L’uomo aveva sul volto il sorriso di un bambino, anche se non sembrava comprendere appieno cosa stesse succedendo. Sua moglie e suo figlio erano seduti sul divano, ma mentre la donna appariva frastornata dalle luci e dai display delle consolle e delle telecamere, il figlio adolescente era del tutto estraniato, immerso nel suo cellulare.
«Sono Clairmont Duvivier e spiegherò il gioco a quei pochi che ancora non lo conoscono…» L’uomo, azzimato e troppo curato, come se avesse passato ore in sala trucco, entrò nel cerchio delle luci.
«Ma… come mai le riprese sono a casa mia? Non sarebbe stato più comodo trovarsi in uno studio?» Il concorrente non sapeva bene a chi rivolgere la domanda, se alle telecamere o al presentatore.
«A questo arriviamo tra poco… ah, a proposito: siamo già in diretta.»
«In diretta?» Marcel era stupito. La moglie si guardò intorno inquieta, poi si ravvivò i capelli con piccoli movimenti nervosi.
«Certo! Non ha visto le altre puntate di ‘Tre scatole e un Gloom‘?» domandò Clairmont rivolto alla telecamera e sfoderando un sorriso smagliante.
«Veramente no.»
«Poco male. Il nostro concorrente di oggi si chiama?»
«Io? Ah, sì. Mi chiamo… mi chiamo Marcel Dubois.»
«Vuole dire qualcosa in più al nostro gentile pubblico che sta facendo per la prima volta la sua conoscenza?»
«Sono qui di Pérouges, faccio il calzolaio, ho quarantasei anni, felicemente sposato da sedici con Marie. Abbiamo un figlio, Baptiste. Ma tutti lo chiamano Bap.»
La telecamera inquadrò moglie e figlio. Marie si commosse. Bap, nella sua bolla, non parve accorgersi di nulla. Fece solo una smorfia che non era dovuta al contesto, ma a qualcosa che era apparso sullo smartphone. Poi ritornò alla sua solita espressione, vuota e impassibile.
«Benissimo. Davanti a lei, sul tavolino, ci sono, come di consueto, le tre scatole del nostro gioco: la A, la B e la C. Una contiene un lingotto d’oro da 50.000 euro, una è vuota, e una… contiene Gloom.»
«Gloom? Cos’è?»
«Non cos’è. Piuttosto chi è. È il fantasma del gioco!» esclamò Clairmont con un’espressione sorpresa.
Marcel lo fissò. «Non credo ai fantasmi.»
«Capisco. Liberissimo. Spero solo che lei non si debba ricredere. E poi, per rispondere alla sua domanda iniziale, le posso rispondere che il fatto che un fantasma giochi oggi con noi è il motivo principale per il quale siamo in casa sua e non nel nostro studio a Parigi. Non vorremmo mai che un fantasma fosse libero tra le nostre cose.»
Marcel non rispose. Poi ribadì, piano: «Non credo ai fantasmi.»
«Ottimo. Allora scelga una scatola, senza aprirla. Poi le farò una offerta. Potrà quindi confermare la sua scelta, cambiarla o accettare la mia proposta. Solo io so cosa contengono i pacchi. Tutto chiaro?»
«Chiaro.»
«Domande?»
«No.»
«Procediamo?»
«Procediamo.»
«Quale scatola vuole scegliere?»
«La C» disse senza esitazione.
«Il nostro Marcel ha scelto la scatola C!» ripeté in modo solenne Clairmont alla telecamera. Ma conterrà il lingotto o… qualcosa di diverso?»
Poi piazzò il microfono davanti a Marie: «Secondo lei ha fatto bene suo marito a scegliere il pacco C?»
Marie sorrise: «No. Io avrei scelto la B, come l’iniziale di Baptiste.»
Marcel si irrigidì.
«Ha sentito, Marcel?»
«Sì.»
«Vuole dare retta a sua moglie o insiste nella sua scelta? Aspetti, però, a rispondere. Per rendere il gioco più interessante… io le offro 15.000 euro se cambia pacco e apre la scatola contrassegnata dalla lettera A.»
«No, no, la B!» intervenne a voce alta la moglie.
Marcel esitava. Pensava a quanto avrebbe potuto fare con quei soldi che il presentatore gli offriva: un nuovo macchinario per la bottega, un viaggio a Venezia con Marie…
Clairmont rincarò: «Facciamo 25.000 euro. Metà del valore del lingotto. Basta che apra la A. Cosa ne pensa?»
Lo sguardo severo della moglie, fisso su di lui, diceva tutto: “Non t’azzardare.”
«Scelgo la B» ma la voce di Marcel era tutt’altro che convinta.
«Colpo di scena!» esclamò Clairmont. «Marcel ha rinunciato a 25.000 euro per seguire l’intuizione della moglie. Applausi!»
Partirono gli applausi preregistrati. Marcel si schermì. Capì che in quel momento l’unica cosa che veramente desiderava era tornare nella pace della sua bottega.
«Ora, se pensa che sia la scelta giusta, apra la scatola B. Ma può ancora cambiare idea e accettare la mia proposta. Ci pensi bene.»
Marcel fissò il pacco, poi la moglie, poi ancora la scatola. Sospirò, si avvicinò e, sbuffando, aprì la B.
Dentro, luccicava il lingotto d’oro.
«Ho vinto!» urlò alzando incredulo le braccia verso il cielo. Marie saltò su: «Lo sapevo! Me lo sentivo!»
Marcel cercò con lo sguardo il presentatore, ma si accorse che Clairmont e la troupe stavano già uscendo dalla casa.
Dal fondo della scatola B, Gloom emerse silenzioso. Un alito gelido attraversò la stanza. Baptiste alzò lo sguardo, vide all’improvviso il volto spettrale del fantasma, si tolse gli auricolari. Un urlo straziante lo investì subito dopo. Gridò anche lui a quella vista mostruosa cominciando ad agitarsi in modo scomposto. Marie svenne. Marcel rimase invece immobile: Gloom gli fu però subito addosso, il suo viso era a pochi centimetri dal suo. L’odore che Marcel sentiva era nauseabondo e insopportabile. Gli venne da rimettere.
«Hai lasciato le telecamere accese?» Clairmont, stava scendendo le scale in modo precipitoso tallonato dal capo troupe.
«Sì, torniamo come al solito tra mezz’ora. Il tempo che Gloom si sia divertito a sufficienza e torni spontaneamente nella scatola.»
Archivi tag: Francia
L’ultimo Conte
L’idea di pernottare in uno château indépendant lo aveva sempre attratto; e la guida gli segnalava che ce n’era giusto uno nelle vicinanze che aveva aperto da poco.
Quando Peter arrivò, senza prenotazione, nel domain, il padrone di casa, un uomo sulla settantina, dai tratti fini e dalle buone maniere, lo ricevette in vestaglia e, benché fosse molto sorpreso di avere già un ospite, fu molto gentile e disponibile. Gli assegnò una bella stanza al primo piano e poi, già vestito di tutto punto, fu felice di fargli visitare la tenuta. Gli raccontò che era l’ultimo Conte di Arméville, che la sua famiglia era imparentata, da parte materna, con Giovanni II di Francia, il duca di Berry, e che i suoi antenati erano sopravvissuti alla Guerra dei Cent’anni, alla Révolution e alle terribili deportazioni verticali della insurrezione vandeana.
«Chi è quel signore?» chiese Peter indicando un uomo raffigurato in un’ampia tela che pendeva dal muro lungo le scale.
«Quello? È mio zio Henry di Vallécourt, XVI° Conte di Arméville. È stato assassinato in circostanze misteriose. È stato rinvenuto nel pozzo della tenuta, pugnalato a morte. Trovarono in casa i segni evidenti del passaggio di alcuni sbandati che per un certo periodo imperversarono nella zona nei primi del ‘900. Un ragazzo promettente, colto, intelligente e bello. Mio nonno ci fece una malattia, perché era il suo preferito. Fu una tragedia immane che ancora pesa sulla mia famiglia.
Il Conte gli fece vedere anche la fattoria che forniva latte di qualità a mezza regione, i cavalli di razza e gli ottocentocinquanta ettari coltivati a mais, grano e viti pregiate.
Dopo una cena, che a dir poco Peter trovò sontuosa, verso le ventitré, decise di andare a dormire. Non prima di passare dalla biblioteca che conteneva migliaia di volumi anche rari. Ne scelse uno che raccontava diffusamente l’avventurosa storia degli Arméville. Lo sfilò dallo scaffale e se lo portò in stanza. Voleva approfondire l’argomento. Si appassionò alla lettura fino a quando, da una delle ultime pagine, cadde un foglietto piegato in due. In una grafia ariosa ed elegante c’era scritto:
Se mi accadrà qualcosa, ebbene si sappia che a uccidermi è stato il Marchese Guillaume du Quiéspe de Bartholdy-Laroche. Ho amato/riamato sua moglie.
9 agosto 1908
Peter si sedette sul letto. Lesse più volte quelle righe. Anche se il francese non era la sua lingua madre quelle parole non potevano avere un altro senso.
Nel frattempo, sentì aprire la pesante porta della camera. Nella penombra entrò lentamente una figura. Peter non distingueva bene.
«È lei, Conte?» chiese ad alta voce. «È successo qualcosa?»
La figura non rispose. Se ne stava immobile, in disparte. Poi fece un passo avanti facendo scricchiolare l’impiantito.
«No,» sentì dire da una voce rauca e debole. «Quel foglietto l’ho cercato per ogni dove. Ero certo che Henry l’avesse scritto, ma non sono riuscito a trovarlo in tutti questi anni…»
La figura fece un altro passo, entrando nel cono di luce. Il viso era inespressivo, esangue; gli occhi infossati e le guance concave e afflosciate. I vestiti erano simili a quelli del quadro che raffigurava lo zio del Conte. Sembrava provare dolore ad ogni parola che pronunciava, ma non aveva nessun desiderio di tacere.
«Quando lo scoprii giacere con mia moglie, Henri si rese disponibile a darmi soddisfazione in duello; ma io non ce l’avrei mai fatta a sopraffarlo, era troppo abile, con qualunque arma. E così, notte tempo, sono entrato nella sua camera. Come ho fatto poc’anzi. Lui dormiva, peraltro proprio in quello stesso letto ove lei si trova ora; non si accorse di me e io gli piantai il mio pugnale nel petto spaccandogli in due il cuore. Poi inscenai la devastazione ad opera della Banda d’Auxiéme che seminava il terrore in quei tempi bui; e per fortuna diedero la colpa a loro.»
Il Marchese fece un altro passo avanti verso Peter; ormai era a un paio di metri da lui; nella stanza brillò alla luce dell’abat-jour la lama di un coltello che, solo allora, Peter si accorse essere brandito dall’uomo.
«Mi spiace» disse il Marchese abbozzando un sorriso stanco. «Niente di personale, ben inteso; ma non posso consentire che quello scritto diventi di dominio pubblico; non per me, che sono morto ormai da tempo, ma per i miei nipoti e pronipoti che hanno un nome glorioso da difendere.»
