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Posts Tagged ‘scuola’

A scuola l’avevano presa di mira tutti. Angela, una ragazzina di quindici anni, era impacciata, timida, forse un po’ sovrappeso, e soprattutto non era in grado di difendersi. Erano i maschi che in particolare la torturavano, più che le sue coetanee. C’era qualcosa in lei che forse li metteva a disagio e l’unico modo per sottometterla era farla segno di scherzi stupidi e feroci.
Così Angela si era trovata un giorno lo zainetto pieno della sabbietta di Paco, il gatto dell’estroverso Luca, con tanto di bisognini dentro. Così Angela aveva trovato le tasche del suo giubbotto in jeans chiuse ermeticamente con la spillatrice del simpatico Tobia. Così Angela si era trovata il cappello di lana ricolmo di gomme masticate di fresco, raccolte diligentemente da tutta la classe.
Non c’era giorno che non le facessero un dispetto o che scorresse via senza che qualcuno non si inventasse qualcosa ai suoi danni; era diventato un passatempo divertente, insomma, da coltivare e tenere costantemente vivo. Tanto che la ragazzina cadde in depressione.
Ben presto non volle più andare a scuola: si chiuse a doppia mandata in camera sua e si mise a letto fingendosi malata; i suoi genitori non sapevano più cosa fare.
Poi, a una festa, Luca, Tobia e Carlo, dopo aver bevuto un po’, pensarono di farle uno scherzo ancora più crudele. Angela, lo sapevano tutti, aveva una cotta per Carlo, il bello della classe: e il terzetto pensò che, con la scusa che erano diversi giorni che la ragazzina non andava a scuola, Carlo l’avrebbe potuta chiamare per telefono per sentire come stava per poi invitarla a fare una passeggiata con lui. Angela sarebbe sicuramente andata in visibilio lasciandosi andare a gridolini e a sogni deliranti, mentre poi, sul più bello, le avrebbero rivelato che era tutto uno scherzo perché nessun ragazzo della terra, sano di mente, sarebbe mai uscito con un cesso simile. E ci avrebbero fatto sopra, a microfono aperto, delle sonore risate.
Ma sì, era una splendida idea. Allora era deciso.
Carlo, tra spinte e risatine degli altri due, la chiamò. Dapprima lei stava sulle sue non potendo credere che proprio il suo ‘mito’ le stesse telefonando; ma poi si lasciò andare cominciando a chiacchierare del più e del meno, fino a quando al momento giusto, aizzato dagli altri, Carlo la invitò a uscire. E poi successe quello che nessuno aveva previsto. Anziché i gridolini e chissà cos’altro, Angela si mise a piangere. A dirotto. Prima di un pianto silenzioso, sottomesso, dolente e poi con singhiozzi irrefrenabili fino a quando lei non riuscì a confessargli di essere una nullità, che non se lo sarebbe proprio meritata la sua compagnia e che non avrebbe mai potuto accettare perché il suo mondo era finito e privo di senso. Luca e Tobia, che ascoltavano in viva voce, stavano per spiattellarle che era tutta una burla, per riderne a crepapelle, quando Angela interruppe improvvisamente la comunicazione riattaccando.
«È stato comunque divertente…» disse Luca dopo qualche attimo sforzandosi di ridere.
«Eccome!» aveva risposto Carlo, serio serio.
Ma qualcosa invece si era rotto dentro di lui. Quello di Angela era un pianto disperato, profondo, tanto sincero quanto terribile. Si era sentito per la prima volta sgradevolmente solo e indifeso al centro dell’universo, senza vie di uscita. Più cercava di non pensarci e più ci pensava.
E così il giorno in cui lui le aveva detto che sarebbe andata a casa a prenderla per fare un giro, ci andò davvero. Non sapeva perché, ma era la scelta giusta. Rimase però in strada, davanti alla porta ad aspettarla, senza suonare, senza dir nulla, immobile come una pianta: la vedeva mentre lei lo guardava dalla finestra.
Trascorsero diversi minuti, forse mezz’ora, poi lei si preparò e uscì.
Aveva un bel vestito, era senza occhiali, i capelli a posto. Era anche dimagrita. Sembrava un’altra persona.
Era il 1990. Il 5 aprile 1990.
Ora, lei e Carlo, sono ancora felicemente sposati e vivono a Lughi con i loro tre figli. Angela è una bellissima donna, sicura di sé, che ha ritrovato nella vita ogni senso perduto.

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La maestra, davanti alla porta della scuola, aveva l’aria smarrita. I bambini un po’ la guardavano, un po’ giocavano fra loro, ma senza far troppo rumore, quasi per non disturbarla. La donna si malediceva di aver accettato di portare al Museo di Scienze una classe non sua: ora non si sarebbe trovata in quel guaio. Era stata appena assunta e non se l’era sentita di rifiutarsi. E dire che fino a quando non erano usciti dal Museo era andato tutto bene. I bambini si erano dimostrati interessati, la guida era stata disponibile e paziente, le sale ben allestite e organizzate. Sì, tutto era andato per il meglio fino a quando sul piazzale antistante il Museo aveva tirato fuori dalla tasca il foglio con i nomi dei bambini. Dovevano essere venticinque, come aveva contato alla partenza, e ora erano ventisei. Aveva fatto l’appello per tre volte senza ricavarne nulla. I bambini rispondevano per ridere al nome di altri, facendo confusione a bell’apposta. Aveva anche chiesto chi di loro non fosse della classe, ma aveva avuto indicazioni poco attendibili, fatte per gioco o per dispetto. E adesso si trovava davanti alla scuola, incerta se salire o no. Che figura ci avrebbe fatto a portarsi dietro un bambino non ‘suo’? Se almeno avesse incontrato qualcuno della scuola o una custode si sarebbe fatta aiutare. Ricontrollò l’elenco e il numero dei bambini sperando di essersi sbagliata. Poi un uomo le si avvicinò. La donna, appena lo vide, gli chiese:
«È un collega?»
«Dipende dal lavoro che fa lei» rispose quello gentile.
«Oh sì, mi scusi, sono una maestra del San Protasio Martire…»
«Ah, piacere, allora no, non lo siamo…»
«Oh sì, mi scusi… È che oggi mi è capitata una cosa terribile. Ho un bambino o una bambina in più rispetto a quando sono partita da scuola e non riesco a capire chi sia… Capita di perdere i bambini, anche se non dovrei dirlo, ma averne uno in più…» (abbassando poi la voce per non farsi sentire): «Secondo lei chi potrebbe essere? Per me è quel bambino laggiù col cappottino verdastro un po’ sdrucito… è stato tutto il tempo in disparte, senza dir mai nulla. Ha un’aria malaticcia, da extracomunitario col sussidio comunale… Sì, sì è lui, sono sicura. Non c’entra niente con il resto della classe».
«Spero proprio di no» fece l’uomo. «È mio figlio, sono venuto a prenderlo».

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