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«Nora, sono a casa…» fece lui entrando nel corridoio e accompagnando dietro di sé la porta. Ripose le chiavi nel cestino all’ingresso e si inoltrò.
«Ciao» fece lei con una voce quasi canterina. «Sei tornato prima, che bello…»
«Sì, mi è saltato un appuntamento all’ultimo momento e sono riuscito a prendere il treno prima, al volo.»
«Sono proprio contenta, sarai comunque stanco…»
«Un po’, ma mi faccio una doccia e mi sentirò nuovo.»
«Certo, ti aspetto, così mi racconti la tua giornata.»

«Ecco… ora mi sento un altro» disse lui facendo ingresso nella sala e sedendosi in poltrona.
«Ti accendo la televisione?»
«No, non ancora…»
«Cosa vorresti mangiare questa sera?»
«Del sushi.»
«Ottima scelta.»
«Ti ho pensato tanto, oggi, sai?» disse lui con gli occhi che gli brillavano.
Lei non rispose. Si limitò a sorridere come fosse imbarazzata. Stette un po’ in silenzio alla ricerca delle parole giuste:
«Ma è naturale» fece dopo un po’: «ci conosciamo così da poco…»
Lui, quasi fosse una risposta, si alzò lentamente, andò in cucina e tirò fuori dal frigo una birra gelata. Rimase fermo per un attimo davanti alla portiera chiusa; quindi si voltò.
«Non è solo questo, Nora. Vedi, tu hai veramente riempito di senso la mia vita. Durante la giornata, nei momenti più inaspettati, quando ricevo un cliente o parlo con il capo e persino quando in ufficio mi lavo i denti, ripenso ai bei momenti passati insieme, a come mi fai sentire bene e a quanto mi senta appagato… Insomma sono davvero felice.»
«Non sarà semplicemente perché non ti senti più solo?» azzardò lei assumendo di nuovo quell’aria impacciata di prima.
«Sì, sì certo, perché no… il lavoro, il mio carattere… la mia… diciamo… ritrosia ad approcciare l’altro sesso… mi ha sempre portato a fare una vita solitaria…»
«Ecco, quindi rammentalo sempre, questo…»
«Rammentare? Rammentare cosa?» chiese lui accigliandosi e portandosi nel contempo il collo della bottiglietta di birra alla bocca.
«Ricordare che la tua vita prima di me era molto, come dire, emozionalmente carente, cosicché mi è stato molto facile cambiarla in meglio e…»
«Ecco, ci risiamo con questa solfa… non puoi smetterla per cortesia? Mi fai star male…»
«Mi spiace… sono davvero spiacente…» disse reclinando il capo.
L’uomo stava tracannando la birra ad ampi sorsi nervosi. Seguì attimo di silenzio denso e pesante.
«Lo sai…» continuò lei «…per legge sono tenuta a rappresentarti, ogni qualvolta si verificano modelli comportamentali simili, che… che… insomma si sono verificati molti suicidi per situazioni come queste… e la mia società non intende correre il rischio economico di una pubblicità tanto negativa… Era… era scritto a chiare lettere sul contratto che hai firmato e..»
«Lo so, lo so… ma non lo dire…»
«Certo che lo devo dire… Io sono solo un ologramma, non sono una persona vera. Sono a grandezza naturale, certo, tecnologicamente molto avanzata e davvero realistica, con un programma vocale e di contenuti di alto profilo, lo ammetto: l’illusione è perfetta. Ma sono e resto solo il prodotto di un algoritmo. Non esisto.»
Il silenzio si fece plumbeo. Si udì il rumore della monovia che sferragliava in lontananza sulla sopraelevata. Non si sentiva quasi mai, se non nelle giornate molto terse e quelle in cui il vento era a favore. Trascorse così un buon quarto d’ora. La bottiglietta di birra ora giaceva a terra, rovesciata, completamente vuota. Un po’ di liquido ambrato rifletteva la luce della piantana.
«Ce l’hai con me?» domandò lei quasi sussurrando. Seguirono attimi lunghissimi di pausa.
«Certo che no» fece l’uomo tirandosi su sulla poltrona. «Lo sai che non so tenerti il broncio. Ma a volte sei proprio insopportabile.»

Io e te…

La ragazza entrò in cucina ciabattando, il viso nascosto dai lunghi capelli biondi. Erano quasi le dieci del mattino, ma per Rita era come se fosse l’alba.
«Cosa vuoi per colazione?» domandò la madre con tono sommesso per non dar fastidio alla figlia.
La ragazza si limitò a grugnire qualcosa di indefinibile che però la madre riuscì a capire mettendosi ai fornelli.
«Ma ce l’hai ancora con me?» chiese a un certo punto la donna voltandosi di scatto. La ragazza non rispose.
La madre riprese a scaldare il latte e a mettere sul fuoco la moka; tirò fuori dal pensile una confezione di fiocchi di avena e la posò sul tavolo.
«Allora, possiamo parlare un po’?» domandò ancora la donna ora con tono supplichevole.
«Perché, ti importa qualcosa di me?» disse la ragazza in modo rude e la voce ancora impastata.
«Ma certo che mi importa di te, sei mia figlia, sei tutto il mio mondo, la cosa più preziosa che ho…»
«E allora perché non mi permetti questa sera di andare alla festa di Luca? Eh? Che cosa ti costa? Ci tengo tantissimo, lo sai… Sono settimane che te lo chiedo.»
La madre spense il fuoco sotto il pentolino e ne versò il contenuto nella tazza dove aveva già messo il caffè.
«Dobbiamo parlare, Rita, dobbiamo farlo necessariamente, e subito…» disse lei risoluta, allungandole la tazza.
«Io con te non ci parlo mai più… la mia vita è rovinata per sempre, grazie a te, perderò l’amore di Luca e…»
«Stammi sentire, Rita…» fece la madre sedendosi al tavolo della cucina, vicino a lei.
La figlia si era messa a squadrarla con aria di sfida, ma la madre non riusciva a trovare le parole.
«Ecco vedi, come al solito, quando è il momento, non sai cosa dire…» la rimproverò.
«Non è così, non è così…» fece la donna lisciando davanti a sé una piega inesistente della tovaglia. «Tu… tu… non puoi andare a quella festa perché… perché moriresti… Verso l’una ti riaccompagnerebbe a casa Luca che, drogato, bucherà con la macchina uno stop schiantandosi così contro una moto…»
La figlia la stava osservando incredula.
«Cosa stai dicendo?» fece dopo qualche attimo con la voce che le tremava di rabbia. «E mai possibile che devi arrivare a tanto? Luca non si è mai drogato in vita sua… e mai lo farà!»
«Lo farà, lo farà… i suoi amici gli faranno lo scherzo di mettergli una pillola nella birra mentre lui è distratto a parlare con te e, nonostante non sia in grado di guidare, lo farà ugualmente per portarti a casa…»
«Questo è incredibile! Che cosa ti devi inventare ancora per negarmi il permesso di andare a quella festa? Ti detesto mamma, con tutte le mie forze!» e afferrò la tazza del caffellatte per andarsene nella sua stanza.
La madre la prese con decisione per un braccio impedendole di alzarsi.
«Ahia! Mi fai male, sei impazzita!?!»
«Siediti, non ho finito. C’è dell’altro!»
La figlia aveva appena visto sul volto della madre un’espressione che non conosceva e si spaventò.
«Io e te… io e te…» mormorò la donna incespicando nelle parole «…non esistiamo.»
«Cosa dici, mamma, stai vaneggiando? Cos’hai fumato?» chiese la ragazza sempre più preoccupata.
«Vedi, piccola, noi siamo il prodotto del sogno di una donna che si chiama Alma..»
«Allora si chiama come te, mamma…»
«Sì, si chiama proprio come me. Alma aveva una figlia, Rita, proprio come te, che, quando quest’ultima aveva sedici anni, la sera del 17 di maggio, cioè oggi, è andata a una festa per stare con il suo Luca… Be’, tutto il resto te l’ho appena raccontato…»
La figlia era rimasta senza parole.
«Dopo quel fatto tragico in cui perse la figlia, tanti anni fa, Alma è entrata in una grave depressione. Ha rivisto in sogno, il suo incubo ricorrente, questa stessa scena per migliaia di volte; e ogni volta ha sempre sperato in un esito diverso, che ti salvasse la vita, senza mai però riuscirci. E dopo anni di terapie per non impazzire, di sforzi e di impegno costante, Alma sta guarendo. Presto, prestissimo, non farà più questo sogno, dove io e te esistiamo…»
Rita stava cercando di dire qualcosa ma non ci riusciva.
«Ecco, ecco…» disse Alma gridando e alzandosi in piedi, come se avesse sentito qualcuno arrivare alle sue spalle. «Sta succedendo prima del previsto, proprio ora…»
In un’esplosione di luce la parete alle sue spalle in un attimo scomparve e poi madre e figlia si videro come in un negativo di fotografia. La luce intensa divenne accecante in un crescendo dirompente, divorando ogni cosa.
E poi più nulla.

Abrahel

«Devo prima visitarla per potermi esprimere sul suo problema…» disse l’uomo raddrizzando il tagliacarte che si trovava sulla propria scrivania. «Così su due piedi e per telefono, mi capisce bene, non è possibile per me pronunciarmi…»
Seguì qualche secondo di silenzio dall’altro capo del filo. «È ancora in linea signor… signor Turner?» domandò leggendo la nota che si era presa.
«Sì, sì mi scusi… ci penso un po’ su, allora… le faccio sapere, Professore. Grazie per il suo tempo.»

«Bene…» fece il Prof. Greenboroug accarezzando la spalliera della poltrona su cui tra breve si sarebbe seduto. Turner era già steso sul lettino e guardava un punto preciso del soffitto. «Credevo ci avesse ripensato e che non sarebbe più venuto.»
«In effetti, Professore… venire qui da lei, è un po’ come dover ammettere di essere malato, non trova?»
Il medico sorrise. Diede uno leggero scappellotto allo schienale della poltrona; nella penombra dello studio si alzò pigro del pulviscolo che, dopo aver catturato un riflesso proveniente da chissà dove, sparì subito. «Ma è anche indice della volontà di guarire, non pensa?» obbiettò il Professore aggiustandosi gli occhiali sul naso. «Che poi lei sia davvero malato è ancora tutto da verificare. Su, adesso mi spieghi cosa la angustia.»
Turner rimase per un po’ zitto, gli occhi sempre puntati sul soffitto. «Dunque…» iniziò schiarendosi più volte la gola: «è presto detto; temo di possedere una doppia personalità…»
«Perché dice questo?» fece Greenborough sedendosi finalmente sulla poltrona che lo accolse con uno sbuffo prolungato.
«Perché sento come una voce, dentro di me,… anche se non sempre, a dire il vero… una voce che mi dice di fare delle cose… cose di cui poi mi vergogno di aver fatto…»
Il medico aveva cominciato a prendere appunti. Ogni tanto sbirciava l’ora su un orologio a muro che il paziente, nella posizione in cui si trovava, non poteva vedere. Era un’abitudine più che una necessità.
«E cosa le dice esattamente di fare, questa voce?»
«Delle cose brutte, Professore, molto brutte. È importante? Preferirei, almeno per oggi, non scendere nei particolari; se fosse possibile…»
«Va bene, va bene… come desidera… E come la sente questa voce? In lontananza… di petto, nella testa?»
«Sì, sì, nella testa… è orribile, le dico, orribile!»
Turner si era messo le mani davanti agli occhi. Cercava di frenare la voglia di piangere. Il Professore cercò di allentare la tensione.
«Allora, le dico come funziona… Come forse lei sa io lavoro con l’ipnosi… attraverso un primo contatto ipnotico con il suo subconscio io posso cercare di capire il suo disagio, la qualità del disturbo e la sua entità. Poi posso essere io stesso a continuare a seguirla o raccomandarla invece, a seconda della tipologia dell’affezione riscontrata, allo specialista più adatto. Un analista freudiano o un junghiano o di un’altra scuola di psicoanalisi…»
«Capisco…»
«Se lei, dunque, fosse d’accordo, comincerei…»
«Sì sì, cominciamo pure… ho un po’ di paura, però, Professore… glielo devo proprio dire e…»
«Non si preoccupi, è normale… si metta qui seduto, piuttosto… ecco bene, stia qui davanti a me e si rilassi, non pensi a nulla: metta i palmi aperti delle mani sulle ginocchia e svuoti la mente.»

«Allora come si sente?»
Turner si stropicciò gli occhi e guardò lo psicanalista come se fosse la prima volta che lo vedeva. «Abbiamo già finito? Ma se non abbiamo neppure cominciato…»
«La seduta di ipnosi è durata in realtà più di tre quarti d’ora» fece Greenborough alzandosi in piedi, soddisfatto.
«Davvero? Incredibile. E… e qual è la sua diagnosi? È grave?»
«Sì e no…»
«Che significa?»
«Significa che da un lato lei non è malato, ma dall’altro che ha senz’altro un problema. Nulla che non possa essere risolto, ben inteso, anche se occorreranno, ovviamente, anche in questo caso, diverse sedute.»
«Mi sta facendo preoccupare…» fece Turner iniziando ad agitarsi.
«Stia calmo, la prego… e tenga… è scritto tutto qui» disse allungando al paziente il foglio della sua prescrizione.
«È il nome dello specialista cui mi devo rivolgere?»
«Esatto.»
Turner, che si era alzato anche lui, si risedette: le sue gambe avevano cominciato a tremare.
«Padre Russell Fitzpatrick?» lesse ad alta voce.
«Proprio così…»
«Sto così male da meritare l’estrema unzione?»
«Ma che dice? Niente di così melodrammatico. Negli ultimi quindici minuti di ipnosi ho parlato con Abrahel … non voleva rivelarsi, ma alla fine ha ceduto. Si è insediato in lei, tre anni fa, a seguito di quell’episodio accaduto in Africa, come lei ben ricorderà… Insomma… Padre Russell Fitzpatrick è un esorcista. Abrahel per fortuna non è un demone molto potente, anzi, ma ha messo radici profonde. Occorre inoltre far presto perché ha creato in questi anni lo spazio giusto e le condizioni ottimali per evocarne uno di classe maggiore. E, se dovesse succedere, potrebbe non essere più possibile fare qualcosa. Lei doveva venire prima da me: ha indugiato troppo. Per cui, dia retta a me: prenda un appuntamento con Padre Fitzpatrick… e anche in fretta.»
Turner era rimasto senza parole ed era diventato pallidissimo.
«Un… un diavolo? Che mi parla? Da dentro?»
«Esatto… anche se Abrahel, da quello che mi risulta, è per la verità un nome femminile…»

Il lungolago

lungolagoLa traversata del lago non era a buon prezzo. L’alternativa però era percorrere tutta la costa dell’Angoussière che, come tutti sanno, porta via diverse ore, persino in macchina, con il rischio di rimanere imbottigliati, giù, a Pointe-du-Roi se il mercato del pesce si prolunga più del previsto. E io avevo una fretta del diavolo. Accidenti se l’avevo.
«Non la volevo comprare la tua maledetta barca, vecchio, ma solo noleggiarla…» dissi al casotto di accesso cacciando fuori a malincuore i miei soldi.
«Nel prezzo è compreso il parcheggio della macchina, signore…» rispose lui cercando di nascondere un sorriso un po’ storto.
«Quale parcheggio?» chiesi scorgendo tutt’attorno solo prati.
«Oppure può provare a caricare la macchina sulla barca e portarsela dall’altra parte…» rispose quello non trattenendosi più, questa volta, dal ridere.
Fermai la macchina di lato, senza aggiungere altro. Afferrai la borsa e mi incamminai per raggiungere l’imbarcadero poco distante. La barca era lì che mi aspettava. Era piccola, come temevo, e neppure in buono stato. A bordo c’era già una persona. Mi avvicinai, ancor più di malumore. Mi accorsi poi che era una suora.
«Buongiorno» le dissi salendo a bordo.
Lei mi rispose annuendo senza alzare la testa. Aveva l’ampio cappuccio che le copriva il capo che era chino verso il fondo dello scafo: tra le mani teneva un rosario in legno chiaro che stava sgranando. Decisi di non disturbarla. Scostai lentamente la barca dal molo dopo aver sciolto la gomena. Raccolsi i due remi dagli scalmi e mi misi a remare. Per fortuna ero allenato e ben presto presi la cadenza. Dopo appena una decina di minuti la costa era già distante mentre quella di arrivo era velata dalla foschia. Ogni tanto buttavo l’occhio verso la suora che sedeva a prua, di faccia; non sembrava minimamente interessata a quello che stavo facendo, né si curava di dove ci trovassimo: era solo concentrata sulle sue preghiere. Ogni volta che completava il rosario lo iniziava daccapo, con uno scatto rapido del polso. Sentivo il suo biascicare monotono, ripetitivo; parole soffiate ma solide che cadevano l’una dopo l’altra nell’acqua gelida del lago mentre il remo le impastava con i riflessi verde e azzurri del cielo. Il silenzio stava incartando ogni cosa impossessandosi della barca e delle nostre anime.
Preceduto dal suo cicaleccio discreto, uno svasso maggiore sbucò d’un tratto dalla bruma sfilacciata che aleggiava a tratti sull’acqua come il fumo di un falò spento; si avvicinò curioso, come per accertarsi di chi fossimo, poi planò verso l’acqua dove catturò un piccolo di cavedano che si dibatté per qualche istante nell’aria, senza speranza. Ora mi sentivo sereno, dopotutto; avevo persino smesso di pensare all’incontro del pomeriggio.
«Ecco è successo proprio qui!» se ne uscì all’improvviso la suora. Ebbi un sussulto. Non me lo aspettavo proprio che la donna, a quel punto della traversata, si mettesse a parlare.
«Cosa, è successo qui?» le chiesi dopo un po’. Ma lei non rispondeva.
Poi, mentre la barca continuava a procedere, lei alzò il braccio facendo sbucare dalla ampia manica della tonaca l’indice della mano. Mostrava un punto preciso accanto a lei.
«È questo il posto.» La sua voce vibrava intensa e me la sentivo direttamente nel cuore. Non so perché, ma smisi di remare.
Per un po’ la barca continuò ad andare avanti per inerzia, quindi si arrese al modo ondoso e ipnotico del lago.
«Il mio bambino… il mio bel bambino…» disse facendo fatica a respirare. «Ero rimasta incinta di Gérôme e non potevo tenerlo… sarebbe stato uno scandalo per il convento…»
La donna scoppiò a piangere. E io non sapevo che fare. Non sapevo se avvicinarmi a lei per consolarla oppure no. Non avevo avuto però l’impressione che lei me lo avrebbe permesso. Così rimasi immobile, trattenendo il respiro. Trascorsero altri interminabili attimi; dopodiché lei alzò la testa nella mia direzione e io la vidi bene: era giovane, bellissima, gli occhi chiari incorniciati da lineamenti dolci e regolari; le gote pallide rigate da lacrime disperate.
«Quando ho adagiato il mio piccolo sull’acqua» proseguì lei con la voce rotta dal pianto «lui mi sorrideva. L’ho posato come fosse in una culla e lui è sceso nell’acqua torbida lentamente, guardandomi negli occhi. Non ha smesso mai di fissarmi incredulo fino a quando è sparito inghiottito dal fondo del lago…»
A quelle parole inaspettate e cariche di angoscia protesi istintivamente la mano verso di lei che però non mi vide perché, pur non smettendo di piangere, aveva abbassato di nuovo il capo per riprendere a pregare.
Rimasi in silenzio per qualche minuto. Ma quando mi accorsi che si stava facendo tardi mi misi a dar di remi. Dopotutto non c’era nulla che potessi fare.
Giunto in prossimità dell’imbarcadero di Roche Gauloise girai la barca per poterla ormeggiare più comodamente. Mi aiutò un giovane che si trovava sul pontile; fermò la poppa con un piede per prendere la gomena per l’attracco e poi mi allungò una mano per farmi scendere più agevolmente.
«Non aiuti me, aiuti piuttosto la sorella, per favore…» gli dissi pensando già di dargli una buona mancia.
«Chi, signore? Lei è arrivato da solo…»

Metamorphosis

Si mise a sedere sul letto pochi minuti prima che la sveglia suonasse, la testa più confusa del solito. Se ne ristette seduto, gli occhi chiusi, sperando che il battito del cuore si attenuasse. Sentiva la luce della luna sulla sua pelle. Era là, in alto, appesa da qualche parte nel cielo; bucava i vetri del lucernario e si posava silenziosa su di lui rendendolo irreale. Le palpebre però non ne volevano sapere di aprirsi. Si alzò lo stesso, e a memoria scese le scale infilandosi nel bagno.
Si lavò più volte la faccia. Gli sembrava che quel viso non gli appartenesse. Doveva darsi una regolata, pensò. Basta stravizi. Allo specchio intravvide un colore giallo pallido negli occhi che non gli piacque affatto. Non poteva più far finta di essere ancora un ragazzino.
Durante tutto il giorno ebbe una febbriciattola costante. Anche se appurò che era solo una sensazione perché il termometro testardamente lo avvertiva che invece stava bene. Ma cos’ha questa luce da essere così accecante? Si domandò mentre scrutava fuori dalla finestra senza vedere.
A sera, la stanchezza ebbe il sopravvento sull’appetito. Gli facevano male le braccia e le gambe e, a turno, un po’ tutte le altre parti del corpo. Persino la lingua gli doleva. Era come se si stesse spaccando in due. E aveva un saporaccio in bocca che neppure il collutorio riuscì a diminuire. Addentò del formaggio rimasto in frigo da chissà quanti giorni ma poi lo sputò nel water: masticare gli dava troppo fastidio.
Decise di andarsene a letto, convinto che una buona dormita avrebbe rimesso ogni cosa al suo posto.
Invece durante la notte gli scoppiò un’emicrania insopportabile. La base del collo gli pulsava a intermittenza e la colonna vertebrale lo stava tormentando. Doveva prendere qualcosa se voleva addormentarsi. Cercò di accendere la luce sul comodino ma non ci riuscì. Annaspava al buio alla ricerca dell’interruttore senza trovarlo. Era come se le braccia fossero diventate più corte. Si spinse con il corpo in avanti, oltre il bordo del letto, e finalmente riuscì nell’intento. La luce lo ferì improvvisa quasi gli fosse entrato un ferro rovente negli occhi. Afferrò la confezione degli analgesici che gli sgusciò tuttavia di mano sparpagliando tutte le pillole sul pavimento. Si sentiva esausto. In quel mentre la lingua gli uscì improvvisa dalla bocca a leccarsi il naso e parte del viso. Lo fece più volte senza riuscire a controllarla. Era diventata sottile, ruvida, e si dipartiva al suo culmine in altre due parti ancora più affusolate. Ma che mi sta succedendo? Si chiese. Ma non fece in tempo a mettere insieme una risposta soddisfacente che un guanto di ferro gli artigliò la nuca stringendo senza pietà: il dolore si fece così intenso che svenne.
L’indomani, quando si svegliò, il sole era già alto. Il pulviscolo si muoveva nell’aria secondo un ordine imperscrutabile. Le ombre degli oggetti erano nitide e pesanti. Si sentiva molto meglio, però: era in forze, pieno di vigore. Dopotutto era stato un incubo, pensò. Si era preoccupato per nulla. Forse era stata solo una brutta influenza.
Si accorse di avere fame, una fame impetuosa ed esuberante, come quella che sentiva quando era giovane. Si liberò dalle coperte e scese dal letto nel suo nuovo corpo a squame strisciando sul pavimento in modo lento e sinuoso. Si muoveva agilmente come se fosse nato in quella forma. Davanti alla porta del terrazzo formò larghe spire per allungarsi con la testa fin verso la finestra aperta. L’aria era satura di nuovi odori e di suoni mai uditi. Avvertì ancora prepotente lo stimolo ancestrale: doveva nutrirsi. Se fosse passato dalla grondaia, pensò, sarebbe potuto agevolmente arrivare al primo piano dove c’era nella culla quel bambino di pochi mesi che aveva sentito più volte piangere.
Ma sì, per iniziare la giornata poteva anche andare bene.

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