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El Diablo

paracaduteIl Generale di Brigata stava picchettando con le nocche sul pianale della scrivania. Guardava fuori dalla finestra come volesse prendere ispirazione dalle nuvole di passaggio. Il Colonnello, seduto davanti a lui, non aveva più saliva da deglutire e se si fosse spostato anche solo di un millimetro dal filo della sedia sarebbe senz’altro caduto.
«Lei si rende conto che è il terzo militare che muore in un modo così orribile?» Il Colonnello assentì silenziosamente. Era almeno mezz’ora che stavano discutendo di quell’argomento. La interpretò come una domanda retorica che non reclamasse, almeno per il momento, una risposta che peraltro non c’era.
«Ma lei che indagini ha fatto?» insistette.
Anche questa era una richiesta che aveva già sentito innumerevoli volte. Ma questa volta era stata formulata in modo tale da necessitare di non starsene zitto.
«I paracadute, i primi due voglio dire, provengono dal Centro Militare di Piegatura di Giassona, Signor Generale…»
«E quindi?» fece l’altro ricominciando con quel suo fastidioso batter di nocche.
«E quindi pensando che ci fosse un sabotatore ci siamo rivolti al Centro Militare del Nord-Ovest con il risultato però che il giorno dopo un paracadute non si è aperto ugualmente…»
«E così salgono a tre, le morti inspiegabili…»
«Sì, Signor Generale, a tre… è corretto.»
«E io che cosa racconto a quelle tre povere famiglie che ci avevano affidato i loro ragazzi?»
Il Colonnello pensò che a questa domanda insidiosissima era meglio non replicare potendo essere sufficiente fissare le piastrelle del pavimento.
«Cosa gli racconto, IO, eh?» perseverò implacabile il Generale alzando la voce. Il Colonnello avrebbe voluto essere proprio quella nuvola lassù che transitava velocemente nel cielo.
«La cosa più sconcertante, da quanto sembra emergere dal rapporto della Commissione Interna, è che i paracadute, sia quello dorsale che quello ventrale, erano stati ricontrollati dal suo reparto anche prima del volo e che il contrassegno di sicurezza, quello che viene inserito nello zaino del paracadute dall’addetto alla piegatura (con su scritto giorno, ora, nome e cognome dell’addetto e relativa matricola) era regolare, mentre dopo la tragedia su quello stesso contrassegno ci sarebbe stato scritto invece “El Diablo”. Me lo conferma?»
«Lo confermo, Signor Generale, lo confermo.»
«Ma che scherzo è mai questo? Chi ha manomesso i paracadute?»
«Nessuno Signor Generale. I paracadute sono conservati sino a pochi minuti prima del lancio in un apposito locale piantonato da ben due militi!»
«Come nessuno!?!» urlò il Generale dando una manata sul pianale della scrivania che fece tremare i vetri della finestra. Sembrò masticare le parole che non riusciva a pronunciare, poi esplose: «Colonnello, esigo da lei, e ripeto E-S-I-G-O, che lei metta fine immediatamente a questa strage.Ribadisco:  I-M-M-E-D-I-A-T-A-M-E-N-T-E. Ne va del buon nome della sua Caserma e, perdio, anche del mio! Non ci voglio rimettere le mostrine per colpa sua. HA CAPITO BENE?»
Fiutando il tono da commiato, il Colonnello balzò in piedi sull’attenti. «Signorsì, Signor Generale» urlò guardando il soffietto. E, prima che l’altro aggiungesse qualcos’altro, scappò via.
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«Mi devo congratulare con lei, Colonnello. La credevo un incompetente e invece mi ha risolto il problema. Sono favorevolmente impressionato. Sono passati sei mesi e nessuna altra tragedia si è verificata. Come ha fatto?»
«A mali estremi…»
«Non mi dica che si è rivolto alla vicina base americana e ai loro esperti? Mi compiaccio Colonnello, ottima scelta, lei farà una brillante carriera, davvero e…»
«No, Signor Generale… niente base aerea americana…»
«Ah no? Ma sì, ci sono! Ha fatto fare ai suoi un corso apposito di piegatura di paracadute, giusto per essere autonomi e stroncare sul nascere…»
«No, Signor Generale, i paracadute provengono dal solito Centro Militare di Giassona… »
«Ah… e allora?» chiese deluso.
«Allora mi sono rivolto a Mario.»
«Mario?»
«Sì, volevo dire don Mario, il cappellano militare. Gli ho fatto benedire con l’acqua santa i paracadute prima di ogni utilizzo.»
«Davvero?» fece incredulo il Generale.
«Davvero! Quando, a contatto con l’acqua benedetta, i paracadute hanno preso a sfrigolare e a muoversi come tocchetti di capitone sopra una griglia ho capito di essere sulla buona strada!»

Braies«Ho dormito malissimo.»
«Sì, ho sentito che ti sei agitato molto questa notte… i soliti incubi?»
«Sì e peggiorano sempre di più. Appena mi addormento sogno di aver dimenticato delle scadenze importantissime; mi arrivano solleciti carichi di minacce per adempimenti oscuri, incomprensibili cui non riesco neppure a pensare di poter porre rimedio perché sono complicatissimi tanto da non essere in grado di ricostruirne la difficoltà e di venirne a capo; mentre poi mi accorgo che in verità sono il solo a non sapere cosa si debba fare per risolvere il problema essendo circondato infatti da chi invece lo ha già risolto e mi guarda scuotendo il capo in segno di biasimo per i miei ingiustificabili ritardi.»
«Io te l’ho già detto: devi farti vedere, non puoi continuare così… diventerai matto se non lo sei già…»
«Grazie, mi sei di conforto… Ma ciò che per me è più cupo e angosciante è che quando mi sveglio tutto ciò che sembrava avere una logica, una ragione, un perché, a poco a poco svanisce facendomi rendere conto che la realtà che ho vissuto fino a pochi attimi prima altro non era se non un incubo angoscioso. Sogno di un mondo indecifrabile, fatto di oggetti, persone, situazioni che non conosco e che non mi appartengono. Mi giro e mi rigiro, riaddormentandomi, e subito, la logica del sogno riprende il sopravvento, la realtà che mi era estranea da sveglio diventa la mia solita e la sola realtà e riprendo a tormentarmi in relazione al perché io non stia facendo nulla per rimediare alle mie imperdonabili mancanze, perché non metto a tacere chi mi rimprovera e mi esorta di fare questo e quello. E così via fino al prossimo risveglio o al prossimo sogno. Un labirinto di verità vere e di verità false da cui non riesco a uscire. Insomma, man mano che passa il tempo faccio sempre più fatica a distinguere il sogno dalla realtà e la realtà dall’incubo.»
«Basterebbe però che tu ti guardassi attorno per capire bene cosa è l’incubo e cosa è la realtà. Tu sei tu e il sogno è solo una proiezione del tuo subconscio: è qualcosa che non sei… La tua realtà è infatti ora qui con me.»
«Fai presto tu… ti sto dicendo che realtà e incubo hanno ciascuno una loro logica ineccepibile; sia l’uno che l’altro sembrano assolutamente veri quando vi sono in mezzo; quando sogno è la realtà a sembrare inaccettabile e quando sono nella realtà lo è il sogno… Ammesso che sappia ancora qual è l’una e quale è l’altro. Mi ricordo anche che mi dicevi proprio questa tua frase di poc’anzi: ‘la realtà è ora‘ e sono sicuro che in quel preciso istante stavo sognando.»
Rimasero in silenzio. Ognuno dei due avrebbe voluto che l’altro trovasse nuovi e diversi argomenti per continuare il proprio discorso. Ma non ce n’erano.
All’improvviso un chiarore accecante riempì l’aria. Il sole si abbatté su di loro come una scure.
«Papà, papà… guarda che cosa ho trovato sotto questo grosso sasso…»
«Fai vedere, Bepi! Caspita che bei lombrichi cicciottelli… prendili entrambi e mettili nel contenitore: vedrai che grosse trote prenderemo…»
«Sì papà, subito papà.»
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hat_gy

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Orologio della TorreAveva fatto tanta strada per vederlo. A Zeni, che aveva la passione per gli orologi, vederne uno da vicino risalente all’epoca medioevale e oltretutto tra i più vecchi al mondo era diventata una necessità più che un desiderio.
L’orologio, con il suo complicato meccanismo, trovava alloggiamento nel vasto locale dell’ultimo piano della Torre che si elevava superba sulla piazza principale del paese dominando un mare che sembrava color dell’alluminio. Ma nonostante fosse tornato più volte al portone di spesso legno, martoriato dalle intemperie, Zeni lo aveva trovato sempre sbarrato. Una volta il cartello avvertiva che era chiuso per turno, un’altra volta per sciopero, un’altra ancora per il mercato (quale?). Infine campeggiò un enigmatico ‘Torno subito?
Insomma, dopo una settimana di vani tentativi nonostante l’ora fosse quella giusta per la visita, si demoralizzò.
Si informò anche in giro.
Certo che la Torre è aperta” gli dissero quasi con risentimento perché lo dubitava. “Sarà solo un problema momentaneo, riprovi” oppure, “Ma come, ho appena visto Boscolo che andava ad aprire…
Vinto dalla curiosità, una notte decise di forzare il portone. Non fu difficile, per la verità, e quando fu finalmente dentro stette bene attento a richiuderlo dietro di sé. Accese torcia. Provava una strana sensazione nel salire i gradini. L’aria era stagnante, odorava di muffa, anche se una brezza impercettibile proveniva dall’alto come l’alito caldo e umido di un drago. C’erano suoni indistinti, scricchiolii, un frusciare confuso. Si accorse che gli si stava accapponando la pelle.
Giunto all’ultimo piano Zeni entrò in quella che sembrava una cella campanaria. Il panorama lasciava estasiati. Si poteva ammirare tutta l’isola mentre il mare pareva cullarla; la distesa infinita d’acqua era adesso scura come una lavagna ma brillava opaca di un chiarore diffuso che non si comprendeva bene da dove potesse provenire. A occidente, le casette colorate dei pescatori formavano, in un arco da proscenio, un plastico accurato.
Poi iniziò a esaminare, sotto il fascio della sua torcia, il meccanismo dell’orologio. Era ingegnoso, complesso, perfetto.
«Lei non deve stare qui» si sentì dire a un certo punto. Lui fece un balzo all’indietro per lo spavento sbattendo la testa su un trave.
«Stai attento, fai male… qui luogo stretto-stretto e se non sai dove metti piedi…»
Chi gli stava parlando aveva una mano poggiata delicatamente al pilastro che teneva su il tetto. Era una figura esile, alta, anziana. Il viso era in ombra, ma la voce era forte, con uno spiccato accento slavo. L’uomo pareva curiosamente ondeggiare con il busto in avanti e indietro come se si trovasse su una barca e cercasse di trovare il proprio baricentro.
«Chi è lei? Mi ha fatto paura» chiese Zeni.
«Sono custode, custode di antico orologio.»
«Davvero?» disse sorpreso.
«Certo.»
«E, scusi se glielo chiedo, ma che ci fa qui a quest’ora, saranno le due di notte…»
«Questa domanda devo però fare io a te…»
«Ha ragione, mi scusi: mi chiamo Zeni e sono un appassionato di vecchi orologi: ho voluto visitare questa meraviglia… È una settimana che ci provo, ma il portone era sempre chiuso. Non ho resistito.»
Il custode uscì dal cono di buio. Aveva la barba lunga, occhi grigio cenere, uno sguardo buono.
«Appassionato? Orologi vecchi-vecchi? Dunque… bene, questo…» disse battendosi con una mano il fianco e sorridendo divertito. «Io Liev e vivo qui. Mio compito è far funzionare orologio. Meccanismo vecchissimo ma non funziona più e non riparabile neppure se trasportato in mio paese lontano da qui e abile artigiano lavorare lui; io quindi a ogni minuto sposto a mano l’unica lancetta. Dare impressione lui funziona. Gente orgogliosa, qui.»
«Sposta la lancetta a mano? Ogni minuto? E… e come fa… quantomeno a dormire?»
«Mi aiuta Ludmilla, mia brava moglie e da qualche anno anche mio figlio Chasov, nato qui, in questo spazio. Facciamo turni. Un po’ io, un po’ loro. Siamo arrivati da Staryi Krym tanti anni fa e Comune dato noi lavoro. Noi piace.»
Discussero a lungo, insieme. Liev gli spiegò la storia come la sapeva lui, ma anche le leggende della laguna e le cose cui, non visto, aveva assistito. Era curioso vedere quell’uomo anziano salire ad ogni minuto su una traballante scala in legno e spostare con leggerezza ed eleganza la lancetta dell’ora.
Quando al mattino, prima dell’alba, Zeni scese le scale della Torre era contento. Era stata un’esperienza meravigliosa, unica e particolare.
«Avete un orologio davvero affascinante…» disse lui al barman mentre al banco si stava facendo un cappuccino con la brioche.
«Ne siamo fieri… signore» disse il barman guardando fuori dalla finestra e vedendo il profilo rassicurante della Torre. «E anche il desiderio di vederlo ancora funzionante… è stata una scelta encomiabile…»
«Funzionante? Scherza, signore? L’orologio è fermo da alcuni secoli. Il meccanismo che lo muoveva era in gran parte di legno ed è andato completamente distrutto in un incendio. Lancetta compresa.»

aereoQuando al mattino, incartato nei miei pensieri, mi avvicino lentamente all’ufficio, quando il profumo dell’olivo di Boemia già mi avvisa della sua presenza appena dietro il cancello d’ingresso, ecco lui è lì, che sbuca all’improvviso in lontananza, silenzioso, tra i profili netti delle case. Riga il cielo a tracciare una linea immaginaria obliqua tra il sole e l’orizzonte. È sempre lo stesso. Lo riconosco: per il colore delle ali e la bandiera che primeggia sul timone. Quell’aereo ha sempre la stessa inclinazione di decollo, la stessa direzione fatale, lo stesso scintillio rapido sulla carlinga. Mi aspetta fedele, paziente. I viaggiatori a bordo magari si domandano perché il loro aereo quella mattina sia in ritardo, perché sia rimasto incerto a rollare sulla pista come non avesse pace, perché sembrava perdere tempo nel trovare la posizione giusta nel drizzare il muso verso il grande Nord. Ma la risposta è solo una: il loro aereo aspetta me, ogni volta, fino a quando non mi scorge che scendo dal solito mezzo, con il mio carico di vita sulle spalle e l’aria stropicciata che mi porto dietro. Mi deve chiedere ogni mattina la stessa cosa: perché non parto insieme a lui, perché non ho la valigia in mano e il biglietto che sbuca dal taschino.
Fa così perché sa che non smetterò mai di sognare; e sa che ogni volta che lo vedo partire mi viene da sospirare, mi metto a desiderare di essere là sopra, di vedere il mondo dall’alto che diventa sempre più piccolo, sempre più insignificante. Già, sognare di partire, non importa dove, purché sia lontano, senza ritorno, lasciando a terra ogni pensiero, ogni conflitto e tutte le preoccupazioni che ti corrodono dentro.
Mi accorgo allora che per un attimo mi sono persino fermato. La borsa dondola un po’ per inerzia nella mia mano serrata. Gli altri pendolari scesi con me dalla tranvia, e che mi erano dietro, cercano ora di evitarmi all’ultimo momento, con fastidio, perché non capiscono che ragione possa mai avere io per essermi arrestato così ad un tratto, come fossi diventato tutt’uno con il marciapiede. E poi per cosa? Per guardare per aria, per fissare un spicchio di cielo che neppure si nota, tra caseggiati insignificanti di un quartiere dal nome che non si riesce neanche a ricordare. Ma io lo devo fare. Lo devo salutare. Il mio aereo. Glielo devo dire: ‘No, non oggi, non verrò oggi‘, gli dico, ‘ma domani; sì, domani senz’altro‘. Anche se lo ripeto ogni mattina, per la verità, e i domani sono diventati davvero tanti e le scuse sempre più inutili.
A dirla tutta non mi accorgo nemmeno di essermi fermato; ed è solo quando l’aereo viene inghiottito dalla collina scura che si erge di fronte, tanto da non sembrare che sia mai esistito se non per me, che mi accorgo che gli altri pendolari sono già distanti, proiettati verso la loro giornata, non dissimile dalla mia, con le stesse malinconie e gli stessi malumori.
E allora riprendo il cammino. La mia borsa comincia nuovamente a ciondolare tra le dita mentre l’olivo di Boemia rinnova il richiamo spandendo il suo profumo. E intanto penso al mio aereo che oramai è salito in quota, che è diventato ancora una volta solo un puntino in un cielo di cipria che sbuffa dietro di sé il suo filo di seta a segnare la direzione giusta; opposta a quella che sto calpestando.

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Caracalla

spiaggia al tramonto«Non è possibile! Sarà la decima volta che passa questa mattina!» se ne uscì Ferrante sbattendo una mano sulla sabbia.
Un gozzo, a circa duecento metri dalla riva, navigando in parallelo rispetto la costa, sparava con un megafono sui bagnanti stesi al sole, uno slogan pubblicitario dietro l’altro.
«Sulle spiagge di questo litorale è così…» chiosò Dario che sembrava ipnotizzato dal luccichio del sole che ballava sulle onde quasi immobili del mare. «Figurati che allo stabilimento di Punta di Castello hanno incorporato nei pali di sostegno degli ombrelloni un diffusore acustico che trasmette messaggi pubblicitari ogni quarto d’ora in cambio di uno sconto sul lettino e l’abbronzante. E non c’è modo di spegnerlo né di attenuarne il suono, tipo legandovi attorno un asciugamano, perché aumenta automaticamente il volume. Un incubo.»
«Davvero? Oh madresanta!»
«La pubblicità è ovunque e onnipresente. Io la televisione non la guardo più per questo motivo. Anche la radio manda in onda dieci minuti di pubblicità ogni canzone…»
Il gozzo nel frattempo aveva appena oltrepassato il Molo delle Garrupe e si trovava ormai in vista della spiaggia accanto. Prima che avesse fatto di nuovo tutto il giro, i due amici si sarebbero potuti godere il suono della risacca, il garrire dei gabbiani e la musica lontana della rotonda. Se non fosse stato per due bambini che, poco distanti da loro, si stavano litigando un secchiello pieno di sabbia sarebbe stato un momento perfetto.
«Figurati che ho letto qualche giorno fa» riprese il discorso Dario «che una joint venture cino-americana ha intenzione di affittare un’area estesa della faccia visibile della Luna per installare una megastruttura fotovoltaica in modo da poter comporre lettere e frasi a contenuto pubblicitario visibili dallo spazio da ogni parte del globo, persino di notte.»
«Dici sul serio? È orribile questa cosa… La Luna no, ti prego…»
Dopo qualche attimo di silenzio, il gozzo della pubblicità, contro ogni previsione, rientrò proditoriamente dal Molo delle Garrupe riprendendo i claim pubblicitari proprio dallo stesso punto in cui si era interrotto. Ferrante balzò in piedi.
«Non ne posso più!» E dopo aver afferrato maschera e boccale annunciò: «caro Dario, mentre tu ti rosoli al sole come una rostinciana, vado a fare un po’ di snorkeling. Almeno con le orecchie piene d’acqua non lo sento… A più tardi!»

«Presto, presto… il suo amico si è sentito male…» fece un ragazzo tutto agitato avvicinandosi all’ombrellone. Dario si precipitò verso la battigia. Due uomini stavano trasportando Ferrante per le braccia e le gambe deponendolo sulla sabbia umida. Era privo di sensi.
«Cosa è successo? Cosa è successo?» ripeteva Dario senza ottenere risposta. «Per carità, portiamolo subito all’ombra e chiamate un’ambulanza» fece subito dopo.
Trascorsero minuti angosciosi. Il polso dell’amico era debole, ma presente. Gli occhi erano serrati come se stesse facendo un brutto sogno da cui voleva svegliarsi. Si lamentava dondolando leggermente la testa. Un rivo chiaro di schiuma punteggiata di bolle si faceva largo tra le labbra pallide e semiaperte.

L’ambulanza arrivò di lì a pochi minuti. Gli uomini erano tre: due più giovani che portavano la lettiga e l’altro dai capelli bianchi e una pancia prominente che dava disposizioni secche e precise. Mentre i due, con pochi gesti sicuri e professionali, caricavano Ferrante sul lettino, l’altro si rivolse ai presenti e, con voce stentorea, disse:

Preferite “Ambulanze Private Caracalla”,
interventi rapidi, interventi risolutivi.
Il soccorso amico della porta accanto.
Ricordate: “Ambulanze Private Caracalla” 
e la vostra Salute verrà a galla.

E lo portarono via.

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Efialte

Io sono un casino e la mia vita è troppo complicata per una relazione stabile. Devo mettere ordine nella mia testa prima di permettermi il lusso di essere felice. Meriti di meglio, tu. Ti auguro di incontrare presto la persona che ti possa dare tutto l’amore che desideri.’ Così gli aveva detto. E, prima ancora che lui potesse ricominciare a respirare, lei gli aveva dato un bacio sulla guancia e aveva svoltato l’angolo.
Ma tu sei già il mio meglio’ avrebbe voluto dirle. ‘Sei già il mio alfa e il mio omega, il mio nord e il mio sud, la mia stella polare.’ Ma non ne aveva avuto il coraggio o il tempo o entrambi.
Come poteva rimediare prima che fosse troppo tardi?
Poi si ricordò che di lei aveva l’indirizzo mail. Perché non ci aveva pensato prima? Avrebbe giocato la sua carta migliore: le avrebbe scritto spiegandole con calma ogni cosa. Poteva riconquistarla, ne era sicuro.
Tornò subito a casa e febbrilmente cominciò a lavorare a una bozza. Corresse, integrò, cancellò, riscrisse. Forse era venuta troppo lunga. Undici pagine potevano essere tante. Ma era anche l’unica occasione che avrebbe avuto per convincerla a tornare con lui. Doveva tentare il tutto per tutto. Rilesse un’ultima volta, attenuò alcuni passaggi, ne sviluppò degli altri con rimando ad alcune note a piè di pagina. Usò un carattere a corpo 8 senza interlinea e senza margini e ne vennero fuori nove pagine e mezzo. Un buon compromesso, dopotutto. Del resto, se lei era davvero ancora interessata a lui, come riteneva, le avrebbe lette quelle pagine, tutte.
Scrisse il titolo della mail: “Il meglio sei tu; “Il Meglio sei Tu”. Mise il documento in allegato e inviò.
Trascorsero alcune ore e poi un giorno e poi due. Nessuna risposta.
Dall’applicativo implementato nel programma di gestione della posta si accertò che la mail era arrivata ma non era stata letta. Era evidente che era ancora arrabbiata con lui. Forse doveva trovare un diverso titolo alla sua missiva, più accattivante, che potesse solleticare la sua curiosità e spingerla a leggere il resto. E poi probabilmente non era stato chiaro a sufficienza. Doveva parlarle anche di quando era piccolo, della sua infanzia, del suo ricco mondo interiore, del percorso formativo fatto per diventare quello che era oggi. Così sarebbe stato tutto più chiaro. Quando avesse saputo ogni cosa su di lui non avrebbe avuto più scampo: avrebbe dovuto amarlo per forza.
Riprese la lettera, la riscrisse da capo, aggiunse alcuni aneddoti, anche delle foto di quando era bambino. Il file stava diventando pesante. Lo impaginò allora con un apposito programma, fece un bel pdf e lo allegò. Nel titolo della mail scrisse: “Non posso vivere senza di te”; “Non posso credere di poter vivere senza di te; “Tu non puoi vivere senza di Me”. Inviò. Questa volta l’avrebbe aperta e letta. Era fiducioso.
Rimase davanti al computer per vivere in diretta il momento in cui la notifica di lettura avrebbe decretato il suo trionfo. Si sentiva finalmente felice.
Trascorsero alcune ore e poi un giorno e poi due e poi anche tre. Ancora nessuna risposta. La mail risultava arrivata, ma non era stata letta.
Faceva la sostenuta, allora. Ma sì la capiva.
Provò anche a telefonare sul luogo di lavoro per sapere se fosse tornata al paese. Quando sentì la sua voce dolcissima riattaccò. Questo però gli fece anche venire la voglia irresistibile di reincontrarla. Ma doveva avere pazienza. Si limitò ad appostarsi vicino a casa per vederla di nascosto uscire al mattino e rincasare la sera. Era bellissima! Una sera, prima di chiudere la porta di casa dietro di sé, si accorse che lei aveva accarezzato distrattamente un fiore di oleandro che pendeva da un albero. Lo raccolse furtivamente e lo portò via con sé.
No, così non approdava a nulla. Pensò. Doveva alzare il tiro. Forse non doveva parlare a lei di lui, ma a lei di loro. Di quale vita meravigliosa avrebbero potuto avere insieme, quali sogni avrebbero potuto realizzare e soprattuto quanto lui avrebbe potuto renderla felice.
Riscrisse tutta la lettera. Parlò dei suoi progetti, della loro futura casa in mezzo al verde e vicino alla cascata, dei figli bellissimi che avrebbero avuto: Luigi, Baldovino Vitantonio e Guendalina Maria. Creò dei fotomontaggi di loro due insieme, racchiusi in un cuore che palpitava con dietro il baratro che li avrebbe ingoiati entrambi se lei avesse fatto un passo falso all’indietro.
Oramai la lettera era diventata una pubblicazione. Conteneva testo, immagini, video, link e persino un’autointervista in diversi momenti della sua giornata. Un risultato convincente e persuasivo, insomma. Era proprio soddisfatto. Meditò anche sul nuovo titolo: “Non impedirti di essere felice: viviamo il nostro sogno o facciamolo morire insieme!
Con il cuore che gli batteva forte, la inviò. Era certo che questa volta avrebbe fatto centro. Era nervoso. Si alzò per la stanza a camminare.
Passarono pochi minuti e il computer lo avvisò che era arrivata una mail. Allora era vero! Aveva finalmente ceduto. La costanza l’aveva premiato. Anche se non si capacitava come avesse potuto leggere così tanto in così poco tempo. Aprì la mail. La lesse.

Gentile Utente,
questa mail è generata automaticamente dal nostro Sistema che adopera l’algoritmo Efialte per analizzare ai fini psicoterapeutici il testo delle mail attraverso di Noi veicolate. L’analisi sulle Tue recenti missive ha messo in evidenza preoccupanti profili di ipocondria, esaltazione del sé, ipotesi di comorbilità tra narcisismo e bipolarità oltre a tendenze anticonservative con episodi sistemici di depressione grave e aggressività non adeguatamente gestita. 

Secondo la Convenzione LR 12.07.2018 n. 33 con l’Azienda Sanitaria della Tua Regione abbiamo allertato uno specialista in materia di disagio psicologico che, a breve, Ti contatterà per un primo ciclo di dieci sessioni di assistenza e riabilitazione che potrai usufruire, in modo del tutto gratuito, anche comodamente presso la Tua abitazione.
Il Responsabile di Settore.


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Prova generale

Era nervoso. La prova generale lo metteva sempre a disagio: per quel suo qualcosa di definitivo, di cerimonioso, ma anche di stridente. È a porte chiuse, a teatro completamente vuoto; tuttavia tutti gli orchestrali indossano lo smoking, come lui del resto. Come se si facesse sul serio, ma non troppo. Come se tanta fatica non meritasse di essere ascoltata. E accorgersi poi di un errore in quella ultima esecuzione, anche minimo, significa portarselo dietro anche alla rappresentazione ufficiale perché oramai è troppo tardi per correggerlo, nonostante le migliaia di note eseguite e le ripetizioni estenuanti.
Quello che lo preoccupava infatti, a dire il vero, era il terzo controfagotto. Gli era stato raccomandato da Lui e non era riuscito a dire di no. Non era all’altezza, quantomeno non di un brano di una difficoltà simile. Ma perché si era messo in quell’impiccio? E per una prima in quel tempio della musica, oltretutto!
Fece un respiro profondo ed entrò.
Gli orchestrali che lo stavano aspettando, chiacchierando fra loro, tacquero all’unisono. Raggiunse il podio senza salutare, come era suo costume. Alzò lo sguardo verso le luci. Quelle almeno erano perfette. I tecnici del suono erano al loro posto, anche i tre addetti alle riprese erano dietro le telecamere a simulare la trasmissione in eurovisione; c’erano persino i sostituti prescelti caso mai qualcuno dei professori si fosse sentito male. Era tutto a posto. Guardò per un attimo le fila vuote delle poltrone del teatro. Non ci avrebbe mai fatto l’abitudine, pensò. Chiuse gli occhi. Fece un altro profondo respiro, cercando però di non farsi notare. Batté tre volte la bacchetta sul leggio. Ottenuto l’assoluto il silenzio, cominciò.

Il primo violino era un grande. Era deciso, sciolto, morbido ma anche di carattere. Entrava e usciva dai complicati fraseggi con disinvoltura e colore. Era una sicurezza.
Il pianista invece non era eccelso, “sporcava” qualche nota, ma aveva una solida preparazione e suonava di esperienza. Anche i fiati gli davano soddisfazione; se non fosse stato per quel controfagotto sarebbe stato davvero tranquillo. Per fortuna “quellolà” era in ritardo solo su poche note, sempre le stesse, che il resto dell’orchestra avrebbe coperto tanto che nessuno lo avrebbe probabilmente sentito. Ma non lui, ovviamente, che aveva quel maledetto orecchio assoluto che gli faceva capire, nel bel mezzo della sinfonia, chi sbucciava anche solo una semibiscroma.
Forse avrebbe fatto meglio a dire a “quellolà” di farsi da parte o quantomeno di non suonare dalla diciannovesima alla trentesima battuta del terzo movimento. Poteva suggerirgli di far finta. Che fosse il loro piccolo segreto. Senza bisogno che Lui lo venisse a sapere, ben inteso. Dopotutto era un buon compromesso: lui avrebbe consentito al controfagotto di rimanere al suo posto in quella famosa orchestra e il controfagotto gli avrebbe fatto quel piccolo favore. Ma sì: era sicuro che, se glielo avesse detto, avrebbe capito.

I primi due movimenti erano perfetti. Ora doveva iniziare il terzo.
E se glielo avesse detto subito? Di non suonare in quel punto, cioè.
No, avrebbe dovuto avvicinarsi a lui, ora, e tutti si sarebbero chiesti che cosa avevano avuto da dirsi. Ci potevano essere fraintendimenti. No, glielo avrebbe chiesto alla fine della prova generale. E poi chissà, magari avrebbe fatto il miracolo e non avrebbe sbagliato.

Iniziò il terzo movimento. La diciannovesima battuta arrivò in un lampo e il controfagotto fu come al solito in ritardo sul mi discendente. Era stato come se qualcuno gli avesse dato una stilettata nell’orecchio. Una frazione di secondo, certo, ma in ritardo. Passaggio difficilissimo, niente da dire, ma intollerabile. Dalla espressione che l’orchestrale aveva sulla faccia tonda e grassa capì che non se ne era neppure accorto di quell’abominio.
Non fermò l’esecuzione, non era il caso. Sì, dopo il concerto gli avrebbe senz’altro parlato.

Stava per iniziare il quarto e ultimo movimento quando avvertì dietro di sé un rumore. Si girò. Dopo appena un attimo qualcuno entrò nella stanza.
«Caro, ti ho chiamato già due volte… è in tavola. Per favore togliti quello smoking che poi ti sporchi tutto e vieni subito che devi aprirmi la bottiglia di bianco…»
Lui fece una smorfia di disappunto. Andò al giradischi e staccò la puntina dal 33 giri. Posò sul tavolino la bacchetta. Poi, sempre davanti allo specchio, fece un leggero inchino.
«Signori, per questa sera allora è tutto. Bene così. A domani. Per il grande giorno.»
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