La giornata di lavoro era stata molto faticosa. Mauro se ne stava seduto al ristorante, con il menu davanti, a rileggere per la quarta o quinta volta la stessa riga.
«Cosa le porto?» gli chiese un giovane cameriere, probabilmente lì da qualche minuto, deciso a farsi notare. Mauro voltò la testa verso quel viso volenteroso e decise di rinunciare a consultare il menu. Avrebbe voluto esprimersi a segni, tanto era stanco, ma poi ordinò: «Mi porti una margherita; con doppia mozzarella di bufala e una birra media, scura.»
Il cameriere appoggiò il lapis sul taccuino, poi fece solo un cenno del capo per poi spostarsi a un monitor che spuntava dalla pila di tovaglioli puliti come un fiore alieno; premette alcune icone e inviò l’ordine in cucina.
«Ti dico di no, Emma, sono da solo… i miei amici non sono voluti venire…»
La voce era quella di un uomo, seduto di schiena poco distante da lui: parlava al cellulare, a un tono così alto che era impossibile non ascoltare.
«Pensa, sono allo stesso tavolino che scegliemmo l’ultima volta che siamo stati qui. No, ora è tutto diverso: lo hanno rimesso a nuovo e non si mangia neppure male, dopo tutto…»
Nel frattempo il cameriere era tornato a portare la birra. Fece un’espressione come per dire ‘lo scusi, sa, ci vuole pazienza.’
«Non potrebbe parlare a volume più basso?» chiese Mauro sottovoce, quasi supplicando.
«Magari!» fece il cameriere e se ne andò.
«Cos’ho fatto oggi?» continuò l’uomo guardando fuori dall’ampia vetrata le luci colorate della città come se si rincorressero sul selciato lucido di pioggia. «Un mucchio di cose… ah, ho incontrato pure Gigi, giù al Parco. Ti saluta tanto e mi ha chiesto quando andiamo a trovarlo al mare… sì sì, al mare… no, non so… tu che dici? Sì, sono d’accordo, sono simpatici, sempre se non viene quel loro nipote pestifero… però non subito, direi fra qualche week-end, quando comincia a fare caldo…»
Mauro dava segni di impazienza. Il suo mal di testa lo stava torturando più del dovuto e quella voce lo picchiettava direttamente sulla tempia. La pizza era per fortuna nel frattempo arrivata ed ebbe l’effetto di rabbonirlo. L’uomo però continuava a raccontare alla moglie cosa avrebbe fatto l’indomani rassicurandola che l’avrebbe richiamata in serata e che al ritorno non si sarebbe dimenticato di portare la crostata di visciole che le piaceva tanto. Stava diventando fastidioso. A un certo punto sembrava voler riattaccare, ma poi ci ripensò iniziando a informarsi su cosa invece la donna avesse fatto in sua assenza. Mauro non ci vide più. Mollò rumorosamente coltello e forchetta sopra la pizza e si diresse deciso verso il suo problema: lo doveva affrontare. Quando gli fu davanti, si accorse però che era una persona molto anziana, gli occhi acquosi e un sorriso mielato. Appena i loro sguardi si incrociarono, l’uomo lo anticipò:
«Stavo parlando a voce troppo alta, vero? Mi scusi, sono mortificato. Me lo dice sempre mia moglie, da quarant’anni oramai, ma non riesco proprio ad accorgermene. È che ho insegnato per tanto tempo e in classe, se non urlavo, i miei ragazzi si distraevano. Mi scusi davvero tanto.»
E nel pronunciare queste frasi mostrò al suo interlocutore, come in una resa senza condizioni, i palmi aperti e vuoti. Sì, non aveva nessun telefonino in mano, né ce n’era sul tavolino, né vi erano tracce di microfoni o auricolari alle orecchie. Nulla di nulla. Mauro non seppe più che dire. Era sconcertato. Annuì per poi tornare, confuso, a posto. Trascorsero pochi secondi e poi sentì dire: «No no, niente, Emma, solo un seccatore, cosa mi stavi dicendo, allora?»
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La storia minima ‘Emma’ è stata pubblicata, in via esclusiva, per la prima volta il 17 febbraio 2013 su:
–> Il blog Caffè Letterario
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Si era appoggiato alla lastra di marmo del bancone e, come ogni altra volta, nell’attesa che il pizzaiolo gli preparasse le tre solite margherite, lo stava prendendo in giro. ‘Spero che tu ti sia lavato le mani’ gli diceva con sarcasmo facendo scivolare un poco la testa all’indietro. ‘Hai appena iniziato a lavorare e sei già stanco? Tutti indolenti voi bassitalia. Su… che non ho tempo da perdere’. L’uomo sorrideva cordiale mentre, succhiando il bocchino della pipa spenta, sparava i suoi apprezzamenti acidi sul pizzaiolo, che, in perfetto silenzio, si destreggiava invece rapidissimo tra le pagnotte di pasta da spianare. Il lettore CD diffondeva nell’aria le canzoni napoletane acquistate nel weekend nei vicoli di Scampia, a sottolineare ancor più la tinta surreale di quella scena. Era sempre così, da qualche mese, da quando Nicola con la sua abilità partenopea aveva riempito quel locale un po’ dimenticato sulla collina.
C’è una pizzeria a Castelmoreno, dove si mangia bene. Ci andammo la prima volta qualche anno fa perché ci attirò il nome un po’ particolare: “Appena un filo d’olio”. E’ un posto perfetto per quando è inverno. E’ infatti raccolto, c’è un bel calduccio, il camino sempre acceso. Ci sono tornato l’altro giorno, con i soliti amici, anche se la magia, per l’incipiente primavera, un po’ è svanita. Ma avevamo voglia di starcene un po’ tranquilli, lassù, e di assaggiare la grappa alle pere della signora Lucia.
Di ritorno da Pievani, era mezzanotte, vidi la luce filtrare da sotto la porta del forno di Bastiano. Mi fermai.