vedi che cosa può generare l’odio.

  2. Babbo Natale in versione super tech… meraviglioso…. e il tocco finale dei box a decorazione natalizia una ciliegina. Stavolta leggero ma altrettanto bello. BuonNatale BriciolaNelLatte

  3. °*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°
    Bravo Babbo Briciola, dopotutto un giorno, un ora, o persino un minuto di amore e di attenzione riscaldano il cuore più di qualsiasi regalo commerciale che si può ottenere anche da Amazon, ed è questa la vera magia del Natale che oggi sempre più si tende a dimenticare.

    °*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°
    🎅🥳