Arrivederci. Anche se è un addio

porte di sabbiaVa bene, allora ti lascio andare. Se hai proprio deciso, ti lascerò andare.
Sì, sono sicura che ci hai pensato bene. E poi è nell’ordine naturale delle cose.
Ti ho tenuta in grembo fino a ieri, qui, tra le mie braccia, come una cosa preziosa,
come la cosa più bella del creato.
Sono stata tutto il tuo mondo, il tuo orizzonte, il rifugio dei tuoi sogni.
Ho raccolto i tuoi pianti, i primi gridolini di gioia, le incertezze del vivere e i dubbi dell’esistere; ho visto i tuoi primi sorrisi devastanti e le tenere parole per esprimere meraviglia. E ora, in un attimo, è venuto il momento. Un momento che non è più rimandabile, che non si può più far finta che non verrà.
Ma tutto il passato è stato davvero un istante. Il tempo di un tuono, il tempo di un lampo, un ingannevole attimo in cui mi sono illusa che, nonostante tutto, mi saresti appartenuta per sempre.
E ora cerchi solo di sfuggire al mio sguardo, perché tutto quello che vuoi è abbandonare questo posto il più in fretta possibile.
Il tuo imbarazzo è la mia disperazione, la tua determinazione la mia sconfitta.
Sì, lo capisco, è la maledetta ruota che gira e schiaccia ogni cosa. L’urgenza della vita che si rivolta contro la vita.
Ma vedo che non mi ascolti neppure più, Anima mia.
Pregusti già la tua partenza, la nuova avventura.
Sì, non posso più trattenerti, Tesoro. Va bene, vai, se devi andare, vai.
Fai buon viaggio. E ti dico arrivederci, anche se so che è solo un addio.

E la goccia di pioggia si staccò dalla nube soffice e bigia per cadere poco più in giù sulla terra ostinata.

All’ombra degli alberi

baobab

«Avevi proprio ragione» gli disse Mario stando sulla soglia della camera da letto. «Pensavo mi volessi prendere in giro.»
Philo allungò entrambe le mani su quella scena curiosa come volesse dall’amico una spiegazione. Ma dovette constatare che non ne aveva neppure lui. Poi, siccome lo vedeva starsene a bocca aperta senza riuscire ad aggiungere altro si sentì in dovere di riempire quel silenzio:
«Quando sono tornato dal lavoro era già così. La pianta, da quello che ho potuto notare, guardando sotto il letto, ha bucato la soletta di cemento del pavimento, le doghe del letto, il materasso e le coperte. E sta ancora crescendo…» L’alberello fuoriusciva infatti dal piumino color ghiaccio, steso sul letto matrimoniale come una nuvola: aveva un andamento importante e forte, con un fusto di una ventina di centimetri di diametro; dalla cima aveva appena gettato un ciuffo di rami rigogliosi ricadenti verso il basso.
«Cosa aspetti ad abbatterlo? Che ti arrivi sino al soffitto?»
«Sei matto? Ho fatto una ricerca su internet. Ho scovato il video di un tizio in Sud Africa che ha segato un baobab cresciutogli attraverso la tavola da pranzo. Non l’avesse mai fatto! Dalle radici, divenute più forti dopo la drastica potatura, sono cresciuti tanti polloni che hanno dato vita, a loro volta, ad altrettanti alberi. La foresta di baobab che ne è nata gli ha distrutto la casa.»
«Beh, allora meno male che il tuo è cresciuto solo da un lato del letto, così almeno puoi dormire nell’altro…» e si sforzò di ridere senza riuscirci.
«Il problema, piuttosto, sarà rifarlo, il letto…» fece invece serio Philo scrollando la testa come se dicesse ‘proprio a me doveva capitare’. «Per via delle lenzuola, intendo dire, delle coperte e tutto il resto…»

Passarono alcune settimane da quel giorno. Mario, una sera, andò a trovare nuovamente l’amico.
«Come sta il tuo albero? Ci sono novità?» gli domandò appena lo vide comparire sull’uscio.
«Ha sfondato il soffitto ed è finito in mansarda: se continua così si aprirà un varco sul tetto» gli rispose Philo facendolo accomodare.
«Però mi sembri soddisfatto, o sbaglio?»
«Ma sì, ti dirò, lo trovo molto ecologico e devo ammettere che da quando c’è l’albero dormo molto meglio. Dovresti provare.»
I due amici trascorsero una bella serata insieme, come spesso accadeva. Poi, verso mezzanotte, Philo si alzò dalla poltrona.
«Bene, amico mio, ora scusami ma domani per me è una gran brutta giornata.»
«Sì, lo capisco, figurati, anche per me sarà impegnativa» e si avviò verso la porta.
Mario stava ancora camminando sul vialetto di casa quando Philo si calò in testa un casco da football americano.
«E con quello che ci fai?» gli chiese Mario che si era voltato per salutare l’amico.
«Mi preparo per la notte. Ah… non te l’ho detto? La pianta è una palma. Con questo indosso almeno non rischio che una noce di cocco mi spacchi in due il cranio mentre dormo…»