Era quasi mezzanotte e ‘Gi mi stava accompagnando alla macchina. Eravamo già in piazzetta, quando vedemmo la sagoma di un individuo, seminascosto dal buio, che sembrava abbracciare un albero. ‘Gi, che non riesce mai a farsi gli affari suoi, si avvicinò e io lo seguii.
In verità, ben presto, notammo che il tizio stava premendo con tutte le forze sul tronco della pianta e che, nel fare questo, sollevava dietro a sé del ghiaino che gli sgusciava da sotto le scarpe.
“Osvaldo!” disse ‘Gi che, ad un certo punto, lo riconobbe “ma si può sapere cosa caspita stai facendo?”
“Niente di importante…” rispose Osvaldo biascicando le parole, completamente ubriaco “voglio solo parcheggiare la macchina e quindi sposto la pianta, così mi ci sta…”
“Come, conciato così, sei venuto in macchina?” gli fece il mio amico con aria di volergli fare una paternale.
“La mia macchina sa guidare benissimo!” osservò Osvaldo con una logica cristallina. Poi sfinito dallo sforzo, si sedette sul bordo dell’aiuola mettendosi le mani sulle guance.
“Eh… tu fai presto a criticare, non sai che la mia vita è sempre stata un inferno… ehi, ma tu chi sei? Ah sì… sì… tu sei… tu sei, Gigi, amico mio carissimo, offrimi da bere…” lo supplicò Osvaldo, che tentava inutilmente di rialzarsi.
“Sì ci mancherebbe solo questo!” fu la risposta.
“Pensavo che mi volessi bene… almeno tu… eh sì la mia è proprio stata una vita d’inferno! … Lo… lo sapevi Gigi che quando ero bambino, se facevo qualcosa che non andava, mio padre mi puniva severamente?” Le parole di Osvaldo uscivano fluide, ma ogni tanto si accavallavano le sillabe finali in uno sciabordio disordinato di vocali. “Una volta è successo che mi sono dimenticato di dar da mangiare alle galline e mio padre… quel galantuomo… mi ha chiuso per tre giorni tre notti nel recinto con il cane.”
Seguì una pausa come per raccogliere le idee. Un gatto in amore emise il suo caratteristico verso roco.
“Tre giorni e tre notti. Mica uno scherzo! Di notte avevo freddo e anche paura… il cane mi ringhiava contro perché, non dandomi i mei genitori da mangiare, io gli rubavo quello che aveva nella ciotola.”
Non avevo mai pensato che l’alcolismo di Osvaldo potesse dipendere dalle sue vicissitudini di vita. Ero abituato a vederlo sempre ubriaco, senza mai chiedermi se quella fosse la risposta ad un suo malessere di fondo.
“Tua madre non interveniva a darti una mano?” mi sentii di dire.
Osvaldo guardò dalla mia parte, come se fino a quel momento non si fosse accorto di me. Poi mi rispose:
“Mia madre mi guardava per tutto il tempo dalla finestra. Io piangevo e la chiamavo da dentro il canile e lei mi osservava come impietrita. No, non poteva aiutarmi… no, no, non poteva, mio padre l’avrebbe picchiata!”
Osvaldo si soffiò il naso tra le dita e poi si pulì sulla camicia. Quindi continuò:
“Va bene adesso offritemi da bere che ho la gola secca e dura come un pane raffermo…”
“Semmai ti portò a casa.” Gli fece ‘Gi cercando di prenderlo per un braccio.
“Non voglio tornare a casa, non c’è nessuno che mi aspetta lì.”
Osvaldo, all’improvviso, tale e quale un temporale estivo, prese a piangere forte strofinandosi gli occhi che pareva un bambino. Poi si girò di scatto da una parte e prese a vomitare come se avesse aperto una sistola per innaffiare il giardino. Non l’avevo mai visto in quelle condizioni.
“Vi ho mai detto che Oreste, l’oste del bar del Cinghiale è mio zio?” si riprese Osvaldo asciugandosi la bocca con un lembo della camicia.
“No, non lo sapevo” gli risposi.
“Eppure mi tratta, in continuazione, come uno scarto di macelleria, mi svergogna davanti a tutti e si prende gioco di me.”
“Non mi sembra…” obbiettai “l’ho sempre visto, invece, molto gentile…”
“Sembra a te. Una volta gli ho chiesto da bere, lui si è girato, ha preso il bicchiere e, prima di riempirlo di chiaretto, mi ci ha sputato dentro. Lui pensava che non l’avessi visto, ma invece l’ho lumato benissimo. Poi me l’ha dato dicendomi: ‘Tieni, questo giro lo offro io.’ E io l’ho bevuto lo stesso. Un bicchiere di vino gratis non lo si rifiuta mai. Però Oreste è proprio una immonda carogna!”
L’uomo, a quel punto si fece forza, e si alzò in piedi. Barcollò e si appoggiò alla pianta.
“Ah ti sei decisa a spostarti, finalmente! Bene, ora possa parcheggiare la macchina.”
Si voltò quindi verso di noi.
“Ora che sapete che la mia vita starebbe bene solo dentro ad un cesso e che vi faccio pena, potete offrirmi da bere…”
‘Gi, approfittando del fatto che Osvaldo si fosse sollevato da terra, lo afferrò per un braccio e quasi lo trascinò alla sua macchina ove lo fece sedere dalla parte del passeggero.
“Non voglio andare a casa!” andava ripetendo Osvaldo sbattendo i piedi.
‘Gi, nel frattempo, aveva fatto il giro della macchina per andare a sedersi al posto si guida. Proprio mentre aveva la portiera aperta si sentì l’altro che diceva:
“Ti ho mai raccontato di mio fratello maggiore che ha abusato più volte di me quand’ero piccolo?”
E ‘Gi, duro:
“Basta dire stronzate per stasera, Osvaldo. Ne hai già dette troppe. Tu sei figlio unico e non hai fratelli!”
Chiuse la portiera. E partì.

‘Gi mi stava facendo vedere, nel suo studio da investigatore privato, il nuovo fax che aveva comprato. Mi spiegava che aveva un mucchio di funzioni e una memoria gigantesca ben superiore a quella che gli sarebbe in effetti servito. Poi, aggrottando la fronte, disse:
“Non ti sembra un po’ strana quella signora?” chiesi a ‘Gi sorseggiando il mio caffè troppo caldo sulla piazzetta di Lughi.
C’è una pizzeria a Castelmoreno, dove si mangia bene. Ci andammo la prima volta qualche anno fa perché ci attirò il nome un po’ particolare: “Appena un filo d’olio”. E’ un posto perfetto per quando è inverno. E’ infatti raccolto, c’è un bel calduccio, il camino sempre acceso. Ci sono tornato l’altro giorno, con i soliti amici, anche se la magia, per l’incipiente primavera, un po’ è svanita. Ma avevamo voglia di starcene un po’ tranquilli, lassù, e di assaggiare la grappa alle pere della signora Lucia.