Il pianista e il suo Re

Quel giorno il pianista si sentiva davvero in ottima forma. Era in pace con il mondo, la giornata era tiepida, il cielo era blu. Avrebbe composto il concerto del secolo, ne era sicuro. Si tonificò così con una doccia energizzante, fece un’abbondante colazione, si tolse il pigiama e indossò il frac. Quindi si mise di buon grado seduto al pianoforte scrocchiandosi le dita della mani (ma anni dopo, nel narrare questa storia, qualcuno giurerà che si scrocchiò pure quelle dei piedi) chiuse gli occhi per ascoltare la propria anima e, colto da inebriante ispirazione, pose le mani sulla tastiera. Con grande meraviglia dovette constatare però che non si udì il minimo suono. L’uomo ripigiò i tasti con forza. Nulla. Provò a pestare sui pedali e a dare qualche manata sui fianchi del mobile. Niente. Cosa poteva mai essere successo al suo splendido e fido pianoforte? Si alzò dallo sgabello sollevando il coperchio come fosse il cofano di un motore in panne e in quel momento si udì una voce:
«Buongiorno, io sono il Re.»
«Oh, Maestà» fece serio il compositore un po’ sorpreso. «Che ci fa lei lì dentro?»
«Ma che Maestà e Maestà! Io sono il Re, la nota di Re.»
«Mi scusi.»
«Dunque: le parlo a nome anche delle altre note: abbiamo delle lamentele da avanzare. Va da sé che fino a quando non saranno esaudite faremo lo sciopero del silenzio.»
«Che guaio!» sbottò il pianista grattandosi il pizzetto. «Proprio oggi che mi sentivo ispirato. E quali sarebbero queste lamentele? Sentiamo!»
«È presto detto: il Mi è stufo di essere equivocato. Lui è un altruista per temperamento. Non sopporta più di dover dire in continuazione ‘mi, mi, mi…’ come un gretto egoista e vuole cambiare nome.»
«Ma guarda! E come vorrebbe chiamarsi?»
«Ti, che ‘suona’ molto più filantropico. Non trova?»
«Trovo, trovo» rispose il pianista divertito. «E poi?»
«E poi Sol è stanco di non avere amici. Perché mai deve essere sempre stare ‘sol’ senza che nessuno gli faccia mai compagnia? È per questo che vuole chiamarsi Stocontùtt
«Ma davvero?»
«Certo! Inoltre il Fa non ne può più di essere operoso, di fare, fare e fare, senza mai potersene stare un po’ tranquillo. Vuole insomma darsi all’ozio, contenuto, centellinato, con sobrietà, ma ozio. Anche lui desidera quindi cambiare il nome in Fagnént. Il Do inoltre non vuole dare più nulla per cui desidera che lo chiamino Metèngognicos. Il La infine vuole essere Qui e il Si vagheggia di dire finalmente No
«E lei?» domandò il pianista che si era messo comodo con il mento appoggiato a una mano. «Non ha richieste, lei che è il Re?»
«Certamente. Tutti mi prendono in giro con questa storia del Maestà o del Sire o con altre battute simili di pessimo gusto. Proprio come ha fatto lei…»
«Già, è vero. Mi spiace. Non sapevo.»
«E così vorrei chiamarmi più semplicemente Unocometànt
«Unocometànt? Ne è sicuro?»
«Sì, è nelle mie corde. Che c’è di strano?»
«Niente, niente. Quindi, ricapitolando:» fece il pianista sospirando «la scala delle note diverrebbe: Metèngognicos, Unocometànt, Ti, Fagnènt, Stocontùtt, Qui, No
«Esatto! Bello no?»
Il pianista scosse la testa e i lunghi capelli alla Beethoven:
«Guardi che non si può fare. Nessun musicista ci capirebbe più niente, sarebbe il caos. E poi non spetta a me cambiare il nome alle note…»
«Ah no? E con chi devo parlare, allora?»
«Non ne ho idea. Le note sono una convenzione internazionale da tutti accettata. Da sempre. Questa è la musica.»
«E dove posso trovarla questa signora Musica?»
«La musica è dappertutto. Qui come in Australia o in Lapponia e persino nelle foreste vergini dell’Amazzonia.»
«Insomma ha il suo bel da fare, mi par di capire, questa Signora.»
«Credo proprio di sì» fece il compositore allargando le braccia. «Però potreste scriverle una lettera, in musica ovviamente. Magari dolce, romantica e appassionata. Sicuramente su una signora farebbe colpo.»
«È un’idea!» fece entusiasta il Re. «Un’ottima idea.»
«Badate bene, però, che presa com’è dal lavoro, potrebbe anche non rispondervi subito. Voi però insistete.»
«Sì, grazie, mi ha dato proprio una splendida idea.»
«E per lo sciopero?» chiese un po’ preoccupato il pianista «Che si fa?»
«Vedrò di parlare con gli altri. E poi dobbiamo assolutamente scrivere quella lettera e se non la si scrive con le note, come fa a capirla la signora Musica?»
«Infatti, arrivederci allora.»
«Arrivederci.»
Il compositore chiuse pian pianino il coperchio del pianoforte. Attese qualche attimo e poi appoggiò delicatamente le dita sulla tastiera. E compose l’opera più bella di tutta la sua carriera.