Un triste sognatore (prima parte)

Paul era decisamente soddisfatto. Ai bordi della sua piscina, sorseggiando un classico champagne da mezzo pomeriggio, guardava la sua nuova splendida compagna nuotare nell’acqua tersa di quella vasca. Paul era giovane, bello, davvero ricco e nulla sembrava preoccuparlo più del fatto che quello che stava bevendo avrebbe potuto di lì a poco riscaldarsi tra le sue dita.
Ma forse, a ben guardare, qualcosa che lo preoccupava forse c’era davvero. Da qualche giorno, un fastidioso torpore al braccio destro gli stava dava noia. Gli prendeva, prima come un leggero formicolio alle dita, e poi saliva verso il polso impossessandosi dell’avambraccio e di tutto il braccio fin quasi a non sentirlo più. ‘Passerà’, pensava Paul, sorridendo alla modella mulatta emersa dall’acqua della piscina come una venere; ‘passerà non può essere nulla di grave’.
Il giorno dopo Paul partì per un viaggio di affari. Andò in Europa, prima in Inghilterra e poi a Parigi. Colse l’occasione, in tarda serata, per fare un giro per la capitale che trovava sempre seducente e piena di fascino. Si ritrovò così a Saint Germain de Prés, nel quartiere latino, a sorbire una cioccolata a “Les Deux Magots” il caffè storico che si affaccia in modo sontuoso sul boulevard principale, sempre animato di gente e da artisti da strada che tanto gli piacevano. Anche Colette, che lo aveva seguito in quel viaggio, sembrava divertirsi. ‘Ma com’era bella quella donna’, pensò guardandola mentre sorrideva; e quella sera lo era più che mai. Forse perché Colette a Parigi ci era nata, tanto da muoversi con quella spigliatezza tipica di chi ci ha vissuto.
Tutto sembrava perfetto insomma: l’atmosfera, la serenità che aveva nel cuore, la tranquillità per il futuro che solo il danaro e la giovinezza potevano dare. Poi all’improvviso sentì ancora una volta il formicolio montargli dalle dita. Provò un fastidio acuto, come se quel disturbo capitasse a sproposito a rovinargli una serata meravigliosa. Paul cercò di distrarsi ordinando un altro dessert, distogliendo il più lontano possibile il suo sguardo come per scacciare l’immagine della propria mano che sembrava diventare insensibile. Si distrasse tanto profondamente che non sentì Colette che lo chiamava più volte. Era arrivato quello che aveva ordinato. Paul allora allungò la mano ma il movimento andò a vuoto. La sua mano non c’era più. Era sparita e persino tutto il braccio. Dalla spalla non si dipartiva nulla, semplicemente mancava l’arto anteriore destro, come se non ci fosse mai stato. L’uomo riuscì a non gridare. Sudò freddo. Poi riprendendosi si limitò a prendere il bicchiere con l’altra mano portandoselo alle labbra in modo maldestro perché parte del liquido gli cadde sul vestito.
«Ma tu tremi…» gli fece notare Colette che pareva non essersi accorta di quanto di più grave stava accadendo. «Non stai bene?»
Paul avrebbe voluto gridarle ‘ma come, non vedi che non ho più il braccio, certo che tremo!’ Ma stette zitto. Non riusciva ancora a rendersi ben conto della situazione.
«Vuoi rientrare?» gli disse lei comprensiva.
«Sì, forse è meglio, si è fatto tardi».
Il taxi arrivò subito. Paul si chiese se lei si fosse accorta di quanto era successo e avesse preferito non toccare l’argomento o se invece realmente non aveva visto niente. Ma se l’aveva notato, perché mai non gli chiedeva una spiegazione? Non era di certo normale che un braccio sparisse da un momento all’altro.
All’hotel, quando Paul si spogliò, lei non stette a guardarlo così quando poco dopo lui sotto le coperte, cercava di prendere inutilmente sonno, ogni tanto si tastava la spalla destra come se si aspettasse che da un momento all’altro il braccio ricomparisse. Si addormentò all’alba, oramai sfinito dalla veglia e dalla tensione. L’ultima immagine che aveva avuto negli occhi era il viso addormentato e sereno di Colette che gli respirava accanto come se tutto fosse normale.
Fu la sua compagna a svegliarlo, ripetutamente, dicendogli che l’aereo non li avrebbe aspettati e che bisognava far presto se voleva far colazione. Ancora assonnato, Paul s’infilò nel bagno. Mise la testa sotto la doccia fredda nella speranza di riuscire a riaprire completamente gli occhi. Se ne rimase così, forse anche una decina di minuti, poi si asciugò con la sola mano che gli restava. Ma quando si guardò allo specchio si sentì mancare. L’orecchio sinistro e gran parte della mascella dalla stessa parte erano spariti. Non solo il braccio non era ricomparso, ma ora anche parte del viso era come in parte cancellato. Paul si sedette sull’angolo della vasca, cominciò ad avere paura. Gli mancava il respiro.
Sentì Colette chiamarlo, gli chiedeva se stesse male visto che ci stava mettendo molto ed aveva anche cercato di entrare. Paul la rassicurò, disse che aveva finito.
«Colette» le disse uscendo finalmente dal bagno «ma non vedi nulla di strano in me?»
«Beh di strano direi proprio sì» rispose lei con uno di quei sorrisi assolutamente indimenticabili «non ti sei fatto la barba ed è proprio tardi».
«No, dicevo qui alla faccia» cercò di chiarire Paul sempre più spaventato indicando la parte del viso con l’unico braccio che gli era rimasto «e… e il braccio… non ho più il mio braccio destro!»
«Che c’è da vedere? Solo che sei il mio solito bellissimo Paul, cos’altro? Non manca nulla. Certo che sei strano questa mattina!»
Ci vollero diversi giorni a Paul, cui nel frattempo era venuta meno anche una gamba, perché comprendesse appieno che lui, in verità, non esisteva. Si consultò con diversi specialisti e finalmente apprese la verità. La sua villa, le sue automobili, il suo ufficio nell’attico del grattacielo che portava il suo nome, tutto quello cioè che in tanti anni aveva imparato ad amare e a godersi erano in realtà il frutto della fantasia di qualcun altro. Lui esisteva sì, ma solo in quanto era il sogno di qualcun altro e, quel che c’era di peggio, questo qualcuno lo stava volutamente dimenticando, come fosse stato stanco di rievocarlo ogni notte nei propri sogni. Fu un grave colpo per lui e per poco non impazzì.

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(seconda e ultima parte)