I cavalli di Ippòmaco

Vicino al porto di Zea, in un pomeriggio di vento che sapeva di sale e di merce in partenza, Ippòmaco vide arrivare una biga trainata da due cavalli magnifici.
Uno era bianco come il marmo. L’altro era nero come il cielo in un giorno di tempesta.
L’uomo che conduceva la biga fermò gli animali accanto a lui.
«Devo imbarcarmi su una trireme prima del tramonto» disse. «Non posso portare con me né biga né cavalli. Se li vuoi, te li cedo per una cifra modesta. Troviamo un accordo».
Ippòmaco rimase senza parole.
Fin da bambino aveva sognato di possedere una biga e dei cavalli simili. Un biga da gran signore. Gli si illuminò lo sguardo. Era un segno mandatogli dagli dèi. Pagò senza contrattare.
L’uomo incassò il denaro, sorrise e gli consegnò le redini.
Prima di andarsene aggiunse:
«Non scoraggiarti alle prime difficoltà».
Ippòmaco voleva saperne di più ma lui scomparve tra la folla del porto. Accarezzò i cavalli, ispezionò la biga. Era in ottimo stato. Aveva fatto un vero affare. Salì felice sulla biga e schioccò la lingua per far muovere i cavalli.
I cavalli ubbidirono.
Dopo pochi passi capì però che qualcosa non andava.
La biga sobbalzava. Il cavallo bianco tendeva continuamente a impennarsi, come se volesse sollevarsi da terra. Quello nero, invece, abbassava il collo e cercava di deviare verso ogni fossato o pendio che incontrasse.
L’uno tirava in alto.
L’altro in basso.
Dopo un’ora Ippòmaco aveva le braccia doloranti e il volto coperto di polvere.
«Così non funzionerà mai», si disse, convinto di essere stato imbrogliato. Sono cavalli difettosi, mal addestrati.
Per diversi giorni tentò di risolvere il problema senza successo.
Provò a frenare il cavallo bianco con una bardatura più stretta. Peggiorò. Provò ad agevolare quello nero con finimenti più lenti. Peggiorò ugualmente.
Alla fine, si convinse che il difetto fosse per il fatto che gli animali non fossero dello stesso colore di mantello
Andò allora da Menestèo, il più celebre allevatore dell’Attica. Nei suoi recinti pascolavano cavalli famosi in tutta la Grecia.
«Vendimi un cavallo bianco» disse Ippòmaco. «Oppure uno nero. Mi basta sostituirne uno alla mia biga».
Menestèo scosse la testa.
«Non vendo cavalli singoli, mi spiace».
«Perché?»
L’allevatore sorrise.
«Perché i miei cavalli sono da biga, crescono insieme, lavorano insieme. Non saprei cosa farmene di quello che mi rimane».
Ippòmaco fece le sue rimostranze.
«Anche i cavalli della tua biga sono miei, li riconosco. Quei cavalli non possono fare a meno l’uno dell’altro».
Ippòmaco giudicò quella risposta priva di senso e, indispettito, tornò a casa più scontento di prima.
Quella notte prese una decisione.
Scavalcò il recinto dell’allevamento di Menestèo e rubò un cavallo bianco. Poi staccò dalla propria biga il cavallo nero e lo lasciò libero nelle campagne.
«Adesso sì che andrà bene. I cavalli sono uguali, non rivaleggeranno fra loro, staranno più tranquilli».
Quando tornò alla biga, però, si fermò di colpo.
Davanti a lui c’erano ancora un cavallo bianco e uno nero. Esattamente come prima. Aveva rubato il bianco di Menestèo e lasciato libero il suo nero, ma nella oscurità e nella fretta non si era accorto dell’errore: aveva liberato quello bianco e lasciato nella stalla quello nero.
Inoltre, la biga sembrava diventata pesante come una nave arenata. I cavalli faticavano persino a trascinarla. La situazione, se solo fosse stata possibile, era anche peggiorata.
Mentre Ippòmaco si disperava per la sua cattiva sorte, comparve sulla strada il vecchio filosofo Callìcle. Aveva il mantello logoro e il passo lento. Osservò la biga. Osservò i cavalli e gli chiese:
«Perché fai tanta fatica?»
Lui raccontò ogni cosa. Anche il furto del cavallo bianco.
Callìcle annuì.
«La biga è pesante perché stai trasportando qualcosa che pesa più del legno».
«Che cosa?»
«La tua colpa».
Ippòmaco abbassò lo sguardo.
«Restituisci il cavallo. Fai la cosa giusta. O gli dèi ti puniranno».
Quella notte stessa obbedì. Riportò il cavallo rubato nei recinti di Menestèo.
Quando tornò, trovò il suo cavallo nero, quello che aveva abbandonato nella campagna. Era lì ad aspettarlo. Docile. Paziente. Come se non se ne fosse mai andato. Era tornato là dove c’era l’odore della sua biga e del suo compagno da cui non riusciva a separarsi. Menestèo aveva ragione.
Constatò inoltre che la biga era di nuovo leggera ma continuava ad andare a sobbalzi.
Passarono alcuni giorni. Poi Ippòmaco incontrò nuovamente Callìcle nell’agorà.
«I tuoi consigli non sono bastati, vecchio» disse. «I cavalli litigano ancora».
«Davvero?» domandò il filosofo.
«Davvero».
«Chi stava guidando?»
«Stavo guidando io la biga» rispose perplesso. «Ma che domande fai?»
«No. Chi stava guidando?»
Ippòmaco non seppe rispondere. Non capiva.
Callìcle si avvicinò al cavallo bianco. Gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Poi fece lo stesso con quello nero. I cavalli nitrirono entrambi.
«Che cosa gli hai detto?» chiese Ippòmaco sospettoso.
«Nulla che non sapessero già».
«Non ti capisco, vecchio».
«Ho detto a quello bianco, che vuole sempre volare, che in realtà non ha ali. All’altro, che cerca di sprofondare, che ne ha due, bellissime, anche se non si vedono. Adesso nessuno dei due ha più nulla da dimostrare a te e a sé stesso».
«Sei proprio strano, vecchio. Ma dimmi: e ora la biga andrà bene?»
«Ora devi tenere le bene redini e guidare i cavalli. Questi sono cavalli importanti: hanno bisogno di una guida sicura non di essere lasciati a sé stessi».
Poi il filosofo fece il gesto di chiedere le redini.
Ippòmaco gliele porse.
Callìcle salì sulla biga. Non tirò le redini con forza, le tenne in equilibrio tra l’essere appena tese sul fianco ma anche libere, perché i cavalli le sentissero senza temerle. Schioccò la lingua.
I cavalli partirono al galoppo. Fluidi. Perfettamente coordinati. Come se avessero sempre saputo cosa fare e come farlo.
Ippòmaco li guardò allontanarsi. La polvere si sollevò in fretta e poi ricadde lenta, nell’aria ferma del pomeriggio. L’uomo rimase incredulo davanti a quella scena. Il vecchio lo aveva derubato, a sua volta.
Ma poi sentì il galoppo tornare alle sue spalle.
Callìcle arrestò la biga davanti a lui. Scese.
Restituì le redini.
«Hai visto?» gli disse il vecchio.
«Sì, ho visto».
«Non erano i cavalli il problema».
«No? Allora qual era?»
Il vecchio sorrise.
«Tu continuavi a chiederti quale cavallo eliminare senza chiederti quale auriga diventare».
Poi il filosofo riprese il suo cammino.
Ippòmaco rimase a lungo fermo, accanto ai suoi cavalli.
Anche il vecchio aveva ragione.
Essere auriga non significa solo avere i cavalli, vuol dire anche avere la volontà di saperli gestire, con il loro carattere e la loro esuberanza.
Poi salì sulla biga.
Partì piano.
E poi sempre più veloce.

Ciao, sono Oreste

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E allora?

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