La Deep Wow, corporation americana con sede a San Diego, aveva presentato le WowLights al mondo come il passo definitivo verso la fusione tra sport e spettacolo. Lenti a contatto trasparenti, leggere come un soffio, capaci non solo di registrare e trasmettere in tempo reale ogni immagine vista dall’atleta, ma anche di restituire il battito del cuore, il respiro, i brividi di tensione. Un’intera folla, sparsa tra continenti e fusi orari, poteva sentire la paura al momento di un rigore, la vertigine dell’attesa sulla pedana di salto con l’asta, l’adrenalina bruciante di una finale.
La prima fase della sperimentazione aveva coinvolto cestisti NBA, velocisti americani, saltatori europei. La seconda, più audace, includeva i calciatori. E tra loro, inevitabilmente, c’era BFJ, ventidue anni, talento precoce di una celebre squadra spagnola. Un nome che già rimbalzava tra gli hashtag delle adolescenti di mezzo mondo, tatuato in caratteri neri e spigolosi sulle braccia e sulle spalle dei tifosi.
La finale di Champions contro i rivali storici si trasformò in un evento planetario. Per la prima volta la Deep Wow apriva gratuitamente l’accesso al canale digitale dedicato: chiunque poteva guardare con gli occhi dei campioni. Milioni si riversarono così nel flusso in diretta. E attraverso lo sguardo febbrile di BFJ videro tre gol, l’ultimo dei quali — una rovesciata che riscrisse la fisica — sarebbe rimasto per anni negli annali. Dalle pupille dilatate del campione filtrava il fragore della folla, il campo verde smeraldo, il lampo bianco dei flash sugli spalti.
Per molti spettatori fu un’esperienza quasi mistica: vivere dall’interno la perfezione di un corpo che si muoveva più veloce della mente. Le WowLights avevano vinto la loro scommessa.
Poi arrivò il dopo.
Negli spogliatoi, l’aria densa di sudore e champagne, compagni che gridavano, giornalisti che premevano alle porte. BFJ, che già conosceva il rischio di essere trascinato dai tifosi fuori dall’impianto, decise di fuggire da un’uscita secondaria. Nel trambusto dimenticò un dettaglio minimo: togliersi le lenti.
Il flusso rimase aperto.
All’inizio furono solo immagini confuse: strade laterali, muri scrostati, un taxi che sfrecciava. Poi i lampioni gialli, la notte calda di Madrid, i motorini accesi al semaforo. I follower pensarono fosse un backstage inatteso, un regalo non previsto. Invece la diretta continuò.
Qualcuno gridò il suo nome. Erano ragazzini, poco più che adolescenti. Si avvicinarono timidi, con quaderni e cellulari in mano. Volevano un autografo, un selfie. BFJ si fermò, sorrise. La folla collegata sentì ancora il respiro affannato dell’atleta, come se il match non fosse finito. Poi, lentamente, quel sorriso si piegò in un’altra forma.
La trasmissione non si interruppe.
Ciò che avvenne dopo fu visto, ascoltato, registrato da milioni di schermi accesi. Non c’erano telecamere esterne, non c’erano commentatori pronti a filtrare o addolcire. Solo la luce tremolante dei lampioni, l’ansimare di voci acerbe, il passo rapido di scarpe che strisciavano sull’asfalto. La voce di un ragazzino che gridava “No, non farlo.” e le immagini che, per quanto frammentarie, non lasciavano dubbi.
Per ore la rete rimase incredula. Molti pensarono a un fake, a un sabotaggio. Ma i dati biometrici delle WowLights non potevano essere falsificati: ogni battito, ogni respiro era lì, sincronizzato con l’orrore.
La Deep Wow riuscì a interrompere la trasmissione solo all’alba quando lui, accortosi di aver su ancora le lenti, se le era finalmente tolte. Troppo tardi. Le registrazioni erano già ovunque. BFJ, l’idolo planetario, promessa del futuro, non era più un campione, ma uno spregevole orco, travolto da una verità che nessun addetto stampa avrebbe mai potuto addomesticare.
Nel pomeriggio lo trovarono impiccato nella sua camera d’albergo.
WowLights
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