La cena dei reduci

La sala era ampia ed elegante, e i camerieri andavano e venivano dalla cucina in modo impeccabile ed efficiente.
Ogni anno, dopo la fine della Grande Guerra, nella Sala delle Colonne del Grand Hotel delle Terme di Valdombra si teneva una cena per i reduci mutilati. La tavolata era unica, purtroppo ben nutrita, con tutto il repertorio delle scempi che il fuoco delle armi può infliggere al corpo umano.
Tuttavia, i presenti, per lo più appartenenti a diversi reggimenti di fanteria, non erano affatto imbarazzati dal loro stato di menomati. C’era chi era rimasto privo di mezza faccia, chi di una gamba saltata su una mina, chi aveva perso un occhio. Ma loro non provavano vergogna o riserbo. Nessun disagio o remora. Le mutilazioni erano esibite come medaglie, motivo di orgoglio perché rappresentavano il prezzo pagato per la vittoria. Anzi, gareggiavano tra loro su chi avesse subito il maggior pregiudizio, e i racconti si sprecavano, assumendo via via toni epici e leggendari.
Già dopo il secondo bicchiere di vino, il livello della discussione era notevolmente peggiorato, diventando di ora in ora sempre più ruvido e sguaiato.
Questo sarebbe stato anche comprensibile, visto che erano uomini abituati al duro lavoro e alla vita spartana da reparto.
Se non fosse che, al loro tavolo, in rappresentanza delle Dame della Carità, organizzatrici dell’evento, non c’era Albertina Storti, la Presidente, donna di mondo, risoluta e dai modi franchi e spicci. C’era una Suorina africana ugandese, in Italia per completare la formazione, appena tornata alla casa madre.
In assenza della Presidente, le Dame della Carità si erano rivolte alle Suore Clementine con cui collaboravano e la Superiora aveva mandato Suor Celestina. Tuttavia, lei era completamente fuori dal suo elemento, priva del linguaggio mondano delle Dame e del vocabolario retorico del sacrificio patriottico. Non sapeva nemmeno dove guardare. Non aveva mai visto tanto strazio concentrato in un unico luogo. L’angoscia le toglieva il respiro. Aveva alleviato la sofferenza dei lebbrosi e accudito bambini denutriti, ma uomini martoriati in quel modo erano una cosa completamente diversa. Sembravano maschere tragiche, incubi a occhi aperti
Almeno per il momento, non ce la faceva. Così, decise di concentrarsi solo sul suo piatto, cercando di estraniarsi non ascoltando e non vedendo nessuno. Iniziò a sgranare il rosario che le pendeva dalla cintola e che tante volte l’aveva messa tratta d’impaccio.
Era talmente chiusa nella sua bolla, il capo chino, che non si era accorta che il commensale alla sua sinistra la stava chiamando.
«Sorella! Sorella!»
Suor Celestina risalì la china dei suoi pensieri e si voltò verso l’uomo. Il soldato aveva le mani vistosamente bendate come due gigantesche muffole imbottite.
«Sorella, senta. Se non mi aiuta, non posso mangiare», disse, mostrando le sue mani che gli impedivano di usare gli utensili o bere dal bicchiere.
Suor Celestina non sapeva davvero cosa fare e si guardò intorno in cerca di ispirazione.
«Mi deve solo imboccare», suggerì allora lui, togliendola dall’imbarazzo. E con gli occhi l’uomo indicò la portata poco distante da sé, ricolma di crostini al fegato, alle olive e ad altre prelibatezze.
La suora prese con una certa riluttanza un crostino con una pasta spalmata di verde e l’avvicinò alla bocca di lui.
Il soldato si avvicinò alla sua mano e addentò con delicatezza il crostino, non mancando di leccare e succhiare le dita della suora.
Suor Celestina inorridì.
«Oh, madonnina mia, pensaci tu», si disse, chiudendo gli occhi.
«Sorella», spiegò l’uomo dopo aver deglutito. «Ho anche ricevuto un forte colpo alla testa e mi ha fatto scoordinato nei movimenti».
Celestina tornò a fissare il suo piatto. Nel frattempo, era stato già sostituito con una scodella di consommé.
Il volume delle voci nella sala era aumentato notevolmente. I visi erano diventati paonazzi e chi poteva si era già allentata la cravatta e aperto il colletto della camicia.
Il presidente dei reduci, quando nessuno se lo aspettava, si era alzato dalla sedia e aveva pronunciato alcune parole di ringraziamento e di circostanza. Lo fece con la bocca piena e appoggiando il corpo con le mani sulla tovaglia per non cadere. Era già ubriaco.
Dopo circa dieci minuti, l’uomo che le aveva parlato poco prima le disse:
«Sorella, devo proprio andare».
«Va già via?» chiese, sollevata dalla notizia.
«Ma no, che dice? C’è ancora il secondo e poi il dolce. È che devo andare in bagno. Devo fare la cosa piccola».
«E io che c’entro?» domandò, pallida.
«Ma come sorella, in questo stato non riesco neppure a sbottonarmi la patta… se non mi aiuta lei… me la farò addosso. Il suo sarà un atto caritatevole».
Suor Celestina si sentì svenire.
«Oh madonnina mia, pensaci tu».
Si sarebbe pure inginocchiata volentieri accanto alla sua sedia, ma di sicuro i partecipanti non l’avrebbero presa bene. Si limitò a girare la testa dall’altra parte per non dover affrontare quella situazione. L’uomo alla sua destra, sentendosi osservato, le chiese:
«Tutto bene, sorella?»
«Ccome dice?»
«Le ho chiesto se va tutto bene. Ha una faccia da far invidia a un lenzuolo».
«No no… è che…»
L’uomo attese che lei finisse la frase, ma non lo fece.
«Piuttosto, vedo che lei non ha subito ferite gravi», disse la suora per allentare la tensione che provava alla base del collo come una morsa.
«Beh, sorella, a dire il vero, la mia amputazione c’è, ma non si vede. È stata tutta colpa di una bomba a mano modificata. Camminavo di pattuglia con i miei compagni quando, BUUUM», e imitò il suono con la bocca, così forte che Celestina trasalì. «Era sotterrata, e io, ovviamente, non l’ho vista. Mi ha preso proprio lì, portandomi via tutto…» indicò il proprio basso ventre. «Non sono buono più a nulla» e le fece l’occhiolino. «Vuole vederlo?»
Suor Celestina arrossì di nuovo e si fece tre segni della croce, uno dopo l’altro, senza avere il coraggio di rispondere. Si chiese cosa le fosse venuto in mente di accettare un invito a una cena del genere.
In quel momento, un uomo distinto si avvicinò alla suora.
«Suor Celestina, buonasera. Sono Camillo Gualberdotti, direttore di questo hotel. Le posso parlare un attimo?»
La suorina era confusa. Voleva ritornarsene al Convento, altro che parlare con quell’uomo. Dopo un po’, si convinse, si alzò e lo seguì. Si allontanarono dalla sala e si misero in un punto appartato del locale. Poi Gualberdotti si guardò intorno e le disse:
«Non se la prenda per questi ragazzi. Ne hanno passate tante».
«Sì, sì, certo, è che io…»
«Volevo dirle che non deve dar troppo peso a quello che dicono e fanno. Sono qui per svagarsi e non pensare alle proprie condizioni». La suora lo guardava timorosa, senza capire il punto.
«Per esempio», proseguì il direttore, «l’uomo alla sua sinistra ha solo due dita amputate. Se le è fasciate in quel modo prima di venire, ma solo per goliardia. Lo stesso vale per il commensale alla sua destra. Gli è stato amputato solo il piede sinistro per una ferita di fucile non curata. Le assicuro che non hanno altre menomazioni. Si divertono così».

14 pensieri su “La cena dei reduci

  1. che burloni, mi pare un commento adatto. racconto al confine tra l’erotico e il goliardico, un mix insolito per te. in ogni caso, al solito, bravo

  2. Pezzo particolare e molto intenso, anche per i tuoi standard che pure sono assai elevati.

    ***************************************
    E fu così che la candida suor Celestina grazie alla cena delle beffe completò la sua formazione, e guadagnò l’esperienza e la saggezza necessarie per tornare in Uganda a fare la madre superiora.

    ***************************************
    😁