
Un uomo di guerra, prigioniero del proprio dovere, scopre che anche l’obbedienza può avere un prezzo di sangue.
Il maggiore Roman Kushnir si guardava allo specchio come ogni mattina, controllando la piega della divisa. I bottoni lucidi, la cravatta dritta, il colletto inamovibile. Tutto doveva essere in ordine. Era la sola cosa che ancora lo fosse. Negli anni di guerra aveva imparato a mantenere un’apparenza di compostezza, come se la disciplina potesse contenere il caos. Ma dentro, da tempo, sentiva scricchiolare tutto.
Aveva imparato a non pensare troppo, a eseguire soltanto. Il suo incarico, come recitava l’ordine scritto, era “d’onore”: comunicare ai familiari la morte dei loro figli sul campo. Nessuno voleva farlo, e così l’onore era toccato a lui. All’inizio si era illuso di saper reggere, di potersi blindare dietro il tono fermo e la formula d’ordinanza. Poi erano cominciati gli incubi, le voci, gli sguardi vuoti dei parenti che tornavano a trovarlo di notte. Ogni viso che aveva visto piangere lo aspettava, muto, dietro le palpebre.
Quando bussava alle porte, le madri lo riconoscevano subito. Bastava la divisa. La divisa e il suo volto sinceramente contrito. Alcune cadevano in ginocchio, altre lo fissavano come si guarda un animale che porta disgrazia. Lui restava fermo, poi bastavano poche parole. E sembrava che tutta l’aria fosse stata risucchiata in quella stanza. Tornava in caserma, si toglieva il cappello e si sedeva sulla branda in attesa del giorno successivo, con la schiena dritta e le mani sulle ginocchia. Un soldato della burocrazia del dolore.
Negli ultimi mesi non dormiva quasi più. L’aria della caserma sapeva di carta e disinfettante, e ogni volta che passava davanti alla stanza dei dispacci gli sembrava di udire i singhiozzi filtrare dalle buste sigillate. Le lettere dei caduti arrivavano piegate con cura, ancora intrise dell’odore dei campi. Lui le consegnava una per una, ma non le leggeva mai. Il volto anonimo del caduto poteva essere per lui un antidoto. Ma non lo era mai.
Aveva chiesto di essere sollevato dall’incarico, ma l’ordine era arrivato firmato dal Comando Supremo. «Nessun altro è idoneo. Continui.» Aveva sorriso, quel giorno. Un sorriso secco, da militare. Poi aveva ripreso a fare il suo dovere. I giorni passavano quasi strisciando, come se il tempo stesso esitasse a scorrere in quel limbo di morte mediata.
La mattina in cui tutto accadde volle uscire prima del solito. Il bombardamento notturno aveva lasciato molte comunicazioni da consegnare. Il vento soffiava basso, sollevando la polvere del cortile. Kushnir indossò il berretto e si avviò verso l’auto di servizio. Si fermò come suo solito davanti allo specchio del corridoio per dare un’ultima controllata alla divisa. Allungò la mano sulla maniglia della porta. Sentiva il brusio costante dentro la testa, come un motore che non si spegne mai.
Lo fermò un rumore di passi alle spalle. Il tenente Taran, l’unico sopravvissuto del gruppo originario deputato alle comunicazioni d’onore, era sull’attenti davanti a lui. Lo sguardo sfuggente, la mascella serrata. Kushnir lo fissò per un istante. Aveva provato rancore per quell’uomo e per tutti quelli che avevano abbandonato l’ingrato compito. Adesso, però, nel vederlo, provò un lampo di speranza. Forse finalmente si era reso conto ed era venuto a dargli l’insperato cambio.
«Riposo, tenente. Dica.»
Taran esitò. Deglutì, poi mormorò:
«Mi dispiace, signore… è per suo figlio.»
Kushnir si irrigidì. «Cosa c’entra mio figlio, adesso?»
«È caduto in azione. Sul fronte est.»
Per un attimo il maggiore non disse nulla. Continuò a guardarsi allo specchio dell’ingresso. Vide riflesso un volto che non riconosceva: il viso pallido, gli occhi svuotati, la bocca tremante. Lo stesso sguardo che aveva visto centinaia di volte nelle altre persone da lui visitate.
Il berretto gli cadde di mano. Fece un passo indietro, poi un altro. Le gambe gli cedettero. Provò a respirare, ma il respiro non venne.
Poi il maggiore Roman Kushnir si mise a urlare. Il suo mondo era all’improvviso andato in mille pezzi.
