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La maschera

mascheraIn casa era così: dolce, disponibile, sereno. Le figlie lo adoravano e la moglie lo amava da sempre; ma sul lavoro era tutta un’altra cosa. Era molto giovane per il tipo di ruolo richiesto e il rischio di non avere autorevolezza sufficiente per gestire il personale e imporsi sui colleghi era molto elevato. Si era fatto crescere la barba, aveva imparato a vestire in modo meno giovanile, aveva comprato persino un paio di occhiali dalla montatura pesante e il tutto per accrescere la sua credibilità. Aveva sempre però l’impressione che non fosse abbastanza e che, ogni tanto, lo prendessero anche in giro non appena voltava loro le spalle.
Così un giorno, uscendo di casa, si mise la maschera. L’aveva trovata in un baule, nella cantina, avvolta in carta da giornale con sopra la scritta ‘da non usare’. Forse era stata del padre o forse del nonno ma nessuno di loro ne aveva mai fatto cenno. Non si curò dell’avvertimento perché, appena provata, se la sentiva perfetta addosso; calzava a meraviglia e, da quel che poteva osservare dal pezzo di specchio che aveva in quella stessa cantina, gli assicurava quel pizzico di severità che gli occorreva, ma anche un non so che di risolutezza e persino di moderata alterigia e comunque di indiscussa superiorità. In fondo era ancora lui ma, sotto sotto, non lo era più.
La nascose nel portaombrelli sul pianerottolo di casa e, l’indomani, dopo aver salutato moglie e figlie, se la mise per andare in ufficio. Come aveva sperato, d’un tratto, non ci furono più problemi. Non faceva in tempo a pensare ciò che i collaboratori avrebbero dovuto svolgere che loro già loro l’avevano eseguito. Erano ossequiosi e pendevano dalle sue labbra desiderosi di compiacergli. Il suo viso evidentemente esprimeva rispetto, autorevolezza, capacità di comando; non c’era più traccia delle imbarazzanti incertezze di una volta: si sentiva finalmente appagato.
Sarà solo per poco tempo’, si giustificò con se stesso: ‘io so del resto quanto valgo ed è solo una questione di forma: continuerò così, solo per un po’, almeno fino a quando non avranno imparato a rispettarmi e poi ne farò a meno’.
Ben presto questa preparazione mattutina divenne una routine. Al mattino usciva di casa, indossava la sua maschera e andava a lavorare. La sera tornava, se la toglieva, e si godeva la famiglia.
Trascorsero in questo modo alcuni mesi. Ma anche quando sul lavoro oramai tutti lo stimavano considerandolo indiscutibilmente il loro leader lui non se la sentiva più di lasciare la maschera nel portaombrelli. Non ancora. Alla sera quando la riponeva si diceva che sarebbe stata l’ultima volta, ma poi al mattino la indossava di nuovo. ‘In fondo, che male c’è’?’ si diceva.
Poi, una mattina, mentre stava per entrare in ufficio, vedendosi nel riflesso della vetrina di un bar, si accorse di aver dimenticato di indossare la maschera. Oramai era diventata una tale abitudine metterla e toglierla che non ci aveva fatto più caso. Che fare ora? Entrare lo stesso e affrontare il nuovo corso? Oppure tornare a casa? ‘Che seccatura!’, pensò, ‘proprio oggi che viene in visita il Direttore Generale‘. No, non poteva darsi malato e capì anche che non avrebbe potuto neppure sedersi dietro la sua scrivania e affrontare una giornata simile senza la sicurezza che la maschera gli avrebbe potuto dare. Doveva tornare a prenderla: forse avrebbe fatto in tempo. Dopo tutto era ancora presto e, a casa sua, non c’era più nessuno.
Prese un taxi e, in poco tempo, fu davanti al portone di casa. Salì velocemente i gradini e, una volta arrivato al portaombrelli, ci frugò febbrilmente dentro: la maschera non c’era. ‘Com’è possibile?’ si chiese allibito. Cercò meglio tirando fuori tutti gli ombrelli e un vecchio bastone da passeggio. Niente, non c’era. In quell’istante uscì la moglie e le sue due figlie. Quel giorno c’era la recita di fine anno e le sue bambine sarebbero uscite più tardi del solito: l’aveva dimenticato. E appena lo videro lì, davanti alla porta di casa loro, chino per terra, gli occhi strabuzzati, si misero a gridare spaventate. Lui non riusciva a capire. La moglie e le figlie lo avevano guardato in faccia e non lo avevano riconosciuto. Si tastò il viso. La maschera era lì, al suo posto: si era sbagliato a credere di non averla indossata.
«Ma no, Tesoro» disse allora lui facendo un passo verso la moglie e le figlie: «Anche voi bambine, non dovete spaventarvi sono io, sono papà… ho solo una maschera indosso… volevo farvi uno scherzo.»
La moglie nel frattempo aveva chiuso la porta di casa e, spingendo le bambine davanti a sé, fece scendere loro rapidamente le scale: erano scoppiate a piangere, terrorizzate per quelle parole che l’uomo sconosciuto aveva pronunciato.
«Guardate è solo una maschera…» disse ancora lui sporgendosi verso di loro dalla ringhiera e provando a levarla «guardate, la tolgo subito». Ma non ci riusciva, non c’era più il bordo, anche se impercettibile, sul collo e sulla fronte per poterla cavare: oramai era tutt’una con la sua faccia.

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Porta la valigia

valigiaDa ragazzo Marcello era brillante, allegro, ottimista. Poi, diventando adulto, la vita l’aveva piegato e torto come un albero da frutto in un terreno troppo morbido. Aveva cominciato a sentirsi depresso, vuoto, un tugurio abbandonato sul ciglio di un baratro. Eppure non gli mancava nulla; né una bella famiglia che lo amava, né l’agiatezza e neppure la salute.
Il fratello minore che viveva lontano, ogni volta che andava a fargli visita, lo trovava psicologicamente sempre più distante, inaccessibile, sigillato sempre più nella sua scatola grigia senza uscita.
«Ho la persona che fa per te» gli rivelò un giorno il minore, deciso a trovare una soluzione non potendo più sopportare di vederlo in quello stato. «A metà costa del Montelora, da queste parti, vive da qualche tempo un uomo che ti può aiutare…»
«Cos’è il solito santone, vecchio e saggio, che mi darà erbe amare e consigli stantii?» fece Marcello sarcastico. «E poi io sto benissimo.»
«Innanzitutto tu non stai affatto benissimo e poi si tratta di una persona normale: dicono, anzi, che sia più giovane di noi, un ex prete…»
«Ecco, ci mancava solo l’eremita ascetico…»
«Macché, stammi a sentire: è un uomo di mezza età che si è ritirato in montagna per trovare un po’ di pace e di solitudine; è la vita che ha sempre voluto e va bene così; ma non è questo il punto; il punto è che tutti quelli che si sono rivolti a lui hanno trovato se non una soluzione ai propri problemi, almeno un grande sollievo…»
«Mah…»
«Cosa ti costa provare?»
Marcello guardò suo fratello come se volesse dirgli ‘Cosa vuoi da me? Lasciami in pace’. Inaspettatamente, però, gettando via da sé il mozzicone della sigaretta, gli chiese:
«E come lo trovo?»
«Ho scritto tutto qui, su questo foglio» e glielo allungò.
«Va bene, ci penserò.»
«C’è una condizione, però» aggiunse il fratello.
«Ecco, lo sapevo, vorrà ovviamente un’offerta… diciamo così…»
«No, niente danaro. Devi solo portarti dietro una valigia.»
«E quanti giorni devo stare fuori? Io non ho tempo per le scampagnate, non posso allontanarmi troppo dallo studio, lo sai benissimo.»
«Rimarrai fuori solo un giorno, te lo assicuro, e la valigia deve essere vuota.»
«Vuota?»
«Vuota.»
«E che ci faccio in mezzo ai monti con una valigia vuota?»
«Non ne ho idea. So che questa è l’unica condizione che pone. Non so altro. Dice poi che, una volta che si è da lui, si capisce il perché.»
«È proprio strambo il tuo amico.»
«Non è un mio amico.»

Passò un mese e Marcello partì per il Montelora. Secondo le indicazioni ricevute, al bivio per il paese di Vangeli, lasciò il SUV e prese il sentiero che si inerpicava sino alla cima. Così fece, con tanto di valigia al seguito.
Pian piano che saliva però si accorgeva che qualcosa non andava. Era come se avesse dimenticato qualcosa in quella valigia. Era sicuro che fosse vuota, ma forse qualcuno, a sua insaputa, doveva averla preparata e riempita sapendo del viaggio. La sistemò su un masso schiacciato e cercò di aprirla. Le serrature si erano incastrate e non c’era verso di farle scattare. Aveva sbagliato a dar retta al fratello, disse tra sé e sé rimpiangendo il divano di casa sua; ma decise di proseguire ugualmente. Il sentiero diventò ben presto sempre più impervio e la valigia sempre più pesante. Aveva preventivato di metterci solo poche ore per arrivare a destinazione, ma il fardello della valigia gli rallentò notevolmente il passo. Gli venne anche in mente di lasciarla da qualche parte, in un cespuglio, ma ci teneva troppo; era un ricordo di quando, da ragazzo, aveva girato tutta l’Europa: era sicuro che non l’avrebbe più ritrovata al suo ritorno.
Arrivò alla baita dell’ex prete che era notte. Era stremato. La valigia si era fatta così greve da sembrare ricolma di sassi; ormai la trascinava a fatica, curvo, procedendo all’indietro. Alzò gli occhi velati di sudore e vide che l’uomo della baita lo stava aspettando. Aveva acceso un grosso falò e lo alimentava con delle fascine.
«Buona sera» mormorò appena Marcello senza fiato non sentendo più le gambe. «Io sono…»
«Butta la valigia nel fuoco!»
«Cosa? Non ci penso nemmeno.»
«Butta la valigia nel fuoco!» ripeté con risolutezza l’ex prete indicando le fiamme. Marcello si ammutolì. Trascorsero alcuni momenti di imbarazzo. Quindi trascinò in silenzio la valigia fino a quando non fu posizionata dentro al fuoco vivo. Stettero entrambi a vederla bruciare. Il fuoco scoppiettava, schioccava, divorava la valigia come se dentro ci fosse stata benzina.
«E ora come ti senti?» gli chiese l’uomo dopo circa un quarto d’ora.
Marcello non rispose. Si limitava a guardarlo sorridere. Poi diede ancora un’occhiata alla valigia e poi ancora all’uomo.
«Molto meglio, ora. Sì… molto meglio.»

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yerkaLa sera precedente la maggior parte del paese aveva fatto un gita notturna al colle. Da lassù, in assenza di inquinamento luminoso, avrebbero visto il passaggio della cometa proprio nel momento dell’eclissi di luna. Se ne era parlato tanto negli ultimi tempi anche perché era la prima cometa dell’anno e avrebbe portato bene, dicevano. Lo spettacolo fu in effetti meraviglioso e un appassionato Fuzz Mansfield fu prodigo di spiegazioni su tutti i segreti della volta celeste. Nessun poteva immaginare cosa sarebbe successo di lì a qualche ora.
Nel cuore della notte, dopo che tutti già avevano da tempo fatto ritorno alle proprie case, si sentì un boato provenire dallo spazio profondo e subito dopo un rumore più vicino, leggero, come se sui tetti fosse caduta un’unica grande secchiata d’acqua. Molti si svegliarono scendendo in strada. Non sembrava fosse accaduto nulla di anormale se non fosse che, un po’ ovunque, sui rami degli alberi, sui lampioni, sui semafori, colava una sostanza gelatinosa rosata e trasparente che si appiccicava alle dita. Il cielo era scuro, anzi nero; le stelle non si vedevano più. Tornarono a dormire: fenomeni di quel genere non erano poi così tanto strani. E poi avrebbero aspettato la luce del giorno per capire meglio.
Chi si svegliò verso le sette per andare a lavorare si accorse però che qualcosa non andava.
«Dov’è il sole?» chiese il farmacista del paese girandosi su se stesso a braccia spiegate e mostrando a sua moglie quello che mancava.
«Gia! Dovrebbe essere l’alba» fece il suo vicino grattandosi la barba.
Si recarono tutti in piazza come per raccogliere le idee. Il faccendiere Brass Stenton, sempre risoluto nelle sue azioni, trascinò il proiettore usato di solito il 16 aprile per la festa del Saint Cross Party. Ci illuminavano il cielo perché lo vedessero dai paesi vicini e accorressero numerosi: un faro da 3000 lumen che avrebbe messo a fuoco a trecento metri di distanza l’occhio di un grillo che avesse cercato di nascondersi in un campo di grano. Lo accesero. E subito si vide sopra alle proprie teste una fitta rete di impalcature di legno; alcune vicine, altre più lontane, ma tutte sconnesse, venate e in parte schiodate. Erano incastrate l’una all’altra a creare una volta che abbracciava tutto lo spazio sopra di loro.
«Ma cos’è?» fece il sindaco ad alta voce.
Brass spaziava da una parte all’altra con il fascio di luce alla ricerca di una spiegazione e soprattutto del cielo. Ma non si vedeva nulla di diverso dalle impalcature. «Non c’è più il cielo!» fece disperato, dopo un po’, indicando un punto indefinito sulla sua verticale dove sarebbe dovuto essere e ci potessero essere dubbi di cosa stesse parlando.
«Il cielo è qui» fece l’Uomo che Nessuno Conosceva. E con la mano raccolse dal selciato un po’ di quella sostanza gelatinosa rosa che ancora stava colando dall’insegna del bar. «Il cielo si è rotto.»
«Come, si è rotto? Il cielo non si rompe!» fece Fuzz alzando la voce e gonfiando la vena sul collo.
«Ma allora le stelle che abbiamo visto ieri sera? La cometa? L’eclissi di luna?» chiese qualcuno.
«È tutto un’illusione. Non esiste nulla di tutto ciò!» fece l’Uomo Sconosciuto scuotendo la testa come fosse un dottore che avesse appena diagnosticato un tumore all’ultimo stadio.
«Ma cosa sta blaterando?» si alterò ancora di più Fazz andandogli vicino quasi volesse picchiarlo. «Sono un astronomo, io… non si permetta!»
«Guardate!» fece Brass dirigendo il fascio di luce da un lato. «C’è una scala!»
«Dove, dove?»
«A circa dieci metri di altezza, lassù, in quel punto!»
«Se prendiamo la mia gru a cestello possiamo arrivarci» lanciò l’idea Jim Karovitz.
In pochi minuti Jim fu di ritorno con la gru della sua impresa edile. Si scelse un gruppo di volontari per andare a ispezionare la scala e saperne di più su cosa fosse successo. Brass fu il primo a montare sul cestello, seguirono Jim, Fuzz e l’Uomo che Nessuno Conosceva.
«Ma cosa farete una volta che sarete sulla scala. Siete matti? Scendete di lì, è pericoloso» disse preoccupata la moglie di Karovitz cercando di trattenerlo per la maglia.
«Devono andare…» disse qualcuno. «Dobbiamo sapere!»
«Almeno prendi il cellulare» gli disse la moglie.
Il braccio della gru si avvicinò lentamente alla scala. Da vicino sembrava anch’essa di legno, come tutto il resto, ma poi si notò che le assi apparivano ancora più vecchie e fatiscenti. Dal cestello scese giù per primo Fuzz, con circospezione, seguito via via da tutti gli altri.
«Vedete qualcosa?» chiesero da terra con il telefonino.
«Poco» fece l’Uomo che Nessuno Conosceva. «Ma saliamo!»
«Ma cosa salite a fare? Torna giù, Jim» gli disse la moglie sempre più agitata «che soffri di vertigini.»
Gli uomini si avventurarono con determinazione sparendo ben presto alla vista di chi era rimasto più sotto a illuminarli con l’occhio di bue. Le torce erano diventate l’unica fonte luminosa a loro disposizione anche se la luce diventava sempre più scarsa perché il buio attorno la assorbiva. Trascorsero diversi minuti senza che gli uomini dicessero qualcosa.
«Tutto bene lassù?» chiesero da terra.
Nessuna risposta.
«Jim, per carità, rispondi, dove siete?»
Dopo qualche attimo si sentì un sussurro:
«Ma è bellissimo qui: è bellissimo!»
«Chi parla?» fecero da terra.
«È meraviglioso, continuiamo a salire…» ripeté.
«Jim dove sei?»
«Jim è caduto e anche Fuzz» si sentì dire al cellulare in modo confuso. «L’altro è rimasto indietro ma respira male, forse è svenuto. Ora sono solo, proseguo lo stesso. È troppo bello qui per fermarsi.»
«Caduti? Dove sono caduti? E chi si è fermato? Pronto, pronto? Non si sente più niente. Chi sei tu? Pronto?!?»

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Programma«Cos’è questo chiarore accecante?» Delio aveva appena strizzato gli occhi in una smorfia di dolore. «Sembra che sia esplosa una bomba atomica» disse ancora con le palpebre serrate.
Il collega, accanto a lui, lo stava fissando senza parlare, come se non trovasse le parole giuste.
«Oh bene, ora è passata…» aggiunse aprendo solo un occhio: «chissà che è stato… dunque, cosa stavo dicendo? Ah sì… il Programma. Il Programma di Gestione stavolta non è stato fatto per nulla bene; Coso lì, come si chiama…»
«Il Guadagni.»
«Ecco, il Guadagni, non è mica ‘bono’, non sa il fatto suo: sarà anche quotato nell’ambiente, uno molto apprezzato nel giro, non lo nego, ma poi sotto sotto, non ha il substrato…»
«Il substrato?»
«Sì il substrato, il background esperenziale… il backspin del sales management; al suo posto ci vedevo invece meglio quell’altro Coso, come si chiama? Ma sì che lo conosci bene anche tu… quello che c’era l’anno scorso, con la barbetta, la faccia un po’ così, come la tua… gli occhiali con la montatura di tartaruga.»
«Il Tanassi?»
«Esatto il Tanassi, è un grande quello lì…»
«Ma come non l’hai saputo?»
«Cosa?»
«Il Tanassi è morto quest’estate, per una brutta cosa al pancreas: sono bastati due mesi e ciao…»
«Davvero?»
«Davvero!»
«Ma mi spiace… era un grande… Vabbè resta il fatto che ora siamo nella palta, se non troviamo un’idea pull up entro il 28 di questo mese anche per questo semestre ce ne usciamo con un fatturato moscio moscio che sono dolori. Ci trasferiranno entrambi al reparto del Baldi che è una bella carogna, come sai.»
«Baldi?»
«Baldi, quello del reparto packaging
«Ah, Bardi!»
«Appunto Bardi!»
«Ma come non l’hai saputo?» fece l’amico tirandosi gli occhiali di plasticone fino sopra l’attaccatura dei capelli.
«Oddio è morto anche lui?»
«Macché è passato alla concorrenza: ora è alla Baumann & Co, è il best direct manager
«Beato lui!»
«Non capisco però perché ti dai tanta pena per il Programma di Gestione…» gli fece il collega facendo un gesto complicato con le dita.
«Cos’è una battuta? Pronto? C’è nessuno? Stiamo parlando del famigerato P-R-O-G-R-A-M-M-A   D-I   G-E-S-T-I-O-N-E semestrale, dimmi se è poco…»
«Ma non l’hai ancora capito?»
«Capito cosa? Oh, guarda laggiù…guarda… uè non è Coso, il Grande lì… il… il Tanassi? Non avevi detto che era morto?»
«Appunto!»
«Cosa vorresti dire, Coso? Che anche noi…?»
«Già! Ti ricordi quando stavi guidando come un matto e io ti ho detto vai adagio che la strada può essere gelata e c’è pure la nebbia?»
«Vagamente.»
«Ecco, adagio non ci sei proprio andato e sul viadotto hai fatto un bel testacoda: hai rotto la spalletta del ponte e siamo finiti giù nella scarpata… e… poi c’è stato quel chiarore accecante che hai visto…»
«Ma dai…»
«Proprio così e ora ti tocca passare l’eternità con me che non mi trovi neppure simpatico.»
Delio rimase a bocca aperta. Ci mise un bel po’ per metabolizzare la notizia; quindi finalmente continuò:
«Per fortuna il cielo è grande!» e fece un largo gesto circolare con il braccio.
«Già, per fortuna!»
«E così, niente più Programma di Gestione! Proprio adesso che avevamo ritrovato il Tanassi…» disse ancora Delio incredulo.
«Niente più Programma di Gestione! Confermo.»
«Bene, bene… senti, ma com’è che fai tu di nome?»
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sangue-rappresoAveva appena aperto gli occhi. Si stava gustando quella sensazione morbida di rilassatezza del risveglio, il sapore dolce di un sonno ristoratore e dei muscoli abbandonati tra le lenzuola. La luce del sole entrava prepotente nella stanza a richiamarlo all’evidenza del giorno fatto. Ma era domenica, nessun impegno all’orizzonte se non il dover inventare qualche ragionevole scusa per liberarsi in modo educato di Anita, la splendida ragazza conosciuta al pub la sera prima; c’era il concreto rischio, per la sua esperienza da scapolo maturo, che gli si sarebbe potuta appiccicare per il resto della giornata. Si voltò verso di lei.
Il letto era vuoto. Solo la impalpabile impronta della sua testa sul cuscino. Poi avvertì il rumore della doccia aperta nel bagno: allora era di là: si era alzata prima di lui.
Scese dal letto. Il giardino luminosissimo davanti a lui entrava nella stanza come se avesse voluto appropriarsene. Un merlo si dondolava sul ramo della mimosa; lo guardò stupito volandosene subito dopo con il suo tipico verso di allarme.
Trovò solo una ciabatta, l’altra forse era finita sotto il letto. Optò per rimanere scalzo, ma se ne rimase per un po’ in piedi in mutande incerto sul da farsi. Doveva aspettare che lei finisse in bagno per andarci lui, ne aveva proprio bisogno.
Passò davanti allo specchio. Il viso era stanco, quasi invecchiato. Poi vide che la maglietta della notte era sporca. Si guardò meglio. Era una macchia marrone colata giù come da un tubo rugginoso rotto. No, no: era sangue. Si avvicinò preoccupato al vetro per ispezionarsi bene. Non aveva ferite apparenti. Accese anche la luce della lampada. Controllò meglio tra le sopracciglia, all’attaccatura dei capelli, alla radice del naso. Nulla. Ispezionò la barba. Ecco, sì, c’era un taglio, piccolo, più profondo che largo. Si sarebbe detto un buco. Forse era stato l’anello di lei. Scherzando, la sera prima al bancone, le aveva chiesto perché lo portasse dal momento che era inquietante per quei bordi larghi e così taglienti; ma poi a casa – si sa come vanno questa cose – se ne era dimenticato. Il sangue si era comunque rappreso. C’era una crosticina spessa a coprire la ferita, come una capocchia di fiammifero. Ma sì, nulla di che. L’immagine che gli tornava dallo specchio era ora quella di un guerriero sopravvissuto a una notte d’amore. Un po’ di sangue ci stava pure.
All’improvviso realizzò che doveva urgentemente andare in bagno.
Ma quanto ci mette a fare la doccia?’ si disse. Non l’aveva giudicata una donna così ossessionata dalla pulizia.
Andò verso la porta come se quel gesto avesse potuto farla sbrigare. Forse se avesse usato il water non se ne sarebbe neppure accorta, chiusa com’era nel box doccia. Entrò, piano piano. I vetri del box erano aperti e nessuno dentro. Andava solo l’acqua: chiuse il rubinetto.
Perché lasciare la doccia aperta?’ Si chiese. ‘E dove è andata Anita?’
Aprì la finestra per far uscire il vapore; vide il vialetto di casa sua che tracciava un camminamento solitario nell’erba bassa sino al cancello chiuso. Ora che ci pensava non aveva visto gli indumenti di lei nella stanza. Chissà da quanto tempo era andata via. Si tastò la barba, in quel suo solito atteggiamento che spesso assumeva quando pensava. E all’altezza del pomo d’adamo, ben nascosto dalla peluria, sentì che c’era un secondo buco accanto all’altro e forse anche più profondo. Andò di nuovo allo specchio.
C’era una scritta con il sangue sul vetro, emersa dal vapore asciugato dall’aria del mattino:
È davvero molto buono il tuo sangue, grazie’.
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Helga

incuboScivolò attraverso la finestra dentro la camera da letto buia come se non avesse consistenza. Si avventurò senza fare il minimo rumore fin verso il letto di lei e la vide all’improvviso oltre la sponda, addormentata tra le lenzuola di seta, come un oggetto prezioso perduto. Era bellissima, così anche senza trucco: i capelli sciolti e abbandonati sul cuscino, un corpo senza difesa, senza riserve. La luce di cortesia si diffondeva azzurra da chissà quale angolo della stanza e man mano che trascorrevano i minuti gli oggetti prendevano forma e vita nella penombra. Fece ancora qualche passo per vederla più da vicino. Lei stava sognando perché gli occhi, sotto le palpebre di velluto, si muovevano rapidi e guizzanti a inseguire ombre evanescenti.
‘Forse sta pensando a me’ si disse. E lei, come se avesse ascoltato il suo pensiero, si voltò appena emettendo un leggero gemito indecifrabile.
Ecco, ha appena pronunciato il mio nome’ pensò lui al colmo della gioia, ‘lo sapevo, lo sapevo’.
Si sedette sul letto. Lei si svegliò di soprassalto sbarrando gli occhi nello scorgere quella figura scura che le incombeva minacciosa. Lui subito la immobilizzò con il largo gomito mentre con una mano le tappò la bocca e con l’altra le afferrò il collo.
«Helga, mia dolce Amore… sono io, il tuo Max, non avere paura!»
La donna cercava di divincolarsi, ma il suo corpo minuto non poteva far nulla contro la forza soverchia dell’uomo che la stava stringendo sempre più.
«Sono io, Tesoro, sono venuto per rassicurarti… Credevi forse non lo avessi capito quel giorno, in via Archibugieri ad Alvona, quando all’improvviso uscisti dal negozio di quel gioielliere? Io stavo andando per fatti miei quando a un certo punto mi sono accorto che in strada, da dietro una macchina, c’era un tizio con una telecamera. Da come era appostato sembrava un cecchino pronto a far fuoco. Ma poi ne ho visto un altro che con il busto si sporgeva con un teleobiettivo chilometrico da dietro l’angolo di una casa e poi altri ancora. Allora ho capito che erano tutti giornalisti e che stavano aspettando qualcuno di famoso e mi sono fermato. Ho aspettato per un po’, incuriosito, e così, quando sembrava che nulla dovesse più succedere, ti ho vista uscire. Mi sei parsa un’apparizione: con quel tuo passo flessuoso, morbido, disinvolto come se il mondo fosse tuo e volessi regalarlo a tutti. Ti stavi dirigendo verso una macchina blu, ferma poco avanti in attesa, quando all’improvviso ti sei girata e mi hai sorriso. Sì, hai sorriso a me, proprio a me. In quel frangente sono rimasto sorpreso ma poi ho capito che ci eravamo scambiati una promessa, una promessa d’amore: saremmo stati per sempre uno dell’altra.»
Ora la donna aveva smesso di lottare e stava ascoltando allibita. La stanza era diventata un luogo irreale, un frammento solo pensato in un’altra dimensione.
«Anche quando ti sei sposata l’ho capito benissimo che scegliendo un uomo con il mio stesso nome volevi in realtà mandarmi un messaggio confermando che era me, in verità, che volevi. E lo so…» disse lui stringendo ancora di più inconsapevolmente il collo di lei «sono passati quindici anni da allora; avrei dovuto farmi vivo prima, ma, credimi, ho avuto così tanti problemi che non saprei neppure da dove cominciare per raccontartene anche solo una parte; ma ora sono qui, tutto per te, possiamo recuperare il tempo perduto, possiamo finalmente stare insieme, anche come amanti.»
Lei aveva ripreso a scalciare, non riusciva più a respirare.
«Sei eccitata, lo capisco, ma così rischi di svegliarlo, tuo marito.»
In quel mentre si sentì un rumore provenire dall’altra stanza. Lui si voltò a fissare la porta e rimase immobile per un attimo. Di profilo parve un fiero minotauro che avesse sollevato le zanne dal suo pasto.
«La prossima volta che vengo facciamo l’amore, te lo prometto…» fece lui staccando le mani dal volto e dal collo della donna e alzandosi dal letto. Lei cominciò a tossire alla ricerca disperata di un filo di ossigeno. Lui si incamminò nella stanza per qualche metro e poi si girò:
«Come dici? Ah sì Tesoro… certo… ti amo anch’io.»
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Guarda quella gazza lassù come vola sicura,

sembra che abbracci tutto il cielo.

Tic tic tic
La lancetta dei minuti si inoltrava impavida sul quadrante della sveglia.
Tic tic tic
In due posizioni, quando era sul secondo minuto e poi sul trentaduesimo, la lancetta catturava per un attimo il chiarore della finestra rimandando una scintilla di luce; una luce livida, fredda, di un mattino ostile.
Tic tic tic

Una mezz’ora dopo Lui già beveva il caffellatte sotto il portico di casa cercando di scaldarsi le mani sulla superficie bollente della tazza; nella notte il prato si era incanutito di galaverna come fosse invecchiato di mille anni e il tempo si fosse dimenticato della sua vita in quella campagna sperduta al limitare del bosco. Il gatto, appena lo vide, gli si mosse incontro uscendo dallo spigolo della colonna, ma poi si arrestò; erano settimane che non si faceva vedere e ora si sentiva in colpa tanto da non sapere più se avvicinarsi o meno per la sua razione di carezze.
Tic tic tic

Allora Lui scese le scalini e si inoltrò di qualche metro nel giardino verso l’albicocco inscheletrito. L’erba ghiacciata sotto i suoi passi si spaccava come vetro. Ed era quello l’unico rumore nell’aria tesa, sopra quelle foglie a terra che rabbrividivano nei raggi di un sole addormentato. E fu quello il momento in cui avvertì che il fruscio che sentiva nella testa da qualche giorno erano in realtà parole. Sentiva le voci, ora ne aveva la certezza: forse stava davvero impazzendo; frugò con lo sguardo il muschio gonfio di rugiada ai suoi piedi, come se cercasse lì la risposta.
Ma basta, è l’ora di finirla!” sentiva nelle tempie. “Non si può più andare avanti così. Pelandroni, sanguisughe, sciacalli”.
Tic tic tic

Rientrò in fretta. Andò in bagno e si riempì la vasca d’acqua calda. Voleva fare un buon bagno. Forse lavarsi gli avrebbe fatto bene e gli avrebbe pulito anche l’anima. Forse avrebbe dilavato via tutte le scorie negative di anni di pensieri malsani. Sì, lavarsi, lavarsi con la spazzola dei panni, fino a togliersi il primo strato di pelle. La mamma del resto glielo diceva sempre quand’era bambino: ‘un buon bagno caldo e tutto il mondo parrà diverso’.
Bisogna fare qualcosa” sentì dire nella sua testa quando si stava asciugando e già si era illuso di non dover più sentire quella Voce.
Non si può più far finta di nulla”.

La Voce non si acquetò neppure durante la notte. Riuscì a dormire poco o nulla e l’indomani era anche peggio. La Voce era sempre più forte. Urlava, urlava, urlava.
Prese la macchina e, carico di angoscia, andò dal dottore.
‘Sa, mi succede questo e questo’, gli disse, tutto di un fiato.
Ma Lui non riusciva più a capire chi stesse dicendo cosa e a chi. Era davvero Lui che parlava o era la Voce dentro di lui che parlava con il dottore confondendolo?
Tic tic tic

Quando tornò, più disperato di prima, la casa era immersa in un buio abnorme. Era spenta persino la luce di cortesia davanti al portone. Pareva la casa di un altro che l’avesse chiuso fuori per sempre.
“FACCIAMOGLIELA VEDERE A QUEI PORCI” gridò la Voce. “SONO CAROGNE, DELLE SPORCHE CAROGNE!”

«Basta, basta!» si mise a sue volta a gridare tappandosi entrambe le orecchie «non ne posso più! Basta!»
E così dicendo si accorse che era salito sulla torretta di casa.
Afferrò la scala e montò sul tetto.
C’era tutto il mondo sotto di lui. Le stelle sembravano appiccicate nel buio profondo mentre il gelo si preparava nuovamente ad abbracciare il respiro della terra.
Pensò a quando da piccolo suo padre gli aveva insegnato ad andare in bicicletta.
“BUTTATI, BUTTATI!” gli urlò la Voce.

Guarda quella gazza lassù come vola sicura,
sembra che abbracci tutto il cielo.

Tic tic.
Tic.
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