Sister

alaskaAveva preso una scorciatoia perché il suo istinto di viaggiatore gli aveva suggerito così. Anche se il più delle volte il suo istinto di viaggiatore non era buono neppure per orientarsi in casa sua. Ma era in vacanza e voleva crederci, anche se la strada si stava facendo sempre più stretta e da asfaltata era diventata sterrata.
Puntualmente la moglie aveva cominciato a brontolare e a buttare giù due o tre argomenti da litigata sostenuta. Lui però aveva deciso di non abboccare: era in vacanza nella tanto desiderata Alaska, pensò, e nessun contrattempo gliel’avrebbe mai potuto rovinare.
La figlia piccola, nel frattempo, aveva manifestato voglia, contemporaneamente, di fare pipì, di mangiare e di dormire. Solo che non poteva dormire se non avesse prima mangiato e non avrebbe mangiato se prima non avesse fatto pipì. La situazione insomma si stava deteriorando, di minuto e minuto; persino il cane Sister stava abbaiando di continuo avendo fiutato aria di nervosismo.
Poi, sulla sua destra, comparve all’improvviso, da dietro le immense fronde di un cedro giallo, un grosso cartello: “ALBERGO CONFORTEVOLE, PREZZI MODICI” e appena sotto, in carattere più piccoli, “VENITE A FARE UN’ESPERIENZA DA BRIVIDO NELLA CITTA’ DEI MORTI.”
«Fico!» gridò subito la bambina indicando il cartello. «Dai papà, andiamoci… deve essere divertente!»
A Frank parve una soluzione insperata. Si stava facendo tardi ed erano stanchi per il lungo viaggio. Inoltre la meta di quel giorno, a questo punto, sembrava d’un tratto irraggiungibile mentre in quell’albergo avrebbero trovato di che mangiare e dormire. L’indomani, a mente serena, avrebbero deciso il da farsi. Guardò la moglie che stranamente si era acquietata: lo interpretò come un segno di via libera.
«Va bene…» disse lui. «Meno male che a Fairbanks non avevamo prenotato; e poi hai ragione, Zoe, magari è un parco a tema e sarà divertente.»
Voltarono così per una stradina laterale che percorsero per alcune miglia fiancheggiando una linea ferroviaria abbandonata. Dopo circa venti minuti arrivarono a una casa tipica della zona, in buono stato; il parcheggio era vuoto.
«Ma perché nostra figlia ha chiamato il cane ‘Sister’ se è un maschio?» chiese lui alla moglie facendo scendere il beagle lanciato all’inseguimento della figlia già corsa via «…gli farà venire delle turbe psichiche…» Ethel lo guardò con sufficienza. Quindi scosse la testa: «Perché forse vuole una sorellina con cui giocare. È così difficile da capire?»
Quando entrarono nell’hotel, la hall era pulita e ordinata, c’era persino un buon profumo di fiori freschi e un’atmosfera accogliente. Ma non c’era nessuno. Aspettarono un po’ e poi Ethel trovò sul bancone del concierge la chiave di una stanza, ben riposta su un cartoncino con su scritto in bella grafia: ‘Siete i benvenuti, vi abbiamo riservato la nostra suite migliore; la cena sarà servita puntualmente alle ore 19.00, nella Sala grande’. La donna raccolse la chiave passando il cartoncino al marito; e, senza dire altro, infilò le scale con in mente solo di fare finalmente una doccia calda.
La stanza era bellissima e spaziosa, con vista sulle White Mountains, che, a quell’ora, viravano su colori aranciati per un tramonto mozzafiato e una luce prepotente. La figlia era eccitata, il cane silenzioso e scodinzolante, la moglie pacatamente svagata dopo la doccia. La giornata sembrava ora volgere al meglio.
Alle 19.00, pieni di aspettative, scesero rumorosamente nella sala principale. C’erano una ventina di tavoli, tutti apparecchiati in modo colorato e invitante; c’era persino una gradevole musica di sottofondo e un odore invitante di cibo. Ma nessuno in giro.
«Vedremo prima o poi qualcuno in questo posto?» fece Frank ispezionando con gli occhi il locale ampio e luminoso.
«Guarda, papà, qui c’è l’hamburger con le patatine fritte che volevo…» disse la bambina additando il tavolo vicino.
«Già», disse la madre sorridendo appena «e c’è anche l’insalata con il formaggio magro che di solito mangio a casa…»
«Allora cosa aspettiamo… ? Sediamoci!» fece lui entusiasta.
«Tutto questo è molto inquietante! Lo sai vero, caro?» fece Ethel guardandosi in giro. «Come mai non c’è nessuno? E come fanno a sapere cosa ci piace?»
«Non essere paranoica, Ethel…» fece lui prendendo una patatina e lanciandosela in bocca «…per una volta che troviamo un servizio di qualità non lamentiamoci… saranno tutti al parco dei divertimenti!»
«Perché? Hai visto che c’è?» fece lei sedendosi con circospezione.
«E perché mai non ci dovrebbe essere? Nella città dei morti…» e pronunciò quest’ultima frase facendo la voce da film horror e ridendo subito dopo.
La tavola era ricolma di cibo e tutti i piatti da loro preferiti erano lì, davanti a loro, appena usciti  dalla cucina.
Una volta saliti di nuovo in camera, senza ancora incontrare nessuno, si addormentarono quasi subito. La stanchezza del viaggio si era fatta sentire di colpo.
C’erano però degli strani rumori nella stanza e svegliarono Ethel nel cuore della notte. O meglio, così le era sembrato di sentire. Per un po’ stette ad ascoltare nel buio. Poi, all’improvviso, accese la luce.
C’erano sei individui accovacciati in cerchio; uno di essi, il più vicino al letto, si girò di scatto verso la donna. Poteva avere un centinaio di anni o forse più; un occhio gli scendeva dall’orbita verso la guancia bucata da parte a parte facendo intravvedere una fila di denti. I capelli erano a ciuffi sul cranio pelato e dal braccio lattiginoso, che terminava in una mano ossuta con cui teneva ben salda la coscia di qualcosa che stava masticando, penzolava carne scura e sfilacciata; e il tipo che la stava squadrando con severità aveva tutta l’aria di essere morto, molto morto. Anche se soffiò con forza nella sua direzione come un grosso gatto impaurito.
«Ma cosa state mangiando?» chiese lei allungando il collo; poi si avvicinò di più. «No, Sister no!»