La mela dell’albero

Jack camminava godendosi il sole dopo tanta pioggia. La campagna era fradicia d’acqua e il tepore delle ore più calde alzava stracci di nebbia tra le zolle dei campi sarchiati: parevano tanti fantasmi che si rincorressero in una festa. La luce del pomeriggio, che volgeva lentamente al tramonto, sagomava i gialli e i rossi con un surplus di colore.
Non conosceva bene quel lato della regione e una passeggiata, prima del pranzo dal suo amico, poteva colmare quella lacuna.
Era già mezz’ora che percorreva lo sterrato che scendeva dolcemente dalla Rocca quando un languorino lo spinse fin verso un melo che mostrava un solo frutto tra gli alberi nodosi e spogli. Era una mela piccola, ma doveva essere succosa visto che era maturata sul ramo fino a quel giorno. Allungò la mano per prenderla sporgendosi un poco dalla staccionata. Le dita stavano per toccarla quando la mela, quasi avesse temuto di essere colta, si staccò all’improvviso per cadere a terra producendo un rumore secco che aleggiò nell’aria per qualche secondo. E non appena toccò il suolo si mise a rotolare. Lui non seppe bene perché ma si mise a rincorrerla anche se sapeva bene che probabilmente, a quel punto, non l’avrebbe più mangiata. Il frutto, complice la sua forma del tutto sferica, prese velocità ruzzolando lungo la discesa e, assecondato l’andamento del pendio, fece una piccola svolta a sinistra fino ad arrestarsi tra gli stivali di un uomo.
«Cosa sta facendo?» gli chiese un contadino con voce brusca.
«Buongiorno… niente, stavo solo inseguendo la mia mela.»
«Vorrà dire la mia mela… ho visto che me la stava rubando!»
«D’accordo, forse sarà anche sembrato… ma in verità è caduta prima che io la raccogliessi e ora è per la strada e quindi…»
«Non sono d’accordo… è sempre la mia mela!» fece alzando la voce. Solo in quel momento Jack si accorse che l’uomo aveva al suo fianco un forcone che rapidamente girò conficcando i rebbi nella mela. Il frutto emise un suono strano, come di una palla che si sgonfiasse. La polpa chiara fuoriuscì come da un corpo trafitto a morte mescolandosi al terriccio fangoso in cui in parte affondò.
Jack rimase impressionato da quella reazione inaspettata e teatrale e fece istintivamente un passo indietro. Guardò il contadino i cui baffi spessi gli nascondevano parte della faccia come se indossasse una mascherina; il resto del viso era rugoso e cotto dal sole e appariva rattrappito e immobile come scolpito nel legno stagionato.
Jack lo squadrò quasi avesse preteso una spiegazione. Poi gettò ancora un’occhiata alla mela e a come si era ridotta. E si accorse che un rebbio del forcone aveva bucato uno stivale del contadino e ora del sangue sgorgava dalla scarpa mescolandosi al terreno e alla mela. Provò disgusto.
«Si… si è ferito al piede, con il forcone…» lo avvertì Jack, dopo un po’, indicando lo stivale.
Il contadino si osservò la scarpa:
«Il piede è mio e ci faccio quel che mi pare!»
«Marius! Marius!» si udì una donna vociare poco distante. Una signora dell’età del contadino, con un fazzoletto vistosamente colorato sulla testa, era apparsa d’un tratto alle sue spalle.
«Smettila di dar fastidio a quel signore e viene a darmi una mano che non ce la faccio da sola. Fannullone!»
Il contadino rimase fermo e impettito: un gladiatore improbabile sbucato fuori dalle pagine di un libro di storia. Poi caricò sulla spalla il forcone con ancora attaccata la mela, rigata del suo sangue.
Appena un paio di falcate e sparì dalla vista.

La possibilità di scelta

Il bambino era seduto a tavola davanti alla sua torta di compleanno. Era tutto eccitato. Le otto candeline illuminavano il suo viso radioso e lui già si pregustava il cioccolato cremoso del dolce, il cui profumo aveva invaso l’intera stanza. I suoi genitori gli erano davanti. Il padre stava riprendendo la scena con il telefonino cantando ‘tanti auguri a te…’, mentre la madre si godeva il suo spettacolo.
Poi il bambino fece una pausa e li guardò intensamente. I genitori percepirono in quella titubanza come un’increspatura del tempo. La madre colse persino una luce strana negli occhi del figlio e un brivido le corse lungo la schiena, senza capire il perché.
«Lui è molto dispiaciuto…» disse d’un tratto il bambino facendosi serio.
«Lui chi, Jimmy?» fece il padre smettendo di riprendere.
«Kurt, non voleva che andasse a finire così…»
«Kurt?» chiese la madre impallidendo. Poi guardando per un attimo il marito, chiese ancora al figlio:
«Che ne sai tu di Kurt, bambino mio?»
«Ho sempre saputo di lui, mamma. So che volevate molto bene a mio fratello Kurty che a quattro anni fu investito da una macchina mentre attraversava la strada…»
«Ma… ma chi te lo ha detto?» gli domandò il padre che non riusciva a capacitarsi che si stesse facendo proprio quel discorso. «Non te ne abbiamo mai parlato, per non impressionarti… Io… cioè noi… un giorno o l’altro l’avremmo fatto, te lo assicuro, magari quando fossi stato più grande e…»
«La colpa non è stata tua papà, lui si è staccato all’improvviso dalla tua mano e ha attraversato la strada per andare incontro alla mamma che stava uscendo in quell’istante dalla stazione… non ci potevi far nulla è accaduto tutto in un attimo… Kurty si è pentito molto di quel suo gesto, non avrebbe mai voluto che succedesse, ma purtroppo è accaduto.»
A sentire quelle parole i genitori si erano messi a piangere, d’un pianto sommesso, silenzioso, irrefrenabile.
«Come fai a sapere tutto questo?» gli chiese ancora la madre con la voce che le tremava tra le labbra.
«È venuto lui a dirmelo. L’ho visto entrare nella stanza delle anime per potermi scegliere. I bambini, quando muoiono, hanno la possibilità di farlo. Lui era a conoscenza che saresti rimasta incinta, mamma, e, anche se erano già passati alcuni anni dalla sua morte, gli è stato concesso di entrare nella stanza delle anime per poter indicare la persona che avrebbe potuto prendere il suo posto, in questa famiglia. E così, in quell’occasione, mi ha spiegato ogni cosa. Lui mi ha voluto tra tanti perché gli assomigliavo. Non fisicamente, ben inteso, perché non poteva sapere come sarei diventato, ma in spirito. Una persona buona e vivace, sensibile e affettuosa. Desiderava tanto che io vi volessi bene come ve ne voleva lui. Vi amava davvero molto, sapete? Come sto cercando del resto di fare io per lui… Insomma, voleva che voi lo sapeste. Non ha mai smesso di pensarvi e di volervi bene.»
I genitori non sapevano più cosa dire. Erano come annientati per quelle parole. Il passato che avevano cercato di dimenticare era tornato a travolgerli con tutta la forza dirompente di cui è capace il dolore.
Poi Jimmy soffiò sulle candeline e un fumo denso si sparse tutt’attorno a coprire per un istante l’odore del cioccolato.
Ci fu silenzio.
Qualcuno in strada stava parlando, forse al telefono. La sirena della macchina della polizia lo azzittì.
«Perché piangete? Dovreste essere contenti, invece. È il mio compleanno!» chiese accigliato, Jimmy.
«Mi spiace che tu abbia dovuto sapere di Kurty, in quel modo… non potevamo immaginare…» fece la madre prendendo la mano al figlio.
«Kurty? Chi è Kurty? Un tuo alunno, mamma?»
I genitori guardarono il figlio a bocca aperta. Ora Jimmy sembrava sereno, la voce era tornata tranquilla, allegra, spensierata. Anche quella strana luce nei suoi occhi si era spenta.
Poi il bambino, incrociando le braccia, li squadrò corrucciato:
«Ecco, lo sapevo… piangete perché non mi avete fatto il regalo e non sapete come dirmelo!»

Il sicario (terza e ultima parte)

[RIASSUNTO delle puntate precedenti: Un agente segreto, consapevole di 
aver fallito gravemente nella sua ultima missione, tanto da essersi 
fatto anche scoprire, si accorge che, da un paio di giorni, si è 
installato sotto casa sua un uomo. Tutto fa pensare che possa essere 
un sicario mandatogli per eliminarlo. Esasperato per questa situazione 
ansiogena e pericolosa decide di agire di anticipo e di eliminarlo a 
suo modo.] 
Leggi la puntata precedente --> Il sicario (seconda parte)

Riprese la macchina. Cominciava quasi ad albeggiare. Si fermò nuovamente nei pressi di un palo della luce, subito dopo il trentanovesimo miglio della provinciale 105. Scarabocchiò un numero e lo infilò in un buco del palo dalla parte opposta alla sua. Il suo contatto avrebbe capito che entrambi si trovavano in pericolo di vita e che lui, almeno lui, sarebbe stato via per un po’ di tempo.
Nelle settimane che seguirono Jack non rimase mai nello stesso posto per più di due giorni. Dormì in motel, in un fienile, in una casa abbandonata. Anche se non aveva la sensazione di essere controllato o inseguito viveva in uno stato di perenne irrequietezza.
Dopo circa sei mesi, non avendo avuto disposizioni contrarie dall’Organizzazione, che per la verità aveva sospeso con lui ogni contatto confermandogli la rescissione del contratto, decise di tornare. Era notte fonda quando sbucò nella sua strada come un fantasma. Non c’era nessuno né sulla via, né tantomeno nell’incavo del portone difronte a casa sua. Gli ultimi metri li fece quasi di corsa. Aprì il portone di scatto e salì al suo appartamento. Tutto era tranquillo, ogni cosa sembrava tornata al suo posto, anche se il suo istinto lo continuava a mettere in guardia. In cuor suo c’era la segreta speranza che chi aveva voluto eliminarlo aveva incassato la sua violenta reazione e aveva deciso di lasciarlo in pace.
Rimase, comunque, per cautela in casa per alcuni giorni. Scrutò spesso la strada sia da dietro la finestra che dal terrazzo. Nessun pericolo apparente.
Poi, finalmente, decise di scendere in strada in pieno giorno. Prima guardingo, poi sempre più rilassato. Fece il suo solito giro, controllò i suoi soliti obbiettivi come se fosse stato ancora operativo. Ogni cosa sembrava tornata sotto il suo controllo. Pensò persino che avrebbe potuto prendere lui l’iniziativa di ricontattare lìOrganizzazione per sapere che aria tirava. Ci avrebbe pensato.
Nel primo pomeriggio fece rientro a casa. Nell’androne incontrò Melanie. Era tanto che non la vedeva, almeno non così spesso come avrebbe voluto. Abitava proprio nell’appartamento sopra al suo. Quella donna gli era sempre piaciuta ed ora le appariva splendida più che mai con quei capelli biondi oro a incorniciarle un volto da star del cinema. Era proprio pensando al colore di quei capelli che aveva scelto e comprato per il suo lavoro la più bella delle sue parrucche.
«Ciao Melanie» disse Jack sorridendo felice per quell’incontro.
«Oh ciao, Frank!»
La ragazza aveva gli occhi rossi come se avesse pianto a lungo e allora le chiese:
«Cos’hai? Non stai bene?»
«No, è per via del mio fidanzato.»
«Non sta bene?» domandò Jack fingendosi premuroso.
«Come, non l’hai saputo, Frank?»
«No, sono stato via. Cosa avrei dovuto sapere?»
«È… è sparito. Oramai sono sei mesi.»
«In che senso sparito?»
«Sì, avevamo litigato. Per due giorni si è piazzato qui davanti al portone di casa. Voleva fare pace a tutti i costi. Ma io, stupida, non l’ho fatto salire.»
Jack in un attimo pensò al suo uomo, a quello che credeva essere il ‘suo’ sicario, all’uomo che aveva ucciso.
«Ma no, vedrai che magari si è solo stancato ed è tornato a casa.» Balbettò Jack ad alta voce come per convincersi di questa remota assurda possibilità.
«No, non è possibile… lui abita lontano, non sarebbe mai tornato a casa senza la sua macchina che è ancora parcheggiata lì, dietro l’angolo del palazzo. La polizia l’ha cercato per ogni dove. Ma niente. Nessuna traccia. Lo so, me lo sento. Deve essergli successo qualcosa.»
«Jack si sentì mancare. Confuso, disse ancora qualcosa e, senza neppure prendere l’ascensore, salì in casa immerso in un turbine di pensieri. Si buttò sulla poltrona. Non poteva credere di aver fatto un errore simile. Si sentì male. Ebbe un conato di vomito. Aveva ucciso diverse persone durante la sua vita, ma tutte per uno scopo ben preciso e quasi sempre su istruzioni dell’Organizzazione. Ma mai per un banale equivoco.
Si alzò meccanicamente. Andò in bagno. Mise alla rinfusa le mani nell’armadietto dei medicinali sopra il lavandino da dove tirò fuori un paio di pastiglie colorate che ingurgitò spingendosele in gola.
‘Queste… queste mi dovrebbero calmare’ pensò.
Ma non fu così. Jack non riusciva a perdonarsi quello che aveva fatto. Ora capiva perché quando l’uomo lo aveva visto uscire dal portone truccato da donna si era fatto avanti per poi subito ritrarsi. Così conciato, l’uomo l’aveva scambiato per Melanie, la sua fidanzata, pensando fosse scesa per far la pace; poi accortosi che non era lei si era tirato indietro…
Cominciò a girare per la stanza misurandola a grandi passi come aveva fatto quel giorno di sei mesi prima. Ogni attimo che passava gli pareva di sprofondare in un incubo sempre più angoscioso. Poi si avvicinò alla finestra: l’aprì come se avesse avuto bisogno di far entrare aria pulita fin dentro la sua mente. E all’improvviso lo vide, laggiù.
Anche se era solo una figura nera, stagliata immobile contro il portone della casa di fronte, capì immediatamente chi fosse. Un uomo alto, pelato, un feroce e paziente predatore in attesa della sua vittima designata. L’uomo in attesa, come se lo avesse chiamato, alzò lo sguardo verso di lui fino ad incrociarlo e a sorridere sardonicamente; uno sguardo penetrante, cupo, carico di indifferente odio. Un gelo di morte entrò nel corpo di Jack: sì, quello era il suo sicario, quello vero. L’aveva capito sin troppo bene. E questa volta era venuto proprio per lui.

(fine)

Il sicario (seconda parte)

[RIASSUNTO della puntata precedente: Un agente segreto, consapevole 
di aver goffamente fallito nella sua ultima missione, tanto da essersi 
fatto scoprire, si accorge che, da un paio di giorni, si è installato 
sotto casa sua un uomo dall'apparenza non minacciosa e forse per questo 
ancora più pericolosa. Tutto fa pensare che possa essere un sicario 
mandatogli da qualcuno per eliminarlo]
Leggi la puntata precedente --> Il sicario (prima parte)

Dormì poco e male. Il sapersi braccato fin dentro il suo appartamento lo angustiava. Il telefono squillò ancora nella mattina, per ben due volte a distanza di qualche secondo. Quello sembrava essere l’unico interessamento dell’Organizzazione per il suo enorme problema. Non potevano pensare che gli fosse successo qualcosa? Che era in trappola? Bella roba, pensò, dopo tanti anni di onorato servizio, ora lo lasciavano lì a far la fine del topo… Se solo avesse potuto rispondere…
Passò una giornata d’inferno. Rimase ancora senza mangiare. Il sicario si trovava sempre nell’incavo del portone difronte a casa sua. Da dietro le tendine vedeva che ogni tanto se ne usciva un poco allo scoperto per guardare in su nella sua direzione.
Doveva fare qualcosa, non poteva andare avanti così. Verso mezzanotte maturò l’dea che avrebbe dovuto semplicemente eliminarlo. Questo gli avrebbe permesso di allontanarsi per un po’ e aspettare che la situazione si chiarisse.
Ci pensò ancora su. Ci pensò molto: poteva essere davvero rischioso.
Alle due, accertatosi che il sicario era ancora lì immobile come un messaggero di morte, andò nel suo armadio e tirò fuori la valigetta nera. Dentro, i diversi pezzi in cui era suddiviso il suo fucile speciale a infrarossi. Prese la scaletta interna dietro alla cabina dei comandi dell’ascensore e salì sul terrazzo. Dopo aver infilato i guanti, montò l’arma, con grande cura e mani esperte. Da ultimo montò il telescopio e il dispositivo ad infrarossi. Si avvicinò alla balaustra e provò ad inquadrare la sua vittima nel mirino. Da quell’altezza Jack poteva vedere molto bene il suo uomo. Anche se era appoggiato allo stipite del portone, poteva intravvedere tutta la testa e parte del busto. Poi posò l’arma. Chiuse gli occhi come per soppesare i pro e i contro. Sì, quella poteva essere la soluzione migliore anche se ovviamente non definitiva. Avvitò il silenziatore. Ora il fucile sembrava immenso più simile ad una lancia antica che a un fucile micidiale. Accese il mirino ad infrarossi e la lucina rossa andò a posarsi proprio sul cappello dell’uomo. Tirò fuori dalla tasca il proiettile blindato; caricò l’arma lentamente ma con decisione. L’uomo si mosse. La lucina ad infrarossi andò a sbattere sul portone dietro all’uomo. Poi questi ritornò sulla sua posizione di prima. Il sicario portò la sigaretta alla bocca. Fu l’ultima volta, perché Jack trasse a sé dolcemente il grilletto, senza strappare, come aveva fatto tante volte, con indubbia maestria. L’uomo si accasciò su sé stesso come un fantoccio. Un bel lavoro, non c’era nulla da dire. Il bersaglio non fece neppure alcun rumore, sembrava che gli avessero tolto la corrente e fosse rimasto inattivo, lì sul posto. In fretta Jack smontò l’arma, il mirino e il silenziatore. Tornò nel suo appartamento dove ripose la valigetta con l’arma dopo averla smontata. In un attimo fu in strada e con la sua macchina si mise a ridosso del corpo senza vita dell’uomo che aveva appena ucciso. Come pensava, non vi erano tracce di sangue. La pallottola UKS ad alta velocità che aveva adoperato consentiva la coagulazione immediata del sangue al foro d’entrata e, allo stesso tempo, una piccola, ma devastante esplosione all’interno del corpo. Era letale, ma non distruttiva. Con pochi gesti mise il corpo nel portabagagli. Imboccò la strada verso sud poi deviò, dopo qualche miglio, per la Foresta. Entrò nella Casupola 5F. Le vittime le portava sempre lì. L’Organizzazione s’incaricava poi di ritirarle per eliminare ogni traccia. Poco fuori dalla porta girò la sedia a sdraio verso il muro: era il segnale convenuto quello che c’era un ‘pacco da smaltire’. Forse ci avrebbero pensato loro ancora una volta. O forse no. Dopotutto ora non gli importava più nulla.

Continua la prossima domenica --> Il sicario (terza e ultima parte)  

Il sicario (prima parte)

Era già un po’ che Jack guardava quell’uomo fermo giù in strada. Se ne stava all’interno della macchina parcheggiata all’angolo della strada con una ruota sopra al marciapiede. Fumava. Fumava molto quell’uomo. Una sigaretta dietro l’altra, ma non sembrava nervoso, solamente aspettava, aspettava, come se fosse l’attesa la sua principale occupazione.
‘Lo sapevo’ si disse Jack agitandosi e andando in lungo e in largo per la stanza ‘non avrei dovuto accettare quell’ultimo incarico’. Era stato troppo rischioso per lui, troppo maledettamente rischioso. Ma in fondo non aveva avuto scelta. Erano tempi duri, quelli. Se non avesse accettato il contratto, qualcun altro meno scrupoloso di lui lo avrebbe fatto al suo posto. E così aveva accettato, aveva accettato e aveva fallito. Era bastato un errore banale ed era arrivato troppo tardi, di un secondo, forse due e il bersaglio era fuori tiro. Un errore imperdonabile, per le implicazioni internazionali e anche perché era sicuro che si erano accorti della Organizzazione e sicuramente anche di lui. Tanto da essere sicuro che la sua copertura alla biblioteca fosse saltata. E ora forse lo stavano spiando proprio in attesa di una mossa falsa. E probabilmente era la stessa Organizzazione ad averlo venduto. Sarebbero stati capaci di tutto, quelli!
‘Adesso, cosa sarà meglio fare?’, si domandava Jack stropicciandosi le mani nervoso. Avrebbe dovuto avvertire il suo contatto più prossimo? Avrebbe dovuto chiamare il suo supervisore? Ma no, ma no. Figuriamoci! Se erano arrivati a lui, a quell’ora avevano già messo sotto controllo il telefono. Forse erano persino riusciti a piazzare qualche microfono in casa o stavano registrando attraverso i microfoni direzionali magari proprio dall’edificio accanto. Probabilmente quell’uomo là in strada era stato messo solo per fargli commettere qualche sciocchezza.
Nel primo pomeriggio aveva preso a piovere forte. L’uomo, dentro alla macchina ogni tanto faceva andare il tergicristallo. Non riusciva a vederlo bene in faccia, ma si accorgeva che di tanto in tanto alzava lo sguardo in su. Uno sguardo un po’ vago, certo, come se non fosse diretto a lui; come si faceva del resto in casi consimili, lui lo sapeva bene.
Poi a Jack venne in mente che se fosse uscito di notte avrebbe eluso la sorveglianza. Gli sarebbe bastato raggiungere il telefono pubblico più vicino per avvertire il suo contatto di emergenza. Decise di aspettare l’imbrunire.
Se ne rimase tutto il giorno inchiodato dietro alla tendina della finestra, stando bene attento a non sporgersi troppo. Avrebbe dovuto solo attendere e, a giudicare dal cielo coperto, il buio non sarebbe poi tardato tanto.
C’era tutt’attorno un silenzio irreale. In quel condominio spesso si sentivano dei rumori soprattutto da parte dei vicini. Ma ogni cosa quel giorno sembrava tacere come se si fossero dati parola per innervosirlo maggiormente. Persino la pioggia non faceva rumore, benché vedesse che era abbastanza violenta da fare le bolle sul selciato. Prese ancora ad andare avanti e indietro per il suo monolocale dimenticandosi persino di mangiare.
Verso le venti squillò il telefono. Squillò una sola volta. Dopo un minuto un’altra sola volta. Era il segnale che volevano mettersi in contatto con lui. Ma Jack non poteva rispondere, non doveva rispondere. Pensò che dopotutto fosse un bene che non rispondesse. L’Organizzazione, sapendo che non abbandonava mai la casa prima del mattino, si sarebbe insospettita e avrebbe mandato qualcuno per vedere cosa stesse succedendo. Sapeva che facevano così. Era accaduto qualche tempo prima a un altro agente e lo avevano tratto d’impaccio.
Passò mezzanotte ed anche l’una e le due. Nessuno però si fece vivo. La situazione, pensò, era più grave di quello che potesse immaginare. Forse l’avevano considerato spacciato e l’avevano abbandonato al suo destino. O forse, come temeva, erano stati loro stessi a ‘bruciarlo’.
Quando si riaffacciò alla finestra si accorse che la macchina non era più lì. L’uomo se n’era andato. Allora, pensò, che forse si era sbagliato. L’uomo poteva non essere venuto lì per lui. Decise di tentare di uscire. Si preparò a lungo, pensando bene a cosa mettersi. Si vestì di scuro e si travestì da donna per non correre rischi. Scelse una parrucca bionda e i tacchi alti che già aveva usato in un’altra operazione proprio l’anno precedente di quei tempi. Si truccò perfino. A Jack piaceva essere perfetto in ogni cosa che faceva. Ogni tanto interrompeva la vestizione, andava alla finestra e cercava l’uomo, là, in fondo alla via, caso mai fossero tornato. La strada sembrava sgombra. Con il cuore che gli batteva forte prese la borsetta e l’ombrello, giusto per ripararsi alla vista di chicchessia. Prese l’ascensore e scese.
Arrivato al portone indugiò dietro al largo portone di legno: trasse un lungo respiro e lo aprì di scatto. Non c’era nessuno: la strada era libera. Scese sul marciapiede, ma poi lo vide, all’improvviso, lì in piedi, al di là della via. Nell’incavo del portone di ferro dall’altra parte della strada; lo riconobbe dal cappello abbassato sul volto e dall’impermeabile. L’uomo appena lo notò, a sua volta, fece un passo in avanti guardandosi attorno ma poi in un attimo ci ripensò tornando a schiacciare con il corpo la parte più buia dell’edificio appiattendosi come per scomparire. Jack ebbe un soprassalto e con un balzo, rientrò subito nel suo palazzo riuscendo a sgusciare all’interno che ancora la porta non si era chiusa. Ora aveva la prova che quell’uomo stava aspettando proprio lui. Si tolse la parrucca con un gesto disperato come se avesse voluto strapparsi dalla mente anche l’idea spaventosa che davvero lo volevano morto. Dopo tutti quegli anni e i servigi resi. In subbuglio, salì le scale a quattro scalini per volta, ritornandosene al sicuro dentro casa sua.

La seconda puntata domenica prossima --> Il sicario (seconda parte)