Irriverenze

Il corridoio era vuoto ,l’intero palazzo era vuoto. Benché fosse il Direttore generale con trent’anni di lavoro sulla fronte era l’unico a rimanere fino a tardi. Del resto se non ci pensava lui all’azienda chi avrebbe dovuto farlo? Inserì la chiave nel quadro per abilitare l’ascensore privato che si aprì morbido davanti a lui come un caldo abraccio materno. Gli era sempre piaciuto il soffuso ‘din-don’ che lo invitava ad accomodarsi e quello specchio enorme in cui ogni mattina quando entrava in ufficio e ogni sera quando ne usciva poteva contemplarsi. Era ancora un bell’uomo. Massiccio, le spalle larghe anche se forse un po’ curve, ma alto, con la barba a nascondere i lineamenti docili e vagamente orientali. Ogni particolare suggeriva volitività, ricchezza, potere. Mentre la cabina andava giù ‘provò’ allo specchio il suo sguardo gelido, quello che riusciva a smontare le agguerrite resistenze degli avversari e dei suoi sottoposti più reattivi. Provò la sua collaudata espressione di sufficienza mista a scherno che umiliava e faceva sentire insignificanti i commessi, i fattorini, la sua minuscola segretaria. Sì, era insopportabile e questo pensiero gli disegnò una linea di sorriso. Si avvicinò allo specchio per vedersi meglio: volle farsi persino la linguaccia, giusto per provare cosa mai lui avrebbe potuto provare se qualcuno avesse osato tanto. Ma subito l’immagine riflessa protese nella sua direzione due robuste mani prendendolo per il collo. Che strinsero e strinsero. Cercò di liberarsi divincolandosi, ma la presa lo attanagliava così soverchiante da alzarlo da terra e farlo sembrare un attaccapanni cui erano stati appesi vestiti vuoti. Sputò il mezzo sigaro che rimbalzò nello specchio mentre le unghie delle dita stavano affondando nella pelle grigia di barba come in una crema. Da paonazzo era diventato pallido, gli occhi stralunati, sbarrati, giganteschi. L’ascensore arrivò al piano e un ‘din-don’ appena soffiato aprì le porte. Le braccia lo mollarono e lui finì pesantemente sul pavimento. Si trascinò sugli avambracci senza fiato e senza sentire più le gambe. L’androne era vuoto, l’intero maledetto palazzo era vuoto. Appoggiò la schiena al muro slacciandosi i primi bottoni della camicia e la cravatta, per respirare. Il vicino campanile batté lentamente le ore.