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Posts Tagged ‘edicola’

Un sole tiepido era riuscito a liberarsi delle nuvole e vanamente cercava di scaldare le larghe e massicce pietre dell’argine, mentre i gabbiani, a continue ondate, risalivano a stormi sparuti l’alveo del fiume schiamazzando come bambini che giocassero sul bagnasciuga. Cercavano, disegnando sbilenchi cerchi concentrici, rifiuti disordinati del consumismo distratto che, a dispetto dei tempi, abbondavano sul greto.
Il ragazzo, uno sguardo simpatico in una faccia pulita, era fermo all’angolo del viale; da un lato una grossa borsa di plastica, di quelle che i negozi di abbigliamento usano per riporre i vestiti acquistati. Guardava in giro, fiducioso, in attesa di qualcuno o qualcosa. Poi, come fosse arrivato il momento, all’improvviso si mosse puntando dritto all’edicola poco distante, il passo deciso, dei momenti ineluttabili. L’edicola altro non era se non un gabbiotto antico, in legno e ferro, sempre pieno di riviste e gadget per i turisti, posizionato in modo tale, all’inizio del ponte, che finiva per dividere a metà scolaresche e gruppi di gitanti che volessero arrivare alle spalle della Piazza, dalla parte cioè più spettacolare e raccomandata da guide e mappe.
«Mi scusi» fece il ragazzo sporgendosi all’interno verso l’uomo che stava leggendo qualcosa poggiato sulle ginocchia. «Quel tipo là» e tese il braccio a indicare un giovane che, camminando a passo svelto, si trovava a metà del ponte nella parte più alta della campata «mentre lei non guardava ha staccato una pubblicazione tra quelle appese qui fuori e se l’è messa sotto la giacchetta». L’uomo contrasse i muscoli del viso imprecando sottovoce e, senza dir nulla, aprì la porticina dell’edicola come volesse staccarla dai cardini e in un attimo si mise all’inseguimento del ladro. Appena il ragazzo lo vide allontanarsi di spalle sulla scia del giovane, già peraltro sparito nell’altra spalla del ponte, si lasciò andare a un sorriso liberatorio e, arraffate quante più riviste poté, le fece scivolare all’interno della capace borsa vuota e scappò via nella direzione opposta.

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«Fermati!!!»

Quando pronunciò questa semplice parola, il giornalaio aveva aperto la sua mano e le dita a raggiera: la rivolgeva ad un quotidiano che, da lui abbandonato sulla parte prospiciente ed obliqua dell’edicola, stava scivolando giù. Io guardai, prima il gesto plastico di quel tipo che mi ricordò un domatore di leoni, e poi il giornale che, effettivamente, aveva smesso di cadere fermandosi di traverso.

«Desiderava?» mi domandò serio.

«Volevo sapere se ha ancora il numero del mese scorso di MacUser… l’ho perso andando in vacanza.»

«Venga da questa parte che controlliamo» mi rispose in modo asciutto.

«Ma le ubbidiscono sempre così i giornali?» chiesi con tono provocatorio.

Lui mi guardò fisso attraverso un paio di occhiali dalla montatura nera e spessa che andava di moda vent’anni fa.

«Il più delle volte sì» si schermì, «si figuri però che, l’altro giorno, un fermacapelli che si vendeva insieme ad una rivista per donne, mi ha morso.»

Nel seguirlo dal lato dell’edicola che lui mi aveva indicato, non sapevo se ridere oppure o no. Anche perché non avevo capito bene se si era trattato davvero di una battuta.

Nel girare l’angolo del chiosco mi imbattei in un semiarco di libri che sfidava la forza di gravità. Era impossibile che potesse stare in piedi, a meno che quei volumi non fossero stati incollati gli uni agli altri e tutta la colonna inchiavardata al marciapiede.

«Sa» mi buttò lì, avendo notato che stavo ammirando la sua pila dall’equilibrio improbabile «con i libri è più facile: con loro vado maggiormente d’accord perché sono in sintonia-»

Quando mi diede la rivista ero piuttosto confuso, mi sembrava di essere entrato in un telefilm della serie ‘Ai confini della realtà’. Decisi di pagare e di andar via. Stavo per salire in macchina quando lui mi suggerì:

«Provi anche lei: non è difficile.»

Diedi un’occhiata a quel quotidiano ancora immobile nel chiosco nella sua innaturale posizione a mezza via: sembrava sottolineare la naturalezza di quella frase. Poi lui si girò e, dopo aver posizionato una cassetta sotto il giornale in bilico, disse con voce stentorea accompagnandosi con la stessa imposizione della mano:

«Cadi!»
Preferii però non guardare e accelerai il passo.

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Il bavoso

Mi stavo leggiucchiando l’ultimo numero di Macworld, quando Tito, uscito dalla sua edicola mi dice:
“Questa te la devo proprio raccontare…”
Chiusi la rivista e, rassegnato a dover rimandare a più tardi l’interessante lettura della recensione sui PowerBook di nuova generazione, mi predisposi all’ascolto.
“Da un po’ di tempo a questa parte, ogni settimana, un vecchietto viene a comprare da me una pubblicazione che più che porno definirei piuttosto oscena. Figurati che questo tizio, Camillo, avrà più di ottant’anni. La cosa mi incuriosiva molto, non solo per la venerabile età del soggetto, che avrebbe dovuto metterlo di per sè al sicuro dalle urgenze del sesso, ma perché è un semianalfabeta e a stento sa fare la sua firma.”
“Beh” obiettai io “non credo che l’arzillo vecchietto abbia bisogno di saper leggere per vedere le figure”. Nel frattempo avevo nuovamente semiaperto il Macworld per buttarci dentro un’occhiata fuggevole. Ma era tutto inutile.
“Sì, hai ragione, ma Camillo, del sesso, non gliene è mai importato nulla: glielo ho sentito dire tante volte. Lui sostiene che la natura l’ha fatto brutto, per cui le donne non l’hanno mai filato e lui ha smesso di interessarsi a loro da un bel pezzo: una bella partita a bocce e via, il tempo passa che è una meraviglia.”
“Va beh, Tito, non capisco perché ti debba importare la faccenda. Paga o non paga?”
“Certo che paga, ma non è questo il punto. Dieci giorni fa, scambiando due chiacchiere con lui, che era venuto a comprare ‘sta rivista, non ho resistito alla tentazione di saperne un po’ di più e, ammiccando in direzione delle procaci donnine nude che mostravano dalla copertina come erano fatte dentro, gli ho detto ‘ci si diverte, eh?’ ”
Ma Camillo alzando le spalle e aggrottando la fronte, mi ha risposto, come mi aspettavo, che non era mica per lui. Mi ha spiegato che trova i soldi per acquistare la rivista, più una bella mancia, sotto il posacenere di un tavolino del Bar Nottoli, quello di via Petraia. Lui poi viene qui, compra il settimanale, me lo fa mettere dentro a un quotidiano e, tornando indietro, rimette il tutto sullo stesso tavolino del bar. Ma ti rendi conto?”
“Sembra ‘na roba da agenti segreti.”
“Già, e allora ho chiesto a Camillo se avesse mai avuto la curiosità di sapere chi è quello che gli lascia i soldi. Lui mi ha risposto: ‘a me non interessa un bel niente, che buttino pure via il loro denaro!’ E se ne andato via senza neppure salutarmi. E non ho dubbi in proposito, che non gliene importi nulla, con i soldi guadagnati si beve un po’ di vino e per lui è già una bella festa!”
“Bella storiella davvero…” dissi a Tito con un sorriso supplichevole a volermi far leggere.
“Ma non è finita…”
“Ah no eh?”. Per tutta risposta presi la rivista di informatica e, per il nervoso, quasi la lanciai su di un pancale pieno di gadget per quotidiani.
“No. Ieri Camillo è tornato, ha chiesto la pubblicazione erotica appena uscita, ha pagato e se ne andato.”
“Bene, tutto normale, direi.”
“No, è che non ce l’ho fatta più!”
“In che senso?”
“Quando l’ho visto andare via, ho chiuso in un lampo il baracchino e l’ho seguito.”
“Cosa hai fatto?”
“Sì, l’ho seguito senza farmi accorgere. Era troppo ghiotta ‘sta cosa qui. Beccare il bavoso che non ha il coraggio di venire alla mia edicola perché non vuole far sapere che compra certe riviste per pervertiti, ma allo stesso istante non esita, però, a sfruttare i poveri vecchietti. Meritava una lezione!”
“Insomma, il nuovo Zorro delle edicole, mi compiaccio, Tito” gli dissi io ironico che già mi ero pentito di aver gettato tanto lontano il mio giornale.
“Così, di soppiatto, muro muro, gli sono andato dietro: Camillo ha preso un paio di vicoli, è passato davanti alla Posta e poi, zac, è sbucato nella via del bar. Senza neppure fermarsi, ha posato il giornale con dentro la rivista sul tavolino più esterno del locale e se ne è andato. A quel punto mi sono nascosto nell’androne di una casa lì vicino. Dovevo assolutamente scoprire chi era. Magari lo conoscevo. Anzi ero sicuro di conoscerlo perché altrimenti non si sarebbe comportato così. Ho aspettato un buon venti minuti. E poi la persona è arrivata.”
A questo punto Tito fece una pausa che mi sembrò fin esagerata.
“E allora, chi caspita è il bavoso?”
“Mia moglie.”


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