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Posts Tagged ‘villa’

«Pensi davvero sia ancora una buona idea?»
Il ragazzo pronunciò la frase tenendo un’unghia tra i denti nell’atto di mangiarsela.
«Ci hai ripensato? Possiamo tornarcene a casa quando vuoi…»
«Non so…» fece lui guardando fuori dal finestrino e cercando di nascondere un montante nervosismo. «Non mi sembra più tanto una buona idea…»
«Me lo hai chiesto tu come regalo per i tuoi diciotto anni. Hai detto che volevi finalmente conoscerlo.»
«Sì hai ragione, ‘ma. Però, che faccio? Mi presento e che gli dico? ‘Salve sono tuo figlio, quello di cui non hai mai voluto sapere niente. Che dici, andiamo al cinema per conoscerci meglio?‘»
La madre fermò la macchina in una piazzola sotto dei tigli ombrosi.
«Caro, lo so che è dura…» disse lei accarezzandolo dolcemente. «A volte la vita ci mette davanti a delle prove che dobbiamo superare, soprattutto quando si vuole diventare adulti. Evitare di crescere non si può e prima affrontiamo i problemi e meglio è. Accantonarli è il solo modo per farli diventare insormontabili.»
Lui per un po’ stette zitto. Il frusciare degli alberi entrò nell’abitacolo. L’autunno sembrava alle porte anche se il calendario non la pensava così.
«Hai ragione mamma… andiamo.»
La macchina proseguì entrando dopo qualche via nei quartieri alti. I condomìni spenti e informi avevano ceduto il passo a villette graziose inghirlandate da giardini fioriti e ben tenuti.
«Ecco, siamo arrivati» fece lei accostando.
«Se la passa bene, però, altro che noi!» sbottò il ragazzo dandosi una pacca sul ginocchio.
Lei lo fissò. Non si capì se con aria di rimprovero oppure no.
«È quella villetta là, verde pastello…» fece la madre indicandola con il mento.
I due scesero poco convinti. Il ragazzo avrebbe voluto tanto essere a casa a giocare con la sua adorata PlayStation: trovarsi in quel quartiere lo metteva a disagio. Il cellulare della donna squillò.
«Aspetta, Oliver, devo rispondere, è importante.»
«Va bene, fai pure.»
La madre si immerse nella conversazione. Un paio di volte alzò la voce, ma non si capiva con chi parlasse. La telefonata le prese più tempo di quello che aveva creduto e, quando si voltò, vide la faccia del suo ragazzo che si era fatta cerea.
«Cosa è successo, Tesoro?»
«Niente! Ho visto che la tua telefonata andava per le lunghe e così ho pensato di andare da solo; prima l’affrontavo e meglio era… l’hai detto tu!»
«S-sì caro, hai fatto bene… e com’è andata?»
«Sono andato a suonare alla porta ed è venuto ad aprire proprio mio padre. Per un po’ ci siamo guardati negli occhi senza parlare…»
«E poi?»
«E poi lui mi ha detto ‘Hai bisogno di qualcosa, figliolo?’ E allora, mi sono sbloccato e gli ho detto tutto: che lui era mio padre, che ci aveva abbandonato quand’ero piccolo senza uno straccio di spiegazione, che ora avevo diciotto anni e che lui era un egoista senza cuore…»
«Oh caro, deve essere stato difficile…»
«Sì, molto… anche perché nel frattempo è arrivata sua moglie che ha ascoltato tutto. Si è arrabbiata moltissimo con mio padre e, mentre lui ha cercato di giustificarsi come ha potuto, lei ha cominciato a insultarlo e a picchiarlo in faccia. È stata una scena terribile. Gli ha tirato persino un vaso di fiori in testa…» fece il ragazzo indicando con il pollice alle sue spalle i cocci, i gerani e la terra sparsa per il giardino. «Ben gli sta. Ora mi sento molto meglio: ‘ma, ho fatto la cosa giusta!»
«Lo credo anch’io. Certo che il vaso glielo deve aver scagliato con tanta forza se è arrivato fin qui» osservò lei meravigliata.
«Perché, ‘ma? La casa è questa qui!» disse Oliver additando una porta azzurra su cui campeggiava in giallo il numero civico.»
«Ma Oliver, ti avevo detto che la villetta era verde pastello…»
«Questa infatti ha gli infissi verde pastello, ‘ma!»
«Sì, ma le pareti sono beige… Oliver, la villetta è quella là, con gli infissi bianchi: oh santo cielo, caro, hai suonato alla porta sbagliata!»
«…»
«…»
«È meglio andare ‘ma…»
«Credo anch’io, Tesoro.»

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vecchia finestra«La villa è davvero bella!» esclamò Alvaro facendo scivolare lo sguardo dalla piscina al prato perfettamente rasato. «È anche in ottimo stato e il prezzo contenuto…»
«E consideri che è libero da subito» aggiunse il mediatore soddisfatto di aver potuto far vedere l’immobile in una così bella giornata. «È quel che si dice un affare.»
Poi i due si avvicinarono al SUV con cui erano venuti. Il mediatore stava per accomodarsi al posto di guida quando disse distrattamente: «Ah, dimenticavo… ovviamente c’è la signora Adalgisa».
«La signora Adalgisa?»
«Sì, è una persona molta anziana. Se ne sta tutto il giorno dietro le finestre della cucina dell’edificio di fronte…» Nel pronunciare quelle parole il mediatore la indicò con un cenno impercettibile del viso. Alvaro si girò. Scorse, da dietro i vetri di una finestra, il volto minuto e sgualcito di una donna, una nuvola di capelli viola appoggiata delicatamente alla testa. Alzò la mano per salutarla visto che lei li stava fissando. La donna accennò a un breve sorriso senza scomporsi. «Non le darà fastidio, vedrà» chiarì il mediatore rassicurante. «Dopo un po’ non se ne accorgerà neppure più che lei è lì.»
«Non potrebbe guardare la televisione come fanno tutti?» obiettò Alvaro sedendosi anche lui in macchina.
«Non ce l’ha e non le interessa: sostiene che l’annoia. Trova più interessanti le persone. Purtroppo dorme pochissimo e non c’è modo di schiodarla da quel posto. Non sente ragione.»

Alvaro comprò la villa e con la sua famiglia vi si stabilì con soddisfazione.
Per qualche mese, ogni volta che si trovava nel portico o a bordo piscina, si sentiva sempre sulla nuca lo sguardo inclemente di Adalgisa e quando alzava gli occhi nella sua direzione la vedeva immancabilmente dietro alla finestra. Non faceva neppure il tentativo di distogliere lo sguardo. Osservava e basta. Lo trovava inquietante.
I figli e la moglie si abituarono a quella presenza molto prima di lui. La ‘nonnina portafortuna’, la chiamavano, e ben presto se ne dimenticò anche lui, come aveva detto il mediatore, entrando di diritto a far parte del paesaggio, come il cedro centenario e l’altalena.

Un giorno, di ritorno dalle vacanze, trovarono la villa svaligiata. Avevano portato via quadri, tappeti e finanche la cassaforte.
«È una banda specializzata in furti nelle ville» gli rivelò l’Ispettore venuto per il sopralluogo come se quella notizia dovesse tranquillizzarlo. «Sono organizzati e professionali» precisò con una punta di ammirazione.
Alvaro era sotto shock: non riusciva a capacitarsi che la sua casa fosse stata saccheggiata. «Forse ci potrebbe essere utile Adalgisa…» disse a un certo punto come se a parlare fosse stato però qualcun altro.
«Chi è, la sua governante?»
«No. La signora Adalgisa è quella lì» e la indicò all’Ispettore con lo stesso breve cenno del viso che aveva visto fare al mediatore. La donna era al suo posto, impassibile, marmorea. «Sta sempre là dietro, come un gufo, giorno e notte e potrebbe quindi aver visto qualcosa…»

Dopo neanche mezz’ora l’Ispettore era di ritorno. Aveva la faccia scura.
«E allora?» chiese Alvaro pieno di aspettative.
«Abbiano trovato Adalgisa; era morta. Il medico legale dice che è deceduta da qualche giorno…» Senza aggiunger altro, come se quello fosse stato un saluto di commiato, se ne andò con i suoi uomini.

Trascorse una settimana e l’Ispettore telefonò ad Alvaro.
«Se vuole venire in questura, abbiamo preso la banda delle ville e ritrovata gran parte della refurtiva. Probabilmente qui ci sono anche cose sue.»
«È fantastico!» esclamò lui con fin troppo entusiasmo.
«Tutto merito della sua Adalgisa, sa?» spiegò l’Ispettore. «Siamo ritornati nella sua casa e abbiamo trovato l’incredibile. La signora non si limitava a guardare. Annotava minuziosamente ogni cosa su dei quaderni. Ne abbiamo trovati 452. Erano ordinati per anno, mese e persino per settimana. Tra le tante cose che ha scritto ha riportato il numero di targa di un furgone che per due notti ha sostato nei pressi della sua villa. Adalgisa aveva annotato che, secondo lei, era gente sospetta e non le piaceva per niente. Aveva proprio ragione: erano i ladri venuti a fare il sopralluogo, secondo la loro tecnica collaudata. Siamo riusciti così a risalire a una società e di lì a un’altra società e, incrociando intercettazioni e pedinamenti, indagini e controlli, siamo arrivati alla identificazione dei malviventi. Non ce l’avremmo fatta, però, senza i quaderni di Adalgisa.
«Non ci posso credere…» riuscì solo a dire.
L’Ispettore stava per riattaccare quando aggiunse:
«Ah, senta… lei conosce per caso un certo Marco Bertossi?»
«No, direi proprio di no.»
«Ha un Mercedes 560 sec blu…»
«No no, mi spiace.»
«Lei mercoledì sera va di solito da qualche parte?»
«Sì ad Alvona, per lavoro: ho una ditta anche lì. Parto il pomeriggio e torno il giorno seguente: da qualche anno; perché?»
«Niente, niente… dicevo così per dire. Allora la aspetto.»
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hat_gy
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