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Mare di Vetro

tundraAnja aveva una treccia molto lunga, i capelli d’oro e un viso dolcissimo. Nel villaggio di Kemiokj, al limitare della piana gelata di Alghjjönkoo, meglio conosciuta come il Mare di Vetro per la cristallina trasparenza del ghiaccio, tutte le ragazze da marito la invidiavano perché sembrava bella come una dea. La fama della sua bellezza aveva varcato mari e valli e molti giovani, del volgo, nobili e persino Prìncipi, affrontavano di buon grado le lande desolate di quelle terre non solo per chiederla in moglie ma anche solo per vederla. Ma lei non vi badava. Se ne stava tutto il giorno in casa a prendersi cura del suo aspetto e a concedere visita come una regina a chi venisse a trovarla, mentre i fratelli, e soprattutto la sorella minore, dovevano svolgere al suo posto i duri lavori dei campi.
Un giorno, il padre di Anja, stanco di ascoltare le proteste degli altri figli, chiese alla ragazza di andare a prendere l’acqua del pozzo. Anja protestò perché era una lavoro faticoso, perché si sarebbe sciupata le mani e perché, comunque, non ne aveva nessuna voglia. Quella volta il padre s’impuntò e fu irremovibile. Per fortuna era una splendida giornata estiva: una passeggiata con un tempo così non poteva che metterla di buon umore. Raccolse allora la sua treccia, prese il secchio per l’acqua e s’incamminò. Noncurante delle faccende di casa, anziché prendere il sentiero di destra dove c’era il pozzo di famiglia, prese quello di sinistra sotto gli occhi divertiti dei fratelli che la spiavano dalle finestre.
Dopo mezz’ora di cammino, Anja si imbatté in un altro pozzo. Fece fatica ad azionare la sbarra che chiudeva il coperchio ma alla fine riuscì a smuoverla. Si sporse dal parapetto. Il buio là sotto era violento, quasi una cosa viva e ostile che le rovistasse nell’anima. Si ritrasse impaurita; decise di far presto. Cercò la corda e il gancio cui attaccare il secchio, ma non li vide. Si guardò in giro in cerca di aiuto. Tutti quegli uomini sempre attorno ad adorarmi e ora nessuno a rendersi utile. Pensò.
La tundra inospitale si estendeva a perdita d’occhio in ogni direzione. Un gruppo di renne pascolava lontano, allo stato brado. Un corvo dagli occhi bianchi parve per un attimo volersi fermare sul bordo del pozzo mai poi proseguì lanciando un verso acuto. Anja non sapeva che fare: era troppo orgogliosa per tornare a casa con il secchio vuoto. Si stava disperando. Nel voltarsi da un lato e dall’altro, però, la lunga treccia le si sciolse in capo e cadde nel pozzo. Subito cercò di tirarla su, ma non ci riuscì: si doveva essere impigliata. Diede dapprima alcuni lievi strappi tenendola con una mano e poi con più decisione con entrambe. Sapeva che la sua treccia era forte e non si sarebbe sciupata facilmente. Nonostante i reiterati tentativi però non c’era nulla da fare. Poi all’improvviso si sentì tirare i capelli. Le si era attaccato qualcosa. Ben presto gli strattoni diventarono più decisi ed energici. Qualche animale stava salendo dalle profondità del pozzo usando la sua treccia. Anja cominciò a urlare. Qualunque cosa si fosse attaccata era pesante e stava guadagnando la luce del sole. Una contadina, richiamata dalle grida di terrore e intenta poco distante a far fascine, accorse gridando a sua volta:
«Tawanak! Ha liberato Tawanak! Ora ci ucciderà tutti!»
Anja non capiva. «Mi aiuti» le diceva «la scongiuro, mi aiuti.»
Ma la contadina era rimasta impietrita, gli occhi sbarrati sull’apertura del pozzo. Era terrorizzata al solo pensiero di cosa potesse uscire di lì. Il peso avvinghiato ai capelli stava diventando a ogni attimo sempre più insopportabile e, benché Anja stesse rannicchiata sulla balaustra di pietre e fango tenendo la treccia con tutte e due le mani, la sua testa ormai sporgeva pericolosamente verso lo sprofondo. E fu in quel momento che vide due occhi incendiati bucare il buio e avvicinarsi sempre più. Sentì persino un alito caldo e maleodorante che le investì il viso come un sudario.
Un uomo a cavallo che passava di lì si avvicinò rapidamente. Prima ancora che Anja si fosse accorto di lui sguainò la spada e recise d’un sol colpo la spessa treccia della ragazza. L’essere che era aggrappato ai suoi capelli emise un verso rauco e prolungato ricadendo nell’oscurità da dove era venuto. Toccato il fondo fece fuoriuscire un’onda d’acqua impetuosa. L’uomo a cavallo fece in tempo a coprirsi con il mantello, ma Anja fu colpita in pieno volto e alle mani. L’acqua era bollente e la deturpò in modo orribile.
La fama di ragazza bellissima immediatamente cessò in tutto il Paese e oltre confine. Prìncipi e nobili, delusi, fecero ritorno ai loro castelli; la leggenda fu presto dimenticata e nessuno più si ricordò di lei.
Finché una mattina d’inverno Anja si alzò nel cuore della notte; e scalza, con la sola vestaglia indosso, s’avventurò nel Mare di Vetro senza far mai più ritorno.

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