La messa è finita?

vecchia sacrestia

Padre Tommasino sedeva in sacrestia, al tavolo grande, con i paramenti della messa indosso. Il chierichetto stava tardando e lui si era messo a giocare con le ampolline dell’acqua e del vino, mettendole di sbieco. Un paio di volte gli sgusciarono di lato e il vino risciacquò nel contenitore raggiungendo l’orlo senza però fuoriuscire. Teneva la testa accoccolata sulla mano aperta e il braccio sul pianale. Era annoiato. Gli arrivavano le voci sconnesse dei parrocchiani che entravano a uno a uno nella pieve infreddolita trovando sistemazione rumorosa tra le panche. Sorrideva melanconico al ricordo di quando, giovane prete di montagna, era sorretto da una fede incrollabile e da entusiasmi granitici che gli facevano sopportare ogni fatica e contrarietà. Ora invece non capiva più perché fosse lì, perché fosse vestito in quel modo, perché non fosse al lago a pescar rane. Gli sembrava che tutti recitassero una parte, che ogni cosa fosse finta, forzata, inutile. La fede, una bella mattina, lo aveva abbandonato come una puerpera isterica, stanca delle sue continue lamentele. Forse era stato quel sogno terribile che aveva fatto durante la notte precedente, forse stava leggendo troppi libri da mangiacristiani o forse semplicemente perché doveva andare così.
Arrivò Carletto, trafelato.
«Togliti il cappello» lo redarguì subito quando lo vide entrare.
«Mi scusi padre, ma…»
«Sì, sì, me lo dirai un’altra volta, ora sbrigati.»
Il ragazzo si cavò il cappello gettandolo su una sedia e tirò fuori la veste bianca da un cassetto; afferrò il vassoio con le ampolline facendole tintinnare, quindi guardò il prete in attesa di un cenno per avviarsi. La veste bianca era al rovescio e l’ampollina dell’acqua era pressoché vuota. Don Tommasino alzò gli occhi al cielo e si diresse verso l’entrata del transetto.
Erano mesi che chiedeva in cuor suo, perché oramai non pregava neppure più, che il Signore gli desse un segno; no, non della sua presenza, per carità, no: sapeva che quello sarebbe stato fin troppo per un prete ruspante come lui; gli sarebbe bastato qualcosa di meno impegnativo, di più semplice, giusto solo per recuperare un po’ di fiducia e tirare avanti ancora qualche anno.
Celebrò la messa nel suo solito modo. Troppo di furia, svogliatamente, biascicando parole  incomprensibili finanche a Carletto che gli stava vicino. Quando poi all’eucarestia alzò l’ostia al cielo la mise controluce nel triangolo di sole che sforbiciava dal rosone. La scrutò a lungo, in trasparenza, come volesse intravedere qualcosa, un riflesso, un’imperfezione, la verità. Stette così a lungo in quella posizione che l’anziana signora, in ginocchio davanti a lui per ricevere la particola, ritirò la lingua rugosa nella bocca secca, guardandolo in modo interrogativo. Ma a don Tommasino era venuto un groppo in gola. Sì aveva capito. Non ci sarebbe stato mai nessun segno, né ora né in futuro. E aveva deciso: quella sarebbe stata la sua ultima messa: non avrebbe potuto più mentire a se stesso, né ai sui parrocchiani. Con le lacrime agli occhi baciò l’altare e rialzandosi benedisse i fedeli.
«La messa è finita, andate in pace» disse quasi tra sé e sé.
Il quel mentre gli vibrò il cellulare nella tasca. Ma aspettò di essere in sacrestia per leggere il messaggio. C’era scritto: ‘RENDIAMO GRAZIE A ME’.

Guede

Il bambino era seduto sul letto della sua cameretta, i piedi a ciondoloni.
«Ma tu, Guede, sei contento di essere il mio Amico Immaginario?» domandò tappandosi un poco le orecchie quasi avesse paura di sentire la risposta.
Guede, abbandonato sulla poltrona, aveva un’espressione assorta; il viso, piccolo e storto, sul quale erano montate festose orecchie a sventola, era avvitato su un corpo esile, da cui si dipartivano inaspettatamente braccia e gambe lunghe e sproporzionate. «Ehi, parlo con te, perché non mi rispondi?»
«Tua madre ieri mi ha visto mentre aprivo il frigo…»
«Ti ha visto? Come sarebbe a dire ti ha visto? Ma se sei invisibile, agli altri dico…»
«Appunto, non lo sono più. Mi spiace, Michelino, non sono più ‘Immaginario’.»
Il bambino aveva gli occhi sbarrati, le mani appoggiate sulle guance, non ci poteva credere. I conti non gli tornavano, chiese:
«Se non ti ho immaginato io, allora da dove sbuchi?»
«Anni fa mi avevano mandato ad aiutare un bambino che abitava qui accanto. Mi sono confuso con gli indirizzi e sono venuto da te. Senza il mio aiuto, il bambino purtroppo è morto e, visto che non mi volevano più indietro, avendola combinata grossa, sono rimasto da te.»
Si fece silenzio tra i due, il bambino era rimasto senza parole.
«Sei venuto da me per caso?»
Guede annuì guardando fuori dalla finestra imbarazzato.
«Non è che sei un Angelo, vero?»
Guede annuì ancora una volta. «Il mio vero nome è Hanatenah e vengo dal Quarto Cielo. Se sono diventato visibile…» continuò a confessarsi «allora vuol dire che dovrò lasciarti.»
«Non puoi farlo» protestò Michelino allungando la mano come per trattenerlo. «Noi siamo amici… io, io ti voglio bene»
«Lo so, ma ora tu sei grande…»
«Troppo grande per avere amici?»
«Troppo grande per avere Amici Immaginari o avere un Angelo Custode»
«Ho capito.»
Guede a quel punto si alzò. Le sue braccia sembravano toccare terra. Avrebbe voluto avvicinarsi al bambino per abbracciarlo un’ultima volta, ma vide che la madre stava seguendo la scena, immobile, dal corridoio, e rinunciò.
«Potresti diventare l’Amico Immaginario di quale altro bambino del quartiere» insistette Michelino con un filo di speranza «in questo modo potremmo incontrarci ancora, magari per caso, non si sa mai.»
«E’ vero, ma allora diventerei invisibile anche a te…»
«Non importa, saprò che ci sei.»
«Va bene, allora chiedo in giro…»
Poi il bambino si mise a piangere e Guede se ne andò senza far rumore.