Lo scatto perfetto

Gun-woo Park stava coronando il suo sogno: visitare l’Italia, il Paese che tanto amava, e immortalare il viaggio con scatti straordinari. Era l’occasione perfetta per dimostrare il suo talento fotografico e mettere a tacere gli invidiosi del club amatoriale ‘FOTAMICI’. Sarebbe tornato in patria con immagini da esposizione, stupende da far impallidire i rivali.
Per questo, al momento della partenza, fu l’unico a presentarsi all’imbarco con tre valigie. Non contenevano vestiti, ma una collezione maniacale di attrezzature: cineprese, fotocamere, ottiche, filtri, esposimetri e persino un treppiede in lega aerospaziale, lo stesso materiale con cui sarebbero stati costruiti i futuri rover marziani. I suoi effetti personali erano stati invece stipati a fatica nel bagaglio a mano, tra cui tra cui però aveva messo, per ogni buon conto, accessori vari per la pulizia e un caricatore per le batterie. La moglie, la zia, il nonno e il nipotino lo guardarono con commiserazione: il supplemento per il bagaglio era costato uno sproposito.
Arrivato finalmente in Italia, Gun-woo Park tremava per l’emozione. Era di fronte alla sua piazza preferita, pronto a catturare l’essenza del monumento che vi troneggiava che tanto aveva studiato nei minimi dettagli. Nulla doveva essere lasciato al caso: analizzò la luce con l’esposimetro, provò innumerevoli inquadrature e sistemò con cura riflettenti, softbox e luci a LED; la piazza era stata trasformata in un set fotografico da sfilata di Victoria’s Secret. Solo dopo un’accurata preparazione, invitò la famiglia a mettersi in posa.
Il nonno fece la ‘V’ di vittoria, la moglie simulò degli occhiali con le dita, la zia mimò le orecchie di una scoiattolina innamorata, mentre il nipotino incrociò le braccia a ‘X’, pronto a respingere eventuali supernemici di passaggio. Ma Gun-woo Park non era ancora soddisfatto. Regolò più volte ancora focus, esposizione, distanza, inquadratura… poi ci ripensò, e ricominciò da capo giurando a se stesso che sarebbe stata l’ultima correzione. Si univa ai familiari per la foto solo per poi correre nuovamente alla fotocamera in preda a nuovi dubbi. Un inferno.
Alla fine, tutto fu pronto. Gun-woo Park si sistemò insieme agli altri e comandò solennemente: «Dite: Squidgame!»
«SQUIDGAME!» urlarono tutti in coro.
Click. La foto era perfetta. Equilibrata, nitida, il monumento magnificamente valorizzato. Gun-woo Park si sentì pervaso da un’ondata di orgoglio… finché non notò un dettaglio inquietante. Il bambino nella foto non era suo nipote.
Si voltò di scatto. Il nipotino, annoiato dalle interminabili preparazioni, si era infatti allontanato per giocare col cellulare. Al suo posto, nella foto, ci era finito un bambino americano che si era intromesso all’improvviso senza farsi notare. Con gesto di sfida indicava la fotocamera come un piccolo Donald Trump a una conferenza.
Ne seguì una raffica di reciproci inchini e scuse. Il bambino fu restituito ai genitori, che inizialmente negarono fosse loro figlio, salvo poi riprenderselo con aria rassegnata. Gun-woo Park, senza battere ciglio, si rimise subito all’opera con solerzia per rifare tutto daccapo.
Questa volta ci mise però meno tempo: la prima foto era venuta bene, anche se non resistette all’opportunità di migliorare ancora qualche dettaglio. E così fece un ritocco al focus, un’aggiustatina al tempo di posa… E ovviamente, nuove pose per la famiglia. La moglie fece il cuoricino con le dita, la zia si improvvisò scimmietta addormentata, il nonno adottò l’espressione dello scoiattolo sorpreso per la perdita della sua ghianda, il bambino – ora quello giusto – ripeté il gesto della ‘X’.
«SQUIDGAME!» urlarono tutti, ancora più motivati.
Click. Ma proprio nel momento dello scatto, un nugolo di piccioni, spaventati dal bambino americano che imperversava nella piazza, si levò in volo oscurando il monumento. La foto era rovinata.
Gun-woo Park strinse i denti. Con pazienza tutta orientale, preparò una terza foto. Stavolta attese, studiò bene il campo. La piazza era sgombra, a parte un anziano che avanzava lentissimo con un bastone. Era ancora lontano: alla sua velocità, Gun-woo stimò di avere tutto il tempo necessario.
Ovviamente, nuove pose per tutti. La moglie imitò la postura di un attore di K-drama, la zia si fece dei baffi con le dita, il nonno adottò l’espressione del gattino infreddolito, e il nipotino assunse la postura di Superman pronto al decollo.
«SQUIDGAME!»
Click. Ma dal nulla, una comitiva di cileni in abiti tradizionali irruppe sulla scena, intonando a squarciagola tutte le hit degli Inti-Illimani. La foto immortalò un’esplosione di flauti di Pan, maracas e charangos. In pochi minuti, il gruppo si sedette per cucinare cazuela ed empanadas, attirando tutti i gatti della zona.
Gun-woo Park impallidì. Un tic nervoso gli percorse la guancia sinistra. Respirava un po’ a fatica e, con voce strozzata, comandò alla famiglia: «Mettiamoci più in là.»
Ma ora che la macchina fotografica era stata spostata, serviva un nuovo assetto: nuovo focus, nuova esposizione, nuova inquadratura… L’indecisione di Gun-woo Park era ormai ingestibile, e il numero dei suoi andirivieni tra fotocamera e gruppo decuplicò. Eppure, la fiducia della famiglia nella foto perfetta rimase incrollabile, usando anzi l’attesa per ripassare tutte le pose possibili da sfruttare per l’istantanea.
«Siete pronti?» mormorò infine Gun-woo Park, sfinito.
«Certo!» risposero gli altri, con entusiasmo immutato.
«SQUIDGAME!»
Click. E in quell’istante, il vecchietto che era avanzato sin lì completò la sua diagonale, fermandosi esattamente davanti all’obiettivo. Incuriosito dalla fotocamera, si era chinato per osservarla meglio, riempiendo così lo scatto con il suo faccione rugoso e il naso bitorzoluto.
Gun-woo Park, in preda al panico, fece qualche passo barcollante come per fermare quell’uomo. Poi, visto che era tutto inutile, con un mormorio soffocato, cadde a carponi, scoppiando in un pianto isterico.
Fu in quel preciso istante che il nipotino, rapidissimo, aggirò lo zio e scattò una serie di foto con il cellulare. Catturò Gun-woo Park in ginocchio e piangente, la famiglia di nuovo magicamente ricomposta e in posa per l’istantanea – con l’aggiunta del bambino americano, tornato chissà da dove – e il monumento “iconico” sullo sfondo.
Gun-woo Park non ebbe nemmeno il tempo di rialzarsi che le immagini erano già state postate sui social, raccogliendo centinaia di like in Corea del Sud. Lo scatto perfetto era stato realizzato. Ma non da lui.

Dirty & Bad Tour

Amici, bar«Ho una cosa da dirti» disse l’uomo in modo concitato appena vide Giorgio passeggiare sulla via principale.
«Ah, giusto tu, Lo, ti stavo per chiamare… è importante che ti parli prima io però: è urgente…» lo interruppe bruscamente l’altro. «Sediamoci qui che ho bisogno di un caffè.»
I due si sedettero al tavolino del bar più chic di Lughi con vista sulla piazza. A quell’ora la gente stava già uscendo per lo shopping del pomeriggio, favorito in questo da una giornata fredda ma con un sole tiepido e obliquo che si era sbarazzato delle nuvole del mattino.
I due rimasero in silenzio. Lombard stava aspettando che l’amico iniziasse a parlare come aveva preannunciato, ma Giorgio sembrava prendere tempo. Forse cercava con lo sguardo di attirare l’attenzione del cameriere anche se, secondo Lombard, lo stava cercando nel posto sbagliato.
«Così non va bene» proruppe all’improvviso Giorgio. Si vedeva che era nervoso e quando questo gli succedeva parlava a mitraglia come se non avesse più tempo a disposizione.
«In che senso?» chiese l’altro con quel suo accento spiccato dell’Oklahoma che, nonostante fosse in Italia da trent’anni, non aveva ancora perso.
«Se organizzo un ‘Dirty & Bad Tour’ per ricconi sfondati americani in cerca di emozioni forti nel nostro Paese, tour che prevede tra l’altro, come sai, il giro nei bar nelle zone più malfamate della città compreso il circolo a luci rosse ‘Sexy Suzie’ e il contorno di sostanze più o meno pesanti, mi aspetto che poi tu non mi cada sul momento clou del programma e cioè il ‘True Crime’.»
«L’idea di far rapinare per finta, ma in modo che sembri vero, il tuo pollo di turno però è stata solo tua, Giorgio, per cui… io ho sempre sostenuto che fosse una trovata balorda e tutto sommato pericolosa oltre che dai risvolti imprevedibili.»
«Certo, ma ha sempre funzionato come dicono le laute mance che a fine tour mi lasciano e le sostanziose gratifiche che ti allungo. Solo che questa volta, e per giunta per un cliente che è un grosso finanziere di Dallas, un’autentica ‘balena’ che alza sul serio un sacco di grana, tu hai mandato uno che con la rapina farlocca ha francamente esagerato.»
«Davvero?»
«Davvero, Lo!» Giorgio aveva finalmente intercettato lo sguardo del cameriere e gli aveva fatto il segno di volere ordinare due caffè.
«Già, davvero!» riprese quindi il discorso: «al mio cliente l’hanno malmenato di brutto, l’hanno picchiato a sangue, rotti due denti, incrinata la mascella e slogato un polso. In altre parole, l’hanno mandato in ospedale. Ti rendi conto? In ospedale! Inoltre, gli hanno pure fregato 200 dollari, il cellulare e la chiave della Jaguar. Perché sembra sparita pure quella.»
«Caspita.»
«Ecco, appunto, ‘caspita’. Ora vedi di rimediare, per cortesia, e in modo piuttosto rapido. Fai che il mio cliente possa recuperare quantomeno la Jaguar. Dirò che la polizia da me allertata è intervenuta prontamente, che hanno arrestato il delinquente e recuperato parte della refurtiva. Così ci facciamo anche bella figura con le istituzioni. Il cliente serberà del suo viaggio un ricordo crudo ma tutto sommato a tinte emozionanti. Anche se forse un po’ troppo.»
«Ecco, a questo proposito, Giorgio…»
L’amico alzò lo sguardo come se vedesse Lombard attraverso le lenti appannate di un paio di occhiali. Nel frattempo, erano arrivati i due caffè. Giorgio bevette il suo con un colpo secco del polso.
«Era quello che volevo dirti…» seguitò Lombard abbassando la voce: «Sì… insomma… voglio dire… L’uomo che avevo incaricato per la finta rapina… beh…»
«Beh?» fece Giorgio alzando entrambi i sopraccigli.
«L’hanno arrestato in serata, prima che la potesse fare. La finta rapina intendo.»
«Cooosa?» domandò Giorgio alzando la voce e facendo rovesciare la tazzina.
«Non è lui, insomma, che ha rapinato il tuo cliente» fece Lombard abbozzando un mezzo sorriso di circostanza.
«E allora chi è stato?»
«Ah…» rispose quello alzando le mani come se si arrendesse. «Non ne ho la più pallida idea.»

Anniversario

«Quest’anno facciamo cinquant’anni di matrimonio, bisogna festeggiare…» disse la donna evitando un bambino che, sul marciapiede, si era fermato di scatto, davanti a loro, non volendo più camminare.
«Sì» rispose lui che le dava il braccio. «Un bel traguardo.»
Lei lo guardò e sorrise.
«Ti ho anche già comprato il regalo» fece lui soddisfatto.
«Davvero?»
«Davvero, ma non lo dire a nessuno…»
Lei questa volta lo squadrò in modo interrogativo.
Nel frattempo, il bambino, dietro la promessa della mamma di un cono gelato, aveva ripreso a seguire il genitore.
«Ieri mi è capitato in mano l’album del matrimonio…» disse lei con espressione rapita. «Losai… eravamo proprio carini…»
«TU eri bella..»
Un turista tedesco, nel frattempo, si era fermato per chiedere loro un’indicazione. Lui aveva spiegato alla bell’e meglio dove si trovasse il Ponte monumentale, accorgendosi però, una volta che il turista si era accomiatato, che forse gli aveva dato un’indicazione sbagliata…
«Cosa ti stavo raccontando?» fece lei cercando di riannodare il filo del discorso.
«Uhmm… credo… aspetta…»
«Lo prendi un caffè?» tagliò corto la donna additando i tavolini del bar più esclusivo della città.
«Perché no?» fece lui che si pregustava una crema al caffè.
«Ma niente crema al caffè che non puoi mangiarla…» sentenziò lei dolcemente burbera.
«Mi leggi sempre nel pensiero» annotò il marito con faccia delusa.
«Di cosa stavamo parlando?» insistette lei sedendosi.
«Di dove andare questa estate?»
«Davvero?»
«Davvero.»
«Potremmo andare in Scozia o in Islanda… al fresco insomma. Quest’anno con questo caldo non se ne può più. Maria Paola ci è stata l’anno scorso, in Islanda, e mi ha raccomandato diversi posti…»
E mentre erano ancora seduti il bambino riluttante di prima stava passando davanti a loro con il suo gelato da passeggio. Ma per il caldo era più il gelato che gli colava sulle scarpe di quello che riusciva a mangiare.
«Sai, eravamo propri belli quando ci siamo sposati e non era solo una banale questione di giovinezza. Il mio vestito poi era luminoso, mi sentivo una regina…» disse la moglie assaporando il caffè.
«Altroché» disse lui distratto dalla crema al caffè del vicino di tavolo. «Quel che mi ricordo di più di quel giorno, però, era il caldo opprimente, anche se quello di questa estate non ha eguali…»
I due avevano ripreso la passeggiata. E man mano che si inoltravano verso le vie del centro, i turisti, svagati e chiassosi, sembravano refluire in quantità insostenibili da ogni parte.
«Se non ci fossero loro» commentò lui indicando i turisti «questa sarebbe davvero una città stupenda…»
La moglie non ascoltava più. La sua attenzione era ora attirata dalla vetrina di un noto brand internazionale. «Bella però questa borsa…» fece sottovoce.
«Ti ho già comprato il regalo per il nostro anniversario, sai?» fece lui pensando alla borsa che era riuscito a nascondere per farle una sorpresa.
«Davvero?»
«Davvero.»
«Potremmo andare in Svezia…» disse lei vedendo passare una famigliola dai capelli biondo cenere e dagli occhi blu cobalto.
«A me piace andare dove fa piacere a te…» rispose l’uomo cercando di ricordarsi dove avesse nascosto la borsa per la moglie.
«E cosa mi hai regalato?»
«Se te lo dico non è più una sorpresa…»
«È vero!»
«Sì, però non dirlo a nessuno…»