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Posts Tagged ‘dolore’

GaltellìIl dolore all’anca si stava riacutizzando. Ogni tanto una fitta lancinante lo scuoteva violentemente tanto da dover decelerare per non correre il rischio di perdere il controllo del mezzo. Arturo si rimproverò di aver dimenticato gli antidolorifici a casa: ma come poteva immaginare che il disturbo, dopo tanti giorni, sarebbe tornato? No, non avrebbe resistito a lungo. E dire che quella sarebbe stata anche una giornata di lavoro molto impegnativa… un bel guaio, pensò.
Al primo casello autostradale, uscì. Aveva bisogno di una farmacia. E la strada subito precipitò giù tra i fianchi stretti di una collina che pareva aprirsi all’ultimo momento al suo passaggio. Dopo una curva a gomito fu abbagliato dalla lucentezza del mare che dal verde azzurro della costa prendeva il blu cupo del cielo man mano che cercava di raggiungere vanamente l’orizzonte. Fece ancora alcune curve, da ottovolante, per poi ritrovarsi lungo un viale alberato che, senza altre deviazioni, lo condusse dritto dritto nella piazza del paese quasi fosse stato la pallina di un flipper. E lì c’era la farmacia. Sono fortunato, si disse.
Appena sceso dalla macchina vide sulla destra una costruzione molto particolare. Era avveniristica, colorata, avrebbe detto persino invitante. Si avvicinò incuriosito. Appena fu dentro capì che era una chiesa, anche se dell’edificio religioso aveva ben poco se non fosse stato per l’altare in legno massiccio al centro della sala circolare. L’atmosfera era intima, irreale, quasi magica. L’architetto aveva dato sfogo più alle sue fantasie che alle esigenze di praticità del luogo: le panche dei fedeli erano sistemate ad anfiteatro e vi erano pulpiti dalle linee stilistiche sorprendenti abbarbicati alle colonne a mo’ di nidi d’aquila, raggiungibili con scale a chiocciola incastonate nelle colonne collegate tra loro da ponti sospesi nel vuoto: un enorme presepio faceva bella mostra di sé pendendo a stalattite dal soffitto mentre le pareti erano formate da variopinte vetrate istoriate che cambiavano colore e forma ad ogni istante.
«Bello, vero?» si sentì chiedere alle spalle. Era un prete, con tanto di tonaca e un largo sorriso sul volto.
«Diciamo di sì, padre, diciamo che è molto suggestivo e anche piuttosto inusuale. Non ho mai visto nulla di simile. Sembra una chiesa del futuro.»
«È proprio così, sa? Ha indovinato.»
I due si guardarono ancora in giro, come per cogliere ulteriori particolari che confermassero quel giudizio.
«A chi è dedicata?» domandò Arturo.
«A San Teofrasio da Capaglossa.»
«Mai sentito…» ribatté lui senza pensarci; ma, accorgendosi della faccia del prete, aggiunse: «oh, mi scusi e che, dopo tutto, non sono granché come credente e…»
«Non si preoccupi, non c’è nulla di male… e poi… e poi non l’ha mai sentito nominare perché ancora non è nato!»
«Non ho capito» disse Arturo sbalordito.
«Invece ha capito benissimo. San Teofrasio da Capaglossa nascerà tra una trentina d’anni. Trentadue anni, tre mesi, ventiquattro giorni, nove ore e una manciata di minuti, per l’esattezza, com’è riportato, del resto, sul quel display». Siccome Arturo non accennava a chiudere la bocca il prete proseguì: «i Guglielmini Malpighi, una famiglia molto abbiente del posto, avevano fatto un voto: se la loro figliola fosse guarita dalla grave malattia che l’aveva colpita avrebbero fatto edificare una chiesa. La bambina poi guarì e al papà apparve in sogno Teofrasio che gli spiegò come doveva essere la chiesa, raccontandogli anche quella che sarebbe stata la sua prossima vita terrena e, soprattutto, i suoi miracoli, quelli già anticipati e quelli futuri. Che poi sono tutti quelli raffigurati sulle vetrate che può notare qui intorno.»
Arturo non riusciva a dir nulla.
«Non ci crede, vero?» lo incalzò il prete. «Lo posso capire… eppure quando è entrato qui aveva un’anca che le doleva molto e stava vistosamente zoppicando…»
Arturo si ricordò solo in quel momento la ragione per la quale aveva fatto sosta in quel paese; si guardò addosso come se l’assenza totale di quel dolore fosse un qualcosa di materiale che avesse realmente perso. Era vero: stava molto meglio e, per la verità, erano anche anni che non si sentiva così bene.
«Guardi, guardi bene su quella vetrata» fece il prete mostrandola alla sua destra: «c’è anche lei lassù…»

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