La visita al Museo

La maestra, davanti alla porta della scuola, aveva l’aria smarrita. I bambini un po’ la guardavano, un po’ giocavano fra loro, ma senza far troppo rumore, quasi per non disturbarla. La donna si malediceva di aver accettato di portare al Museo di Scienze una classe non sua: ora non si sarebbe trovata in quel guaio. Era stata appena assunta e non se l’era sentita di rifiutarsi. E dire che fino a quando non erano usciti dal Museo era andato tutto bene. I bambini si erano dimostrati interessati, la guida era stata disponibile e paziente, le sale ben allestite e organizzate. Sì, tutto era andato per il meglio fino a quando sul piazzale antistante il Museo aveva tirato fuori dalla tasca il foglio con i nomi dei bambini. Dovevano essere venticinque, come aveva contato alla partenza, e ora erano ventisei. Aveva fatto l’appello per tre volte senza ricavarne nulla. I bambini rispondevano per ridere al nome di altri, facendo confusione a bell’apposta. Aveva anche chiesto chi di loro non fosse della classe, ma aveva avuto indicazioni poco attendibili, fatte per gioco o per dispetto. E adesso si trovava davanti alla scuola, incerta se salire o no. Che figura ci avrebbe fatto a portarsi dietro un bambino non ‘suo’? Se almeno avesse incontrato qualcuno della scuola o una custode si sarebbe fatta aiutare. Ricontrollò l’elenco e il numero dei bambini sperando di essersi sbagliata. Poi un uomo le si avvicinò. La donna, appena lo vide, gli chiese:
«È un collega?»
«Dipende dal lavoro che fa lei» rispose quello gentile.
«Oh sì, mi scusi, sono una maestra del San Protasio Martire…»
«Ah, piacere, allora no, non lo siamo…»
«Oh sì, mi scusi… È che oggi mi è capitata una cosa terribile. Ho un bambino o una bambina in più rispetto a quando sono partita da scuola e non riesco a capire chi sia… Capita di perdere i bambini, anche se non dovrei dirlo, ma averne uno in più…» (abbassando poi la voce per non farsi sentire): «Secondo lei chi potrebbe essere? Per me è quel bambino laggiù col cappottino verdastro un po’ sdrucito… è stato tutto il tempo in disparte, senza dir mai nulla. Ha un’aria malaticcia, da extracomunitario col sussidio comunale… Sì, sì è lui, sono sicura. Non c’entra niente con il resto della classe».
«Spero proprio di no» fece l’uomo. «È mio figlio, sono venuto a prenderlo».