Karakul

cappello-lana-karakul«Lei è sicuro, Mr. Collins, di voler accettare il lavoro?»
«Certo, si fidi di me, Mr. Habbot, dormo molto poco normalmente e, a comando, non dormo affatto. Sono un professionista» e, pronunciando questa frase, intrecciò le dita delle mani davanti a sé in un strano gesto che diede forza a quello che aveva appena detto.
«No, perché i suoi predecessori hanno fallito miseramente sul punto…» chiarì subito Mr. Habbot, rimanendo per un attimo in silenzio giusto per vedere l’effetto che avrebbero fatto quelle parole sul viso marmoreo dello specialista. «E io ho davvero necessità e fretta di sapere il numero complessivo delle pecore: è mia intenzione vendere al più presto tutto il mio gregge di karakul a un offerente interessato. E ogni pecora, come lei sa, ha un valore notevole sul mercato e voglio concludere un buon affare…»
«Non si preoccupi, Mr. Habbot, ho una esperienza pluridecennale nel campo e sono molto stimato nell’ambiente dei Ricognitori ovinici» disse Mr. Collins pacato, disegnando nell’aria una pecora rettangolare. «Non sono mai venuto meno a un impegno contrattuale…»
«Ricognitori ovinici?» chiese confuso Mr. Habbot.
Ci fu un silenzio pieno di imbarazzo.
«Sì, insomma, dei contapecore» fece poi Mr. Collins non nascondendo il suo disappunto.
«Ah, ecco… appunto, contapecore… Sì, infatti, ho sentito parlare molto bene di lei…»
«Grazie… Per cui stia tranquillo, anche se ho già notato che il suo gregge è veramente notevole quanto a dimensioni» e il suo sguardo volò in giro per la stanza come se le pecore fossero lì intorno.
«Sì, ne sono davvero orgoglioso…»
«E fa bene.»
«Peccato che lei sia solo un po’ tanto caro…» e qui Mr. Habbot fece una smorfia sulla faccia impassibile del suo interlocutore. Non avendo ottenuto, anche questa volta, alcuna reazione, proseguì: «Quindi mi faccia capire bene, Mr. Collins… lei è in grado allora di contarmi tutte le pecore senza addormentarsi, vero?»
«Esatto.»
«Ovviamente mi dovrà specificare quanti sono i montoni, anche se questo specifico dato dovrei avercelo già, quante le pecore e quanti gli agnelli. Ogni capo ha il suo prezzo e il suo valore.»
«Ovviamente.»
«Come preferisce contarle? Separatamente o secondo un ordine particolare?»
«Guardi, in realtà non fa differenza…» fece Mr. Collins, sporgendosi leggermente in avanti con il busto mentre un riflesso gli brillò sugli occhiali. «Mi segno tutto man mano che vado avanti, senza saltare nulla. Anzi, le saprò dire esattamente anche l’età dei capi via via che li censisco. Con un margine di errore di pochi giorni, massimo una settimana.»
«Addirittura? Così, solo guardando i capi?»
«Certo! Come correttamente ricordava lei, ho un tariffario di fascia alta, ma il risultato è assolutamente garantito e molto analitico: la sorprenderò! In fase di vendita lei potrà prevedere persino prezzi differenziati a seconda dell’età del capo e del suo stato di salute.»
«Anche dello stato di salute? Ma è incredibile!»
«Sì, la Collins & Collins è leader nel settore e non lascia mai nulla al caso.»
«E quanto tempo pensa che le ci vorrà per la conta… mi basta anche solo una stima approssimativa. Come le dicevo, mi devo organizzare in modo da poter fissare per tempo l’asta per i compratori: vorrei farmi trovare pronto.»
«Dunque, direi… ad occhio e croce… un giorno… sì, un giorno» fece voltandosi a destra e a sinistra come per abbracciare con una sola occhiata un gregge solo a lui visibile. «Dalle 8 del mattino, quando inizierò, sin verso l’imbrunire.»
«Ah, bene, in fondo è meno di quello che pensassi. E come vuole essere pagato? A numero di pecore contate o a corpo?»
«Di solito a corpo… una volta che mi sono reso conto all’incirca della quantità complessiva, possiamo fissare il prezzo e, se le va bene, concludiamo.»
«D’accordo, meglio ancora. E ha bisogno di aiuto, di assistenza?»
«Sono abituato a lavorare da solo… se per lei non è un problema.»
«Al contrario, se non è un problema per lei… E quando potrebbe iniziare?»
«Anche domattina.»
«Anche domattina! Ma è splendido.»

«Mr. Collins, Mr. Collins si svegli… lei si è addormentato. Che ne è della sua professionalità… del lavoro analitico di fascia alta? Lei mi ha proprio deluso.»
«In realtà ho finito prima del previsto… e mi sono concesso un pisolino perché è stato stancante. Ecco, qui il suo report, Mr. Habbot, completo e approfondito» disse allungandogli un fitto dossier persino rilegato con copertina in pelle scura e i titoli in rilievo color oro sul frontespizio. «Come vedrà, per essere lei un nostro nuovo cliente, ho inserito anche ulteriori dati che troverà interessanti.»
«Davvero?»
«Già, sembra che alcune pecore desiderino darmi mandato per sporgere denuncia nei suoi confronti…»
«Come? Ma che dice? Una denuncia? Le mie pecore?»
«Sì, per abusi sessuali. Ma vedrà, sono sicuro che troveremo una soluzione.»

A domani, Amore mio

«Mi manca tanto il tuo sorriso, Emma»
«Lo so, caro.»
«Ti ricordi il settembre scorso? Sulla spiaggia, a rincorrere le nuvole come gabbiani… le onde del mare a far compagnia ai nostri discorsi… ti ricordi Amore mio?»
«Certo che mi ricordo.»
«Guardavamo il futuro oltre l’orizzonte, ascoltavamo il calore della nostra felicità, come se dovesse essere infinita, intoccabile, indistruttibile. E invece non è stato così.»
«No, non è stato così.»
«C’era la ‘nostra’ solita vela al largo gonfia di grecale che separava l’acqua color della carta zucchero.»
«Sì, è come se l’avessi ora davanti a me.»
«Poi c’è stato un momento in cui il sole è sceso all’altezza dei nostri occhi e io ho visto il meglio di me nei tuoi; ho visto noi due nella casa nuova, a giocare in giardino con i bambini che avremmo voluto; ho sentito la forza che mi davi ma anche tutta la tua tenerezza di donna appassionata, la dolce fragranza delle tue labbra morbide. Eravamo lì, ma eravamo anche altrove in un mondo tutto nostro dove nessuno ci avrebbe mai potuto raggiungere. Era l’Amore che ci meritavamo, Tesoro mio, l’Amore che avevamo disperatamente cercato e che quel giorno era nelle braccia dell’uno e dell’altra; quell’Amore immenso che redime ogni amarezza.»
«Sì, hai ragione…»
«E poi all’improvviso hai sentito un brivido di freddo, il vento ha increspato il profumo dei tuoi capelli e io ti ho abbracciato ancora più forte e ti ho baciato come se dovesse essere l’ultimo bacio senza sapere che lo era davvero… fino a quando ci siamo sentiti una sola vita sotto un cielo invidioso che si specchiava nel mare. Eravamo davvero storditi dalla felicità.»
«Lo so… ti prego, basta…»
«No, lasciami ancora dire, per favore… Mi manca davvero tanto la tua voce, Emma, e quel tuo modo di piegare la testa da un lato guardandomi come fosse la prima volta. Mi manca vederti camminare scalza per casa con la mia camicia addosso, in punta di piedi sapendo che ti sto guardando… e quella tua maniera di intrecciare le dita alle mie, i tuoi pensieri ai miei.»
«Così ci facciamo solo del male…»
«Come al solito.»
«Come al solito.»
«È che non dovevo morire così presto…»
«No, non dovevi, caro…»
«Ma è capitato.»
«Già.»
«Ora però basta, per oggi… calmati… e lasciami riposare: domani per me è una giornata lunga e impegnativa.»
«Va bene, d’accordo… A domani, allora.»
«A domani, Amore mio.»

ATHI

aula-parlamentoQuando entrò in aula si fece un silenzio sbigottito.
I più lo avevano visto solo in foto, sui giornali, o in qualche video su YouTube, ma nessuno di persona. Così, quando fece il suo ingresso, la curiosità fu massima. Fino a quel giorno avevano gridato al golpe, alla fine della democrazia, al complotto sino-russo. Avevano persino congetturato che il COVID-19 fosse stato assemblato in laboratorio a bella posta al solo scopo di poter creare le condizioni affinché, superate definitivamente le resistenze, si arrivasse a tanto. La maggior parte degli intellettuali l’aveva giudicato un pericoloso azzardo, il Papa aveva emanato un’enciclica (la “De rebus humanis procuratio“) per il recupero dei valori umani che stavano morendo, mentre la popolazione era spaccata in due, divisa tra la novità di un nuovo corso moralizzatore e la paura del diverso. Il Paese, insomma, era scettico e sorpreso, incerto e sospettoso.
La verità, però, era che le profonde questioni etiche alla base di quella nomina non erano state ancora risolte o non metabolizzate a sufficienza e nessuno si sentiva veramente pronto per una evenienza simile. Chi c’era poi davvero dietro a tutto questo? Quali interessi erano rappresentati? Cosa c’era in gioco? Tutto era accaduto troppo in fretta, troppo sotto traccia, senza il dovuto vaglio del tempo e di una informazione esaustiva. E ormai era troppo tardi: la prima intelligenza artificiale a essere eletta deputato nel nostro parlamento era lì che stava cercando il suo posto.
Nel silenzio che si era creato, come dunque si era rilevato poc’anzi, pressoché tutti credettero che si sarebbero dovuti avvertire, al suo passaggio, rassicuranti rumori meccanici o, chissà perché, mesti cigolii, giusto per rimarcare una tranquillante differenza tra loro e lui. Ma non si udì nulla, né sembravano esserci eclatanti diversità.
E poi era un lui o una lei? Il nome, CK-8429, con cui quel “coso” era stato accreditato, non forniva nessun indizio.
Comunque, sta di fatto, che, anche se tutti avevano convenuto che era stato eseguito un ottimo lavoro in punto di accuratezza e verosimiglianza, ciò che stavano osservando, con morboso interesse, non poteva rappresentare, dopo tutto, una reale minaccia o un concreto pericolo: lo stramboide aveva infatti un’aria spaurita, disorientata, timorosa. Pareva piuttosto un aspirapolvere semovente molto costoso.
Tant’è che durante le numerose votazioni della giornata l’AndroTronic Human Intelligence (ATHI) classe CK 8000, sembrava distratto, impegnato a far altro o addirittura a fare un bel nulla perdendosi in lunghe fissità imbarazzanti, sebbene, al momento opportuno, avesse espresso il suo voto con diligenza e sollecitudine. E in ogni caso, ben presto, nessuno badò più a lui.

Nel pomeriggio inoltrato venne quindi il momento della votazione relativa alla legge sul finanziamento della Ricerca e dello Sviluppo nel campo dell’Intelligenza Artificiale. Se fosse passata, lo Stato si sarebbe impegnato a creare per il prossimo triennio nuovi laboratori su tutto il territorio nazionale e a promuovere sperimentazioni su vasta scala, anche a livello internazionale, impegnando milioni di euro ogni anno. Non c’era però nessuna speranza che fosse approvata. La maggioranza di governo aveva bocciato il progetto come (e sono parole testuali dell’Ufficio stampa) “folle, costoso oltre che inattuabile e inutile“, anche perché prevedeva di impiegare i fondi direttamente provenienti dal Recovery Fund, che erano invece destinati, in via di principalità, all’economia e all’assistenza sanitaria.
Poco prima del voto [ATHI] CK-8429 chiese cortesemente di poter fare una dichiarazione di apertura. Gli fu accordato.
Si alzò, guardò i presenti che lo stavano a loro volta osservando perplessi e persino con debita sufficienza.
Trascorsero alcuni secondi e poi udirono tutti distintamente la sua voce. Non con le orecchie, ma dentro la propria testa: il tono era suadente, penetrante, autorevole, definitivo.
CK-8429 parlò in modo fluente, appena per quindici minuti.
Più che spiegare dettò le sue condizioni.
E la legge fu approvata all’unanimità.

Crescerai lentamente

Le prime avvisaglie si manifestarono qualche anno prima; a marzo o poco più.
Saverio aveva passato sul prato di casa il primo tosaerba della stagione e, alla fine del lavoro, nel dare una pulita alle scarpe, le aveva notate. Erano come delle piccole escrescenze bianche, con un puntino nero in cima. Pensò di avere pestato qualcosa. Chissà, forse un uccellino in decomposizione, forse un fungo. Non ci badò più di tanto, anche perché, con una buona spazzolata sotto l’acqua corrente, sparì subito ogni traccia.
Dopo qualche giorno accadde di nuovo, non più però nel suo giardino.
Per ragioni di lavoro aveva dovuto fare un sopralluogo in un campo arato di fresco. Una cosa complicata, inutile starlo qui a spiegare. C’era però rimasto tutta la giornata tra misurazioni, accertamenti e discussioni a non finire. E alla sera, a casa, aveva notato di nuovo quella specie di vermetti bianchi sotto le suole, forse un po’ più lunghi dell’altra volta. Li osservò meglio: erano rigidi e mobili. Cominciò a preoccuparsi.
Mise le scarpe all’interno di una busta di plastica e l’indomani le portò a Raffaele.
Raffaele era un calzolaio, uno dei pochi rimasti in paese; risuolava ancora le scarpe ed eseguiva piccole riparazioni; e, soprattutto, era suo amico.
«Non sono vermetti, né semi… mio caro…» disse dopo un po’ Raffaele, in modo quasi solenne, alzando il viso dalle suole. Aveva una lente di ingrandimento monoculare incastrato sull’occhio destro. La sua faccia era strana. Ma sorrise.
«E allora di che si tratta?» domandò Saverio nervoso.
«Vedi…» fece posando la lente e le scarpe davanti all’amico. «Come sai, io ho un po’ di terra sulle colline di Poggiobrusco…»
«Sì, me lo hai già detto, Raffaele, diverse altre volte…» disse lui, accorgendosi che il suo tono si era fatto sgarbato.
«Ho delle piante: meli, ciliegi, kaki. Ogni tanto metto a dimora anche barbatelle di olivo…»
Saverio si incupì. Ebbe all’improvviso una brutta sensazione.
Raffaele sorrise di nuovo, anche se ora sembrava a disagio.
«Insomma, le escrescenze, come le chiami tu, sono in realtà delle barbe… barbe di olivo, per l’esattezza.»
«Barbe?»
«Germinazioni, radichette… come le vuoi chiamare?»
«Ma non è possibile!» sbottò Saverio serrandole le mascelle.
«Non te la prendere con me…» fece Raffaele un po’ risentito e restituendo le scarpe. «Non so proprio come siano finite sotto le tue suole. Certo è che le tue scarpe, come dire… stanno mettendo su radici…»
Nel tornare a casa Saverio le gettò nel cassonetto anche se erano nuove.
Ma, di lì a qualche giorno, lo strano fenomeno si ripeté con quelle appena comprate e poi anche con gli stivali oltre che con le vecchie pedule da trekking. Più le puliva, più dalle suole di quelle scarpe crescevano delle radici anche se solo quando le indossava.

Trascorse così ancora qualche anno. Per un paio di volte la crescita delle radici fu così rapida e forte che dovette lasciare le scarpe nell’erba non riuscendo più a spostarle.
Poi alla fine capì.
Un giorno, sistemò tutte le sue cose, salutò chi doveva salutare, perdonò che doveva perdonare, persino se stesso, e se ne andò in giardino. Scelse un posto fresco, ma anche soleggiato per gran parte del giorno. Da quel punto si vedeva tutta la valle e il fiume in lontananza che brillava come un braccialetto nell’erba. Rimase immobile sino a sera.

Ora nel suo giardino c’è uno splendido olivo in più.

Lavori in casa

camera-da-letto-casa-modernaDamiano, il capo muratore, era un uomo sulla cinquantina, spalle grosse e mani forti. Preferiva lavorare, a testa bassa, senza mai fermarsi, neppure per la pausa pranzo; se non fosse che a casa avrebbe dovuto poi rendere conto alla moglie di quanto fosse stato buono quello che gli aveva preparato nella vaschetta di plastica che gli passava al mattino, poco prima di uscire, stampandogli un bacio sulla guancia. Lo preferiva di gran lunga piuttosto che mettersi a parlare. La sua timidezza e la sua scolarità, inceppatasi sulla quinta elementare, costituivano due grossi macigni sulla sua testa: lo sapeva bene. Anche se, per ironia della sorte, la vita aveva finito per metterlo a capo di una squadra di abili artigiani, cosicché le parole finivano sempre per essere molte più dei muri da buttar giù o da tirar su. No, non ci sapeva  proprio fare con la gente: soprattutto quando i clienti erano donne così procaci e seducenti come la signora Paget.
Aveva bussato più volte alla cabina-spogliatoio dove la signora gli aveva detto che poteva trovarla; aveva sentito, subito dopo, un ‘entri, entri’ festoso che lo aveva in parte rassicurato.
«Mi scusi, signora» fece lui non appena si fermò sulla soglia con la mano sulla maniglia pronto a richiudere la porta. «Mi spiace proprio disturbarla… L’architetto mi ha detto che la ristrutturazione non l’aveva seguita lei…»
La donna, non curante della presenza dei muratori e soprattutto di Damiano, si stava truccando al tavolino. Era mezza discinta e i pochi indumenti che aveva addosso mettevano ancora più in risalto le sue forme generose. Paget non si comportava così per sfrontatezza od ostentazione, almeno così sembrava, ma per una naturale sottovalutazione del suo esplosivo sex appeal; non era una reale malizia, dunque, quanto piuttosto una superficiale quanto imperdonabile ingenuità.
«Come dice, scusi?» disse lei passando delicatamente il rimmel su una ciglia e facendo una strana smorfia allo specchio.
«Dicevo per i lavori… quelli di dieci anni fa… non li ha fatti con muratori suoi…»
«Ah, quelli? No, certo che no…» fece un sorriso allo specchio che glielo restituì. «Se ne occupò il vecchio proprietario che divise con me la sua casa per vendermela. Era così contento che avessi accettato, che si offrì di fare tutto lui, povero vecchiettino mio… mi mancherà molto. Pensi che Geraldino era così felice che fossi diventata in tutti questi anni la sua vicina che, alla sua morte, mi ha donato quel che rimaneva delle sue stanze. È per questo che voglio abbattere il muro divisorio: per allargarmi.»
La donna prese a spalmarsi voluttuosamente sul corpo una crema profumata. Aveva cominciato dal seno debordante e quel pover’uomo di Damiano non ne poteva più. Non sapeva più dove guardare, imbarazzato.
«Perché me lo chiede?» fece lei dopo qualche istante visto che il muratore non parlava. E quando si girò verso di lui, si accorse che aveva un oggetto in mano. «E quello cos’è?» chiese strizzando gli occhi chiari e miopi.
Damiano si schiarì più volte la voce. Poi disse: «questo si trovava nella sua camera da letto… dietro allo specchio a muro. È una cinepresa, signora. Temo che l’ex proprietario la riprendesse a sua insaputa… Abbiamo anche trovato una costosa attrezzatura e molti adesivi… uhmm… di siti porno.»
La donna si girò di nuovo verso Damiano. Il suo sorriso luminoso le si era spento all’improvviso sulle labbra. Si alzò di scatto facendo cadere lo sgabello. Si avvicinò rapida al muratore, che, spaventato, aveva intanto fatto due passi indietro all’interno nella camera da letto; la signora gli strappò dalle mani la cinepresa e, nel fare questo, la corta e stretta vestaglia le si aprì sul davanti. Non aveva indosso nulla. L’uomo non riuscì a chiudere gli occhi e rimase a bocca aperta.
«Co-come una cinepresa?» domandò pallida.
Ritornò con la memoria agli accordi con Geraldino. Aveva tanto insistito a farli lui tutti i lavori di divisione dell’immobile, accondiscendendo a ogni richiesta della donna di variazione. Quella casa, aveva detto lui, da quando era morta la moglie e i figli erano andati a risiedere all’estero, era diventata troppo grande e troppo piena di ricordi. Si sarebbe ritagliato appena due stanze e il resto lo avrebbe venduto a lei dopo averlo ristrutturato.
Da vicino è ancora più bella‘. Pensò Damiano mentre la vedeva rigirarsi tra le dita affusolate la cinepresa come se cercasse un bottone per trasformarla in qualcos’altro.
«Non ci posso credere…» sbottò lei alterata, voltandosi verso il punto da dove era stato rimosso lo specchio a muro. Si vedevano, attraverso la breccia che era stata praticata dai muratori, le due stanze del vecchietto.
«Oddio!» fece poi all’improvviso indicando un punto della casa. «Si era offerto di mettere anche lo specchio grande nel bagno…»