Straccetto per polpi

Tito, il mio giornalaio preferito di Lughi, è una gran brava persona. È un uomo semplice, dalla conversazione piacevole se non fosse per il fatto che la sua attenzione è costantemente catalizzata sulle pretese avversità che sconquasserebbero la sua vita: la moglie secondo lui lo tradisce, le tasse “gli si stanno mangiando tutto il baracchino”, la squadra della Lughese (che milita in non so più qualche infima categoria) da quando ha perso il suo beneamato Presidente, il comm. Trenotti, non è più la stessa. Questo per dire che, se è in vena, ti attacca un bottone da inchiodarti all’edicola.
Ma oggi avevo forse bisogno io di parlare con lui sentendomi smanioso di sfogarmi con qualcuno. Tito fece così appena in tempo a salutare un cliente appena servito – lo stavo scrutando al di sopra delle pagine lucide di Applicando – che, chissà per quale motivo, gli dissi:
«Ero convinto che, ad una certa età, avrei avuto solo certezze. Valeva la pena, secondo la mia mentalità di bambino, diventare adulti proprio perché avrei raggiunto la serenità di spirito abbandonando dubbi e inadeguatezze; ero certo che avrei finalmente saputo che direzione prendere assaporando la libertà di autodeterminarmi senza essere condizionato da nulla e da nessuno. Invece mi riscopro ad avere il doppio delle domande e la metà delle risposte. E a volte mi sento così strano da sentirmi come uno straccetto in un’esca per polpi, in mezzo all’oceano, in balia dei capricci degli dei e delle sensazioni che mi svuotano dal di dentro.»
Tito mi guardò a bocca aperta. Sembrava fosse la prima volta che mi vedeva. Quindi fece:
«Beh oggi pomeriggio, in tanto c’è la Coppa Italia e puoi passare il tempo a vedere quella: poi domani, tutt’al più, si vedrà.»

Il bavoso

Mi stavo leggiucchiando l’ultimo numero di Macworld, quando Tito, uscito dalla sua edicola mi dice:
“Questa te la devo proprio raccontare…”
Chiusi la rivista e, rassegnato a dover rimandare a più tardi l’interessante lettura della recensione sui PowerBook di nuova generazione, mi predisposi all’ascolto.
“Da un po’ di tempo a questa parte, ogni settimana, un vecchietto viene a comprare da me una pubblicazione che più che porno definirei piuttosto oscena. Figurati che questo tizio, Camillo, avrà più di ottant’anni. La cosa mi incuriosiva molto, non solo per la venerabile età del soggetto, che avrebbe dovuto metterlo di per sè al sicuro dalle urgenze del sesso, ma perché è un semianalfabeta e a stento sa fare la sua firma.”
“Beh” obiettai io “non credo che l’arzillo vecchietto abbia bisogno di saper leggere per vedere le figure”. Nel frattempo avevo nuovamente semiaperto il Macworld per buttarci dentro un’occhiata fuggevole. Ma era tutto inutile.
“Sì, hai ragione, ma Camillo, del sesso, non gliene è mai importato nulla: glielo ho sentito dire tante volte. Lui sostiene che la natura l’ha fatto brutto, per cui le donne non l’hanno mai filato e lui ha smesso di interessarsi a loro da un bel pezzo: una bella partita a bocce e via, il tempo passa che è una meraviglia.”
“Va beh, Tito, non capisco perché ti debba importare la faccenda. Paga o non paga?”
“Certo che paga, ma non è questo il punto. Dieci giorni fa, scambiando due chiacchiere con lui, che era venuto a comprare ‘sta rivista, non ho resistito alla tentazione di saperne un po’ di più e, ammiccando in direzione delle procaci donnine nude che mostravano dalla copertina come erano fatte dentro, gli ho detto ‘ci si diverte, eh?’ ”
Ma Camillo alzando le spalle e aggrottando la fronte, mi ha risposto, come mi aspettavo, che non era mica per lui. Mi ha spiegato che trova i soldi per acquistare la rivista, più una bella mancia, sotto il posacenere di un tavolino del Bar Nottoli, quello di via Petraia. Lui poi viene qui, compra il settimanale, me lo fa mettere dentro a un quotidiano e, tornando indietro, rimette il tutto sullo stesso tavolino del bar. Ma ti rendi conto?”
“Sembra ‘na roba da agenti segreti.”
“Già, e allora ho chiesto a Camillo se avesse mai avuto la curiosità di sapere chi è quello che gli lascia i soldi. Lui mi ha risposto: ‘a me non interessa un bel niente, che buttino pure via il loro denaro!’ E se ne andato via senza neppure salutarmi. E non ho dubbi in proposito, che non gliene importi nulla, con i soldi guadagnati si beve un po’ di vino e per lui è già una bella festa!”
“Bella storiella davvero…” dissi a Tito con un sorriso supplichevole a volermi far leggere.
“Ma non è finita…”
“Ah no eh?”. Per tutta risposta presi la rivista di informatica e, per il nervoso, quasi la lanciai su di un pancale pieno di gadget per quotidiani.
“No. Ieri Camillo è tornato, ha chiesto la pubblicazione erotica appena uscita, ha pagato e se ne andato.”
“Bene, tutto normale, direi.”
“No, è che non ce l’ho fatta più!”
“In che senso?”
“Quando l’ho visto andare via, ho chiuso in un lampo il baracchino e l’ho seguito.”
“Cosa hai fatto?”
“Sì, l’ho seguito senza farmi accorgere. Era troppo ghiotta ‘sta cosa qui. Beccare il bavoso che non ha il coraggio di venire alla mia edicola perché non vuole far sapere che compra certe riviste per pervertiti, ma allo stesso istante non esita, però, a sfruttare i poveri vecchietti. Meritava una lezione!”
“Insomma, il nuovo Zorro delle edicole, mi compiaccio, Tito” gli dissi io ironico che già mi ero pentito di aver gettato tanto lontano il mio giornale.
“Così, di soppiatto, muro muro, gli sono andato dietro: Camillo ha preso un paio di vicoli, è passato davanti alla Posta e poi, zac, è sbucato nella via del bar. Senza neppure fermarsi, ha posato il giornale con dentro la rivista sul tavolino più esterno del locale e se ne è andato. A quel punto mi sono nascosto nell’androne di una casa lì vicino. Dovevo assolutamente scoprire chi era. Magari lo conoscevo. Anzi ero sicuro di conoscerlo perché altrimenti non si sarebbe comportato così. Ho aspettato un buon venti minuti. E poi la persona è arrivata.”
A questo punto Tito fece una pausa che mi sembrò fin esagerata.
“E allora, chi caspita è il bavoso?”
“Mia moglie.”