Un servo di troppo

Il cortile interno del palazzotto dei Del Vasto odorava di guano. I piccioni avevano trovato rifugio tra le grondaie e le crepe dei cornicioni, macchiando le pietre araldiche con disgustose strisciate biancastre. Nessuno dei servi osava affrontare quell’invasione, e perciò Monsignore Filiberto Abbatelli aveva raccomandato, al suo amico Lapaccio Maria Del Vasto, in visita al Papa, il suo migliore uomo di fiducia: Anichino, tuttofare d’armi e caccia.
Di prima mattina Anichino era arrivato con un aiutante moro carico di due archi e una balestra di Sansepolcro che sembrava avere una notevole precisione.
Anichino, prima di cominciare, studiò a lungo la situazione. L’uso dell’arma giusta era di fondamentale importanza per quel tipo di incombenze. Poi, dopo aver soppesato i pro e i contro, prelevò la preziosa balestra medicea dall’apposita custodia, e la caricò con un quadrello forgiato a mano da lui stesso. E iniziò a tirare.
Nella quiete della biblioteca rivestita di boiserie scura, la pace si ruppe in un frastuono secco. Una vetrata istoriata, sotto un colpo mal dato, esplose in grosse frammenti. Un tonfo sordo riecheggiò sull’assito. Naldo, il servo personale di Sua Eccellenza Del Vasto, giaceva riverso, la fronte spaccata dai vetri. Rivoli di sangue si rincorrevano solerti tra le venature di rovere intarsiato.
Donna Lavinia Brancardi, avvolta in un broccato color malva, poco distante, fece un passo indietro portandosi una mano alla bocca.
«Lapi…» sussurrò al marito seduto alla scrivania, gli occhi fissi su quel corpo immobile. «È… è morto.»
Lapaccio, che stava consultando un manoscritto, alzò lo sguardo verso la moglie ma non mosse un muscolo. Rivolse la sua attenzione all’uomo a terra con lo stesso distacco con cui un mercante valuta una pelliccia di poco pregio. «Già, vedo.»
«Ma chi ha osato presentarti quest’incapace che sta imperversando nel nostro cortile? Lo devi far arrestare.»
Lapaccio scosse appena la testa. «Non posso, cara, non posso proprio. È stato Monsignore Abbatelli, in persona a inviarmelo. All’ultima udienza papale, ricordi? Mi disse che era un suo omaggio personale. Gli avevo accennato di sfuggita al problema dei piccioni. Pensavo non mi avesse neppure ascoltato. E invece… Non posso inimicarmi la Chiesa per un umile servo.»
Donna Lavinia si irrigidì.
«E i parenti di Naldo, allora? Non ci hai pensato? Come faremo a dirglielo? Sarà una seccatura. E poi può scoppiare uno scandalo. Non potrò più guardare in faccia le mie amiche. Proprio ora che stai concludendo il contratto di condotta con il Serenissimo Principe di Venezia per la nostra milizia privata. Crederanno che non sappiamo badare ai nostri affari.»
Lui, con un sorriso amaro, le rispose.
«Naldo non aveva parenti, cara. Eravamo noi la sua famiglia. Del resto, era a nostro servizio da quando aveva sedici anni. Lo prelevammo all’ospizio degli esposti di S. Anna della Ruota, qui vicino. Ce lo avevano raccomandato perché sano e volenteroso. Nessuno reclamerà il suo corpo. È gente del popolino…»
«Anche se aveva cinquant’anni…» replicò lei, con un tono che oscillava tra il rimprovero e il fastidio «era comunque una persona fidata.»
«Lo so… ma, appunto, aveva cinquant’anni: era tempo di sostituirlo. Ne avevamo già discusso, mi pare. Non è stato tutto sommato che un anticipo inevitabile di quanto andava fatto: prendere un altro servo per la mia persona. Naldo non aveva più il brio di una volta.»
Lavinia si voltò verso la finestra infranta. La luce del mattino entrava obliqua, illuminando le schegge colorate sparse sull’Ushak arabescato.
«Dovrai dire però a quest’incapace qui sotto di sbarazzarsi del cadavere. Lo buttino pure nel Tevere stanotte, senza farsi notare. E che non si sappia in giro, mi raccomando» disse portandosi l’indice al naso come per azzittire qualcuno. «Questo almeno lo saprà fare, no? Ricordati dei Savelli e anche dei Caetani, che aspettano da tempo un tuo passo falso per entrare nelle grazie del Papa. E poi che il valletto di stanza pulisca subito questa biblioteca come si deve» e fece il gesto nervoso, con una mano stesa davanti a sé, come per spazzare via tutto. «Quello che è stato combinato qui è imperdonabile. Poteva sporcare il tappeto o i libri. E adesso mi ritiro nelle mie stanze, non voglio più avere questa scena sotto gli occhi… sono esausta.» E, sospirando, alzò di poco i lati della gonna per poter incedere meglio.
Lapaccio annuì, piegando appena le labbra:
«Come desideri, cara» e riprese a leggere il manoscritto.
La donna si incamminò verso la porta fermandosi proprio sull’uscio. Si voltò:
«Un’ultima cosa, Lapuccio… A proposito del nuovo servo personale… me ne prenderesti uno, ottomano? Vanno così di gran moda, ora…» disse con aria sognante.
Sua Eccellenza rimase in silenzio qualche istante, fissando il corpo di Naldo che cominciava a irrigidirsi; poi squadrò sua moglie che era ritta davanti a lui, entrambe la mani sui fianchi, a mo’ di sfida. Poi, con la stessa calma con cui avrebbe scelto l’ennesimo cavallo da sella, rispose:
«Sì, un ottomano… credo anch’io che andrà benone.»
Fuori, intanto nel cortile, Anichino continuava a tirare ai piccioni.