Come da programma

Hermann arrivò alle otto in punto, puntuale come sempre, soprattutto con un vecchio amico. Lo accolse Jasper, un domestico silenzioso ormai anziano, che lo accompagnò attraverso corridoi lussuosi fino a una sala da pranzo affacciata su un giardino zen. Cornelius era lì, seduto, più magro e pallido dell’ultima volta.
«Hermann», disse, alzandosi a fatica. «Sono felice che tu sia venuto.»
«Hai insistito tanto che ho pensato avessi bisogno di un prestito», rispose Hermann.
«Ah ah, no, non proprio. Ma ho qualcosa di più importante da raccontarti.»
Durante l’antipasto, che Cornelius non toccò, l’uomo spiegò tutto: un tumore al pancreas, stadio avanzato, resistente a ogni terapia.
Hermann chinò lo sguardo. «Mi dispiace, davvero.»
«Non devi. Sto per rinascere», disse Cornelius.
Hermann non capì.
Cornelius fece cenno a Jasper. La porta si aprì e un bambino di circa sei anni entrò nella stanza. Era vestito con una sobrietà delicata, con i capelli neri e lisci, gli occhi grigi e un’espressione quasi apatica. Somigliava a Cornelius come una fotografia ingiallita somiglia a una recente.
«Ecco, lui è Cornelius», disse il vecchio.
«Tuo figlio?» chiese Hermann, anche se sapeva che Cornelius non aveva mai voluto figli.
«No, non è mio figlio. O meglio, sì. È me. Un clone. Ed è perfetto. Ed è per questo che si chiama come me.»
Hermann posò la forchetta. «La clonazione umana è illegale, amico mio.»
Cornelius sorrise. «Solo se ti scoprono. Dopo la mia morte, distruggeranno ogni traccia di questa operazione, ogni macchinario. Nessuno saprà.»
Hermann si passò una mano sul viso. «Ma lui non sarà mai te. Lo sai, vero? Avrà un’altra coscienza, un’altra anima, un’altra personalità.»
Cornelius si sporse leggermente in avanti. «Ed è qui che viene il bello. Ho finanziato un’altra ricerca, del tutto parallela. Anima e coscienza, Hermann, non sono poi così evanescenti come si crede. Il trasferimento è pronto.»
Hermann rise, ma era una risata asciutta, nervosa, inquieta. «Trasferimento? Non puoi rubare un’anima. E il bambino, poi, ne ha già una.»
«Non se lo metti in stato di morte clinica controllata. Allora il corpo si libera della sua anima. A quel punto, mentre io muoio contestualmente, la mia potrà prendere il posto di quella persa dal bambino. Non è rubare. È un lecito scambio.»
Il silenzio che seguì era pesante come un sipario impolverato. Il bambino, che nel frattempo si era seduto, non disse nulla. Sorrise appena, di circostanza.
«Ma è mostruosa questa cosa, Cornelius.»
«Non la stai vedendo nell’ottica giusta, amico mio.»

Pochi mesi dopo, Cornelius chiamò Hermann con voce stanca. «Domani è il giorno.»
La clinica era nascosta tra le Alpi svizzere. L’ambiente era immacolato, il personale discreto, competente e taciturno.
Il bambino fu addormentato e poi indotto alla morte clinica sotto monitoraggio, come da programma. Cornelius era sdraiato accanto a lui, collegato al macchinario pronto per il “transfert”. L’operazione sarebbe durata tre minuti. Avevano calcolato. Un timer sul muro contava alla rovescia.
A una manciata di secondi dall’azzeramento del tempo prefissato, un bagliore azzurro attraversò la sala. Un rumore secco, metallico, riempì l’aria. Un odore di bruciato. Le luci si spensero per un istante.
Il dottore che assisteva alla delicata operazione imprecò. «Un sovraccarico. È saltata la scheda madre.»
«Riavviate! Presto» gridò Hermann. Nessuno però sembrava ascoltarlo.
Riportarono a fatica il bambino in vita. I suoi parametri vitali tornarono lentamente a essere stabili, ma non apriva gli occhi, non piangeva, né si muoveva. Il trasferimento dell’anima non era avvenuto perché il vecchio Cornelius era morto a tempo scaduto.

Due settimane dopo il funerale del vecchio Cornelius, Hermann tornò alla clinica. Nel testamento era stato incaricato di occuparsi del bambino per il semestre successivo. Il giovane Cornelius era ancora lì, in una stanza luminosa e piena di giochi. Sedeva su un tappeto colorato, guardando davanti a sé, sempre nello stesso punto. Non parlava, non chiedeva, non sembrava nemmeno accorgersi del mondo circostante.
Un’infermiera si avvicinò a Hermann. «Lo hanno chiamato Cornelius. Ma, le assicuro, non c’è nessuno lì dentro.»
Hermann la fissò avvilito, poi si accovacciò davanti al bambino. Gli occhi del piccolo erano aperti, ma non guardavano. Non seguivano il movimento della infermiera, non reagivano alla voce. Sembravano di vetro.
«Che cosa resta di una persona», sussurrò Hermann, «se la si priva della sua anima?»
Restò in silenzio a lungo, meditabondo, poi si alzò. Stava per uscire quando il bambino mosse appena la testa nella sua direzione, un gesto impercettibile, come un fremito nervoso. Hermann si voltò.
«Cornelius?»
Il bambino non rispose, ma sorrise. Un sorriso breve, opaco, troppo adulto per quel volto. Poi di nuovo il nulla.
Hermann uscì dalla stanza col dubbio che quel gesto non fosse un residuo automatico… ma un addio. Oppure un inizio.

La possibilità di scelta

Il bambino era seduto a tavola davanti alla sua torta di compleanno. Era tutto eccitato. Le otto candeline illuminavano il suo viso radioso e lui già si pregustava il cioccolato cremoso del dolce, il cui profumo aveva invaso l’intera stanza. I suoi genitori gli erano davanti. Il padre stava riprendendo la scena con il telefonino cantando ‘tanti auguri a te…’, mentre la madre si godeva il suo spettacolo.
Poi il bambino fece una pausa e li guardò intensamente. I genitori percepirono in quella titubanza come un’increspatura del tempo. La madre colse persino una luce strana negli occhi del figlio e un brivido le corse lungo la schiena, senza capire il perché.
«Lui è molto dispiaciuto…» disse d’un tratto il bambino facendosi serio.
«Lui chi, Jimmy?» fece il padre smettendo di riprendere.
«Kurt, non voleva che andasse a finire così…»
«Kurt?» chiese la madre impallidendo. Poi guardando per un attimo il marito, chiese ancora al figlio:
«Che ne sai tu di Kurt, bambino mio?»
«Ho sempre saputo di lui, mamma. So che volevate molto bene a mio fratello Kurty che a quattro anni fu investito da una macchina mentre attraversava la strada…»
«Ma… ma chi te lo ha detto?» gli domandò il padre che non riusciva a capacitarsi che si stesse facendo proprio quel discorso. «Non te ne abbiamo mai parlato, per non impressionarti… Io… cioè noi… un giorno o l’altro l’avremmo fatto, te lo assicuro, magari quando fossi stato più grande e…»
«La colpa non è stata tua papà, lui si è staccato all’improvviso dalla tua mano e ha attraversato la strada per andare incontro alla mamma che stava uscendo in quell’istante dalla stazione… non ci potevi far nulla è accaduto tutto in un attimo… Kurty si è pentito molto di quel suo gesto, non avrebbe mai voluto che succedesse, ma purtroppo è accaduto.»
A sentire quelle parole i genitori si erano messi a piangere, d’un pianto sommesso, silenzioso, irrefrenabile.
«Come fai a sapere tutto questo?» gli chiese ancora la madre con la voce che le tremava tra le labbra.
«È venuto lui a dirmelo. L’ho visto entrare nella stanza delle anime per potermi scegliere. I bambini, quando muoiono, hanno la possibilità di farlo. Lui era a conoscenza che saresti rimasta incinta, mamma, e, anche se erano già passati alcuni anni dalla sua morte, gli è stato concesso di entrare nella stanza delle anime per poter indicare la persona che avrebbe potuto prendere il suo posto, in questa famiglia. E così, in quell’occasione, mi ha spiegato ogni cosa. Lui mi ha voluto tra tanti perché gli assomigliavo. Non fisicamente, ben inteso, perché non poteva sapere come sarei diventato, ma in spirito. Una persona buona e vivace, sensibile e affettuosa. Desiderava tanto che io vi volessi bene come ve ne voleva lui. Vi amava davvero molto, sapete? Come sto cercando del resto di fare io per lui… Insomma, voleva che voi lo sapeste. Non ha mai smesso di pensarvi e di volervi bene.»
I genitori non sapevano più cosa dire. Erano come annientati per quelle parole. Il passato che avevano cercato di dimenticare era tornato a travolgerli con tutta la forza dirompente di cui è capace il dolore.
Poi Jimmy soffiò sulle candeline e un fumo denso si sparse tutt’attorno a coprire per un istante l’odore del cioccolato.
Ci fu silenzio.
Qualcuno in strada stava parlando, forse al telefono. La sirena della macchina della polizia lo azzittì.
«Perché piangete? Dovreste essere contenti, invece. È il mio compleanno!» chiese accigliato, Jimmy.
«Mi spiace che tu abbia dovuto sapere di Kurty, in quel modo… non potevamo immaginare…» fece la madre prendendo la mano al figlio.
«Kurty? Chi è Kurty? Un tuo alunno, mamma?»
I genitori guardarono il figlio a bocca aperta. Ora Jimmy sembrava sereno, la voce era tornata tranquilla, allegra, spensierata. Anche quella strana luce nei suoi occhi si era spenta.
Poi il bambino, incrociando le braccia, li squadrò corrucciato:
«Ecco, lo sapevo… piangete perché non mi avete fatto il regalo e non sapete come dirmelo!»

Questo brucia benissimo

Il calore che si sprigionava era possente, totale, definitivo. Ottundeva la mente, giugulava i pensieri e sembrava riempire tutti i vuoti lasciati dalla labile coscienza. Il fuoco era regolare sviluppandosi teso in perfetta verticale. I mille bagliori dilagavano liberi sulle pareti ruvide a creare ombre inaspettate e luci liquide in un balletto senza fine. Loro si avvicendavano avanti e indietro nel controllo di quel divampare. Quelli più vicini al cuore incandescente non davano cenno di fatica, né di fastidio per quella temperatura intollerabile. Rimaneva impresso, a rimirarli, solo il loro piglio attento al minimo cenno di variazione di altezza delle fiamme. Vi si poteva leggere una sorta di smania di perfezione, per l’esatta esecuzione del lavoro, per le precisa esaltazione dei gesti. Si davano voce l’un l’altro per coordinarsi all’unisono come una squadra affiatata, avvicinandosi e discostandosi in un concerto di movimenti e sguardi.
Poi quello più tozzo, quello dalle braccia troppo lunghe per quel torace dalla dubbia forma, si voltò perentorio e urlò a un compagno lontano da lui qualche metro:
«Questi ultimi bruciano benissimo, passamene degli altri.»
E quello nelle retrovie si girò a sua volta e, accucciandosi al bordo della conca, affondò la mano immensa dove una miriade di occhi spauriti interrogavano il buio. Ghermì una manciata brulicante di uomini e donne, i cui versi scomposti erano coperti dal frastuono di quel luogo, gettandola lontano nel fuoco.
Le creature-custodi subito spinsero meglio la nuova carne nel centro della brace e il loro andirivieni si fece frenetico per un po’ affinché tutto procedesse secondo quel protocollo immutabile. Quindi i loro movimenti si acquietarono nel constatare che le fiamme accartocciavano quei corpi su se stessi senza mai farli morire veramente.