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Posts Tagged ‘capo ufficio’

Piero ci stava pensando da diverso tempo senza però mai decidersi. Poi sotto le feste si buttò: invitò a casa sua il suo capo ufficio.
Pieno di sé, rimasto per scelta signorino, sui settant’anni ben portati ed ex paracadutista dei Corpi Speciali, il Comm. Luigi Binetti Cavalcanti si presentò puntuale e sull’attenti alla porta d’ingresso abbracciato a un vaso di fiori. Si trattava di un’orchidea, a suo dire, speciale, originaria del Madagascar orientale, di cui si mise a magnificare, ancora sulla soglia dell’appartamento, le caratteristiche culturali e antropologiche delle radici. Piero capì che sarebbe stata una lunga serata.
Per fortuna la moglie di Piero, Marta, anche se nel privato era scorbutica e scostante, aveva tuttavia uno spiccato senso dell’ospitalità e sapeva cucinare davvero bene, sicché era sulla vantata competenza gastronomica del Commendatore che lui aveva intenzione di fare breccia.
La serata, nonostante i timori, scivolò via piacevole, ben al di sopra delle aspettative, a parte le prolusioni infinite e pedanti di Binetti Cavalcanti che, mostrandosi tuttologo tra i tuttologi, aveva avuto modo di dire la sua su qualunque argomento fosse stato portato alla sua attenzione, dal tipo di pannolino più performante da utilizzare per il cambio del bebè in viaggio alla forma attuale di governo nel Kirghizistan, dalla ricerca sui dinosauri anfibi del piccolo Martino, figlio di Piero, alle imminenti elezioni politiche nel nostro Paese. Il tutto condito con aneddoti, ricordi personali e persino barzellette.
«Mi compiaccio davvero molto…» disse a un certo punto della serata il Commendatore che, anziché pulirsi i baffetti con il tovagliolo, li tamponava con leggeri e rapidi colpetti. «…Le confesso che avevo nutrito qualche perplessità verso di lei quando mi formulò il suo invito…» e lasciò la frase a metà per osservare l’effetto che stava facendo. «Mi aspettavo infatti che mi invitasse molto prima, a ridosso insomma della sua promozione…» continuò con aria indisponente. «Spero tanto di non aver sbagliato preferendola al promettente Egidio Delli Rossi, quello delle Risorse Umane.»
«Ma no, Commendatore, saprò sicuramente essere all’altezza dei miei nuovi compiti e della Sua fiducia. Le assicuro che non mi sono permesso di invitarLa prima solo per il fatto che non sapevo se avrebbe gradito o no…»
«Caro Pellegatti…»
«Pelagatti, Commendatore, Pelagatti.»
«Sì sì, Pelagatti, certo… (ma che razza di cognome!) le faccio notare che un buon dirigente sa sempre come comportarsi con i suoi superiori, quando cioè fare dell’onesto e sano zerbinaggio e quando no; come del resto sa, parimenti molto bene, quando essere spietato o caritatevole nei confronti dei propri inferiori. Fa parte del curriculum di base della leadership, sa? ed Egidio Delli Rossi, a essere sinceri, non avrebbe certo esitato, mentre lei invece mi tituba…»
«Non titubo, Commendatore, non titubo, sono solo prudente…»
«Prudentemente titubante direi… comunque, nonostante le mie sopravvenute e ahimè tardive riserve, devo farle i miei complimenti: ha una bella casa, una bellissima famiglia e una moglie stupenda, che sa pure cucinare e, di questi tempi…»
Piero si stava godendo i complimenti con un abbozzo di garbato sorriso sulle labbra. Quando udì un:
«Anche se…»
Piero raggelò.
«…desidero rilevare per vero…» e il Commendatore sparò un indice ossuto e nervoso in direzione del soffitto «…che questo frastuono che proviene dall’appartamento sovrastante, e che non ha mai smesso un attimo da più di due ore, è davvero tedioso…»
«È sempre così, Commendatore, dalla mattina alla sera e persino la notte… non c’è nulla da fare, sono davvero mortificato.»
«Come non c’è nulla da fare, Pellegatti? Ridono, urlano, la musica è a tutto volume… e lei non può reagire? Macchediamine! Occorre farsi rispettare, sa? Perdio!» disse sbattendo un pugno sulla tavola che fece sobbalzare i bicchieri. «Un buon leader sa come fare… probabilmente Egidio Delli Rossi delle Risorse Umane avrebbe…»
«Commendatore» tagliò corto Piero «ho provato di tutto, mi creda; ho portato la questione all’attenzione dell’assemblea condominiale, dell’assessorato competente e persino dei Vigili del Fuoco… nulla…»
«Ha provato a parlarne direttamente con loro, con gli occupanti dell’immobile sovrastante?»
«No.»
«Come no? Il contatto diretto è tutto al giorno d’oggi: bisogna saper dialogare, mediare, negoziare… sono le qualità fondanti di una leadership strategica, sa? Le faccio vedere io come si fa…»
«Ma dove va, Commendatore… lasci perdere, torni qui, la scongiuro…»
«Lei non sa Pellegatti cosa possano fare poche parole, ma ben dette… il Prefetto è stato mio allievo, il Comandante della Polizia Municipale è mio cugino, per tacere del Commissario Capo della Polizia che è l’amante di mia sorella… ne verremo a una… glielo garantisco… bisogna avere le palle… eccheccaz…» e uscì come una furia dalla porta di casa.
Piero si mise sulla soglia ad aspettarlo, le mani giunte raccolte davanti a sé, il capo chino. Sembrava un condannato che aspettasse l’estrema unzione.
Dopo qualche minuto il Commendatore tornò. Era pallido e guardava Piero senza riuscire a parlare. Piero si mise di lato per farlo entrare. Binetti Cavalcanti fece lentamente due passi all’interno del corridoio, poi si girò:
«Ma non c’è nessuno al piano superiore, sopra, intendo dire (l’indice ora era curvo, a uncino). Lei è già all’ultimo piano. C’è solo il tetto. Com’è possibile?»
«Lo so, Commendatore, lo so. Non è spiegabile… ma è così. Comunque grazie per il suo interessamento. Neppure Delli Rossi avrebbe potuto fare di meglio.»

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Era appena passato mezzogiorno quando Gunz, ancora a letto, ricevette la telefonata.
Era il capo: voleva ‘prima di subito’, via fax, la relazione sulla fusione Mendell/Birchen-Olegg di cui lui si era occupato. ‘Era domenica’ aveva cercato di far notare stirandosi nel suo pigiama fantasia ‘e poi non ho neppure il fax a casa’ precisò puntuale come se quella dovesse essere l’obiezione decisiva. ‘Un buon impiegato, si dota sempre degli strumenti più adatti, ovunque si trovi, soprattutto quando è affezionato al suo lavoro’ aveva sentito rispondere dall’altra parte. Gunz si sentiva preso in fallo: non l’aveva neppure terminata quella relazione nonostante le rassicurazioni date: era ancora lì, a metà, nel pc del suo ufficio. Non vide alternative. Era già in rotta con il capo che forse aspettava proprio quel pretesto per licenziarlo. Masticando amaro si vestì, si fece mezz’ora di macchina in una città vuota e incendiata di luce e arrivò al quarantaquattresimo piano della Tower Masterson. Era impressionante quella sala infinita, senza nessuno che vi lavorasse. Il silenzio era innaturale tanto che pareva vi fosse stata un’evacuazione improvvisa. Ovunque vi erano computer accesi, postazioni di lavoro ingombre di carte, fascicoli sbilenchi con sopra persino resti di pranzi. Terminò la relazione, poi la stampò. Ma fu a quel punto che il pc parve incepparsi. Gunz perse la pazienza, era contrariato, pieno di livore per il suo capo e per quel lavoro alienante. Cominciò a prendere a pugni il computer e qualunque altra cosa vi fosse collegata. Si era spesso lamentato che fosse ridicolo che una società opulenta e arrogante come quella facesse uso di una sola stampante per piano, ancorché fosse enorme e velocissima. Tutti i pc di quello stanzone convergevano in rete su di un unico apparecchio: il che portava spesso a pericolose confusioni, per non parlare delle inevitabili code che venivano a crearsi per il ritiro delle copie. Poi il pc ripartì mostrando incerto l’avviso che la procedura di stampa era stata completata. Quando giunse alla megastampante AX-T 9004, lontana una decina di metri dalla sua scrivania, il foglio era già lì che lo aspettava. Lo afferrò, cercando di ricordarsi quale fosse la postazione del fax più vicina per spedirla al suo capo ‘prima di subito’. Non vedeva l’ora di tornarsene a casa, alla sua tv satellitare, al suo pigiama. Tirò fuori il fogliettino, dove si era appuntato il numero di telefono del capo. Sistemò il foglio, digitò il proprio codice identificativo che avrebbe sbloccato la macchina e compose il numero di fax. Il documento stava per partire quando l’occhio gli cadde sullo scritto:

Sei un squallido mascalzone arrogante. Prima o poi la pagherai per tutte le tue angherie.

Gunz impallidì. Non era evidentemente il suo foglio. Pigiò alla rinfusa sulla pulsantiera del fax per fermare la trasmissione. Staccò anche la spina del telefono cercando di trattenere il foglio con le mani. Ma il documento gli sgusciò tra le dita per poi venire ingoiato dalla macchina con un ronzio sottile.

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