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Ferruccio decise di perdersi tra le vie del centro città. La riunione si sarebbe protratta fino alle 18, ma aveva trovato il modo di uscire prima dalla sala senza dare nell’occhio. Il tema del seminario era risultato piuttosto noioso e i colleghi, con cui per un po’ aveva diviso i lavori della mattinata e il pranzo, ancora di più.
Così ne approfittò per distrarsi e visitare un posto in cui non era mai stato. Forse l’aria della sera avrebbe giovato anche al suo doloroso mal di testa dandogli un po’ di sollievo. Gli avevano diagnosticato tempo addietro una cefalea atipica che con il tempo si sarebbe forse spontaneamente rimessa; a meno di non rientrare in quello 0,001% della popolazione per il quale si sarebbe invece cronicizzata aumentando di intensità; e Ferruccio non si era mai reputato una persona fortunata.
Passando davanti a una farmacia decise allora di comprare un analgesico. Il farmacista, un tipo gioviale e dal piglio disinvolto, grazie anche a un’assenza momentanea di clientela, lo accompagnò sino alla porta del negozio senza smettere di chiacchierare.
«E questa pianta? Cos’è?» chiese Ferruccio, curioso, toccandola. Era un bell’albero proporzionato, di un paio di metri di altezza, che sbucava all’improvviso da un’aiuola a ridosso dell’entrata e il cui tronco, grigio e stropicciato, impediva parzialmente l’ingresso.
«Ora che l’ha toccata le rimarrà sui polpastrelli una sorta di vernice rossa» fece il farmacista ridendo. «Ci vorrà qualche settimana prima che vada via. È per questo che c’è il cartello: ‘NON TOCCARE!’» precisò indicandolo.
«Oh, mi scusi, non l’avevo visto.»
«Non si preoccupi, i turisti che non conoscono la storia, non lo leggono mai… È una delle tante stranezze di questa pianta.»
«Storia? Che storia?»
Il farmacista si guardò in giro come per accertarsi che non fossero entrati nel frattempo clienti e poi raccontò:
«Si narra che, alcuni secoli fa, sia passato in questa via il Santo mentre rientrava al suo romitorio, sorretto da due discepoli. Era stato appena accoltellato a morte da due briganti di strada ed era in fin di vita. Una goccia del suo sangue cadde proprio qui, in questo punto, dove ora c’è l’albero, rimanendovi anche nei mesi successivi tanto che non ci fu né pioggia né sole né vento che fu in grado di cancellarla. Poi, un giorno, su quella minuscola goccia, si è posato un seme e ben presto è germogliata questa pianta, che è risultata peraltro, da studi approfonditi, di specie del tutto sconosciuta. Il giorno in cui il Santo è morto, benché cada di pieno inverno, l’albero fiorisce completamente e il profumo intenso dei suoi fiori si sente a distanza di chilometri. I biologi hanno anche cercato di moltiplicarla o di riprodurre chimicamente il profumo, ma nessuno c’è mai riuscito. Questo è e sarà l’unico esemplare esistente sulla terra.»
«È una bella storia, non c’è che dire…»
«E non è tutto… il giorno in cui fiorisce si dice che a coloro che vengono qui e recitano una preghiera sono rimessi tutti i peccati… e non sono rari pure i miracoli.»

Gli venne in mente proprio questo racconto a Ferruccio quando l’anno successivo tornò per lo stesso seminario in quella stessa città. La data era slittata di qualche settimana sino a quasi combaciare con quella della commemorazione del Santo del giorno successivo. Decise allora di trattenersi.
La mattina dopo, nonostante si fosse alzato abbastanza presto, si accorse che la città era stata invasa da pellegrini. Non c’era modo di muoversi già subito all’uscita dell’albergo. Tutte le strade del centro e soprattutto quella che portava all’Albero del Santo erano gremite di persone che, in ginocchio, pregavano assorte in mezzo alla strada. Avrebbe voluto avvicinarsi di più per vedere la pianta in fiore di cui sentiva peraltro il profumo intenso, ma gli astanti lo avevano squadrato tutti molto male sicché dovette rinunciare. Si appoggiò a un muro e provò a pregare. Ma non era mai stato capace di farlo. Pregava infatti meccanicamente, senza convinzione, distraendosi di continuo. E poi quel mal di testa terribile non lo lasciava in pace.
«E tu ci credi davvero?» si sentì dire d’un tratto, dietro le spalle, con tono canzonatorio.
Ferruccio si voltò. Era un giovane, sui vent’anni, con piercing a una narice e un tatuaggio tribale che si inerpicava su per il collo prendendo parte del mento. Aveva un sguardo duro come di chi è abituato a sfidare tutti i giorni il mondo. Gli occhi erano intensi, penetranti e reclamavano una risposta. Ferruccio ci pensò su. La domanda era davvero importante se ne rese conto in quel momento. Se la ripeté in cuor suo alla ricerca di una risposta sincera. Trascorsero probabilmente alcuni minuti durante i quali non smise mai di fissare gli occhi del suo interlocutore.
«Sì» gli disse infine lui, deciso. «Assolutamente sì.»
Il ragazzo allora gli si avvicinò. Gli mise una mano sul capo. E il mal di testa sparì.
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