Nonna Rosina, come la chiamavano in paese, fissava il suo giardino desolantemente vuoto dalla finestra. Avrebbe tanto desiderato avere dei figli e dei nipoti, ma il destino aveva deciso per lei in modo diverso. Il marito era scomparso prematuramente e nessuno degli uomini del paese l’aveva mai attratta. Poi, la diagnosi del medico della procreazione assistita era scesa come una mannaia: una malattia dal nome impronunciabile le avrebbe impedito di avere figli. Le parole del medico le erano rimaste impresse:
“Si compri un gatto.”
“Sì, un gatto!” aveva mormorato lei uscendo dallo studio con un sorriso amaro: era anche allergica.
Quella notizia l’aveva colpita duramente, lasciandola con un senso di ingiustizia e di profonda insoddisfazione. Non riusciva a comprendere come donne che non desideravano figli potessero averli, mentre lei, che li avrebbe desiderati più di ogni altra cosa, ne dovesse essere privata. Si sentiva condannata a una vita solitaria, fatta di giorni grigi, a volte forse un po’ meno grigi, ma altre volte anche troppo neri. Con il passare degli anni, l’età avanzava inesorabile e la depressione incalzava.
Un giorno, decise di reagire. Pensò che, attrezzando il giardino con altalene, scivoli e altri giochi per bambini, forse avrebbe fatto sì che sarebbero stati loro a venire da lei. Avrebbero riempito quel silenzio con le loro voci festose, con gli sguardi pieni di stupore, con la gioia di vivere. E così fece.
Con i risparmi che aveva da parte, comprò subito due altalene, una per i più piccoli e un’altra per quelli un po’ più grandi. Poi si fece montare uno scivolo, una corda per arrampicarsi, una ruota dentata colorata da far girare e una buca con la sabbia. E poi tanti giocattoli riposti in una grande scatola. Sembrava esserci tutto. Così aprì il cancello del giardino e iniziò a invitare mamme e nonni. All’inizio, si vedeva, erano titubanti, incerti per quella novità forse anche un po’ stramba. Ma tutti in paese conoscevano bene nonna Rosina, e le resistenze furono presto vinte. I bambini avevano un posto tutto loro dove poter giocare felici, e gli accompagnatori sembravano sereni e rilassati.
Si mise quindi a offrire ai bambini anche degli spuntini e dei succhi di frutta. Era insomma tutto perfetto e se il tempo era bello, il giardino di nonna Rosina diventava una tappa obbligata.
Ora, a quella stessa finestra, la donna guardava il giardino pieno di ragazzini vocianti e felici. Le brillavano gli occhi, anche se quel brillio era indecifrabile per quella malinconia indelebile che le velava sempre lo sguardo. Si rese conto che quando i bambini ridevano, lei sentiva il cuore batterle forte, non di tenerezza, ma come se ogni risata allargasse dentro di lei un vuoto sempre più grande. Sì, qualcosa in lei si era rotto.
No, non era giusto, si ripeteva spesso scuotendo la testa.
E si chiamava Christian il suo preferito. Un bimbetto di cinque anni, biondo, gli occhi scuri e vispi. Era il suo preferito forse perché le assomigliava. Se avesse avuto un figlio dal povero marito suo nipote sarebbe stato così. Con il sole nello sguardo. Avrebbe avuto anche le fossette, impertinenti, rubabaci, su un viso dolce ma da discolo.
Poi, mamme e papà sempre di fretta, o nonni un po’ pigri o troppo anziani, iniziarono a lasciare i bambini sempre più a lungo e da soli con nonna Rosina. Come baby-sitter era del resto fantastica. Guardava i pargoli senza mai perderli di vista, dava loro la merenda e da bere. Li faceva stare bene, al sicuro. Come a casa loro. Era una benedizione del cielo che tutto ciò potesse avvenire in quel piccolo paese dove ognuno pensava piuttosto ai fatti propri. E poi, cosa che non guastava, quella donna non voleva nulla in cambio. Rifiutava soldi e doni personali. Solo cose che avrebbe potuto utilizzare per far star meglio i piccoli. Tutt’al più riceveva solo qualche frettoloso grazie dai genitori e nonni quasi le facessero un favore a occuparsi dei loro bambini. Del resto, sembrava felice, appagata. Era quella che ci guadagnava di più. Pensavano.
E poi, una bellissima giornata di tarda primavera, quando l’erba era già verdissima e i fiori profumavano come in un’unica fragranza, rimirando il giardino più pieno del solito di ragazzini, si disse:
«Sì, può bastare.»
E allora lentamente andò al cancello e lo chiuse bene con doppia mandata dal di dentro. Poi andò in cucina a prendere un grosso coltello per disossare il tacchino. Quando fu sulla soglia della porta, ancora un po’ incerta sul da farsi, constatò, per l’ennesima volta, che non c’era nessun adulto con loro. E allora si convinse che quella era la scelta migliore. Non c’era altro da fare né di aspettare. E per incoraggiarsi disse a voce alta:
«No, non è giusto.»
E si mescolò tra i bambini gioiosi e strepitanti, come faceva sempre.
Christian fu il primo. E poi gli altri.
Ma li guardò tutti bene negli occhi, a lungo, uno dopo l’altro, mentre vedeva la luce della vita spegnersi in un lampo. I piccoli del resto non fuggivano, non gridavano. Rimanevano immobili, increduli. Osservavano solo quel coltello entrare e uscire dai loro corpicini come fosse un nuovo gioco.
Del resto, nessuno aveva insegnato loro cosa fosse la morte.
La cena dei reduci
La sala era ampia ed elegante, e i camerieri andavano e venivano dalla cucina in modo impeccabile ed efficiente.
Ogni anno, dopo la fine della Grande Guerra, nella Sala delle Colonne del Grand Hotel delle Terme di Valdombra si teneva una cena per i reduci mutilati. La tavolata era unica, purtroppo ben nutrita, con tutto il repertorio delle scempi che il fuoco delle armi può infliggere al corpo umano.
Tuttavia, i presenti, per lo più appartenenti a diversi reggimenti di fanteria, non erano affatto imbarazzati dal loro stato di menomati. C’era chi era rimasto privo di mezza faccia, chi di una gamba saltata su una mina, chi aveva perso un occhio. Ma loro non provavano vergogna o riserbo. Nessun disagio o remora. Le mutilazioni erano esibite come medaglie, motivo di orgoglio perché rappresentavano il prezzo pagato per la vittoria. Anzi, gareggiavano tra loro su chi avesse subito il maggior pregiudizio, e i racconti si sprecavano, assumendo via via toni epici e leggendari.
Già dopo il secondo bicchiere di vino, il livello della discussione era notevolmente peggiorato, diventando di ora in ora sempre più ruvido e sguaiato.
Questo sarebbe stato anche comprensibile, visto che erano uomini abituati al duro lavoro e alla vita spartana da reparto.
Se non fosse che, al loro tavolo, in rappresentanza delle Dame della Carità, organizzatrici dell’evento, non c’era Albertina Storti, la Presidente, donna di mondo, risoluta e dai modi franchi e spicci. C’era una Suorina africana ugandese, in Italia per completare la formazione, appena tornata alla casa madre.
In assenza della Presidente, le Dame della Carità si erano rivolte alle Suore Clementine con cui collaboravano e la Superiora aveva mandato Suor Celestina. Tuttavia, lei era completamente fuori dal suo elemento, priva del linguaggio mondano delle Dame e del vocabolario retorico del sacrificio patriottico. Non sapeva nemmeno dove guardare. Non aveva mai visto tanto strazio concentrato in un unico luogo. L’angoscia le toglieva il respiro. Aveva alleviato la sofferenza dei lebbrosi e accudito bambini denutriti, ma uomini martoriati in quel modo erano una cosa completamente diversa. Sembravano maschere tragiche, incubi a occhi aperti
Almeno per il momento, non ce la faceva. Così, decise di concentrarsi solo sul suo piatto, cercando di estraniarsi non ascoltando e non vedendo nessuno. Iniziò a sgranare il rosario che le pendeva dalla cintola e che tante volte l’aveva messa tratta d’impaccio.
Era talmente chiusa nella sua bolla, il capo chino, che non si era accorta che il commensale alla sua sinistra la stava chiamando.
«Sorella! Sorella!»
Suor Celestina risalì la china dei suoi pensieri e si voltò verso l’uomo. Il soldato aveva le mani vistosamente bendate come due gigantesche muffole imbottite.
«Sorella, senta. Se non mi aiuta, non posso mangiare», disse, mostrando le sue mani che gli impedivano di usare gli utensili o bere dal bicchiere.
Suor Celestina non sapeva davvero cosa fare e si guardò intorno in cerca di ispirazione.
«Mi deve solo imboccare», suggerì allora lui, togliendola dall’imbarazzo. E con gli occhi l’uomo indicò la portata poco distante da sé, ricolma di crostini al fegato, alle olive e ad altre prelibatezze.
La suora prese con una certa riluttanza un crostino con una pasta spalmata di verde e l’avvicinò alla bocca di lui.
Il soldato si avvicinò alla sua mano e addentò con delicatezza il crostino, non mancando di leccare e succhiare le dita della suora.
Suor Celestina inorridì.
«Oh, madonnina mia, pensaci tu», si disse, chiudendo gli occhi.
«Sorella», spiegò l’uomo dopo aver deglutito. «Ho anche ricevuto un forte colpo alla testa e mi ha fatto scoordinato nei movimenti».
Celestina tornò a fissare il suo piatto. Nel frattempo, era stato già sostituito con una scodella di consommé.
Il volume delle voci nella sala era aumentato notevolmente. I visi erano diventati paonazzi e chi poteva si era già allentata la cravatta e aperto il colletto della camicia.
Il presidente dei reduci, quando nessuno se lo aspettava, si era alzato dalla sedia e aveva pronunciato alcune parole di ringraziamento e di circostanza. Lo fece con la bocca piena e appoggiando il corpo con le mani sulla tovaglia per non cadere. Era già ubriaco.
Dopo circa dieci minuti, l’uomo che le aveva parlato poco prima le disse:
«Sorella, devo proprio andare».
«Va già via?» chiese, sollevata dalla notizia.
«Ma no, che dice? C’è ancora il secondo e poi il dolce. È che devo andare in bagno. Devo fare la cosa piccola».
«E io che c’entro?» domandò, pallida.
«Ma come sorella, in questo stato non riesco neppure a sbottonarmi la patta… se non mi aiuta lei… me la farò addosso. Il suo sarà un atto caritatevole».
Suor Celestina si sentì svenire.
«Oh madonnina mia, pensaci tu».
Si sarebbe pure inginocchiata volentieri accanto alla sua sedia, ma di sicuro i partecipanti non l’avrebbero presa bene. Si limitò a girare la testa dall’altra parte per non dover affrontare quella situazione. L’uomo alla sua destra, sentendosi osservato, le chiese:
«Tutto bene, sorella?»
«Ccome dice?»
«Le ho chiesto se va tutto bene. Ha una faccia da far invidia a un lenzuolo».
«No no… è che…»
L’uomo attese che lei finisse la frase, ma non lo fece.
«Piuttosto, vedo che lei non ha subito ferite gravi», disse la suora per allentare la tensione che provava alla base del collo come una morsa.
«Beh, sorella, a dire il vero, la mia amputazione c’è, ma non si vede. È stata tutta colpa di una bomba a mano modificata. Camminavo di pattuglia con i miei compagni quando, BUUUM», e imitò il suono con la bocca, così forte che Celestina trasalì. «Era sotterrata, e io, ovviamente, non l’ho vista. Mi ha preso proprio lì, portandomi via tutto…» indicò il proprio basso ventre. «Non sono buono più a nulla» e le fece l’occhiolino. «Vuole vederlo?»
Suor Celestina arrossì di nuovo e si fece tre segni della croce, uno dopo l’altro, senza avere il coraggio di rispondere. Si chiese cosa le fosse venuto in mente di accettare un invito a una cena del genere.
In quel momento, un uomo distinto si avvicinò alla suora.
«Suor Celestina, buonasera. Sono Camillo Gualberdotti, direttore di questo hotel. Le posso parlare un attimo?»
La suorina era confusa. Voleva ritornarsene al Convento, altro che parlare con quell’uomo. Dopo un po’, si convinse, si alzò e lo seguì. Si allontanarono dalla sala e si misero in un punto appartato del locale. Poi Gualberdotti si guardò intorno e le disse:
«Non se la prenda per questi ragazzi. Ne hanno passate tante».
«Sì, sì, certo, è che io…»
«Volevo dirle che non deve dar troppo peso a quello che dicono e fanno. Sono qui per svagarsi e non pensare alle proprie condizioni». La suora lo guardava timorosa, senza capire il punto.
«Per esempio», proseguì il direttore, «l’uomo alla sua sinistra ha solo due dita amputate. Se le è fasciate in quel modo prima di venire, ma solo per goliardia. Lo stesso vale per il commensale alla sua destra. Gli è stato amputato solo il piede sinistro per una ferita di fucile non curata. Le assicuro che non hanno altre menomazioni. Si divertono così».
Il Paradiso alla deriva
«Commodoro!»
Arthur Wilson era in piedi davanti alla finestra. Si passava da un lato all’altro della bocca il suo eterno sigaro. Tentava di evitare che il fumo gli andasse negli occhi. Ma non era in grado. Non era ancora riuscito ad abituarsi al fatto che non avesse più da tempo il naso. Gli era stato tagliato di netto nel primo giorno di scontro con gli indigeni di quella terra, cinquant’anni prima. Fumare, da allora, era sempre stato un problema.
Incollato ai vetri ammirava il mare, che brillava di un prepotente blu cobalto. Quel colore pareva volersi far largo nel portico per entrare nella stanza e sovrapporsi a tutti gli altri.
Era quello uno di quei momenti in cui capiva perché avrebbe voluto, un giorno, essere seppellito nel giardino di quella farm.
Senza dire una parola, si girò a fissare negli occhi il suo assistente. Il fidato Jedd Garber era appena entrato ansante.
«Commodoro, stanno arrivando altri turisti dal continente.»
Guardò anche lui il mare, chiedendosi se fosse mai riuscito un giorno a tornare a casa.
Wilson a quelle parole si rabbuiò.
L’Isola di South Sentinel era situata nel bel mezzo dell’oceano ma da tempo aveva iniziato ad attirare un numero sempre più crescente di persone. Sembrava si moltiplicassero a ogni sciabordio delle onde.
Ed era stata tutta colpa di Jimmy, il figlio adolescente dello stesso Garber. Il padre l’aveva portato con sé sull’Isola durante il precedente periodo estivo di assegnazione. Al suo ritorno sulla terraferma, il ragazzo aveva prodotto una serie di podcast di successo, scatenando l’interesse irrefrenabile per quella terra, decantata per le sue bellezze, le risorse minerarie e la bella vita. E si era scatenato il finimondo. Da allora arrivava di continuo gente in nave, in motoscafo, in gommone.
La fragile economia locale non avrebbe retto.
Non c’erano strutture adeguate ad accogliere tutta questa gente, senza contare che molti decidevano di fermarsi in pianta stabile.
Il problema peggiore era però l’ordine pubblico. L’aumento del consumo di arak, un potente distillato prodotto sull’Isola, aveva acceso risse feroci tra etnie e religioni in tensione tra loro da generazioni.
Il sole sulla terra del Paradiso sembrava aver cominciato a tramontare.
«C’è qualcos’altro che vuoi dirmi, Garber?» chiese notando che il suo assistente rimaneva fermo sulla soglia. I due avevano condiviso più tempeste che pasti caldi, e tra loro la fedeltà era ormai un’abitudine, più che una scelta. E si capivano anche con un solo cenno.
«Sì, Commodoro. Si è creata anche un’altra situazione, direi incresciosa.»
«Incresciosa? In che senso?» e Wilson si sedette alla scrivania. Si tratta di lavoro, dopotutto.
«Alcuni ingegneri sono venuti dal continente per studiare la morfologia dell’Isola» continuò Garber. Ed esitò.
«Continua, su» incalzò il Commodoro. «Non farti pregare».
«Ebbene, hanno scoperto che South Sentinel sta sprofondando.»
«Cosa stai dicendo? Non è possibile! Cos’è? Bradisismo? Non mi risulta che l’Isola sia soggetta a fenomeni simili.»
«Sì, infatti, non lo è. Hanno studiato a fondo la questione e hanno capito di cosa si tratta. Sta sprofondando per il peso eccessivo delle persone.»
«Troppo peso? Che razza di sciocchezza è questa?»
Il Commodoro si era alzato di nuovo in piedi e si stava asciugando le lacrime: il fumo del sigaro gli era appena entrato negli occhi.
«Purtroppo, no, Commodoro. Gli ingegneri hanno verificato che l’Isola, in realtà non è un’isola. È un’enorme zattera di legno.»
«Cosa? Una zattera? E ne sono sicuri?»
«Sicurissimi. È una costruzione millenaria. Anche a causa della copiosa caduta iniziale di ceneri vulcaniche del vicino Kaunaloa, si è formato successivamente uno strato molto spesso di terra coprendo l’intera zattera. Ed è rimasta nascosta persino la catena che la tiene ancorata al fondo. Nessuno se n’era mai accorto.»
«Non è possibile, non è possibile!» disse, proteggendosi il volto come fosse il fumo a infastidirlo.
«E non è tutto» continuò Garber. «Alcuni anziani raccontano che sotto la zattera vivrebbe uno dei cinque Giganti Orrifici del mare» disse Garber serio. «Il Gigante avrebbe costruito la zattera perché gli doveva servire da riparo dalle onde oceaniche, giusto per potersi finalmente addormentare dopo anni di lotte tempestose con i demoni dell’oceano. E grazie a questa zattera sarebbe riuscito in effetti, in tutti questi secoli, a riposarsi. E se il Gigante si sveglierà, perché la zattera gli sarà caduta addosso, scatenerà su di noi la sua incontenibile ira. E per noi sarà la fine. Così dicono.»
«Non è possibile, non è possibile!» ripeteva Wilson che, pur non credendoci, aveva sempre saputo di quelle leggende.
«Pareva una diceria. Fino a questa mattina» proseguì l’altro. «E invece…»
Wilson si incupì.
Il peso di migliaia e migliaia di persone, rispetto alle poche centinaia di un tempo, stava dunque facendo affondare il pontone.
Garber notò a quel punto che Wilson aveva eccezionalmente posato il sigaro nel portacenere. Non glielo aveva mai visto fare, tanto da aver avuto sempre il sospetto che fumasse anche quando dormiva. La situazione dunque doveva essere molto grave.
Guardò ancora una volta la distesa oceanica pensando a quanta acqua lo divideva da suo figlio. Non nutriva per il ragazzo alcun rancore per quanto aveva combinato con quei podcast. Come poteva? Anzi, poteva al contrario essere il segno del destino: se South Sentinel avesse dato segni vistosi di cedimento lui avrebbe avuto un’ottima scusa per andarsene finalmente di lì.
Trascorsero alcune settimane.
I residenti, dopo aver esaurito i tentativi pacifici di convincere i nuovi arrivati ad andarsene, decisero di armarsi segretamente facendo arrivare armi e munizioni dalla terraferma. Bisognava reagire, con fermezza e coraggio, per difendere ciò che avevano costruito nel tempo: le loro famiglie, le loro case, le loro terre. E bisognava farlo subito.
Quando tutto fu pronto, una calma pensosa calò per un giorno intero sull’Isola. Persino le onde del mare sembravano essersi fatte di velluto per non far rumore. Gli uccelli dal becco giallo blu, nativi di South Sentinel, avevano smesso di fischiare il loro verso melodioso non uscendo più dal nido.
Poi cominciarono a parlare i fucili.
Tutto accadde alle prime luci dell’alba. I residenti insorsero compatti, dando inizio a una battaglia breve ma sanguinosa che causò numerose vittime anche tra di loro.
A cose finite, una volta gettati i morti in mare, l’Isola riuscì a tornare alla sua normale linea di galleggiamento. La notizia della strage si diffuse a macchia d’olio in tutto il mondo, tanto che l’Isola del Paradiso fu ribattezzata Isola del Massacro. Nessuno volle più metterci piede.
Nella stanza in mogano scuro, il Commodoro sedeva ora sulla sedia a dondolo. Era assorto nei suoi pensieri. Il sigaro era immancabilmente acceso. Lo passava da un lato all’altro della bocca, come suo solito, ma con minor energia di un tempo. Gli eventi recenti lo avevano segnato profondamente, sia nello spirito che nel corpo. Difendere il Presidio della Marina gli erano costati la milza e un orecchio.
«Commodoro!» si sentì chiamare.
Garber entrò trafelato.
«Non portarmi per cortesia altre cattive notizie, Garber, almeno per i prossimi due secoli» mugugnò Wilson.
«Allora me ne vado», disse serio l’assistente accennando a voltarsi.
«No no, torna qui. Non fare lo scemo. Scherzavo. Davvero hai ancora cattive notizie per me? Non ti è bastato? Cosa è successo, ancora?»
«C’è stata una ritorsione da parte degli sconfitti prima di allontanarsi con le loro barche», spiegò Garber.
Wilson sollevò un sopracciglio.
«Hanno reciso gli ormeggi che tenevano ferma South Sentinel al fondale. È diventata una zattera a tutti gli effetti.»
Garber deglutì.
«Ora stiamo andando alla deriva, nel bel mezzo dell’oceano».
A quel punto, al Commodoro cadde il sigaro di bocca. Si alzò subito per raccoglierlo e pulirsi il pastrano.
Poi interrogò il suo assistente con lo sguardo come se potesse leggergli negli occhi la soluzione anche di quel problema. Non scorgendola, si mise allora a interrogare il mare, imitato in questo, subito dopo, da Garber.
Ma quella immensa distesa blu cobalto, come sempre, fece finta di nulla.
Buon Natale, papà
Il magazzino odorava di vernice fresca e resina.
Art osservò l’ultima pallina appesa alla rastrelliera di metallo: un globo rosso lucido, perfetto, attraversato da sottili motivi dorati che riflettevano la luce fredda dei neon. Sorrise appena. Dopo tre anni, il suo progetto era compiuto.
Le aveva chiamate Merry Balls. “Rendi indimenticabile il tuo Natale”, recitava il suo claim sul sito web che lui stesso aveva costruito.
Indimenticabile, sì. In un modo o nell’altro.
Non era stato semplice ottenere quel risultato. Aveva usato i materiali più puri, fragili e costosi. La luce interna che le rendeva magiche. Il meccanismo, capriccioso e delicato, aveva richiesto infatti mani ferme e un’ossessione che anziché spegnersi con il tempo si era invece ravvivata. E Art l’ossessione l’aveva nel sangue, forse da sempre.
Aveva affittato un capannone fuori città, freddo come una ghiacciaia d’inverno e soffocante in agosto, ma perfetto per stoccare migliaia di confezioni natalizie. Immaginava le famiglie che le avrebbero appese ai loro alberi e gli occhi gli brillavano di una luce difficile da decifrare.
Quando l’inaugurazione del sito arrivò, le vendite decollarono più rapidamente di quanto si aspettasse.
Gli influencer postarono video unboxing delle palline che, sotto la luce, sembravano liquidi, vive. Una blogger scrisse:
«Quasi inquietanti nella loro perfezione».
Art lesse quel commento più volte. “Inquietanti”. Era un complimento.
Per tenere il passo con le spedizioni, assunse due ragazzi universitari, Tom e Rafael. Ragazzi svegli, mani veloci, domande poche. Confezionavano, etichettavano, spedivano. A volte si scambiavano occhiate perplesse quando Art si fermava davanti alle rastrelliere, immobile, lisciandosi il ciuffo ribelle sulla fronte e strofinandosi il naso come per scacciare un pensiero insistente.
«Tutto a posto, Art?» chiedeva Tom.
«Tutto procede per il meglio» rispondeva lui, ma la voce sembrava sempre un po’ confusa con qualcos’altro. Un ricordo? Una promessa?
Il Natale non era mai stato una festa. Non per lui.
Sua madre era morta nel darlo alla luce. Suo padre, Isaiah, uomo alto e duro come una lastra di granito, apparteneva a una setta religiosa che considerava il Natale una bestemmia travestita da gioia.
Niente albero, niente luci, niente dolci. Solo preghiere interminabili davanti a un altarino inchiodato al muro del soggiorno, così rozzo da infliggerti schegge sui polpastrelli se lo sfioravi. L’unico regalo che riceveva poteva essere una zappa o una carriola per lavorare meglio l’orto. Se tardava ad accudire il campo, arrivava la cinghia.
Ricordava ancora l’odore di muffa e cera fredda di quell’unica stanza, l’acqua e aceto per pranzo, il 25 dicembre, la pelle screpolata dal gelo perché scaldarsi era considerato peccato. Nessun canto, nessuna risata. Solo il suono masticato dei rosari e il respiro affannoso di suo padre che diceva:
«La vera luce è solo quella interiore. Non credere agli ornamenti del demonio».
Eppure, Art, da bambino, spiava le finestre dei vicini, incantato. Lucine colorate, pacchetti, biscotti appena sfornati.
Aveva imparato a desiderare ciò che gli era stato negato come si desidera la libertà in carcere
Ma con gli anni, quel desiderio si era mutato in qualcos’altro: una ferita profonda. Una brace. Un odio insepolto.
A diciott’anni fuggì di casa. Nessun addio. Nessun rimpianto. Solo un giuramento muto:
“Un giorno festeggerò il mio Natale. A modo mio”. Si disse, accennando a un sorriso che si ostinava a non nascere sulle labbra.
Ora quel giorno era arrivato.
Le palline erano splendide. Ogni sfera conteneva un piccolo cuore metallico, invisibile dall’esterno, a prova di urto e sbalzo termico. Il vetro era solido, ma leggero. Se scosse delicatamente, le palline emettevano un tintinnio appena percettibile, come un campanello lontano.
«Sembra che mi chiami», disse Rafael una volta, ridendo.
Le spedizioni si intensificarono fino alla vigilia. Pacchi diretti a famiglie, uffici, scuole, ospedali. Tutto funzionava. Nessuno avrebbe potuto immaginare che dentro ogni pallina, sotto glitter e dorature, dormiva un minuscolo ordigno sincronizzato.
A mezzanotte del 24 dicembre, Art rimase solo nel capannone. Spense le luci, accese una candela. Il bagliore arancione tremolò sulle rastrelliere come un coro di occhi.
Abbassò lo sguardo. Rivide suo padre inginocchiato nel gelo a biascicare litanie, il pane duro immerso nell’aceto, le nocche screpolate. Rivide se stesso bambino che avrebbe dato l’anima per una pallina, solo una sola.
Alle 12 in punto del 25 dicembre, in tutto il Paese le palline esplosero con fiotti di vetro e fiamme. I salotti si trasformarono in fucine infernali.
Art, seduto nel capannone, guardava i telegiornali in diretta. Udiva sirene, pianti, notiziari impazziti.
Bevve un sorso di vino e sussurrò:
«Buon Natale, papà.»
Poi premette un interruttore sul banco.
L’ultima pallina, la più bella di tutte, l’aveva tenuta per sé.
Esplose tra le sue mani come una stella di mille colori.
Babbo tech
A nord, le nubi si stavano ammassando come enormi ali nere.
Lui sapeva bene che quando il brutto tempo arrivava da quella direzione, il cielo annunciava solo forti temporali.
E, infatti, di lì a poco, le nuvole gravide di tempesta presero a brontolare minacciose e la pioggia a diventare battente. Quando i fulmini iniziarono a squarciare il cielo, sembrava una battaglia di contraerea. Ogni volta che tuonava, veniva voglia di abbassare d’istinto la testa.
Poi, un boato fortissimo lo assordò; il fulmine era caduto vicinissimo, probabilmente sul tetto della casa. Gli era parso che i muri avessero sussultato. Il lampo indugiò così a lungo nel cielo, ramificato e sfavillante nel suo candore ipnotico, che si sarebbero potute leggere le prime righe di un romanzo.
E poi si spense tutto. Luci, lampioni, impianti.
Non si era ancora affievolito l’eco del tuono che Fëanor era già alla porta dello studio. Lui sentiva il suo ansimare alle spalle. L’aveva fatta così di corsa che non aveva più fiato per parlare.
«Dimmi, Fëanor…» disse voltandosi lentamente «hai una faccia da far concorrenza alla luna piena».
«Sì, scusi, Capo… è che… è che è successa una cosa terribile: si è fermata la linea di produzione».
«La linea di produzione?»
«Sì, quella dei giocattoli!»
«Tutta tutta?»
«Tutta tutta. Dalla prima macchina all’ultima. Compresa la stampatrice della carta regalo. È stato il fulmine. È caduto proprio qui sopra. Ed è saltato il server centrale e il cluster di monitoraggio. Le motherboard si sono fritte. Ho già controllato. C’è un odore che sembra di essere a una sagra paesana».
«Ma è un disastro! Non ce la farò mai a finire la produzione in tempo. Ma perché abbiamo comprato il server proprio in Cina? Quando arriveranno i pezzi di ricambio sarà già Carnevale».
La conversione da officina artigianale a Giocattoleria 4.0 (anche se c’era ancora chi in sede nutriva le renne con il forcone per il fieno e faceva a mano le preziose palline per l’Albero del Salone Convegni) era stata nel tempo sfiancante e costosa e questo inciampo, alla Vigilia, proprio non ci voleva.
Nel frattempo, erano giunti a dare manforte anche Ingwë, Nandor, Nimir, la dolce e irriverente Olorin, e chissà chi altri. Anche loro di corsa. Anche loro ansimanti.
“Ma com’è che Fëanor fa sempre prima degli altri a venire dal Capo?“ si chiese Olorin indispettita senza riuscire a darsi una risposta.
Tutti, comunque, premevano e rumoreggiavano, a contatto con le spalle di Fëanor. Spintonavano per poter entrare anche loro.
«Calmatevi ragazzi, adesso calmatevi… una soluzione ci deve pur essere» disse il Capo bonariamente. La sua voce calda e profonda aveva sempre l’effetto di un plaid caldo e di una tisana fumante. Ora gli aiutanti erano certi che sarebbe andato tutto per il meglio.
«Potremmo farli a mano», propose ingenuamente Olorin, sgusciando sotto i piedi di Fëanor e presentandosi al Suo cospetto. Lei notò subito che il vestito del Capo, allacciato saltando il primo bottone, era ancora più rosso di quanto si immaginava e che lui era proprio un gran bell’uomo. Avesse avuto 102 anni di più…
«Non ce la faremo mai», rispose Lui, grattandosi preoccupato la barba e tirandosi su i pantaloni che non gli stavano più sulla pancia prominente.
Ogni anno diventava sempre più stressante quel lavoro. E lui ingrassava per l’ansia. Forse se avesse mandato in giro il suo avatar digitale si sarebbe potuto finalmente godere quelle festività che aveva invece preso a detestare.
«Capo, potremmo rinunciare a fare i regali quest’anno e dare ai bambini qualcosa di diverso», suggerì Fëanor.
Lui guardò i volti ansiosi dei presenti e, per un momento, si chiese se avesse dimenticato quale fosse il vero significato del Natale. Non voleva deluderli.
Intanto, un altro tuono fragoroso riempì lo studio scuotendo i vetri. Chi era rimasto incastrato sulla soglia sobbalzò indietro per lo spavento.
«Potresti aver ragione, Fëano, dopotutto,», disse a quel punto Lui, girandosi di nuovo verso la finestra. Lo rassicurava osservare la distesa gelata davanti a sé anche se illuminata a tratti da fulmini inquietanti, come in un film horror. Stava pensando.
«Del resto» seguitò meditabondo «una volta all’anno, a Natale, il Grande Orchestratore mi concede, bontà sua, l’accesso alla Sala Destini».
Nella stanza si fece un silenzio stupito.
Che il Capo potesse entrare nella Sala Destini del G.O., anche se solo per qualche ora, era una grande novità per tutti.
«Potrei,» proseguì il Capo «sempre con la supervisione, per carità, del Grande Orchestratore, cambiare, anche se per poco, il destino dei bambini. Per dieci minuti o un’ora o persino per un giorno intero».
«E cosa succederebbe, esattamente?», chiese Olorin, che di risposte non ne aveva mai abbastanza.
«Potrei, per quel poco tempo che ho, rimettere i bambini al centro dell’attenzione delle persone: dei genitori, dei nonni, dei fratelli e persino dei loro amichetti. I bambini, a Natale, potrebbero avere un surplus di amore, riscoprire il calore vero di chi li vuole bene o dovrebbe volergliene: il sorriso di un nonno lontano, la carezza di un fratellino dispettoso, l’abbraccio di una mamma distratta dal lavoro. Non un giocattolo che si dimentica in qualche angolo della casa dopo pochi giorni, ma un momento di amore autentico che possa essere ricordato per tutta la vita».
E si immaginò per un attimo tanti bimbi felici nelle loro rispettive case, il suono delle risate, gli abbracci sinceri. Si commosse.
«È un’ottima idea, Capo», disse Nimir, infilandosi un dito nel naso.
«È una eccellente idea, che solo lei, Capo, poteva avere», gridò con eccessivo entusiasmo Nandor che aspirava a diventare il prossimo vicecapo aiutanti.
«C’è un problema però», disse Fëanor, più pragmatico, lisciandosi il ciuffo.
«Possibile che ce ne sia sempre uno, di problemi?», chiese il Capo, inarcando le sopracciglia e tirandosi di nuovo su i pantaloni.
«Il forte temporale ha bruciato anche la centralina della slitta e una renna è finita flambé. E non possiamo certo andare a piedi…»
Il Capo sorrise comprensivo.
Poi, estrasse un cellulare dai pantaloni, che subito calarono fino a terra.
«Questo basterà» e mostrò lo smartphone ai presenti. «Posso entrare nella Sala Destini anche standomene seduto in poltrona. Non ho bisogno di accedervi fisicamente».
Tutti i presenti emisero un prolungato «ooooooh».
Non si sa bene però se per il cellulare nuovo del Capo o per il fatto che lui era rimasto con addosso i soli box a decorazioni natalizie.
Lui però non se ne diede conto.
Anzi, sorrise ancora di più per poi dire soddisfatto:
«Sono un Babbo tech, io, cosa credete?»
