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Posts Tagged ‘pittura’

Si era seduto sui gradini della chiesa. Si era chiesto molte volte che cosa si provasse a starsene lì, senza far nulla, a guardare quella splendida piazza, il sole di sbieco a illuminare il Poeta con l’aquila sottomessa ai suoi piedi. Ci passava spesso e sempre di fretta tra quelle case dai colori sbiaditi e non aveva mai trovato il tempo per indugiarvi anche solo un po’. E ora il momento era arrivato. Voleva anche solo rallentarlo, il tempo, e quello che conteneva e i pensieri soprattutto; voleva respirare un po’ la vita, scivolarvi dentro.
C’erano i soliti turisti che assumevano le posture più strampalate per farsi le foto, un bambino che correva dietro a un pallone più grosso di lui, un musicista malinconico che riservava lo stesso ritmo e la stessa cantilena a qualunque cosa cantasse. Voci, suoni, rumori. Niente di più che la vita di quartiere.
Sentiva che a poco a poco si calava in quello che vedeva, cominciava a far parte di quel tutto. Della foto strampalata dei turisti, dello sfondo indistinto per le persone distratte, del pubblico annoiato dell’improbabile menestrello: una sagoma confusa, insomma, ma presente in quel paesaggio da cartolina, come le sedie del ristorante che aspettavano impazienti i prossimi avventori o i lampioni stralunati che cercavano di dormire dopo la solita notte insonne.
«Lei non è di qui, vero?»
La domanda proveniva da una donna non più giovane, un cappello a larga tesa da uomo calata da un lato, un sguardo sincero e profondo come di chi ha avuto una vita interiore molto più lunga. Stava dipingendo la piazza e dall’accento sembrava slava.
«In verità abito laggiù» rispose lui divertito. «Vede quell’albero la cui chioma esce dalla sagoma della terrazza? Beh quella è casa mia.»
«Però! Ma allora è curioso che lei sieda qui.»
«Sono qui per rallentare il tempo…»
Lei lo squadrò per qualche attimo ma non aveva affatto la faccia stupita e continuò a dare alcune pennellate a definire il cielo nel suo quadro.
«Se è per questo, anch’io…» disse lei dopo aver sospirato in modo impercettibile.
Fu allora lui che la guardò sorpreso. «Davvero, anche lei?»
«Vede, nel mio paese di origine mi sono successe diverse cose piuttosto brutte che non voglio nemmeno più ricordare…» Si astenne per un attimo dal dipingere come se stesse decidendo se voler continuare a respirare oppure no. Stringeva il pennello in modo tale che si sarebbe detto si sarebbe spezzato tra le dita da un momento all’altro. «E così sono qui» seguitò. «Voglio ricominciare come se ogni giorno fosse il mio primo giorno…» La voce della donna si era incrinata. Stava trattenendosi dal piangere. Poi si scosse e si rimise a dipingere. Ancora alcuni ritocchi e poi, in basso a destra, fece la firma. Staccò la tela dal cavalletto, la rimirò per qualche secondo al sole di quel mattino e lo consegnò all’uomo.
«Tenga è per lei…»
Lui fece l’espressione di chi non capiva.
«Su, lo prenda» ripeté lei tendendo la tela.
«Guardi non…»
«È il mio modo per rallentare il tempo» disse lei velocemente. «Ogni tanto vengo qui a dipingere e poi regalo sempre il quadro a una persona che ha il suo stesso sguardo… Mi è di aiuto, di grande aiuto, glielo assicuro…»
Lui non seppe cosa dire. Prese in mano il quadro e se lo rimirò: era bellissimo, pieno di vita, di colore, di speranza. Da quando era nato non aveva mai visto la piazza in quel modo.
«Io non so proprio cosa dire… Lasci almeno che…» fece lui.
Ma la donna non c’era più.

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Il ciclista infilò il viale ad andatura sostenuta; era vestito da corsa parrocchiale, con tanto di maglietta aderente colorata, casco aerodinamico e pedalata entusiasta. Poi prese in pieno una fioriera di cemento ricolma di araglie e mirto catapultandosi sull’asfalto fino a lambire in derapata i tavolini del bar. Ci arrivò con la bicicletta ancora legata agli avampiedi in uno stridìo lamentoso da animale abbattuto.
«Avevi ragione Tico, è proprio divertente» disse l’uomo a cavalcioni di una sedia, le braccia abbandonate sullo schienale.
«Certo, te lo avevo detto, bisogna solo avere un po’ di pazienza e lo spettacolo è assicurato» rispose l’altro stravaccato con la birra in mano. Era trascorsa solo una mezz’oretta da quando l’ambulanza si era portata via il ciclista con ancora la bicicletta incorporata ai suoi polpacci che dalla discesa arrivò una moto pesante, a velocità di crociera, con il conducente straiato all’indietro come fosse su di un’amaca. I suoi baffi biondi e cespugliosi debordavano dal casco-elmetto da esercito tedesco confondendosi con le basette rossicce. Fu un attimo. Anche a lui sguisciò il manubrio da sotto le mani. La moto si impennò come un cavallo imbizzarrito. Attraversò tutta la strada capitozzando con un colpo solo la fila ordinata di cassette di frutta e verdura che il negoziante aveva pazientemente riempito di porri e limoni. L’uomo finì invece per atterrare su un’attempata signora di cento chili rotolandosi con lei sul marciapiede in un abbraccio tempestoso.
«Questa è la più bella in assoluto» esclamò Tico alzando il boccale di birra in segno di approvazione.
«Ehi, ma che succede?» chiese un tizio avvicinandosi alle loro spalle.
«Ciao, Alvaro! Dai, prendi una sedia e mettiti qui vicino a noi, che oggi è la giornata giusta».
«Giusta per cosa?»
«Per gli autoscontri».
«Ah sì?» fece Alvaro guardando interrogativamente ora l’uno ora l’altro amico, senza capire.
«Ma sì…» continuò Tico. «Oggi alla scuola di disegno è di nuovo la volta del ritratto dal vivo. E c’è la Dorina come modella per il nudo integrale. Ogni tanto si fa vedere per fumarsi una sigaretta».
In quel momento, una stupenda mulatta dai seni generosi, solo parzialmente coperti dai capelli lunghi e neri, si era affacciata alla finestra del primo piano che dava sul viale. E subito una macchina inchiodò sull’asfalto cominciandò a sbandare a destra e a manca come un’ubriaca.

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