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Posts Tagged ‘uomo’

Cala una pioggia insistente, a tratti leggera per non mollare l’abbraccio sulla terra che ormai la respinge; colpisce le foglie pallide che persistono sui rami sempre più radi; picchietta le tegole incupite di rosso rugginoso prima di incanalarsi furibonda nel buio delle grondaie.
La luce, a ben vedere, sembra ovunque e in nessun luogo, l’alba è inespressa, il tramonto è spento. La gente è assorta ancor di più nei propri pensieri raccolta com’è sotto gli ombrelli che si spalancano come funghi lungo le strade desolate.
Il clochard del sagrato della pieve si è ritirato chissà dove, il ragazzo biondo che di solito picchia selvaggiamente le latte vuote di vernice, la spalla appoggiata allo stipite d’un negozio serrato, sbircia l’opacità del cielo e scuote la testa; i tavolini rimasti all’aperto sono relitti abbandonati da un esercito disordinato in fuga.
Ogni tanto qualche passero riga ancora l’aria volando di sghimbescio, mentre le taccole ammutolite si rintanano nei varchi che il tempo ha modellato tra le pietre sgretolate dei palazzi antichi.
Pare non dover finire mai questa malinconia sotto le nubi cariche di risentimento; dalle bolle d’acqua delle pozzanghere d’acquerello nascono solo blande ubbìe e vien voglia di gridare che torni subito il sole per vincere la paura che d’ora in poi possa essere sempre così.

Ma in mezzo al campo la figura di un uomo rimane immobile sotto quell’acqua impietosa.
È comparso tra le zolle scure e profonde non appena la notte ha levato le sue mani buie dalla piana assopita.
Si erge ritto, impassibile, noncurante di quanto accade. Respira l’aria pulita tra l’erba stillante di pioggia, raccoglie i pochi colori che ondeggiano sotto le prime luci del mattino e fa bottino dei suoni che unicamente la campagna sa donare a quell’ora.
La pioggia schietta colpisce il suo vestito generando un suono incongruo nella mescola degli altri rumori, gli riga il volto tanto da far credere che egli pianga. Ma non piange affatto. È anzi felice nel suo intimo d’essere tra tutte quelle cose tanto care un’ultima volta. E poi, solo quando ha ritenuto di averne a sufficienza, di aver fatto il pieno di vita prima dell’eternità che lo attende, socchiude gli occhi.
E pian piano, nel vapore leggero di una foschia incerta, svanisce.
vuoto

hat_gy

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Era felice. Era riuscito a ottenere dalla banca quel prestito su cui contava molto. Ora la sua startup poteva prendere il volo. Nuovo server, nuova veste grafica e soprattutto un nuovo consulente e quell’impiegato in più di cui aveva tanto bisogno al marketing. Si fermò al di là delle sliding door per assaporare il momento. Era fiero di sé. Sarebbe stato bello poterlo dire a suo padre che aveva sempre creduto in lui. Tirò verso il cielo le chiavi della macchina per riprenderle al volo ma, alzando la testa, un bagliore proveniente da chissà dove gli fece mancare la presa. Le chiavi rimbalzarono sul muretto della banca e si proiettarono da un lato verso una grata di metallo su cui atterrarono. Qui girarono ancora un po’ su loro stesse e poi caddero giù. Non riusciva a credere che fosse appena accaduto.
Si avvicinò come se sperasse di non vederle là in fondo. E invece no, c’erano davvero. Era buio là sotto ma il mazzo di chiavi lo intravedeva sul pavimento di un vano in cemento a un paio di metri sotto il livello della strada. Come sarebbe tornato a casa, ora? E quello era pure l’unico che aveva; l’altro lo possedeva la sorella Nora, in viaggio di lavoro a Los Angeles. Che cosa se ne sarebbe fatto poi delle chiavi della sua macchina in America, non era dato saperlo. Si sedette sul muretto. La situazione era seria.
Si rialzò. Inserì le dita tra le sbarre e provò a tirare. La grata non cedeva. Prese un sasso posizionato come addobbo nella fontanella della banca e con quella la colpì per smuoverla. Un paio di persone passarono guardandolo con sospetto. ‘Chissà cosa combina quello lì’, avranno pensato. Riprovò a tirare. Nulla. Percosse il perimetro della grata e gli sembrò stesse venendo via. Poi di colpo se la ritrovò in mano. La scoperchiò e la adagiò con cura da un lato. Si guardò attorno come se stesse facendo qualcosa di illecito. Ma fu solo un attimo e poi saltò dentro.
Era buio, anche se aveva visto dove erano cadute. Si chinò per prenderle, ma le urtò. Finirono così per scivolare lungo delle scale che non aveva visto prima e che invece si aprivano sulla sua sinistra. Tirò fuori il suo cellulare e si fece luce. Ora le chiavi non le vedeva più. Scese i gradini di ferro che risuonavano vuoti al suo passaggio e svoltò l’angolo; le vide finalmente sull’orlo dell’ultimo gradino. Scese ancora e questa volta le afferrò con delicatezza. ‘Mie!’, pensò, ‘è fatta’.
Si voltò e risalì lentamente gli scalini per poi girare l’angolo. Ma invece dell’uscita vide che c’era un’altra rampa di scalini. ‘Possibile che sono sceso così tanto?’ si chiese.
Svoltò anche l’angolo successivo e invece dell’apertura verso la strada si accorse che c’era un’altra rampa e dopo quella un’altra ancora. Si mise a salire di corsa e a fare gli scalini a due a due, preso dal panico, fino a quando il fiato gli venne a mancare. Si piegò in due dalla fatica e si sedette per terra comprimendosi la milza con una mano ‘Ma cosa sta accadendo?‘ disse ad alta voce.
«Anche lei qui?» fece qualcuno, poco distante, seduto anche lui nell’ombra. «A me era caduto l’accendino. Ci tenevo molto al mio accendino» seguitò facendo brillare una fiammella bluette. Il ragazzo poteva avere venticinque anni, era spettinato, la maglia sporca e tagliata in più punti sul davanti. Lo sguardo era triste più che disperato. «Non usciremo mai di qui, lo sa questo, vero?»
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hat_gy

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Un tagliente brano di heavy metal irruppe a spallate nel suo sonno. Si ripeté nel dormiveglia che doveva assolutamente ricordarsi di abbassare la suoneria e soprattutto di sintonizzare la radiosveglia su qualcosa di più soft. Aprì gli occhi. Da qualche giorno sul soffitto della stanza, a quell’ora, si formava un’ombra inquietante, una maschera kabuki mal riuscita. Portò la mano sinistra alla testa per grattarsela, ma non ci riuscì. La guardò: la mano non c’era. Aveva un moncherino e la pelle liscia all’altezza del polso come se la mano non ci fosse mai stata. Si mise di scatto seduto sul letto ritrovandosi gelata, sotto i piedi, la mano perduta. Pareva quella di un altro, così pallida che si sarebbe potuta confondere tra le lenzuola se non fosse stato per le unghie diventate grigie. Afferrò la cornetta e gli scivolò di lato sul comodino: compose tremando il numero di lei sentendo prepotente il bisogno di chiederle aiuto. Al quarto numero l’indice gli si spuntò rimbalzando per terra. Osservò con orrore lo spazio vuoto rimasto tra le dita: non usciva sangue. Il dito era caduto, semplicemente: un ramo secco staccatosi dal resto per consunzione. Urlò. Emise un suono roco che quasi si spaventò di sentir uscire dal petto. Doveva andare all’ospedale. Era vicino, lì l’avrebbero salvato, qualunque cosa gli stesse accadendo. Appena in piedi, la gamba sinistra si separò di netto all’altezza del ginocchio: lui si aggrappò al davanzale della finestra per non rovinare sul pavimento e sbatté con violenza contro il termosifone. Si sentì mancare, ma strisciò bocconi fino alla cucina dove, da dietro la porta, afferrò lo spazzolone rigirandoselo come una stampella. Ripose i pezzi del suo corpo dentro a un borsone, forse al pronto soccorso avrebbero potuto riattaccarglieli. Fu incerto se vestirsi, ma non c’era tempo: la spalla sinistra stava cominciando a staccarsi. Intravedeva persino la carne rosa nella fenditura, già cicatrizzata, come se l’amputazione ci fosse sempre stata e ora si liberasse dell’arto diventato inutile. Arrivò in qualche modo in strada ma gli risultò penoso e ridicolo procedere in quel modo: seminudo, con una ramazza sotto l’ascella, vistosamente claudicante. Ogni tanto doveva fermarsi per rimettere a posto la spalla che minacciava da un momento all’altro di cadere. Un signore, vedendolo in quello stato, gli si avvicinò:
«Ma cosa le è successo? Ha bisogno di aiuto? Vuole che le chiami un taxi?»
Lui annuì, esageratamente. E la testa gli si staccò dal collo per ruzzolare poco lontano su un tombino.

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