Contatto

Alfredo, il farmacista, me lo aveva chiesto per favore. E poi era di strada. No, non mi sarebbe dispiaciuto passare dalla signora Teresa per portarle la medicina. E inoltre non la vedevo da tempo. E così ci andai e quando mi aprì la porta, lo fece con sospetto, perché non mi aveva riconosciuto. Le ricordai chi ero e allora si allargò in un sorriso gioviale tanto da non finire più di abbracciarmi.
«Vieni, entra, che fai lì impalato?»
«Veramente devo scappare, si è fatto tardi…»
«Entra entra e falla finita che ti devo raccontare una cosa…» In pochi minuti mi fece sedere in poltrona, con una tisana al lampone in una mano e i suoi famosi biscotti frollati al cioccolato e cannella nell’altra. Stavo gustando quelle prelibatezze quando si avvicinò con la sedia e mi sussurrò: «Sai, io sono in contatto con Nostro Signore.» Io rimasi con il boccone incastrato tra i molari e la guancia cercando di capire se fosse stata una battuta. «Non fare così. E’ vero, ho novantadue anni, ma non sono rincitrullita come puoi pensare. Dico sul serio. Sono in contatto con Lui da almeno cinquant’anni. Non l’ho mai detto prima perché mi avrebbero fatto un mucchio di storie. Sai com’è la gente di paese. Non mi avrebbero più lasciato in pace. Avrebbero gridato al miracolo e avrei finito per avere la casa piena di preti, suore e pellegrini questuanti.» Mi squadrò per leggere sul volto quello che ne pensavo. Quindi continuò. «Lui comunica con me con quello stipetto…» e indicò un mobile basso con sopra due statuine di Lladrò.
«Comunica?» chiesi.
«Sì, fa apparire degli oggetti, delle cose. Una volta ci ho trovato un rospo che era il suo modo di annunciarmi che la grave siccità sarebbe presto finita e che dovevo quindi preparare le sementi. Un’altra volta ho trovato un guinzaglio per cani e infatti il mattino seguente c’era un bassottino sull’uscio; un’altra ancora c’era una fede nuziale, al che ho capito che avrei incontrato l’uomo della mia vita. Infatti ho conosciuto e sposato Orazio.»
«Beh, gentile…» fu tutto quello che di intelligente mi venne da osservare in quel momento.
«Però a esser sinceri dovrei dire ‘comunicava’, perché sono dodici anni che non mi dice più nulla» disse crucciandosi. «Vale a dire da quando mi sono separata da Orazio. Non sopportavo più quell’uomo. Era diventato geloso in modo insopportabile e ultimamente mi picchiava pure… Ma vieni che ti faccio vedere.» E, alzatasi dalla sedia, si diresse rapida verso il mobiletto. La seguii curioso. Da una catenina che le spariva nel vestito tirò fuori una chiave, la infilò nella serratura e aprì. «Vedi… ora è vuota» disse. E invece dentro c’era una falce. Io mi misi a guardare lei che guardava attonita la falce. Era diventata pallida, forse aveva smesso persino di respirare. «Questo è un pessimo segno» mi disse finalmente dopo un po’ girandosi verso di me. Chiuse le due antine con la chiave a doppia mandata e scrollò la testa agitando la bianca nuvola di capelli. «Vuol dire che il ‘mio’ momento è arrivato e che mi devo preparare…» Divenne seria e cominciò a spingermi verso l’uscita. «Scusami sai, non voglio essere scortese. Ma a questo punto ho un mucchio di cose da fare… e probabilmente non ho neppure tanto tempo.»
Prima di serrare la porta alle mie spalle sentii ancora che borbottava: «per prima cosa devo chiamare padre Terenzio, poi devo lasciare due righe a mia nipote…» Mi trovavo ancora sullo zerbino, frastornato da quanto era appena accaduto, quando Teresa riaprì. Mi prese delicatamente dalle mani la tazzina della tisana che mi ero dimenticato di posare, mi sorrise, e poi disse:
«Ora voglio che la tieni tu»  e mi diede la chiave dello stipetto.