Dolly varden (prima parte)

Il vento era finalmente calato ed era uscito un sole incerto. Insufficiente per far salire la temperatura già molto sotto lo zero.
Ken e il piccolo Ziro pensarono comunque che fosse un’ottima occasione per andare a pesca sul lago ghiacciato. Erano stanchi di mangiare la solita carne di alce e un po’ di pesce avrebbe contribuito a variare la dieta.
Partirono al mattino presto. Il sole era immobile sull’orizzonte e quando alla sera se ne sarebbero andati sarebbe stato ancora lì, nello stesso punto esatto, come in un fotogramma rotto. Ken trascinava l’avvitatore con cui avrebbe fatto il buco nello spesso strato di ghiaccio, mentre Ziro portava le lenze che seppur vecchie e sbiadite erano ancora tenaci e robuste. Scotty, l’indisciplinato vecchio malamute, li precedeva come sempre trotterellando sicuro di sé perché tanto sapeva dove si sarebbero diretti.
Una volta arrivati, ci volle quasi mezz’ora a Ken per praticare un foro che fosse sufficiente per far passare il pesce. I tentativi furono molteplici sia per lo spessore dello strato sia perché il buco si righiacciava facilmente. Intanto Ziro si era affrettato a costruire una sorta di riparo tutt’intorno con rami e foglie. Sarebbe stato più semplice ripararsi dalla brezza fredda che spirava a tratti sul lago e resistere così fino a sera.
Trascorse un paio di ore. La natura sembrava rattrappita in quella morsa di freddo e una nebbiolina eterea si aggirava furtiva sulla cima dei cedri come un fantasma inquieto. Ma fu solo quando Ken cambiò esca, una sorta di impasto con pane di mais, radice essiccata di fireweed e chissà cos’altro, che cominciò a prendere un pesce dopo l’altro. Non erano grandi quelle dolly varden, per via della stagione, ma era meglio di niente. La giornata comunque prometteva bene. L’uomo aveva una grande esperienza per quel tipo di cattura; teneva ben salda la lenza tra le punta delle dita, inginocchiato sull’orlo del foro, e bastava anche solo un leggero tentennamento della lenza per capire se aveva abboccato.
Ziro dal suo canto non perdeva d’occhio il padre: stava attendo ad ogni suo minimo gesto. Sapeva bene che un giorno la sua sopravvivenza avrebbe potuto dipendere proprio da quegli stessi gesti. Scotty invece era già sparito, probabilmente era in giro a dar fastidio ai nidi di edredone.
«Vieni, prosegui tu» disse a un tratto il padre alzandosi in piedi e tendendo la lenza a Ziro.
Il figlio, prima sbarrò gli occhi, poi si mise le mani dietro la schiena scuotendo la testa.
«Dai, prendi questa lenza, devi imparare, io vado a fumarmi una sigaretta… non posso farlo qui vicino ai pesci avvertono l’odore di fumo…» mentì.
Ziro chiese, anche se solo con l’espressione del volto, se dovesse davvero farlo. Il padre gli sorrise e gli mise ancora più vicino la lenza a toccargli il piumino consunto. Il bambino la afferrò e si inginocchiò vicino al foro, così come aveva visto fare tante altre volte.
«Bravo, così…» lo incoraggiò Ken spostandosi di diversi metri e sedendosi con la schiena a ridosso del tronco di un cedro giallo. Era fiero di lui, sarebbe presto diventato un uomo. Vide che era concentratissimo tanto che non appena sentì vibrare tra le mani la lenza reagì subito serrando forte. Il bambino sentì la trota all’amo che stava cercando di andare verso il profondo dello specchio acqua, ma non si fece prendere alla sprovvista: piantò i piedi e oppose resistenza.
«Papà, papà, ha abboccato, aiutami presto!»
«No, Ziro è tutto tuo, ha abboccato alla tua lenza e tu devi tirarlo a riva…»
«Ma no, papà… ti prego… non so come si fa…» supplicava lui tenendo la lenza con tutte le sue forze.
Il padre capì che quello era il giorno in cui suo figlio si sarebbe dovuto far valere misurandosi con il suo primo pesce; così non si mosse dal suo posto e finì di gustarsi la sigaretta.
Ziro protestò ancora ma poi, visto che il padre non si muoveva, si mise ancor più di impegno; dopo venti minuti il muso di una ragguardevole dolly varden si affacciò boccheggiando dal foro. Con un ulteriore sforzo Ziro diede un ultimo strattone e la trota scivolò di lato contro i rami del riparo. Quello fu anche l’attimo in cui il bambino vide spuntare dal foro anche il muso inconfondibile di una foca, di un cucciola di foca, per l’esattezza. I due si guardarono per un lungo interminabile momento in modo interrogativo. La foca, delusa di essersi vista scippare la preda, Ziro di vedere una foca in un lago. Pochi secondi dopo la foca si reimmerse sparendo nell’acqua gelida.

prosegue --> Dolly varden (seconda parte)

 

Bagni Marinella

balena - scultura - sabbiaEra l’ultima settimana della stagione e occorreva inventarsi qualcosa per promuovere quella successiva. Così, parlando con gli altri titolari degli stabilimenti del litorale, ci si era messi d’accordo su una gara di sculture di sabbia con tanto di propaganda pubblicitaria, cena finale sulla spiaggia e passaggio mediatico. Io ero contenta per questa soluzione perché Carlo, mio marito, è un artista in questo settore, anche se le sue capacità non erano note agli altri proprietari. L’avessero saputo, infatti, non avrebbero mai proposto una competizione simile.
La mia felicità per questa fortuna insperata durò poco, fino a quando cioè Carlo, a sera, non mi ricordò che il giorno in cui la manifestazione si sarebbe tenuta lui si sarebbe trovato a Roma, come programmato da tempo. Me ne ero proprio scordata. E adesso ero nei guai.
Feci un giro di telefonate per cercare un valido sostituto tra amici e conoscenti, ma nulla.
«Perché non provi tu?» mi chiese mio marito. «Io ti faccio il disegno e tu, dopotutto, qualcosa sai fare; vedrai che te la cavi. L’importante, poi, è far parte di questa kermesse.»
Io ci credevo poco. Soprattutto perché sapevo che ai Bagni Teresina ci sarebbe stato il vecchio Palmiro che aveva già vinto diversi premi sulla costa adriatica. Ci avrebbe surclassato. E poi, a dirla tutta, a me piace vincere e sapevo bene di non essere granché. Ma non per questo mi diedi per vinta.
Il giorno della gara iniziai presto. Il progettino che mi aveva preparato Carlo era molto semplice ma di grande effetto. Mi fu subito chiaro però che non ce l’avrei mai fatta. Mi mancava la manualità e la tecnica. Dopo appena mezz’ora mi ero già seduta sul bagnasciuga a guardare sconsolata il mare.
«Posso aiutare?» sentii dire alle mie spalle. Era un giovane africano, magro e alto, i denti un po’ sporgenti in un viso sincero.
«Devo fare una scultura di sabbia di almeno due metri cubi. Ma non sono brava» gli spiegai rimirando la paccottiglia informe di sabbia che avevo iniziato a lavorare. Lui ascoltò, poi alzò le spalle.
«Io al mio paese qualcosa ho fatto» e senza aspettare che gli dicessi ‘va bene, cerchiamo di fare insieme qualcosa, ecco questo è il disegno’, entrò nella buca che avevo abbozzato e cominciò a lavorare di pala.
Mi accorsi subito che lui la manualità ce l’aveva davvero. Senza aver fatto un minimo progetto in poco tempo realizzò una bellissima balena nell’atto di librarsi fuori dall’acqua in un salto plastico. Lavorò senza sosta per ore arrivando a delineare, non solo la realistica fisionomia del cetaceo, ma anche le onde del mare e persino gli spruzzi di schiuma. E questo per decine di metri cubi di sabbia. Ero senza parole.
Venne la televisione e i giornalisti, una folla di bagnanti oltre ai proprietari degli altri stabilimenti. Tutti estasiati. La giuria non ebbe dubbi: avevamo vinto. Anzi stravinto.
A cena ci rilassammo un po’; era stata una bella stagione anche se non al pari degli altri anni, vista la situazione pandemica; per finire c’era stata una bella gara emozionante che aveva portato tanta pubblicità a tutta la costa e a me in particolare; ci godemmo quindi il ricco menu a base di pesce e frutti mare. La luna e i suoni dolci della risacca fecero il resto.
Ma a un certo punto, guardandomi in giro, mi accorsi che mancava proprio lui, l’artefice della vittoria dei miei Bagni. Lo cercai senza trovarlo. Poi andai alla scultura. Era ancora lì, in riva al mare, che lavorava ancora alacremente come se avesse iniziato dieci minuti prima e non da dieci ore. Aveva aggiunto alla balena un tripudio di delfini, di tritoni e sirene, e di strane creature del mare. Un capolavoro.
«La gara è finita, vieni, andiamo a cenare…» gli dissi tendendogli la mano «sei stato bravissimo. Hai vinto il lettino e l’ombrellone in prima fila per tutta la prossima stagione nello stabilimento balneare che preferisci. Ora riposati.»
«Io non sono qui prossima stagione. Io torno a casa, ora, a Madagàscar…» disse alzandosi in piedi e fermandosi, finalmente. Fece qualche passo indietro per ammirare la sua opera e annuì:
«Sì, può andare…» poi si girò su stesso e se ne andò, così come era arrivato, senza neppure accomiatarsi.
La sua uscita di scena fu così repentina che non seppi cosa dire per trattenerlo.
Poi mi venne in mente.
«Non so neanche il tuo nome…» gli feci al suo indirizzo. Ma lui era stato già inghiottito dalle ombre della sera. Ed erano rimaste solo le sue orme.

Bridgetown

chiatta«Va a Bridgetown?» l’uomo sulla banchina del fiume aveva il palmo della mano sulla fronte per schermirsi dal sole basso sull’orizzonte. La sua voce era ferma ma dubbiosa. Un soprabito elegante mascherava quasi tutta la sua figura.
Il Comandante della “Celestine” stava trafficando a bordo della chiatta mettendo in ordine le sartie: stava per salpare e non alzò neppure lo sguardo.
«Ho bisogno urgentemente di andare a Bridgetown, la pago bene. Oggi c’è sciopero dei taxi e comunque in città c’è un traffico infernale a quest’ora. Ho un importante affare da concludere in centro…»
Il Comandante azionò l’argano dell’ancora che si mise in moto con un rumore di catene rugginose. Poi controllò la corrente placida del fiume come per accertarsi che fosse ancora lì. Il senso di pace che gli dava quella poderosa massa d’acqua in movimento lo meravigliava sempre.
«Mi paga bene, quanto?» buttò lì all’improvviso il Comandante all’indirizzo di quello strano individuo che si agitava nervoso sul pontile.
«500 sterline, subito, e altre 500 all’arrivo…» rispose l’altro che non si aspettava più una risposta.
«Ci deve tenere molto, allora… va bene, salga…» gli disse fissandolo finalmente negli occhi e tendendogli la mano per portarlo a bordo.
«Mi chiamo George, George Logan…» gli fece l’uomo mettendo un piede incerto sulla barca e accennando a un sorriso. Aveva indosso un completo sartoriale su misura e le scarpe erano così lucide da potersi abbronzare anche solo a guardarle. Matt G. Harper sapeva riconoscere un guru della City quando ne vedeva uno.
«Non mi interessa come si chiama» rimbrottò di rimando il Comandante sovrastando il passeggero di almeno mezzo piede. Poi si mise davanti a lui, a gambe divaricate e braccia conserte, in un eloquente atteggiamento di attesa impaziente.
«Ah già, scusi…» fece Logan mettendo mano al portafoglio e dandogli il denaro.
«Bene» fece Harper riprendendo le manovre per la partenza «si sieda su quella panca lì; ci vorranno quaranta minuti circa… non tocchi niente, per favore.»
Logan si accomodò. La panca era umida e scomoda, ma era sollevato. Dopotutto, l’acquisizione della Fish & Cooper si sarebbe fatta.
La “Celestine” si staccò docilmente dal pontile mentre la sirena emise un suono breve ma intenso che rimbalzò sugli argini; fece un’inversione di rotta di 180° gradi a dritta e poi prese a infilarsi nella corrente del fiume.
«Se le raccontassi come mi sono ridotto a chiederle un passaggio non ci crederebbe davvero» confessò Logan accendendosi un sigaro. «È stata una giornata incredibile…»
«Se dobbiamo fare conversazione il passaggio le costerà di più» fece secco il Comandante che accese alcune spie sul cruscotto davanti a lui. «E spenga subito quel sigaro: trasporto materiale infiammabile.»
Rimasero in silenzio per un quarto d’ora. Una coppia di germani reali fece in tempo a risalire il corso d’acqua per poi piegare verso la chiesetta romanica di Chesterwale. Una brezza leggera e profumata accarezzò i meleti prima di stendersi sull’acqua.
«Come mai una chiatta per il trasporto fluviale ha un pennone così alto? Cosa le serve?» ruppe dopo un po’ il silenzio Logan.
Harper, dal castello di prua, si voltò verso di lui cercando di fulminarlo con lo sguardo. E non rispose.
«Lo sa che con quel pennone così alto non ci passa dal ponte di Bridgetown, vero?»
«Ci passo sempre e non è mai stato un problema…» rispose quello, scorbutico, facendo spallucce. «E non sarebbe neppure un problema se lei scendesse subito dalla mia barca e se la facesse a nuoto.»
«Sì, ma allora addio a 500 sterline facili facili…» rispose pronto Logan che aveva capito come prenderlo.
Il Comandante grugnì.
Le prime casette unifamiliari di Bridgetown apparvero appena dietro l’ansa di Hazelwood e così anche il bel ponte che collegava l’isola al continente. Ci vollero appena cinque minuti perché la barca fosse a ridosso delle arcate in stile liberty.
Quando pensò fosse il momento giusto, Harper premette un pulsante sul cruscotto. Il pennone cominciò a ritirarsi a cannocchiale senza far alcun rumore. Si ridusse di qualche metro poi si bloccò. Premette ancora il pulsante e poi ancora e ancora, cercando, nel contempo, di rallentare la velocità della chiatta. Per un po’ il pennone riprese a rientrare poi si inceppò nuovamente. La barca, oramai a motore spento, fu catturata dalla corrente al centro del fiume dove, nei pressi dell’arcata principale, era molto forte. Il Comandante riaccese il motore facendo indietro tutta ma era troppo tardi. Logan, dal suo canto, si alzò in piedi per vedere meglio. Agitava le mani davanti a sé come se stesse affrontando un avversario sul ring. Gli scappò un’imprecazione. L’asta prima si incastrò sotto l’impalcato del ponte poi si flesse ad arco facendo impennare “Celestine” che si sollevò dal pelo dell’acqua come avesse voluto oltrepassare il ponte volando. Seguì lo schianto del pennone che si spezzò in più parti facendole sfrecciare in tutte le direzioni. La chiatta, finalmente libera da ciò che la tratteneva come un amante geloso, ripiombò pesantemente sull’acqua alzando ondate di spruzzi di diversi metri. Harper faticò a governarla ma poi le fece riprendere l’assetto ordinario.
«È andata bene, dopotutto…» sbottò tutto sudato Harper volgendosi verso poppa «non trova?».
Una porzione di pennone era fiondato là ove era seduto Logan; la panchina era stata sradicata dal ponte trascinando gran parte del parapetto nel fiume. Logan non c’era più.
Per un po’ il Comandante rimase a bocca aperta. Si portò verso la zona poppiera a scrutare il fiume melmoso. Non c’era nulla sulla sua superficie se non le venature dell’acqua che si accavallavano confuse sulla scia della chiatta.
Guardò l’orologio.
«Però sono in orario…» sospirò. E si aggiustò il berretto tornando al timone.

Pilastri di luce

pilastri-di-luciAveva preso da qualche tempo a mettersi i tappi nelle orecchie prima di addormentarsi. All’inizio lo aveva fatto per non sentire il cane del vicino lasciato spesso da solo nella corte interna del condominio ad uggiolare tutta la notte. Poi si era accorto che gli favoriva il sonno perché gli permetteva di concentrarsi su un silenzio rassicurante ancorché artificiale, creando una sorta di isolamento dalla realtà, un’anestesia dai pensieri e dalla coscienza. Entrava in una capsula di oblio come se sedesse sul fondo di una piscina piena d’acqua, indifferente al mondo là fuori di cui si sarebbe occupato solo il giorno dopo, al risveglio, caso mai ci fosse stato.
Aveva anche trovato il modo per ridurre il più possibile il fastidio di sentire la presenza di un corpo estraneo nell’orecchio. Anziché usare due tappi di schiuma, ne divideva uno a metà. L’ingombro diventava minimo e il risultato ancor più assicurato per la maggiore aderenza.
Poi una domenica, nel cuore della notte, suo figlio Fenner entrò di colpo nella sua stanza. Lo svegliò scuotendolo più volte. Fece appena in tempo a notare il volto di lui pieno di terrore mentre gli urlava qualcosa contro, indicando fuori dalla finestra, che subito si era allontanato. Non era stato in grado di avvertirlo che aveva i tappi nelle orecchie e che quindi non aveva capito nulla. Né era valso richiamarlo ad alta voce perché Fenner non era tornato indietro.
Si mise a sedere sul letto. La stanza era ancora illuminata dalla luce lasciata accesa sul comodino quando la sera prima era sprofondato nel sonno scesogli sulle palpebre come una ghigliottina. Possibile che il figlio si fosse sbagliato e avesse fatto solo un brutto sogno? Cercò di svegliarsi anche se il sonno rimasto intrappolato nella sua testa ora lo stava tormentando. Provò di nuovo a togliersi i tappi dalle orecchie. Erano andati troppo in profondità. Le sue grosse dita non riuscivano ad afferrare la poca superficie di schiuma rimasta a disposizione per estrarli dal condotto uditivo. Ci tentò più volte, ma non c’era niente da fare. Si infilò i pantaloni. Nell’alzarsi per prendere la maglietta appoggiata alla sedia avvertì una fitta dolorosa sotto la pianta dei piedi rimasti scalzi. Si era ferito con dei vetri. Alzò lo sguardo. La finestra non c’era più. Gli infissi pendevano da un lato mentre i vetri erano sparsi ovunque. Tentò ancora una volta di togliersi i tappi, ma stava solo peggiorando la situazione perché sembravano scivolare sempre più verso l’orecchio interno. Calzò in fretta le scarpe e si avviò verso la porta di casa nella speranza di incontrare Fenner. Si sarebbe fatto spiegare da lui con calma quanto stava accadendo magari scrivendolo su un foglio. Ma non c’era nessuno. Il televisore giaceva rotto in due sul pavimento, e c’era un buco sul tetto tanto che si sentiva entrare il respiro della notte.
Uscì. Il cielo, prossimo all’alba, era ancora così nero da poter essere il fondo di un pozzo. A tratti però lame di luce fredda lo solcavano come fulmini alla rovescia.
Raggiunse la strada. Pavlo, il suo vicino ucraino, gli si accostò. Era in lacrime. In braccio aveva il suo cane orribilmente mutilato. Anche se non ricordava per la verità che avesse mai avuto un cane. Pavlo gli rivolse la parola, in modo concitato, indicando con tutte e due le braccia un qualcosa di là dalla collina. Ma non c’era niente in quella direzione: solo pilastri di luce intermittenti e ogni tanto uno spostamento d’aria tiepida sul viso che non era vento. Considerò che negli occhi di quell’uomo, intagliato con una scure come ben poche altre persone conosciute durante la sua lunga esistenza, si poteva riconoscere la paura di un bambino. Avrebbe voluto chiedergli dov’era la moglie e la piccola Olena. Ma anche se avesse risposto, pensò, non avrebbe capito neppure una parola e così si limitò ad annuire tristemente come manifestazione di solidarietà.
Rimase ben presto solo nella via.
C’erano alberi abbattuti, un’auto capovolta, uno strano odore di fuliggine misto a ruggine e melassa. L’aria era molto pungente di un non so cosa di chimico che pizzicava la gola e gli occhi. Tutte le persone conosciute del quartiere le aveva viste sfilare accanto di gran fretta e in modo disordinato; aveva visto i vecchi coniugi Crane con la governante Hope, la vedova Thorpe e quel buon annulla di Jimmy Root; mentre Gwenda aveva persino trovato il tempo di fare la valigia che ora faceva saltellare sul marciapiede.
Scendendo a piedi si fermò al Belvedere O’ Connor. La città sottostante pareva tranquilla non fosse stato per il fatto che era immersa in un buio assoluto, malato, come indotto a bell’apposta per poter nascondere chissà quale insidia. Non c’era una sola luce in tutta la valle se non quei lampi improvvisi che proprio non si capiva da dove provenissero.
Quel che era onnipresente era il silenzio irreale, paradossale anche se era ben consapevole che era dovuto solo ai tappi nelle sue orecchie. In qualche modo però l’assenza totale di ogni suono era il filo conduttore perfetto per quella sensazione di tragedia incombente.
Non riusciva tuttavia a essere agitato. Il non poter sentire non lo rendeva partecipe del panico generale. Era nella sua bolla ai margini del Nulla. Né d’altronde avrebbe saputo dove andare in vestaglia e ciabatte.
Pensò a suo figlio e al fatto che lui l’avesse lasciato lì da solo, alla sua età.
Fenner se la sarebbe cavata, però. Se la cavava sempre. Era diventato un uomo, del resto. E questo lo confortava.
Si sedette sulla panchina.
Cercò automaticamente il pacchetto delle sigarette nelle tasche, invece trovò il cellulare. Per abitudine compose il numero di lei. Poi desistette. Non avrebbe sentito nulla per via di quei maledetti tappi!
Non restava che aspettare, sospirò. Solo aspettare. Che qualcosa accadesse.

Il Guardaparco

foresta - fungo«Non faccia un altro passo!»
L’uomo si era materializzato dal profondo della foresta. Non aveva fatto il minimo rumore e Nora ci mise qualche secondo per realizzare che fosse reale. Nonostante l’uomo avesse la doppietta puntata sulla sua testa non le incuteva però alcun timore. Era alto, un po’ curvo, sui sessant’anni, vestito da guardaparco, ma con un’aria bonacciona e serena.
«Abbassi quell’arma, per favore, non sono un bracconiere…» disse aprendo il suo tailleur alla moda e mostrando un seno generoso. «Vede, non sono neppure armata» sottolineò con un sorriso malizioso.
L’uomo scostò la testa oltre il mirino per vedere meglio la persona davanti a lei. Effettivamente aveva l’aria innocua; una bella signora elegante che si era persa tra la sala riunioni e il bagno.
«Non si può entrare in quest’area protetta, ci vuole la mia autorizzazione e io non gliel’ho data…» recitò con logica ineccepibile ma con tono un po’ meno sicuro di prima. «Questo è il National Oak Park…» continuò abbassando un poco l’arma all’altezza del torace.
«Ma lei chi è scusi?» domandò la donna in modo disinvolto con il piglio di chi sapeva farsi ascoltare durante un consiglio di amministrazione.
«Sono George Anderson, guardia scelta di questo parco…» fece tutto d’un fiato alzando un poco il mento a sottolineare quanto fosse fiero di quello che aveva appena precisato.
«E io sono Nora, Nora Cooper della Southern York Company di Wellington, non pensavo ci fosse qualcuno, quassù…».
«Ci sto da vent’anni, signorina…»
«Mi chiami Nora, George… Vent’anni, dice davvero?»
«Fanno giusto vent’anni a fine agosto…» fece l’uomo rilassandosi e abbassando definitivamente il fucile. Guardò alla sua destra il maestoso Monte Maiomee dalla forma di un cappello a cilindro, come per trarre ispirazione, quindi proseguì… «È tutta la mia vita, stare quassù. Ci sta bene persino mia moglie che ci ha messo qualche anno per adattarsi al rigido freddo invernale…»
«Ma il Parco non l’ha mai pagata…» osservò lei.
L’uomo la squadrò, sorpreso per quella domanda.
«No, sono stati chiari fin dall’inizio quelli della Direzione. Non mi avrebbero corrisposto nessuno stipendio perché non c’erano soldi; però avrei potuto occupare il rifugio B102 e mangiare tutto quello che avrei potuto prendere con il mio Sharps. E ne abbiamo viste delle belle, in tutti questi anni, io e lui, signorina…»
«Nora…»
«Già, Nora… pensi, ho anche abbattuto Bezzy, un’orsa diventata pericolosa con l’età. Mi ha fatto penare per una settimana intera ma poi ho avuto la meglio. Ogni tanto mandavo dei rapporti giù alla Direzione ma non mi hanno mai dato risposta. Però li capisco, hanno sempre tanto da fare e quassù la posta proprio non arriva. Siamo un po’ tagliati fuori dal mondo e non c’è wi-fi. Ma io me la cavo, sempre.»
George riempì i polmoni con il profumo della montagna; un falco pellegrino venne giù in picchiata dalle nubi dense di grigio, come una meteora, sparendo in un lampo dietro a un gruppo di sicomori color crema. Lui, stava ancora riempiendosi gli occhi dell’oceano di verde davanti a sé, quando avvertì un rumore confuso di motori che arrancava dal fondo valle. Riprese in mano il fucile e si spinse fin su una roccia a strapiombo per vedere meglio. Non si era mai sentito nulla di simile lassù.
«Non so come dirglielo, George» disse Nora guardandosi le scarpe costose «ma la società che gestiva questo Parco è fallita, giusto vent’anni fa; insomma, appena dopo aver dato l’incarico a lei. Questo comprensorio per 150 acri è stato acquistato dalla mia azienda, qualche mese fa, dopo una lunga trattativa…»
Il rumore di sferragliamento dalla strada crebbe in modo assordante fino quando non si resero ben visibili tre grossi Caterpillar di un arancione così carico da ricordare la livrea di certi insetti velenosi.
«Qui verrà costruito un resort a cinque stelle, con un campo da golf, piscine e campi da tennis… e ovviamente un’ampia strada di accesso…»
George ammutolì.
«Un re-resort? Qui…» balbettò. Il mento gli tremava mentre sentiva le gambe cedergli, come neppure Bezzy era riuscita a fare.
«Mi spiace George, i lavori iniziano proprio oggi…» disse indicando gli escavatori dietro di lei a conferma tangibile di una sentenza irrevocabile. Allargò le braccia e poi lentamente si voltò a raggiungere le macchine movimento terra smaniose di cominciare il più presto possibile.
Quando mezz’ora dopo Nora Cooper tornò da lui, l’uomo era ancora nella stessa posizione in cui l’aveva lasciato. George assomigliava a una di quelle concrezioni rocciose di formazione millenaria di cui il Parco andava famoso. Il suo Sharps era invece adagiato da un lato, nel muschio spesso, come un utensile inutile.
«Avete bisogno di un custode?» le chiese lui all’improvviso.
Nora gli regalò un sorriso sincero.
«Se ne può parlare, George, se ne può parlare.»