Il palloncino blu

Petula si fermò sul marciapiede, lo zaino in spalla. Non sembrava avesse dodici anni, anche per via di quel filo di rossetto e di mascara che aveva cura di togliersi ogni volta che rientrava a casa. Aveva visto il palloncino, legato con uno spago sottile al cancello bianco di Charlotte. Un blu lucido, che oscillava piano al vento come se sapesse di essere importante. Charlotte, del resto, pensò lei, anche se sua coetanea, aveva sempre qualcosa di importante tra le mani. Una bici nuova, una vacanza in qualche posto esotico, un vestito diverso per ogni occasione. E adesso quel palloncino, segno dell’ennesima festa a tema con dolci che Petula vedeva solo nei film. Senza contare che lei non era stata evidentemente neppure invitata.
Senza pensarci troppo, per stizza, sciolse il nodo, sentendo lo spago tendersi tra le sue dita. Lo portò fino al cancello di casa sua, che era proprio accanto a quella della sua “amica”, e lo legò, stretto.
«Vediamo se vieni a chiedermi perché il palloncino è volato qui» mormorò, prima di entrare.
Suo padre era in cucina, era ancora vestito da ufficio, una tazza di caffè tra le mani. La fronte aggrottata, leggeva qualcosa.
«Papà, possiamo fare una festa anche noi? Ma grande però, con tanti giochi, e senza invitare Charlotte.»
Lui sorrise distratto.
«Vediamo, Pet.» E si mise nervosamente a cercare nella tasca della giacca le sigarette, ricordandosi però, subito dopo, che stava cercando di smettere. «Magari più in là, questo è un brutto periodo, sul lavoro.»
Lei annuì, ma già pregustava la faccia della vicina quando avrebbe visto il palloncino al posto sbagliato.

H.T. parcheggiò tre isolati più in là. Aveva viaggiato tutta la notte come spesso accadeva quando arrivava l’incarico. Guidò verso quella parte di periferia americana dove le case sembravano fatte in serie, con lo stesso prato, lo stesso garage e lo stesso tipo di siepe.
Ma non era lì per il paesaggio.
Charles Clark, testimone indesiderato di una faccenda troppo delicata, viveva in una di quelle case. E l’Organizzazione era stata chiara:
“Ci sarà un palloncino blu al cancello, non puoi sbagliare. Fai un lavoro pulito, mi raccomando.”
Prima di scendere controllò la Glock. Solo due cartucce in canna. Non ne servivano molte di più.
Quando parcheggiò l’auto scura nel viale ebbe la conferma che si trattava di un silenzioso quartiere residenziale. Nessuno in giro, solo il brusio distante di un tagliaerba. Camminò a passo veloce, lo sguardo che scandagliava ogni cancello, ogni possibile sviluppo. Poi lo vide. Il palloncino blu ondeggiava leggero all’inferriata. Proprio come gli avevano preannunciato. Era sicuramente quello il posto giusto. Provò ad aprire il cancello. Non era chiuso. Entrò senza far rumore.
Petula, dalla finestra della sua stanza al primo piano, lo vide entrare. Un uomo vestito di scuro, gli occhiali da sole nonostante il cielo coperto. Una grinta livida disegnata sul volto che pareva una maschera. Non l’aveva mai visto prima. No, non era il tipo da vendite porta a porta.
«Papà, c’è uno in giardino!» disse con voce alterata correndo da lui. Ma il padre non rispose: era al telefono. Fece solo il cenno di aspettare. Lei ritornò alla finestra.
L’uomo nel frattempo si muoveva piano, guardando attorno cercando un punto ottimale di entrata e poi ogni finestra. Quando incrociò lo sguardo di Petula, lei sentì un brivido correre come un’onda gelida sulla la pelle. All’uomo, quando la intravide, venne invece in mente, per un attimo, sua figlia, appena qualche anno fa. Quando ancora abitava con lui. Stesso colore dei capelli, stesso ovale del viso. Ebbe un tuffo al cuore. Scosse la testa, per levarsi quell’immagine dagli occhi. E poi le fece il gesto di stare zitta. Poi si avvicinò  leggero alla casa, come una donnola alla porta di un pollaio. La mano era sulla pistola, dietro la schiena, pronta per ogni necessità.
La bambina era rimasta impietrita, gli occhi larghi. Non sapeva se chiamare ancora il padre. Si sarebbe arrabbiato.
Poi H.T. sentì un rumore.
«Ehi! Chi diavolo sei? Cosa ci fai nella mia proprietà?»
Era la voce fresca di un uomo più giovane di quello che si aspettava, una voce stentorea, sicura di sé. H.T. alzò lo sguardo verso la voce. Il padre della bambina era sulla soglia del villino, una tazza fumante in mano. No, non poteva essere l’obiettivo. Troppo giovane, troppa calma nello sguardo. Nulla combaciava con il profilo che gli era stato inviato.
Un paio di secondi di silenzio si tese tra loro come una fune che stesse per rompersi. Poi H.T. fece un passo indietro.
«Mi scusi, credo di aver sbagliato casa.»
Uscì dal cancello rapido, richiudendolo alle spalle. Non si guardò più indietro.
Solo quando sparì alla fine della via, Petula tornò a respirare. Vide che il palloncino blu era ancora lì, legato al suo cancello. Oscillava, innocente. Suo padre era rientrato in casa e adesso era alla scrivania, indaffarato come suo solito.
Lei uscì di fretta, non vista. Andò a sciogliere il nodo del palloncino riportandolo al cancello di Charlotte. Si sentiva meglio, ora, anche se non capiva bene il perché.
Poi una macchina scura imboccò di nuovo la via.
E Petula iniziò a correre verso casa.