Reclamo, ergo sum

«Buongiorno, Ufficio PRENOTAZIONI, sono Martina, in cosa posso essere utile?»
«Buongiorno, signorina, vorrei prenotare per cortesia una visita medica per un dentista…»
«Odontoiatra, vorrà dire…»
«Sì, un odontoiatra dentista…»
«È una visita urgente?»
«Sì ho un dolore costante a un molare, mi fa malissimo… vedo le stelle.»
«Ho capito… c’è posto nella struttura di Alvona…»
«Ma è a cinquanta chilometri da Poggiobrusco, non c’è nulla di più vicino? Sa, sono anziana e faccio fatica a camminare e a viaggiare.»
«Ho capito, allora a Lughi… il 21 maggio»
«Il 21 maggio?»
«Sì, del 2023.»
«Come del 2023? Io ho un dolore insopportabile adesso,… non può fare prima? Ad Alvona, invece, quando sarebbe?»
«Il 20 maggio, sempre del 2023»
«Ma…»
«Non so che dirle Signora… prenoto oppure no? Sennò provi a pagamento.»
«Signorina, non me lo posso permettere… e poi lei non può parlarmi con questo tono di sufficienza… mi passi l’Ufficio Reclami, per cortesia.»
«Sì, subito.»
«Ufficio RECLAMI…»
«Sì senta, signorina, trovo inconcepibile che un’anziana signora che ha una pensione di 400 euro al mese e che non può permettersi il dentista possa avere l’appuntamento in una struttura pubblica solo più di un anno dopo e…»
«…per reclami relativi al mancato recapito di documentazione clinica inviata a mezzo posta, premere uno; per reclami relativi a disagi e criticità operative del Servizio, premere due; per reclami relativi a presunti errori diagnostici, premere tre; per reclami alla Direzione Sanitaria, premere quattro; per sottoscrivere una donazione per gli addetti all’Ufficio Reclami caduti in adempimento del loro lavoro, premere cinque; per parlare con un operatore premere sei, per riascoltare la comunicazione premere asterisco, due slash e un underscore…»
[6, beeeep]
«La telefonata potrà essere oggetto di registrazione; l’operatrice 3890L risponde in smartworking…»
«Ufficio RECLAMI, sono Giulia, in cosa posso essere utile?»
«Sì senta, signorina, trovo inaccettabile che una signora, con una misera pensione debba soffrire le pene dell’inferno per un mal di denti perché il servizio pubblico non mi fissa un appuntamento in tempi rapidi…»
«Quindi vuole proporre reclamo?»
«Sì, voglio protestare… non è giusto!»
«Certo, allora mi va on-line al link del sito, fa il download del form apposito, avendo lo SPID o la CIE oppure la CNS. Lo compila, lo firma e lo scansiona e poi fa l’upload»
«Ma cosa sta dicendo?»
«Ho capito, le fisso allora un appuntamento in presenza (si ricordi di portare un documento fiscale in corso di validità e una marca da bollo da 27,35 euro)… ecco sì… è per il 4 giugno ad Alvona…»
«Il 4 giugno? Ad Alvona, di nuovo?»
«Sì, 4 giugno ma del 2024.»
«Ma non è possibile… il reclamo è anche posteriore alla visita medica…»
«Mi scuso per il disagio. Se vuole le passo l’Ufficio Reclami per i Reclami…»
«Perché esiste?»
«Sì, certo, glielo passo subito, attenda all’apparecchio, per cortesia, per non perdere la priorità acquisita.»
[segnale di occupato]

Una serata no

Si era ripromesso di fare benzina il sabato. Il serbatoio era proprio a secco. Ma voleva che fosse il benzinaio a farla. A lui scocciava trafficare con la pompa del distributore che poi lasciava sempre un cattivo odore nelle dita senza contare che la pistola era sempre unta.
Poi si era messo a piovere forte e, nella pigrizia di aspettare che migliorasse, ora dopo ora, era arrivato il momento della chiusura dell’esercizio. Sicché si era arreso all’idea di farla al self-service, il giorno dopo, prima della partenza.
Alla domenica dopo cena, se solo fosse stato possibile, pioveva ancora più forte. Oramai il momento di partire era arrivato e non c’erano più scuse.
Quando scese dalla macchina si accorse di essere probabilmente l’unica persona in giro sotto quella pioggia insistente. Si era anche alzato un vento teso che sul piazzale della stazione di rifornimento aveva fatto rotolare ed aprire alcuni sacchi della spazzatura che non avevano trovato posto nel bidone; scatolette, resti della cena, bottiglie schiacciate di plastica si rincorrevano in un gioco malinconico di inquietanti mulinelli.
Tirò fuori la banconota che il vento cercò di strappargli dalla mano. Un lampo, come un enorme e accecante flash, sembrò voler immortalare l’attimo. Attese il tuono che tardò ad arrivare. E quando deflagrò parve sorprenderlo per la violenza del rumore. Prima crepitò nell’aria, quasi dovesse prendere la rincorsa, e poi esplose sopra di lui con una tale potenza che lui abbassò istintivamente la testa per evitare schegge immaginarie anche se l’ampia tettoia in laminato lo metteva al sicuro dalla pioggia fitta e obliqua. Il cartello basculante con scritto “APERTO”, martoriato dal vento, non cessava di cigolare.
Fece scivolare la banconota nella fessura apposita; la macchina fece un paio di tentativi per raddrizzarla e saggiarne la validità e poi la ingoiò con soddisfazione nascondendola nella sua pancia fredda. Lui schiacciò sul display il tasto corrispondente all’erogatore e, in quel preciso istante, come se le due azioni fossero state collegate, tutte le luci della stazione di servizio si spensero. Il buio si prese la colonnina, la sua auto, la piazzola della stazione e il mondo intero gettando lui nell’estraniamento più totale; attorno solo il rumore della pioggia battente che cresceva con forza.
Si voltò in giro, nella speranza che i suoi occhi si abituassero al buio, ma riusciva a distinguere solo ombre confuse. Gli venne un brivido di freddo. Decise di rientrare in macchina; almeno lì si sarebbe sentito al sicuro. Ma fece appena in tempo a fare un passo di lato che si riaccesero le luci al neon e le spie luminose. Si sentì distintamente il suono dei reset delle pompe e dei dispositivi elettronici; ma sul display della colonnina era sparita l’indicazione del suo pagamento: il computer invitava a inserire una banconota per ottenere carburante. Si fece prendere dal nervoso e assestò un paio di manate alla colonnina, avvertendo però solo la sua superficie gelida e inospitale che lo respinse come una corrente elettrica.
«Serve aiuto?» sentì dire alle sue spalle.
Ebbe un sobbalzo. Dietro a lui, sotto un ombrello malandato, c’era un uomo il cui volto non si intravvedeva per il cappuccio tirato sulla testa. Non lo aveva sentito arrivare.
«Sono il gestore della stazione di servizio e abito in quella casa là» fece indicando un punto buio alla sua destra. «È già un po’ che la osservo. È in difficoltà?»
«In un certo senso…» gli rispose «…ho inserito una banconota da 50 euro, ma poi è andata via la luce e il display si è azzerato.»
«Non è uscito lo scontrino che le comprova la mancata erogazione del carburante?» chiese il gestore esaminando meglio la colonnina. Ora si vedeva meglio che si trattava di un uomo anziano, le rughe sul volto a testimoniare una vita trascorsa all’aperto.
«No. Avrebbe dovuto?»
«Sì, senza lo scontrino non potrà avere il rimborso…»
«Ma se ora lei apre la cassettina dei soldi troverà sicuramente il miei 50 come ultima banconota…»
«Non funziona così, purtroppo… anche se la trovassi, e non ho dubbi che ci sia, non potrò mai giustificare con la Compagnia il suo rimborso senza una pezza giustificativa…»
Lui rimase senza parole. «Ma è una fregatura ai danni del povero utente… io i soldi ce li ho messi!» commentò dopo qualche attimo.
«Non le faccio io le regole, signore, se dipendesse da me…» fece l’uomo allargando il braccio libero dall’ombrello.
I due si guardarono comprendendo che la discussione tra loro era già terminata.
«Gran brutta serata, vero?» aggiunse il vecchio dopo un po’ per vincere quella sorta di imbarazzo che si era venuto a creare. «Mi spiace davvero…» disse ancora riprendendo la strada di casa. Di lì a poco sparì sotto lo scrosciare della pioggia.
Lui rimase ancora per un po’ seduto in macchina cercando di ricordarsi dove fosse il bancomat più vicino. Restò in ascolto della pioggia come per avere un suggerimento sul da farsi. Poi mise in moto e partì.
Nel frattempo, la pioggia si era attenuata, tanto che di lì a poco smise del tutto, facendo piombare la stazione di servizio in un silenzio innaturale.
E in quel silenzio, si avvertì un ronzio: la colonnina aveva appena vomitato lo scontrino.

Buona Pasqua 2022

Era riuscito a farsi dare il Suo indirizzo mail privato. Se solo fosse stato in grado di farsi leggere da LUI era sicuro che lo avrebbe notato e magari gli avrebbe anche proposto una pubblicazione o addirittura una collaborazione. Ma sì, certo, avevano gli stessi gusti letterari, la medesima prosa incalzante, la stessa cifra stilistica. Anche se però LUI era l’originale, cui conformarsi e ispirarsi, con all’attivo diversi best seller da milioni di copie; il suo mentore, insomma. Mentre lui era solo un aspirante scrittore, con zero pubblicazioni e zero lettori, se si escludevano parenti e amici compiacenti.
Ma cosa voleva poi mai dire? Il talento era il talento, e lui ne aveva da vendere, lo sapeva bene, e sarebbe stato prima o poi apprezzato. Era solo una questione di tempo.
Così si preparò un mese prima. In vista della Santa Pasqua predispose un racconto molto breve da pubblicare sul suo Blog; una storia come piaceva a lui, anzi come sarebbe piaciuta a entrambi. Un testo semplice ma con una prosa a effetto, leggera ma ironica, una trama robusta ma non complicata; oltre all’immancabile colpo di scena di chiusura con un finale però aperto in modo da lasciare al lettore il desidero di rimuginarci sopra assaporando dentro di sé l’atmosfera formatasi nella mente. Fece diversi tentativi, corresse, ridusse, cambiò e limò fino a quando non fu davvero soddisfatto di quello che aveva scritto. Meno di mille parole, ma un concentrato di buona letteratura. Forse era davvero una delle sue cose migliori. Sì, avrebbe fatto centro questa volta, se lo sentiva.
Poi preparò il testo della mail. Spiegò brevemente chi era, come aveva fatto ad avere il Suo indirizzo telematico (cosa che gli avrebbe consentito anche di poter vantare presso di LUI un qualche credito in quell’ambiente, giusto per far capire che, dopotutto, non era proprio uno sprovveduto ma, anzi, che praticamente erano colleghi) e, infine, buttato lì con noncuranza, il link al Blog. E se LUI fosse stato solo un po’ curioso ci avrebbe cliccato sopra e avrebbe letto la sua storia. E il gioco era fatto. La mail del resto era garbata, conteneva per lo più un augurio gradevole, senza nessuna fastidiosa richiesta di recensione o altro, mentre il link al suo racconto sembrava lasciato per caso o addirittura per sbaglio, comunque senza forzature, anche perché il testo si intitolava proprio “Buona Pasqua 2022” sicché pareva una mera prosecuzione naturale dell’augurio già formulato nella mail, come se rimandasse a una piacevole e divertente immagine di completamento. Solo all’ultimo momento LUI avrebbe scoperto che era una composizione letteraria: un fine giallo di poche battute. E, a quel punto, sarebbe prevalsa la Sua indole di scrittore/fervido lettore e sarebbe stato letto. Poteva funzionare.
Al venerdì pubblicò il racconto sul suo Blog e poi inviò la mail, e aspettò.
Passò tutto venerdì.
Passò anche tutto sabato.
Niente.
Poi, il giorno di Pasqua, aprendo il Blog, trovò un commento sotto il nuovo racconto. Aveva il cuore in gola. Andò a controllare.
Era proprio LUI! Non ci poteva credere. Sul suo Blog c’era davvero la traccia di un grande della letteratura contemporanea anche se aveva usato uno pseudonimo, riconoscibilissimo peraltro (un personaggio famoso di un Suo libro). Il suo Scrittore per eccellenza, insomma era lì sotto i suoi occhi.
Non riuscì a proseguire.
Si alzò dalla poltrona e cominciò a girare per la stanza in prenda a vivo nervosismo, ma anche a indicibile contentezza mista a frenesia. Le gambe gli tremavano.
Aveva commentato, aveva commentato’ si ripeteva girando in tondo e strofinandosi le mani.
Poi prese un bel respiro e si sedette nuovamente. Doveva trovare il coraggio di leggere.
Cliccò e finalmente lesse:
«Grazie, buona Pasqua anche a te.»

Le lumache arcobaleno

Quando si mise in macchina, Linda capì che era troppo stanca per tornare a casa. Anche se fosse andata a velocità sostenuta non sarebbe mai arrivata prima delle 5 del mattino. Il ritardo del cliente era stato determinante per la durata della riunione e aveva fatto tardi. Decise che si sarebbe fermata per strada rimandando gli appuntamenti dell’indomani mattina.
Partì, ma gli occhi le divennero pesanti che non erano neppure le 22. Attivò il navigatore che le segnalava una pensioncina a Marina di Torregrilli appena uscita dall’autostrada. “Nonno Charlie” si chiamava l’alberghetto; ma anche fosse stato di infimo ordine le sarebbe andato bene lo stesso, visto che doveva schiacciare solo qualche ora di sonno.
La ragazza che l’accolse al bancone era rimasta in silenzio alla sua richiesta di una camera. Linda aveva persino avuto l’impressione che fosse straniera e che non capisse la lingua.
«Vorrei una stanza solo per questa notte» scandì bene le parole, Linda.
«Guardi che avevo capito bene anche la prima volta; pensavo che la sua fosse una battuta» rimbrottò la ragazza un po’ seccata scostandosi nervosa da un lato il ciuffo. «È che non c‘è una stanza libera nel raggio di cinquanta chilometri… lo sanno tutti.»
«Ma io non sono di qui» cercò di giustificarsi Linda «come mai è tutto occupato?»
La ragazza di nuovo non rispose. Linda si stava spazientendo.
«Per la sagra della Lumaca arcobaleno!» sbottò la ragazza  dopo un po’ reagendo al tono della donna. «Lo sanno tutti!»
«Gliel’ho già detto, non sono di qui!» Poi, accortasi che stava alzando la voce, si riprese. Lesse il nome della ragazza sul distintivo che aveva sul petto e disse nel mondo più gentile possibile.
«Senta, Aurora… io sono stanchissima… mi andrebbe bene anche un divano, sono disposta a pagarla bene… purché non debba passare la notte in macchina: fa piuttosto freddo e…»
«Ci sarebbe l’appartamento di Nonno Charlie…» buttò lì la ragazza inteneritasi per quei modi diventati garbati.
«Perfetto, andrà benissimo…»
«Non le darà nessun fastidio… ci sono due stanze da letto e…»
«Le ho detto che andrà benissimo, preferirei pagare ora, però, perché domattina mi devo alzare molto presto.»
«No, per carità, niente soldi…» fece Aurora agitando davanti a sé un dito grassoccio e scuotendo vistosamente la testa. «L’appartamento non fa parte dell’albergo e non è per i clienti. Si tratta di un’eccezione. Diciamo così… lei sarà ospite di mio nonno. Vada quindi su per questa scala, all’ultimo piano, sulla destra… Non ha bisogno di chiavi, è aperto.»
«Grazie… infinitamente» rispose Linda sincera. Salì in fretta i gradini di legno che scricchiolarono al suo passaggio e arrivò alla porta. “Casa di Charlie” era ricamato su un panno a punto croce in una cornice di palissandro. Bussò.
«Nonno Charlie?» fece la donna spingendo adagio l’anta «c’è nessuno?»
Non avendo avuto alcuna risposta, esplorò l’appartamento. Era in effetti molto ampio. Ci si potevano ricavare comodamente almeno altre quattro stanze. Poi trovò una camera da letto piccolina piuttosto disadorna, vicino a un’altra di più grandi dimensioni e ingombra di oggetti e vestiti probabilmente del nonno. Si sistemò in quella più modesta, si lavò e senza neppure mangiare si mise a letto non prima di aver chiuso la porta a chiave.
«Dorme bene?» si sentì chiedere dopo una mezz’ora nel buio della stanza.
«Chi è?» chiese spaventata Linda svegliandosi di soprassalto.
La voce proveniva dal fondo del letto. C’era come un chiarore evanescente che vagheggiava sulle lenzuola, ma forse era solo il riflesso della luna.
«Sono nonno Charlie» sentì bisbigliare «la ringrazio per essersi offerta di farmi compagnia, è da molto che non viene più nessuno a trovarmi. Con la scusa che sono morto mi evitano tutti quanti…»
«Come sarebbe a dire che lei è morto?»
«Sì, dieci anni fa… mi è venuto addosso il trattore… pensavo lo sapesse… lo sanno tutti nella zona. Be’, in ogni caso, abbiamo tutta la notte per parlarne.»

Kikimora (terza e ultima parte)

prosegue da --> Kikimora (SECONDA parte)

puntate precedenti: MELITA, UNA BAMBINA DODICENNE CHE VIVE IN UN PAESINO DI CAMPAGNA DI TANTO TEMPO FA, DISUBBIDENDO ALLA MADRE CHE LE VIETAVA DI PASSARE PER UN CERTO SENTIERO NEL BOSCO PER TORNARE A CASA, SI IMBATTE NELLA TOMBA DI GRETA, UNA BAMBINA SLAVA MORTA QUANDO AVEVA LA SUA ETÀ. DALLA TOMBA, QUASI DEL TUTTO COPERTA DA FIORI FRESCHI APPENA RECISI, GRETA CERCA DI CONQUISTARE LA FIDUCIA DI MELITA REGALANDOLE UN PAIO DI SCARPE NUOVE CHE DESIDERAVA TANTO. IN CAMBIO, GRETA CHIEDE ALLA BAMBINA CHE SACRIFICHI SULLA SUA TOMbA, COME RITO PROPIZIATORIO DELLA LORO NUOVA AMICIZIA, UNA GALLINA RUBATA DAL POLLAIO DI SUA MADRE.


La bambina si lasciò convincere. Uccise la gallina con il coltello che aveva trovato tra la verbena e lasciò colare tutto il sangue sulla terra sopra alla tomba della bambina slava.
«Voglio fare ancora una cosa per te…» le disse Greta dopo un po’ ancora stordita per tutto quel sangue.
«Cosa?»
«Farò in modo che tu possa conoscere il tuo Eustorgio e farlo innamorare di te così un giorno lo potrai sposare.»
«Non è possibile! Lui è un Principe e io sono solo una figlia di contadini…»
«Non ti preoccupare questo è affar mio.»
«Sarebbe bellissimo. Davvero faresti questo per me?»
«Certo, ormai siamo amiche per sempre, ricordi?»
«Sì è vero.»
«Solo che dobbiamo prima compiere un rito…»
«Un filtro magico?»
«No, qualcosa di più potente ed efficace, perché il nostro progetto è molto ambizioso.»
«E cioè?»
«Devi portarmi il cuore della tua compagna di classe, Maria. Devi portamelo qui sulla mia tomba e io farò il resto…»
«Ma cosa dici?» fece lei allontanandosi di qualche metro.
«Pensaci, amica mia. Maria ti è antipatica e ti prende sempre in giro; la sua vita è insignificante, mentre tu, d’altra parte, potrai realizzare il tuo sogno e sposare la persona che più desideri al mondo.»
«Io non ho mai ucciso nessuno e non so neppure come si fa…»
«Non ti devi preoccupare, ti guiderò io. Vai oggi al fiume, verso le tre del pomeriggio. Maria sarà lì da sola al lavatoio a lavare i panni della famiglia. Tu avrai la scure che prenderai a casa tua… ti avvicinerai lentamente e le mozzerai il capo e subito dopo le aprirai il torace per rubarle il cuore e me lo porterai…»
«Ma è una cosa orribile…»
«È necessario, per il tuo futuro…» incalzò Greta.
Melita andò a casa confusa e sconvolta. Quando arrivò sui gradini trovò la madre piangente che l’aspettava.
«Nonna è morta» disse la donna in un soffio.
«Com’è possibile che sia morta, mamma» obbiettò la figlia «stava meglio, con le medicine che le ho dato…»
«Quali medicine?»
«Quelle che ho comprato l’altro giorno.»
«Non erano medicine, ma caramelle. Cosa mi stai nascondendo, figlia mia?»
«Ma allora, Greta…»
Sotto l’incalzare delle domande della madre la bambina cedette e raccontò ogni cosa. Non ci voleva credere che fosse stata ingannata in quel modo. Anche quando portò a far vedere alla madre le scarpe nuove non riusciva a vedere che in mano aveva solo sue scarpe vecchie e rotte.
«Te lo avevo detto di non passare dal bosco» la rimproverò ancora la madre «Greta è una strega e riesce a manipolare la tua mente facendoti vedere quello che tu desideri.»
«Oh mamma, mi spiace tanto averti mentito e di aver infranto la promessa che ti ho fatto.»
Passò del tempo e di quei fatti Melita ben presto si dimenticò.
Crebbe, e all’età di ventidue anni, si sposò con un bel giovane del posto che la portò a vivere in una casa nuova e spaziosa. Ebbe due bei figli. Un maschio e una femmina. Quando ebbe il terzo, al neonato diagnosticarono un brutto male e lei cadde in una brutta depressione.
Un mattino, nello scendere dal letto dopo una notte insonne, sentì nella sua testa:
«Ciao Melita, perché non mi vieni più a trovare? Posso ancora fare grandi cose per te. Ricordati che noi due saremo amiche per sempre.»

(fine)