Yuk

clownQuando Al’vian arrivò sul piazzale del supermercato frenò delicatamente. A quell’ora, l’ampio parcheggio era pressoché vuoto. Aveva viaggiato tutta la notte per poter raggiungere il gruppo ma non era riuscito a recuperare il tempo perduto per far curare Yuk dal veterinario; era arrivato però il momento di mettere qualcosa nello stomaco. Scese dalla cabina e aprì gli sportelli del furgone.
«È vero che te ne rimarrai buono buono qui mentre io vado a prendere qualcosa da mangiare anche per te?» Yuk lo squadrò incuriosito e, per tutta risposta, gli si avvicinò strofinandogli il muso sul petto e sotto l’ascella, come faceva sempre quando voleva qualcosa. «No, non ti posso portare con me, non sono ammessi gli animali nei supermercati. Dovresti saperlo.» Yuk fece gli occhi grandi e acquosi, abbassando le orecchie. «Sei proprio un furfante» gli disse Al’vian facendolo scendere. ‘Ma sì’, pensò, ‘dopo tutto cosa sarà mai’.
Appena le porte scorrevoli del market si aprirono lo accolse un strano silenzio ovattato. ‘Che sia ancora chiuso?’ si domandò. Poi si guardò attorno. La linea delle casse era vuota ma alcune commesse erano intente, lontano da lì, a sistemare la merce sui bancali. Non l’avrebbero notato. Al’vian si fece coraggio.
«Andiamo, testone, guarda cosa mi fai fare…» gli disse tirandolo appena per il guinzaglio verso i bagni. Nel breve tragitto che lo separava dalle toilette afferrò della frutta e della verdura su un bancone e le cacciò in tasca.
«Non mi guardare, così» gli disse «poi ti porto qualcosa che ti possa piacere, te lo prometto, per ora accontentati.» Si infilò nella sala e alloggiò Yuk all’interno di uno dei bagni con la porta sistemandogli il cibo sul pavimento piastrellato.
«Stai fermo qui. Hai capito? Torno fra cinque minuti, dieci al massimo.»
Yuk si lasciò chiudere accovacciandosi rassegnato. Al’vian prese il carrello e accelerò il passo. Cercò di farsi venire in mente ciò di cui aveva bisogno. Non si sarebbero più fermati se non nel tardo pomeriggio quando avrebbero raggiunto gli altri, ad Alvona, giusto in tempo per lo spettacolo della sera; e un pagliaccio, a digiuno dal giorno prima, non ha voglia di far ridere nessuno.
Nel frattempo, facevano ingresso nel supermercato Arturo e Clelia, con, al seguito, la madre di lui, la signora Aldina, che cercava di tenere il passo. Stavano per entrare quando l’anziana signora si fermò lentamente come un trabiccolo a motore che avesse finito la benzina. Era pallida.
«Devo andare in bagno…» balbettò.
Arturo si sentì gelare. «Come? Qui? Ora?»
«Sì. Qui, ora» ripeté la signora Aldina facendo il verso al figlio per rivendicare la libertà di poter fare i bisogni quando era il momento. Arturo si voltò verso la moglie.
«Ci pensi tu, cara?»
«Io? Non ci penso davvero! Io me ne occupo, e non dovrei (visto che la madre è tua), quando è in casa e solo perché tu faresti dei disastri… ma, fuori, il divertimento è tutto tuo, cocco. Per questo ti raccomando sempre di fargliela fare prima che esca…» disse sorridendo per la sua logica inappuntabile.
«Quando siamo usciti ha detto che non le scappava…» cercò di rimediare Arturo.
«Non mi interessa» fece lei irremovibile «e vediamo di far presto…» e sottolineò la frase cominciando a battere il piede per terra come se stesse tenendo il tempo per una mazurka indiavolata.
Arturo guardò la madre e poi ancora la moglie e poi ancora la madre.
«Almeno il pannolone glielo hai messo?» domandò Clelia certa della risposta.
«Sono capace benissimo di fare da sola» protestò la signora Aldina con disappunto, ma poco convinta.
«Va bene, vieni…» disse lui prendendola per mano e portandola verso i bagni. «Senti, mamma…» le chiese guardandola di sottecchi «devi fare quella piccola o quella grossa…».
La signora Aldina sbuffò e poi rispose: «Quella grossa!»
Ecco, tutte le fortune!’ pensò lui.
Arrivati all’ingresso della toilette la donna si sganciò improvvisamente dalla mano del figlio. «Non voglio essere di peso a nessuno, faccio da sola…» fece stizzita.
«Sei sicura mamma?» Aldina non rispose e sparì dentro la sala.
Arturo si sentì sollevato, ma dopo pochi secondi la vide ritornare.
«Cosa è successo, mamma? È occupato?» L’anziana signora guardava a terra, visibilmente imbarazzata. Fece di no con la testa. «Cos’è successo? Rispondi! Ti senti male?» incalzò preoccupato scuotendola per le braccia.
«No no, è che me la sono fatta addosso.»
Arturo si sentì morire. Pensava già a quante gliene avrebbe dette la moglie.
«Non è colpa mia, però!» cercò di giustificarsi lei, mortificata. «Ho avuto paura! Non ci crederai… ma di là, nel bagno, c’è un orso alto due metri che si sta mangiando una carota.»