La direttrice della RSA Melaranci, suor Adelia, era una donna minuta, il passo rapido e il piglio di chi non lascia nulla al caso. Ogni giorno trovava il tempo di fare un giro anche negli spazi meno frequentati. tra questi, la camera ardente annessa alla struttura. Quasi nessuno ne pronunciava il nome: gli ospiti preferivano dire “la stanza in fondo al corridoio”, come se le parole potessero allontanare il significato che quel posto aveva.
Quella mattina la sala era deserta. Le tende a metà lasciavano entrare un raggio di luce obliqua che tagliava il buio e illuminava l’onnipresente pulviscolo. L’odore della cera consumata era ancora presente, misto al profumo stantio dei fiori secchi e dell’incenso. Adelia stava per avvicinarsi al registro delle cerimonie quando scorse, nell’angolo più ombroso, una figura immobile.
Era Giacomino. Ospite della casa ormai da anni, l’uomo manteneva un fisico solido, spalle larghe e un portamento da ex atleta. Non aveva l’aria smarrita di molti altri: i suoi occhi chiari erano vigili, attenti e riflessivi.
«Giacomino, cosa ci fai qui?» chiese con voce ferma ma non dura.
L’uomo sorrise appena. «Mi preparo.»
«A cosa?»
«A morire. O meglio, a non farmi cogliere impreparato. Lei sa che sono stato un atleta. Prima delle gare mi allenavo anche con la mente: mi ricreavo nella testa ogni momento della corsa, gli imprevisti, la fatica, perfino l’odore della pista. Così, quando scattava lo starter, nulla mi sorprendeva. Ora faccio lo stesso. Visualizzo il mio funerale.»
Adelia lo fissò, tra il divertito e il turbato. Ci fu qualche attimo di silenzio. Poi disse:
«Immagino la bara qui al centro, il legno chiaro, le maniglie lucenti. Vedo i gigli e le rose che piacciono a me, i ceri accesi. Penso alle persone che tratterranno le lacrime e a quelle che, distratte, guarderanno impazienti l’orologio. Ci saranno bambini che non capiranno il momento, che si annoieranno ricorrendosi per la stanza. Invece io mi vedo lì, disteso, finalmente sereno. E lo stress si abbassa.»
«È un pensiero molto triste, Giacomino. Tu hai ancora diversi anni davanti.»
«Non credo, sorella. Non credo. E poi non è triste. È solo allenamento.»
Da quel giorno, più volte, Adelia lo ritrovò nello stesso punto, sempre nell’angolo buio. Con il passare degli anni la loro conversazione diventò un appuntamento silenzioso. Lei non si sorprendeva più di vederlo, lui la salutava con un sorriso dolce. A volte le raccontava dei tempi delle gare, altre volte si limitava a confermare che la sala gli dava serenità.
Intanto gli ospiti più anziani passavano a miglior vita, altri nuovi arrivavano nella struttura. Ogni lutto lasciava un’eco, ma Giacomino rimaneva lì, costante, come una parte di quel luogo.
Col tempo decedette anche qualche inserviente, poi la stessa suor Adelia. Dopo di lei, la Melaranci perse fondi, sovvenzioni, appoggi. Il grande edificio, un tempo pieno di voci e di odori di minestra, si svuotò prima poco a poco e poi tutt’ad un tratto come l’acqua da una vasca che fosse stata sgorgata. Gli anziani furono trasferiti altrove, in fretta, gli scatoloni accatastati nei corridoi, il silenzio aveva preso il sopravvento in quei locali.
Quando le porte furono chiuse e i cancelli nel tempo arrugginiti, il giardino incolto invase i vialetti e la strada di accesso. I ragazzini del quartiere presero a sassate i vetri delle finestre. Alcune erano istoriate e antiche. La camera ardente, a sua volta dimenticata, scivolò in una penombra polverosa.
Eppure, chi vi entrò di nascosto giura di aver visto, seduto nell’angolo meno illuminato, un uomo molto anziano che si guardava attorno. Non spaventato, non ostile. Solo in attesa, come chi sa che la gara sta per cominciare e vuole ancora un ultimo istante per concentrarsi.
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Annina sta tornando
Annina tardava a rientrare. Quanto ci metteva ad andare in farmacia? Frank si fece questa domanda mentre osservava l’orologio. Cosa poteva fare nel frattempo? Scaldare il brodo? Preparare la tavola? No, forse non era poi ancora così tardi. Poteva aspettare qualche minuto. Magari poteva guardare la televisione.
Si accorse però che il telecomando non era al suo posto. Chissà dove si era cacciato. Si sedette sul divano, cercando di calmarsi. Sentiva l’agitazione crescere. Forse avrebbe dovuto prendere lo Xanax. Oppure gli avevano detto di sospenderlo? Si maledisse per non trovare il prospetto dove annotava queste cose. Sarà dove si trova il telecomando, pensò. Comunque, non c’era da preoccuparsi. Quando Annina tornava, glielo avrebbe chiesto.
Ma cos’era quell’odore? Cosa stava marcendo? Si alzò per controllare il frigorifero. Sembrava tutto a posto. Poteva venire dal giardino… Magari Lenticchia aveva catturato un uccellino o un topo e lo aveva nascosto sotto la siepe. Non sarebbe stata la prima volta, del resto. Andò a vedere. Nulla.
Un nuovo pensiero lo assalì. E se fosse stata proprio Lenticchia a essersi sentita male? Quella gatta era anziana. Poteva essere rimasta incastrata da qualche parte. Se ci fosse stata Annina, avrebbe già capito qual era il problema, pensò. Le mani gli sudavano per l’ansia. Non riusciva più a stare in piedi, ma sedersi gli dava fastidio per via del mal di schiena. Forse se avesse preso la pillola per la sciatica…
Il campanello di casa suonò. Ciabattò lentamente fino alla porta, chiedendosi perché Annina avesse suonato se aveva le chiavi. Magari le aveva dimenticate.
Quando aprì, si trovò davanti un uomo.
«Beh… non mi fai entrare, Frank?» disse quello.
«Ah, sei tu…» fece Frank, spostandosi di lato. «Sì, sì, entra.»
«Perché non rispondi al cellulare? Ho provato a chiamarti più volte. Dopo un po’, mi preoccupo, lo sai… Hai ottant’anni, Frank. Non dimenticartelo.»
«Certo, se poi sei tu a ricordarmelo ogni volta… anche se volessi…» brontolò Frank. Poi si chiese da quando avesse un cellulare. Non gli pareva di averne mai avuto uno. Quelle diavolerie fanno di tutto tranne che telefonare, pensò.
«Dov’è Annina?» chiese l’uomo, guardandosi attorno.
«Mia moglie è andata in farmacia e sta per tornare… dove devo firmare?»
«Firmare? Che intendi, Frank?»
«La raccomandata. Sei il postino, no?»
«Postino? Ma che dici, Frank? Sono Tom, il tuo amico…» e lo prese delicatamente per un braccio facendolo accomodare sul divano. Era più giovane di vent’anni, ma Frank per lui era sempre stato un padre. Lo aveva persino voluto come padrino per suo figlio.
«Cos’è questo odore strano?» chiese Tom, aggrottando la fronte. «Cosa è andato a male?»
«Purtroppo, è Lenticchia. Il mio gatto è morto e ora si trova sul tetto. Occorrerà chiamare qualcuno per tirarlo giù… Conosci qualcuno?»
«Lenticchia? Frank, il tuo gatto è stato investito mesi fa qui sotto casa. Non te lo ricordi?»
Frank lo guardò con occhi vuoti, quasi imploranti. Tom sospirò e si avvicinò alla finestra, spalancandola per far entrare aria fresca. Poi, in qualità di medico di Frank, lo visitò. Niente febbre ma battito irregolare e reattività ridotta. Qualcosa non andava.
«Hai fatto l’iniezione di insulina?» domandò.
‘Ecco cosa avrei dovuto fare…’ pensò Frank con disappunto. Annina si era raccomandata tanto prima di uscire. Adesso occorreva rimediare o l’avrebbe sgridato.
«No… ma posso farla ora. È nell’armadietto del bagno. Ma sei sicuro di non essere il postino? Aspettavo un pacco…»
Tom scosse la testa. Probabilmente serviva un ricovero per accertamenti. Non appena Annina fosse tornata, l’avrebbe avvisata. Ma perché nessuno gli aveva detto nulla? Frank era così in forma quando era partito per le vacanze…
Sentì un rumore nell’androne. Finalmente, Annina! Tom si alzò e andò alla porta. Ma vide solo la vicina con la sporta della spesa in mano. Si guardarono sorpresi. Tom fece un cenno di salute e poi richiuse.
«Vado a prenderti la siringa, Frank. Tu resta seduto lì, d’accordo?»
«Sì, sì… sei un postino molto gentile, sai? Di solito sono così maleducati e frettolosi. Ah, già che ci sei, mi prendi un golfino? Mi è venuto freddo con la finestra aperta.»
«Un golfino? Certo… dove lo trovo?»
«In camera da letto, credo.»
Tom andò nella stanza. L’odore era ancora più forte. Il golfino non c’era. Aprì la finestra. Nulla migliorò.
«Il golfino non c’è» disse a voce alta.
«Allora lo chiederemo ad Annina quando torna. A quest’ora sarà già sulla strada del ritorno» rispose Frank.
Tom fece un ultimo tentativo. Aprì l’armadio.
Annina era seduta sul fondo del mobile, la schiena contro la parete interna, il viso riverso di lato. In stato avanzato di putrefazione. In mano aveva il telecomando della televisione.
Lo scatto perfetto
Gun-woo Park stava coronando il suo sogno: visitare l’Italia, il Paese che tanto amava, e immortalare il viaggio con scatti straordinari. Era l’occasione perfetta per dimostrare il suo talento fotografico e mettere a tacere gli invidiosi del club amatoriale ‘FOTAMICI’. Sarebbe tornato in patria con immagini da esposizione, stupende da far impallidire i rivali.
Per questo, al momento della partenza, fu l’unico a presentarsi all’imbarco con tre valigie. Non contenevano vestiti, ma una collezione maniacale di attrezzature: cineprese, fotocamere, ottiche, filtri, esposimetri e persino un treppiede in lega aerospaziale, lo stesso materiale con cui sarebbero stati costruiti i futuri rover marziani. I suoi effetti personali erano stati invece stipati a fatica nel bagaglio a mano, tra cui tra cui però aveva messo, per ogni buon conto, accessori vari per la pulizia e un caricatore per le batterie. La moglie, la zia, il nonno e il nipotino lo guardarono con commiserazione: il supplemento per il bagaglio era costato uno sproposito.
Arrivato finalmente in Italia, Gun-woo Park tremava per l’emozione. Era di fronte alla sua piazza preferita, pronto a catturare l’essenza del monumento che vi troneggiava che tanto aveva studiato nei minimi dettagli. Nulla doveva essere lasciato al caso: analizzò la luce con l’esposimetro, provò innumerevoli inquadrature e sistemò con cura riflettenti, softbox e luci a LED; la piazza era stata trasformata in un set fotografico da sfilata di Victoria’s Secret. Solo dopo un’accurata preparazione, invitò la famiglia a mettersi in posa.
Il nonno fece la ‘V’ di vittoria, la moglie simulò degli occhiali con le dita, la zia mimò le orecchie di una scoiattolina innamorata, mentre il nipotino incrociò le braccia a ‘X’, pronto a respingere eventuali supernemici di passaggio. Ma Gun-woo Park non era ancora soddisfatto. Regolò più volte ancora focus, esposizione, distanza, inquadratura… poi ci ripensò, e ricominciò da capo giurando a se stesso che sarebbe stata l’ultima correzione. Si univa ai familiari per la foto solo per poi correre nuovamente alla fotocamera in preda a nuovi dubbi. Un inferno.
Alla fine, tutto fu pronto. Gun-woo Park si sistemò insieme agli altri e comandò solennemente: «Dite: Squidgame!»
«SQUIDGAME!» urlarono tutti in coro.
Click. La foto era perfetta. Equilibrata, nitida, il monumento magnificamente valorizzato. Gun-woo Park si sentì pervaso da un’ondata di orgoglio… finché non notò un dettaglio inquietante. Il bambino nella foto non era suo nipote.
Si voltò di scatto. Il nipotino, annoiato dalle interminabili preparazioni, si era infatti allontanato per giocare col cellulare. Al suo posto, nella foto, ci era finito un bambino americano che si era intromesso all’improvviso senza farsi notare. Con gesto di sfida indicava la fotocamera come un piccolo Donald Trump a una conferenza.
Ne seguì una raffica di reciproci inchini e scuse. Il bambino fu restituito ai genitori, che inizialmente negarono fosse loro figlio, salvo poi riprenderselo con aria rassegnata. Gun-woo Park, senza battere ciglio, si rimise subito all’opera con solerzia per rifare tutto daccapo.
Questa volta ci mise però meno tempo: la prima foto era venuta bene, anche se non resistette all’opportunità di migliorare ancora qualche dettaglio. E così fece un ritocco al focus, un’aggiustatina al tempo di posa… E ovviamente, nuove pose per la famiglia. La moglie fece il cuoricino con le dita, la zia si improvvisò scimmietta addormentata, il nonno adottò l’espressione dello scoiattolo sorpreso per la perdita della sua ghianda, il bambino – ora quello giusto – ripeté il gesto della ‘X’.
«SQUIDGAME!» urlarono tutti, ancora più motivati.
Click. Ma proprio nel momento dello scatto, un nugolo di piccioni, spaventati dal bambino americano che imperversava nella piazza, si levò in volo oscurando il monumento. La foto era rovinata.
Gun-woo Park strinse i denti. Con pazienza tutta orientale, preparò una terza foto. Stavolta attese, studiò bene il campo. La piazza era sgombra, a parte un anziano che avanzava lentissimo con un bastone. Era ancora lontano: alla sua velocità, Gun-woo stimò di avere tutto il tempo necessario.
Ovviamente, nuove pose per tutti. La moglie imitò la postura di un attore di K-drama, la zia si fece dei baffi con le dita, il nonno adottò l’espressione del gattino infreddolito, e il nipotino assunse la postura di Superman pronto al decollo.
«SQUIDGAME!»
Click. Ma dal nulla, una comitiva di cileni in abiti tradizionali irruppe sulla scena, intonando a squarciagola tutte le hit degli Inti-Illimani. La foto immortalò un’esplosione di flauti di Pan, maracas e charangos. In pochi minuti, il gruppo si sedette per cucinare cazuela ed empanadas, attirando tutti i gatti della zona.
Gun-woo Park impallidì. Un tic nervoso gli percorse la guancia sinistra. Respirava un po’ a fatica e, con voce strozzata, comandò alla famiglia: «Mettiamoci più in là.»
Ma ora che la macchina fotografica era stata spostata, serviva un nuovo assetto: nuovo focus, nuova esposizione, nuova inquadratura… L’indecisione di Gun-woo Park era ormai ingestibile, e il numero dei suoi andirivieni tra fotocamera e gruppo decuplicò. Eppure, la fiducia della famiglia nella foto perfetta rimase incrollabile, usando anzi l’attesa per ripassare tutte le pose possibili da sfruttare per l’istantanea.
«Siete pronti?» mormorò infine Gun-woo Park, sfinito.
«Certo!» risposero gli altri, con entusiasmo immutato.
«SQUIDGAME!»
Click. E in quell’istante, il vecchietto che era avanzato sin lì completò la sua diagonale, fermandosi esattamente davanti all’obiettivo. Incuriosito dalla fotocamera, si era chinato per osservarla meglio, riempiendo così lo scatto con il suo faccione rugoso e il naso bitorzoluto.
Gun-woo Park, in preda al panico, fece qualche passo barcollante come per fermare quell’uomo. Poi, visto che era tutto inutile, con un mormorio soffocato, cadde a carponi, scoppiando in un pianto isterico.
Fu in quel preciso istante che il nipotino, rapidissimo, aggirò lo zio e scattò una serie di foto con il cellulare. Catturò Gun-woo Park in ginocchio e piangente, la famiglia di nuovo magicamente ricomposta e in posa per l’istantanea – con l’aggiunta del bambino americano, tornato chissà da dove – e il monumento “iconico” sullo sfondo.
Gun-woo Park non ebbe nemmeno il tempo di rialzarsi che le immagini erano già state postate sui social, raccogliendo centinaia di like in Corea del Sud. Lo scatto perfetto era stato realizzato. Ma non da lui.
L’ombra esatta
«Cosa fa quel signore, maman?»
La bambina, vestita come fosse una bambola d’altri tempi, un fiocco rosa tra i capelli e le trecce ben separate dietro la nuca, era seduta composta al tavolino di uno dei bar più storici della città. La madre, davanti a lei, spilluzzicava la brioche in pezzetti più piccoli sperando forse che, in questo modo, le piccole porzioni di dolce non la facessero ingrassare.
«Come dici, chérie?»
La madre era fresca di parrucchiere, anche se, a dir la verità, non c’era giorno che non lo fosse. Il trucco era il sapiente risultato di una prolungata sessione davanti allo specchio anche se, da qualche anno, non le era più tanto semplice coprire la rughe d’espressione e i segni del tempo. Anche i massaggi e i filling le davano oramai una tregua poco duratura. Le labbra, quando non in movimento per via della brioche, avevano poi una impercettibile piega all’ingiù di chi è sdegnosamente annoiato della vita.
«Maman, posso indicarlo? O non si fa?» chiese la bambina che poteva avere una decina d’anni. «È là, sulla piazzetta, fermo e immobile, da dieci minuti che pare un sasso. Si sentirà male?»
La madre girò il volto con noncuranza giusto per una rapida occhiata.
«È un clochard, ma petite… o forse un’artista di strada. Non ti curare comunque di lui. Il cappuccino ti si sta raffreddando. Bevilo o faremo tardi.»
«Un clochard?»
«Sì, un vagabondo…»
Un uomo, in là con gli anni, stava effettivamente in piedi sullo spiazzo di pietra grigia antistante il Café Momus. Aveva una postura che si sarebbe detta innaturale. Era infatti rigido, come bloccato sull’attenti, lo sguardo fisso regolato sull’infinito mentre i passanti frettolosi, provenienti da entrambe le direzioni sul marciapiede nord di Rue des Martyrs, lo evitavano all’ultimo momento. Era in giacca e cravatta, entrambe di fattura piuttosto antiquata; un impermeabile logoro copriva la figura fino ai piedi contribuendo ad assegnargli un aspetto trasandato. Uno sturalavandino, ben piazzato sulla testa, ne completava l’insieme.
«Quando abbiamo finito qui gli diamo qualcosa, maman?»
«Tu intanto finisci quel che hai davanti, chérie» rispose lei mentre controllava distrattamente il cellulare.
E non appena si alzarono la bambina insistette per passare davanti a quell’uomo un po’ strano. ‘Ha bisogno di aiuto’ aveva detto la piccola per convincerla. La madre si inteneriva sempre nel constatare quanto la sua piccina fosse ancora tanto ingenua. Nonostante ciò, seguì la figlia controvoglia e di fronte all’uomo, irrigidito come una statua di sale, tirò fuori il portafoglio griffato come dovesse assolvere a un dovere inevitabile. Stava per consegnargli del danaro quando si accorse che non aveva davanti a sé alcuna ciotola o cappello per raccogliere i soldi.
«Che cosa vuol dire ‘gnomone’, maman?» chiese la bambina indicando il cartello che il signore aveva al collo e che si intravvedeva da sotto l’impermeabile.
La madre non sapeva che rispondere.
«Non sono qui per chiedere l’elemosina, Signora…» disse un po’ risentito lui che aveva capito le intenzioni della donna. «Svolgo un servizio pubblico: solo lo ‘Gnomone’ della città…je suis une méridienne humaine, Madame» chiarì con un forte accento di Brest o di Quimpec.
«Cioè?» chiese divertita la bambina che avrebbe volentieri portato con sé il vecchietto per giocarci insieme, tanto le faceva simpatia.
«Sono una meridiana umana» ribadì «e segno l’ora esatta con la luce del sole. Gli orologi, sia quelli meccanici che digitali, prima o poi si fermano, mentre la meridiana umana no. C’è sempre bisogno di sapere che ora è. Il passato non esiste più e il futuro non c’è ancora. Esiste solo il presente. E io aiuto la gente a contestualizzarlo dal punto di vista temporale» declamò senza muoversi e continuando a guardare davanti a sé come se parlasse a una telecamera che lo riprendesse da Rue de Navarin.
La donna non era sicura di aver capito bene quello che l’uomo aveva appena detto. ‘Adesso anche i barboni fanno gli intellettuali. Mon Dieu, dove andremo a finire?‘ pensò lei facendo una smorfia di disappunto che le riuscì però solo a metà per via dell’ultimo botox. Poi vide che lui si trovava proprio in mezzo a un cerchio da cui si dipartivano, disegnate sulla pietra, delle linee a raggiera. Nei punti di intersezione con una ideale circonferenza spiccavano sgargianti dei numeri. L’ombra della sua figura, e ancor più dello sturalavandino che aveva sulla testa e che fungeva da indicatore come una lancetta, segnava esattamente l’ora di quel momento.
Madre e figlia si guardarono stupite.
In quel mentre arrivò una ragazzina, anche lei vestita in modo modesto. Si piazzò con grande solerzia un po’ più avanti rispetto all’anziano.
«Scusami nonno, oggi ho fatto tardi. Sai com’è la mamma…» avvertì la ragazzina sistemandosi un poco più avanti. Appena ebbe raggiunta la sua posizione rimase improvvisamente immobile come si fosse compenetrata in una parte prestabilita. Anche lei aveva uno sturalavandino sulla testa, pur se più piccolo di quello del nonno, e ruotava lentamente su se stessa.
«E tu cosa fai?» chiese in modo candido la bambina rivolgendosi a lei.
«Lui segna le ore…» spiegò la ragazzina gentile, alludendo al nonno alle sue spalle, «mentre io i minuti.»
La madre riguardò l’ora segnata dall’ombra dell’uomo.
«Mais quel dommage… Mi hai fatto fare proprio tardi, chérie… andiamo…» fece strattonando un poco la bambina. Lei la seguì senza fiatare. Ogni tanto si voltava però indietro: l’ombra della nipote si intersecava perfettamente, roteando, con quella del nonno.
Tiiic
«Possiamo essere generosi.»
L’uomo davanti a sé si stava infervorando nel parlare. La faccia era seria ma cordiale. Gli arrivava al petto.
«Non ho capito cosa mi vuole vendere…» gli chiese Ingemar un po’ seccato di essere stato disturbato.
L’uomo sulla porta cambiò il peso del corpo dalla gamba destra a quella sinistra.
«Non voglio venderle assolutamente nulla. Le stavo dicendo, e se mi facesse accomodare glielo spiegherei meglio, che sono il prof. Sandström, Gunnar Sandström, del Laboratorio Reale di nanotecnologie dell’Università di Stoccolma. In collaborazione con l’Università delle Scienze Biologiche Superiori di Oslo stiamo portando avanti una ricerca per dimostrare un’ipotesi che si sta dibattendo da qualche anno nella letteratura scientifica del settore e cioè che la separazione dell’anima dal corpo, al momento del decesso, è un fatto, come dire, anche meccanico…»
«Un fatto meccanico…» ripeté Ingemar che continuava a non capire dove quello strano tipo voleva andare a parare.
«E vorremmo provare a registrarlo con dei sensori di ultima generazione in nanofrequenza da attivare proprio al momento della dipartita» seguitò il professore.
«In che senso?»
«Nel senso che al momento del distacco l’anima rilascia un suono debolissimo… più o meno un tiiic. Tracciabile però da dispositivi sofisticati. Stiamo raccogliendo dati sul punto.»
«Tic?» fece ancora eco Ingemar
«No no» fece Sandström agitando davanti alla sua faccia un indice grassoccio e tozzo. «Non tic, né tac, ma tiiic.»
«Ah ecco…»
«Sua madre è in coma irreversibile… ed è in fin di vita… » disse spiccio il professore come fosse una sentenza «e sarebbe quindi l’occasione ideale per confermare questa teoria» concluse quasi compiacendosi per la logica stringente del proprio discorso. «Lei renderebbe un servizio meritorio alla Scienza.»
«Come fate a sapere che mia madre è in fin di vita?»
«Abbiamo le nostre fonti» rispose il professore un po’ in imbarazzo.
«Non lo ritengo dignitoso e rispettoso che una donna morente sia oggetto di esperimenti… Mi spiace…»
«I sensori vengono inseriti da personale medico specializzato» insistette il professore allarmato per la piega che stava prendendo quella discussione «e poi, come le ho detto, provvederemmo a ristorare in modo cospicuo il suo… ehmmm… disagio» disse Sandström allungando un biglietto da visita.
«E che ci faccio con questo?»
«Lo volti, per cortesia.»
‘Caspita che cifra‘ pensò tra sé e sé Ingemar sperando di non aver cambiato espressione davanti al tipo buffo ‘la madre era sempre stata per tutta la vita una spina nel fianco. Se ci ricavava ora un po’ di danaro, e poi per un esperimento scientifico sicuramente meritorio, che cosa ci sarebbe stato di male, dopotutto?‘ Inoltre, a dirla tutta, lui di quei soldi ne aveva proprio bisogno.
«Ci penso e le faccio sapere» rispose brusco chiudendo la porta in faccia al professore.
Ingemar, già il mattino dopo però, telefonò a Sandström, cercando di tirare un po’ sull’importo già sostanzioso. Non ci riuscì, ma il monitoraggio si fece lo stesso.
E così il team del professore lavorò intorno a sua madre con estrema serietà e delicatezza. Ingemar non aveva potuto obiettare nulla. Non si notava neppure l’apparecchiatura installata. E, dopo circa un’ora, tutto era pronto.
La poveretta passò a miglior vita nel cuore della notte di tre giorni dopo, mentre il figlio era nella sua camera da letto attigua a dormire.
«Allora com’è andata?» chiese Ingemar al professore tornato a trovarlo a casa una settimana dopo il funerale. Lui non era stato ancora pagato ed era preoccupato. Questa volta fece accomodare il tipo buffo in salotto.
«Male» disse il professore scuotendo la grossa testa.
«Mi prende in giro? Lo dice solo per non volermi pagare.»
Sandström si risentì per quella insinuazione. «Ho la registrazione qui con me» rivelò dopo un po’, sostenuto «Sua madre è morta alle 02.04 del mattino dello scorso 20 giugno, vero? Ascolti.»
E Ingemar ascoltò.
Alle 02.04 si udì un lungo e sonoro peto.
