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Posts Tagged ‘depressione’

L’aveva notato subito andando a fare le analisi in ospedale. Nella grande hall destinata al ritiro dei referti, dove avevano anche aperto una farmacia, un bar e negozi vari, c’era questo bancone. Sopra, un cartello invitante: “Libero ascolto” e, dietro, un addetto, un volontario probabilmente, pronto ad aprirsi agli altrui problemi e a dare consigli. E lui di problemi ne aveva sempre avuti. Tanti.
In attesa che fosse il suo turno per il ritiro gironzolò intorno al bancone. C’era un ragazzo alto. Un mucchio di capelli ricci in testa che sembrava un extracomunitario. Aveva la faccia non troppo simpatica, a dire la verità. A uno così, pensò, non avrebbe proprio detto un bel niente. Anche se sembrava saperci fare perché la donna che si era seduta davanti a lui chiacchierava sfogandosi. Si era messa persino a piangere e lui l’aveva consolata. No, no, con uno così non si sarebbe aperto. Se lo sentiva. Troppo pieno di sé.

E così quella volta se ne tornò a casa, le idee un po’ confuse, preoccupato più che mai. Le analisi andavano bene, per carità, anzi andavano benissimo. Il che confermava quello che già sapeva. Il problema ce l’aveva nel cervello. Rimuginava troppo e male, in modo nocivo, in modo tossico. E poi da quando aveva maturato quelle idee malsane aveva capito di essersi definitivamente calato in un pozzo lasciando cadere dietro di sé la corda della salvezza. La soluzione era andare da uno strizzacervelli, uno adatto; così almeno gli aveva consigliato il suo medico di base, ma forse lo aveva detto solo per toglierselo dai piedi. Ma lui non avrebbe potuto andarci, non con il lavoro che faceva. E se si fosse risaputo in giro? Che figura ci avrebbe fatto? In questo senso il “Libero ascolto” poteva essere una soluzione, dopotutto, almeno per l’immediato.

Ci ritornò qualche giorno dopo. Dietro al bancone c’era un ragazzo diverso. Era più allegro e gioviale dell’altro, ma anche meno professionale, secondo lui. Si toccava continuamente il naso e si infilava le dita nelle orecchie come in una sorta di tic. E poi sembrava spiccicato suo cugino. E a suo cugino non avrebbe di certo spifferato nulla con quella pettegola di moglie che si ritrovava. Peccato però, aveva proprio l’aria di un bravo ragazzo. Prendeva persino appunti.

Il giorno dopo stava davvero male. Aveva buttato giù qualcosa preso dal mobiletto del bagno giusto per alleviare l’ansia che lo stava divorando, ma era stato del tutto inutile; si sentiva solo un po’ più intontito del solito.
Tornò ancora in quella hall come un automa. C’era adesso una bella ragazza, giovane anche lei, ma dal modo di fare avvolgente, dolce, attento. Di una così si sarebbe potuto anche innamorare. Perdutamente. Per lo sguardo, per come muoveva la testa nel ravvivare i capelli, per il suo sorriso che parlava dritto al cuore.
«A chi sta?» si sentì dire. La ragazza lo ripeté più volte guardandolo dritto negli occhi, visto che peraltro c’era solo lui seduto sul divanetto davanti; ma lui non ascoltava: le stava guardando le labbra ben disegnate.
«Oh sì, tocca a me… mi scusi» disse lui dopo un po’ alzandosi di scatto.
E si ritrovò di fronte a lei come se fosse stata la scelta più naturale e ineluttabile della sua vita.
«In cosa posso esserle utile?» chiese melodiosa.
Lui fece un respiro profondo e attaccò:
«Guardi… mi chiamo Christian e sono disperato. Fin da piccolo ho avuto un rapporto molto conflittuale con i miei genitori. Perché mia madre era troppo debole di carattere e mio padre troppo autoritario e manesco. Ero un bambino introverso, molto sensibile e i miei compagni a scuola mi bullizzavano perché ero più intelligente di loro e mi sentivano diverso; e poi loro stavano in compagnia il sabato sera, si ritrovavano, si divertivano, mentre mio padre non mi faceva uscire di casa; troppo rischioso, diceva. Troppo rischioso per chi? Per cosa? E intanto la mia adolescenza finiva giorno dopo giorno in fondo al water. E così ho fatto fatica ad andare a scuola, a studiare, a realizzarmi. I miei rapporti sociali ne hanno profondamente risentito; sono sempre stati minimi e non sono mai riuscito a trovare una compagna degna di questo nome, benché avessi voluto farmi una famiglia ed avere dei figli. Da qualche anno a questa parte, poi, dormo poco e male; sono preda di incubi ricorrenti e spaventosi e mi sento un enorme vuoto dentro che cresce ogni giorno a dismisura; mi sembra di essere inutile perché non so più quale sia il senso nella mia vita; anche il mio lavoro, che pur mi piace tanto, ha perso da tempo ogni significato; sono depresso, frustrato, rancoroso e sto maturando sempre più spesso propositi suicidiari. Cosa posso fare? La prego, mi aiuti.»
La ragazza, che era stata ad ascoltare in silenzio fino a quel momento, aveva ora sul volto un sorriso disarmante. Non diceva nulla, si limitava a sorridere come se lui stesse ancora parlando.
«E allora, cosa mi consiglia?» insistette lui assaporando la soddisfazione di essere stato capace di arrivare fino in fondo.
La ragazza deglutì vistosamente e poi disse:
«Vede, mi spiace, ma il banco del “Libero ascolto” si è appena trasferito al piano seminterrato. Questa è la nuova agenzia della Figmore London Insurance, ‘polizze di successo per persone di successo’… Posso farle una polizza sulla vita, però, se vuole…»
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