Il paese di Polvento era in agitazione. Da settimane non si parlava d’altro che della traslazione delle reliquie di San Canio, patrono del paese. Le sue ossa sarebbero state spostate dal vecchio ossario del convento alla nuova Chiesa della Sacra Rocca, costruita in tempi record al posto della dismessa Manifattura tabacchi. Un evento storico, dicevano tutti. Il santo avrebbe finalmente avuto la sua degna dimora, nel cuore della città.
Anche don Bernardino, ora parroco della nuova chiesa, viveva quei giorni con una frenesia insolita. Alle nove di quella mattina, quando tutto avrebbe avuto inizio, aveva già fatto tre docce. Ma la camicia gli aderiva addosso come carta bagnata, e la fronte gli grondava sudore. Era un suo difetto e gli accadeva anche in pieno inverno. La perpetua, donna Imma, lo inseguiva spesso con un asciugamano nascosto sotto la veste nera, cercando invano di tamponarlo quando nessuno guardava.
«Padre, si calmi, che il santo non scappa», gli disse.
«È un momento importante, Imma. I fedeli ci guardano. La Chiesa ci guarda. E oggi… oggi forse assisteremo a un miracolo. Me lo sento. Su Internet ho letto che accadono in occasioni del genere. Magari avremo anche noi un albero secco e spoglio che rifiorisce in un istante. O pioverà manna oppure…» disse gesticolando e facendo il gesto alla perpetua di non parlare avendo trovato quale poteva essere il miracolo giusto «…oppure l’acqua della fontana si trasformerà in vin santo, …chissà».
L’aria era trasognata. Sembrava vedere il prodigio proprio davanti a sé.
Lei invece alzò gli occhi al cielo, rassegnata. E poi gli allungò ancora l’asciugamano.
“Ma ci vorrebbe spugna e secchio” pensò impietosa.
La giornata si annunciava gelida. Non c’era un uccello in cielo. Anche i gatti non uscivano di casa.
La piazza, però, era già gremita dall’alba. Il Vescovo Paolo, gli esperti e un delegato del Vaticano attendevano il via. L’antico feretro in legno di abete che aveva custodito per secoli la sacra salma, era piuttosto malconcio, e fu sistemato in una nuova bara di mogano. Don Bernardino era molto soddisfatto che la sua missione in Honduras avesse impiegato per l’occasione i bambini orfani nella ricerca del legno pregiato.
E poi fu il momento.
La processione partì solenne dal convento.
Quattro frati, in abiti pesanti, sorreggevano il feretro; dietro, le autorità e il clero, seguiti dalla banda comunale che intonava un inno che il parroco trovò eccessivamente allegro per l’occasione. La folla premeva dietro le transenne, tra canti di giubilo e l’odore di fritto misto proveniente dai banchi dei food trucker.
Alcuni droni delle più accreditate piattaforme televisive ronzavano incessanti da un lato all’altro della piazza come grossi fastidiosi insetti. Le campane suonavano, instancabili, sovrastando a tratti gli altri suoni confusi. La gente si faceva il segno della croce al passaggio ieratico del parroco, insieme a Carlo, il facoltoso salumiere che da sempre, per sentirsi meno in colpa per essere un evasore fiscale totale, gli faceva da sagrestano.
Il viso di don Bernardino era rubizzo, lo sguardo fiero, come Napoleone davanti alla sua Guardia Imperiale. Anche se a ogni passo pregava di non svenire per l’eccitazione. Qualcuno piangeva, inginocchiandosi. Una donna anziana agitava un rosario come un lazo e gridava che il santo le aveva fatto vincere al Superenalotto. Il parroco la guardò con gratitudine: un piccolo segno, forse, che qualcosa di soprannaturale quel giorno stava davvero accadendo.
Dopo un’ora di marcia, il corteo arrivò alla nuova chiesa. Le porte si spalancarono tra un’onda di applausi. L’interno odorava di legno fresco, di calce e vernice fresca. Sul pavimento brillavano ancora le striature umide del cemento. Il feretro fu deposto ai piedi dell’altare su un baldacchino costruito con il mogano rimasto e il Vescovo cominciò la messa solenne. L’organo gracchiava. Doveva essere riparato, pensò il parroco con disappunto. Quella sarebbe stata la prossima spesa. Anche il coro delle voci bianche andava un po’ per conto suo seguendo note in libertà. Per fortuna le campane non smettevano mai di suonare. Don Bernardino, pur provato, sentiva, accanto al Vescovo celebrante, una gioia profonda. Nonostante i piccoli intoppi, tutto stava procedendo come previsto. Forse non ci sarebbero stati miracoli, ma la giornata sarebbe stata comunque ricordata come un successo. Guardò il fido Carlo che, da un lato, stava cercando tra la folla la moglie Bianca. Capì che l’aveva trovata, perché si scambiarono un sorriso. Era bellissima, del resto, come sempre. Pareva avesse un faro che la illuminasse.
Quando il feretro venne infine sigillato in una teca di cristallo, perché tutti i fedeli potessero venerare il santo, fu murato alla base dell’altare maggiore. Il parroco si sentì alleggerito. Salutò i confratelli, ringraziò le autorità e si ritirò in sagrestia. Per asciugarsi. Imma gli porse il solito panno che era ormai da buttare tanto era fradicio.
«Visto, padre? È andato tutto bene. Anche senza resurrezioni o altri segni divini.»
«Già…» sospirò lui. «Eppure, un piccolo miracolo… non mi sarebbe dispiaciuto. Potevamo mettere una lapide ricordo… magari con il mio nome, e quel del Vescovo, naturalmente.»
Poco dopo, uscì sul sagrato insieme a Carlo e alla perpetua. Aveva bisogno di un po’ di fresco. Stava per congedarsi quando una voce squillante li raggiunse da dietro le spalle. Era Bianca, la moglie di Carlo, trafelata ma raggiante.
«Carlo! Ho una notizia bellissima!» esclamò. «Aspettiamo un bambino!»
Il sorriso del marito si spense all’istante. «Un bambino? Ma… Bianca, è impossibile. Noi… da anni… per via del…»
Lei lo guardò sorpresa, quasi smarrita per quella logica ineccepibile, poi si voltò verso don Bernardino, che le restituì un sorriso sereno e un cenno d’incoraggiamento, come per benedire la notizia. Donna Immacolata, accanto a lui, abbassò invece lo sguardo e scosse la testa.
«Volevate un miracolo, no?» disse con una luce negli occhi che era difficile decifrare. «Ebbene, eccolo qui!» e si accarezzò il ventre con orgoglio. «Non sei contento, caro, che il santo abbia pensato proprio a noi?» Il parroco, finalmente, sorrise compiaciuto. Il Cielo lo aveva ascoltato. Disse “grazie”, in cuor suo.
Un vento gelido e tagliente si levò improvviso sulla piazza, facendo ondeggiare il drappo sulla facciata della chiesa su cui campeggiava la scritta: “VIVA SAN CANIO, VIVA IL PARROCO”.
Si staccò e volò lontano.
Molto lontano.
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Life-Alert
Quando squillò il telefono, pensò che fosse la moglie. Aspettava che chiamasse, di ritorno da Londra. Doveva comunicargli quando sarebbe arrivata all’aeroporto così poteva andare a prenderla. Invece era un certo “Life-Alert”. Probabilmente un nuovo servizio di allarme del Comune. Era piovuto molto nelle ultime giornate e c’erano state esondazioni dei torrenti del territorio e anche il fiume che attraversava la città aveva superato il primo livello di guardia. Era preoccupato anche per quello. Rispose. Si sentì una voce metallica, robotica, priva di umanità. ‘Neanche il disturbo di far registrare la comunicazione da un umano’. Pensò. ‘Perché rivolgersi a una macchina se poi il risultato è così fastidioso?’
Comunicazione urgente predittiva giorno 16.03.2025. Ore 17.51, via Bascemi, 4 Lughi – Signor Alvaro Novarnicola – stanza bagno – abitazione – arresto cardiocircolatorio – cause da accertarsi (a eventuale richiesta delle Autorità) in sede autopsia – si richiede svolgimento atti urgenti ultime volontà propri effetti personali e beni; affrettarsi comunicazione parenti e amici.
Copia presente messaggio inviata autorità competenti; medico di base, medico legale e servizi onoranze funebri allertati. Buona giornata.
Ad Alvaro vennero i sudori freddi. Che significava? Era uno scherzo? Alvaro Novarnicola era lui. Era un avvertimento per la sua morte imminente? In via Bascemi, 4? Cioè a casa sua? Fra poche ore? E cos’era questa ‘Life-Alert’? Come si era installata sul suo telefonino?
Verificò su internet. ‘Life-Alert’ era un servizio gratuito che, in via sperimentale, alcuni Comuni del Paese fornivano in bundle con l’app di sistema nazionale di allarme pubblico. Dunque, era vero? Fece qualche telefonata prima ad alcuni amici se avevano sentito parlare di un app simile (no, mai sentita) e poi direttamente in Comune. Nella casa comunale riuscì a parlare, dopo i soliti rimpalli da un ufficio all’altro, con un tecnico informatico che stava per uscire dall’ufficio per iniziare il week-end. Sì, l’app esisteva, era un progetto PNRR basato su di un chatbot gestito in via autonoma dall’intelligenza artificiale che, grazie a un algoritmo di ultima generazione, sulla base dei dati raccolti dal fascicolo sanitario elettronico dei pazienti interessati e dai dati statistici nazionali eseguiva predittivamente i calcoli di fine vita. Disse anche che però si trattava di un’app sperimentale e che non era detto che ci azzeccasse. ‘Ma non è detto anche il contrario e cioè che sbagli’ aveva osservato lui. ‘Non saprei proprio dirglielo’ rispose il tecnico impaziente. ‘Però intanto lei è avvisato. Veda lei’. E riattaccò.
La notizia lo sconcertava. Non era pronto a morire. E chi lo è? Poi pensò che avrebbe potuto non farsi trovare a casa. Se l’algoritmo aveva ritenuto che il suo bagno fosse pericoloso per qualche strano motivo, poteva allora andare altrove e magari la predizione avrebbe potuto anche cambiare.
Con questa idea nella testa, senza pensarci due volte, si recò nella sua casa al mare, che era stata dei suoi genitori, a cento chilometri di distanza. E si sedette in giardino. Era lontano da lavandini e vasche da bagno letali. Ma anche da alberi o tegole o chissà cos’altro. Sì, avrebbe aspettato lì (fiducioso) le 17.51 di quel giorno.
Squillò il telefono.
Era la moglie. Sarebbe atterrata alle 17.50. Anzi, volle essere più precisa: alle 17.51. ‘Non posso, Tesoro la macchina non parte’. Le mentì. Nell’agitazione per quanto accaduto si era completamente dimenticato di dover andare a prenderla. ‘Cos’hai, Amore?’ gli aveva chiesto per telefono. ‘Hai una voce strana, sembri teso, tutto bene?’ ‘Mi spiace, prendi un Uber’ gli aveva detto, tagliando corto, non sentendosela di dare spiegazioni. E che spiegazioni avrebbe potuto darle, poi? E ovviamente litigò con lei. Oramai si trovava nella casa al mare e doveva seguire fino in fondo il suo piano.
Squillò il telefono.
Comunicazione urgente predittiva giorno 16.03.2025. Ore 17.51, via Astolfi, 12 Polvento – Signor Alvaro Novarnicola – giardino – abitazione mare – arresto cardiocircolatorio – cause da accertarsi (a eventuale richiesta delle Autorità) in sede autopsia – si richiede svolgimento atti urgenti ultime volontà propri effetti personali e beni; affrettarsi comunicazione parenti e amici.
Copia presente messaggio inviata autorità competenti; medico di base, medico legale e servizi onoranze funebri allertati. Buona giornata.
Gli si azzerò la saliva. L’algoritmo non lo mollava. Era tutto inutile, allora. Sarebbe morto comunque, in qualunque altro posto si fosse trovato, alle 17.51.
Cominciò a disperarsi e a prendere la cosa maledettamente sul serio. Si agitò. Si alzò e poi si sedette e poi si rialzò. Iniziarono a tremargli le mani. Cosa doveva fare? Morire proprio adesso? E chi ci pensava a una cosa del genere? Ci si concentrava su come pagare la rata del mutuo, sulla bega condominiale di turno, su dove trascorrere in vacanza la prossima estate. Ma non sulla propria imminente dipartita. Aveva solo 54 anni. Uno splendido lavoro, tutto sommato in salute, una vita semplice, ma piacevole, una moglie cui voleva bene, un figlio meraviglioso. Oddio, il suo marmocchio! Non lo avrebbe visto crescere e farsi una famiglia. Non era possibile!
Poi pensò che tanto valeva andare dalla moglie. Se non altro, se proprio doveva finire così, era meglio trovarsi con lei e il figlio. Li avrebbe visti un’ultima volta. Li avrebbe potuti abbracciare. Decise di telefonare alla moglie per avvertirla: la macchina adesso era di nuovo funzionante e sarebbe andata a prenderla. La moglie era sollevata. ‘Allora non era una scusa’, gli disse non riuscendo a tenere il broncio. ‘Allora mi vuoi bene’. Poi, riprendendo il suo solito umore: ‘Hai fatto l’iniezione di Losaxpan, vero? Lo sai quanto è importante che tu segua la terapia con regolarità’ ‘Certo che l’ho fatta’ la rassicurò lui mentendo, la seconda volta. Non era mai stato bravo a curarsi quando si trovava da solo. Così, prima di andare in aeroporto, fece una deviazione a casa dove, in tutta fretta, si fece l’iniezione. Farla sulla pancia ormai era diventato bravissimo. Anche se gli sarebbe servita a ben poco, visto che sarebbe morto di lì a un’ora. Ma non sopportava di aver mentito alla moglie. A volte ci si comporta davvero in modo strano sotto pressione. Arrivò in aeroporto che erano le 17.41. Mancavano solo dieci minuti al momento X. Sperava solo che l’aereo arrivasse in orario.
Squillò il telefono. Ci siamo, pensò.
Comunicazione urgente predittiva giorno 16.03.2025. Allarme rientrato. Inviata contro comunicazione a chi di dovere. Si ringrazia per la collaborazione. Se il servizio è stato di suo gradimento, assegni all’App cinque stelline. Buona giornata.
