Greg ed Helèna avevano deciso di partire subito dopo le nozze. Lei, una biondina dal viso un po’ anonimo, ma con tanto entusiasmo negli occhi. Lui, misurato e serio, come del resto raccontavano la montatura scura degli occhiali che portava e un incidere lento e riflessivo.
Dopo tanto vagliare, ecco il viaggio perfetto: un tour guidato di sedici giorni in Cina, con la visita in dieci città, guida in lingua inglese, alberghi internazionali e spostamenti garantiti da pulmini con aria condizionata. La meraviglia dell’Oriente a portata di mano, insomma.
Solo un problema: Tabù, lo yorkshire terrier color crema di Helèna, con un ciuffo sempre spettinato sopra gli occhi. Non potevano lasciarlo in pensione, né a casa con qualcuno di fidato. Così avevano deciso di portarlo con sé, con tanto di certificato sanitario, modulo di trasporto per animali e tanta speranza che tutto andasse per il verso giusto.
Dopo una settimana di escursioni a orari da orientali e cene prefissate, arrivarono a Xi’an, dove finalmente il pomeriggio era libero e la cena non inclusa.
«Andiamo fuori città», propose Helèna, mentre accarezzava Tabù rannicchiato nella borsa. «Voglio vedere la Cina vera. Non solo templi e negozi di souvenir».
Greg annuì. Presero un’auto a noleggio e lasciarono il centro. Il paesaggio cambiò in fretta: fabbriche basse, strade scolorite, poi distese verdi e villaggi disseminati qua e là. C’era anche tanta povera gente. Le insegne, tutte scritte in ideogrammi, non aiutavano a orientarsi. Nessuno parlava inglese, nemmeno approssimativo.
Dopo un paio d’ore e tre inversioni a U, trovarono una trattoria con lanterne rosse penzolanti e l’insegna illuminata da un neon tremolante. Parcheggiarono sotto un albero dai rami pendenti e si guardarono con aria appagata.
«Questa è la Cina autentica che cercavo», sospirò lei.
L’interno era silenzioso, con tavoli quadrati e sedie di plastica. Un giovane cameriere, con una camicia pulita e un sorriso perenne, si avvicinò. Si inchinò profondamente e disse loro qualcosa di incomprensibile.
Greg fece il gesto delle bacchette, mentre Helèna accennò il volo di un pollo e batté la mano sulla pancia. «Chicken? Pork? Anything, really. No spicy», disse, fiduciosa di essere stata capita.
Il cameriere annuì, sorridendo, e scomparve in cucina. Tornò poco dopo con una bottiglia di liquido trasparente e due ciotoline vuote. Sakè, supponevano. Poi posò delle piccole pagnotte fragranti nei piattini, senza smettere di essere cordiale.
Tabù si agitò nella borsa, un po’ irrequieto. Greg lo indicò. «Can eat too? Maybe… some leftovers?»
Helèna lo aiutò nella pantomima, mimando un cane che mangia da una ciotola, poi indicando la cucina.
Il cameriere parve illuminarsi. Si inchinò di nuovo, si avvicinò con cautela a Tabù, lo prese tra le braccia, come si fa con un neonato, e lo dondolò piano amorevolmente. Lo yorkshire terrier, insolitamente docile, si lasciò portare via senza fiatare.
«Che carino, lo porta in cucina…» sussurrò Helèna. «Vuole nutrirlo con più comodità. Magari gli dà un po’ di riso o pollo sfilacciato.»
«Certo. E forse lo nutriranno meglio di quanto potremmo fare noi a casa. Il cameriere ci ha preso in simpatia.»
Il tempo passava lento. Non c’erano rumori dalla cucina. Il locale era vuoto, le luci basse. Han non si vedeva da un bel po’. Greg consultò il cellulare, ma non c’era segnale. Helèna iniziava a innervosirsi.
«Forse non ha capito cosa volessimo», commentò lei sconfortata.
«O forse stanno cucinando tutto all’impronta. Non saranno abituati ai turisti…»
Finalmente, dopo quaranta minuti abbondanti, il cameriere tornò. Portava due ciotole fumanti. Dentro, un brodo chiaro e profumato, pezzi di carne scura e tenera, e riso sul fondo. Sorrise ancora mentre le posava, e si ritirò senza dire una parola.
Avevano fame. Helèna assaggiò subito il piatto, poi guardò Greg. «È buonissimo, tesoro. Davvero.»
«Sì. Tenero, speziato al punto giusto. Cos’è, secondo te?»
«Boh, meglio non chiedere», disse ridendo in quel suo modo sbarazzino. «Potrebbe essere istrice o persino volpe. Ho letto che in questa campagna ne fanno largo uso. C’è tanta selvaggina, ma pochi animali da cortile o da stalla. Ma è cucinato indubbiamente bene.»
Si fecero portare anche un po’ di frutta: un tipo di mela verdognola e alcuni fichi di una qualità che non avevano mai visto. C’era anche un formaggio morbido, a forma cubica, dal sapore leggermente affumicato e acido. Molto prelibato. Il tutto si sposava benissimo con il saké.
Il cameriere tornò con il conto, piegato con cura. Greg pagò in contanti.
«Grazie. Davvero buono.»
Han sorrise ancora, annuì e fece un piccolo inchino.
«E il nostro cane?» chiese Helèna, guardando in direzione della cucina.
Il cameriere fece un gesto come per indicare di aspettare. Tornò poco dopo con un sacchetto bianco, ben chiuso, che posò con attenzione sul tavolo. «Doggy bag», pronunciò in un inglese ciancicato.
Greg rise. «Ah! Grazie. Sì, per dopo.»
Helèna però si guardò di nuovo attorno. «Ma… il cane? Il nostro cane?»
Han fece il gesto del cagnolino che abbaia, poi quello di cullarlo tra le braccia. Infine, indicò di nuovo il sacchetto.
Greg si bloccò.
«Aspetta… Doggy bag… vuoi dire che…»
Il cameriere, avendo intuito, annuì, facendosi serio. Poi accennò un altro inchino, più contenuto, e sparì in cucina.
Ci fu un lungo silenzio tra i due. Helèna era diventata pallida e posò il tovagliolo con lentezza, come se cercasse una soluzione per uscire da quell’incubo. Greg non riusciva a staccare gli occhi dal sacchetto.
«Cos’ha voluto farci capire, Greg?» chiese la moglie, con gli occhi stralunati. «…che ci hanno fatto mangiare il nostro Tabù?»

No, mi dispiace, proprio non lo reggo. Non ce la faccio.
😱
🙋♀️😉
An intriguing and somewhat dark story 🐕🍲 that uniquely portrays unfamiliar cultures 🌏 and misunderstandings that can happen during travel ✈️. Definitely thought-provoking 🤔.
This is what has always fascinated me about travel. What is “normal” here is forbidden or eccentric elsewhere, and vice versa.
Buono Tabù…..
Grande….. tra l’altro un’esperienza comunque quando si ha a che fare con cucine non conosciute (ci sono passato in francia tanti e tanti anni fa). Fortuna che non sempre ti portano Tabù.
No, in Francia non è così, no?
🐈⬛ io …io no…
🐕 vengo anche io?
Il gatto non lo avrebbe seguito in cucina…
E lo chef va punito …
تمت المتابعة يسعدني ويشرفني متابعتكم
الشرف متبادل
Dovevano conoscere che i cinesi mangiano carne di cane. Questa è la Cina autentica.
Ottimo racconto. Per fortuna io non corro questi rischi perché non mangio carne… 😉
Sì, sei al sicuro 😊
Vabbè, ma questo è Fantozzi: “Pierugooooooo!!!!!” 😆😆😆
Mogli, buoi e cibi dei paesi tuoi. Il titolo non è anticipativo, ma si intuisce la fine dal momento che prende in consegna il cane. In ogni caso il racconto è godibile comunque. Volevano la vera Cina, e l’hanno trovata. Dispiace solo per il povero cane.
Chissà cosa sarebbe successo se invece di uno yorkshire avessero avuto un mastino napoletano…
1 – 0 per il cane 😀
Alla fine la Cina vera, autentica l’hanno trovata. Forse, se si fossero informati meglio sulla cultura e tradizione locale, avrebbero tenuto stretto il loro Tabù al tavolo.
Buona domenica 😉
No Alpitour…? 🙃
No Alpitour😂
Ahi ahi ahi
😂
Devi cambiare il titolo…si intuisce subito il finale. 😉
Dici eh?
Si, in effetti già da metà del racconto s’intuisce!!!
🙄
In effetti…
😉
Perché a me, invece, non sembra anticipatorio?
Che si possa capire che i due turisti, già all’inizio del racconto e a causa del titolo, possano mangiare il loro cane è cosa che mi pare molto remota per il lettore perché è di per sé un evento oramai raro (e avviene solo in alcune zone della Cina attuale). Mentre è usuale, al contrario, che all’estero il ristorante dia al cliente il doggy bag che solitamente non è il cane del cliente stesso, ammesso che lo abbia.
Che il titolo suggerisca quindi il finale per me rimane una eventualità non possibile, né probabile o consequenziale.
E’ invece verosimile dare il giusto senso al titolo (volutamente equivoco) dopo aver letto il finale.
E’ solo una questione di intuito (di qualche lettrice femminile) capirlo invece da subito.
Ma l’intuito, si sa, fa salti come quelli di un cavallo degli scacchi e non è in alcun modo aggirabile.
Non prendertela, il racconto come al solito è scritto benissimo e il titolo non è particolarmente rivelatore. Però quando parli di viaggio in Cina, e di un piccolo cane, il finale per noi che ti seguiamo da un po’ diventa prevedibile.
🙂
Vabbè , comunque poteva andare peggio, potevano fargli mangiare due hotdog.
Non dire così… 🤨
😄😄
😱😱 😱
Miglior nome per il povero cane non avresti potuto scegliere… E la Cina vera è stata anche loro servita
🤗
Questo racconto è una breve storia brillantemente costruita che passa dall’umorismo leggero all’orrore più inaspettato in modo sorprendente e molto efficace.
Ha proprio questo crescendo. Grazie