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Posts Tagged ‘orso’

Non appena Albian mise piede sulla terraferma ebbe la sensazione che si muovesse. Ma l’avrebbe avuto almeno fino a quando la navigazione trascorsa per diversi giorni su quel battello postale non sarebbe stata un ricordo.
Riuscendo a farsi capire in un inglese mal compreso, ottenne un passaggio in motoslitta da un inuit impassibile come un tricheco steso al sole (su quell’isola il concetto di taxi era sconosciuto) e dopo due ore di scossoni e di aria gelida sulla faccia arrivò alla tenda di Nanook che già stava nevicando a fiocchi grandi come frittate. L’inuit della motoslitta non accettò danaro ma fece dei gesti eloquenti in direzione del coltello che Albian portava alla cintura. Lui glielo consegnò a malincuore e subito l’inuit morse forte il manico ringraziandolo soddisfatto.
«Perché tu qui?» chiese immediatamente, appena lo vide, Nanook, un uomo massiccio, di bassa statura e un’età indefinibile, le palpebre chiuse a fessura. «Qui solo deserto di ghiaccio…»
Albian cercò di spiegare che aveva sempre desiderato visitare l’isola fin da quando ne aveva sentito parlare per la prima volta da bambino e poi gli interessava la vita estrema in quei luoghi e, non da ultimo, desiderava per sé un paio di scarpe di pelliccia di volpe artica confezionata come solo gli Inuit Umiak sanno fare.
«Come sapere tu di scarpe a modo di Inuit Umiak?» chiese in modo sospettoso l’uomo avanzando di un passo quasi volesse mandarlo via.
«Grazie al sito internet…»
Il volto bruciato dal vento di Nanook si aprì in un’espressione interrogativa. Ma prima di aspettare la risposta aggiunse che ‘inuit non vende, inuit baratta; male vendere, baratto prosperità e fa felice Gran Padre Orso‘.
Nanook, il secondo giorno costruì una tenda per l’ospite poco distante dalla propria.
«Questa è… mia famiglia» disse poi, a lavoro terminato, con una certa enfasi. La moglie, rinsecchita dal freddo polare, aveva una faccia tutta nera e così tonda che, se fosse caduta a terra, sarebbe sicuramente rotolata sul permafrost senza fermarsi più. La figlia Ake invece, due passi indietro, era graziosa e minuta se non fosse stato per quell’odore di grasso rancido di foca che si era spalmata sulla faccia per isolare la pelle dal gelo. «Questa qui… tua tenda» fece Nanook ruotando leggermente il corpo verso l’indietro. «Dentro… fucile.»
«Fucile?»
«Sì, sempre tu portare in spalla… per orsi… qui… tanti…» precisò disegnando nell’aria con l’indice un cerchio immaginario. «Tu spara orso solo se tu pericolo, perché orso… sacro. Quando spari orso tu vieni in carcere e giudicato da tribunale inuit più che se ucciso un uomo, capito?»
«Capito.»
Il terzo giorno venne nella sua tenda Ake. In verità sentì il suo odore sottovento, prima ancora di vederla. Era come se avessero spalancato la porta del frigo in cui fossero stati dimenticati yogurt  e carne per settimane. Lei gli disse che il sito che pubblicizzava le scarpe di volpe artica l’aveva creato lei, a scuola giù in città, di nascosto dai genitori. Voleva che qualcuno la portasse via dall’isola per andare nel ‘mondo bello’, quello senza ghiacci con bei vestiti e divertimenti. Albian non seppe che dire. Si limitò a sorridere e a farle intendere che non capiva.
Il quarto giorno Nanook lo portò al bar del paese, a Longrassyeld: un grumo sparuto di stamberghe rapprese dal ghiaccio che se le stava pian piano sgretolando. Viaggiarono sulla motoslitta una mattinata intera. Nanook disse che avevano fatto presto perché, prendendo per il lago ghiacciato, si erano risparmiati un bel po’ di strada. Ma quando arrivarono al bar, una catapecchia bassa, incurvata dalla neve e in parte addossata alla roccia grigia, trovarono i proprietari che tiravano a sé con tutta la propria forza la porta d’ingresso per tenerla ben chiusa. Albian non capiva anche perché all’interno del locale si sentivano urla strazianti e un baccano d’inferno.
«Bene, tutto finito» se ne uscì a un certo punto uno degli avventori affacciandosi alla finestra per vedere dentro. Gli altri allora spalancarono di colpo la porta riparandosi dietro di essa e subito un enorme orso bianco uscì caracollando dal bar con la pelliccia intrisa di sangue.
«Ogni tanto placare Gran Padre Orso con uno o più sacrifici» gli spiegò in qualche modo Nanook aiutandosi con i gesti «e lui così per un po’ lascia in pace noi, anzi protegge per pesca a foche e buono torsk. Lui saggio e comprensivo e veglia su noi.»
Albian sperava di non aver capito. Ma Nanook chiarì che Goran, vecchio e malato com’era, aveva contribuito, immolandosi, al benessere della comunità. Non entrarono nel bar. «Ora tutto sporco» sentenziò Nanook rimettendosi alla guida della motoslitta. «Meglio altra volta.» E tornarono indietro.
Al sesto giorno Albian si preparò per ripartire.
«Allora per le scarpe, Nanook?» chiese diretto Albian come avrebbe fatto in quella circostanza un vero inuit. «Non ho più nulla con me con cui fare baratto…»
«Non preoccupare, io fare te regalo. È già su battello che riporta te a casa. Inuit non vende nulla, inuit fa dono…»
Nanook e moglie sbatterono più volte i loro pugni sui palmi aperti delle mani dell’ospite intonando una canzone dal tono mesto e lugubre anche se i due accennavano a un sorriso. Avrebbe voluto salutare anche Ake, ma non c’era.
Salì sull’Islys che dal mare già stava arrivando aria livida di burrasca. Aveva nel cuore un groviglio di sentimenti che non riusciva a sbrogliare.
Una volta sul ponte si fermò davanti alla porta della propria cabina incerto se entrare oppure no. C’era infatti uno strano odore acre che proveniva da dentro non promettendo nulla di buono. Aprì lentamente la porta trattenendo il respiro; nel buio vide brillare due larghi occhi espressivi.
E l’orso bianco gli fu subito addosso.
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dietro il racconto
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Come sempre accadeva, la tempesta di neve così come era arrivata si placò. Pamjiuqq abbandonò la posizione rannicchiata che gli aveva consentito di disperdere il minor calore possibile. Si guardò attorno trafitto da quel senso di pace, dalla luce blu intensa amplificata dai ghiacci e dal sole obliquo. Poco distante, alla sua sinistra, un altro fagottino di pelliccia simile a lui si stagliava sul bianco della banchisa: un altro inuit.
«Aagvaaldd!» urlò con sorpresa Pamjiuqq. L’uomo, sentendosi chiamare in quel deserto di ghiaccio, ne fu spaventato. Poi riconobbe l’amico e subito si alzò per andare ad abbracciarlo. Pamjiuqq sentiva il viso di lui che cercava di nascondersi e il corpo scuotersi violentemente per il pianto.
«Hanno abbandonato anche te, Aagvaaldd?»
L’amico fece di sì con la testa.
«Si nasce e si vive per tutta la vita con il terrore che venga questo momento» disse Pamjiuqq come se parlasse a se stesso. «Il giorno prima tiri la lancia con la forza di trapassare due foche con un colpo solo e il giorno dopo sei vecchio decrepito e finisci qui su questo pack a far da pasto agli orsi. È il ciclo della vita, ma è anche una fine miserabile. Io ho detto alla mia famiglia che ero ancora forte, che la mia mano destra forse non sa più cacciare, ma sa ancora riparare una lenza. Ma mia nuora non ha voluto sentir ragione. L’estate scorsa sono nati i due gemelli e non c’è cibo per tutti. Io, che non servo allora più nulla, sono diventato un peso».
«Tu sei il miglior cacciatore che io abbia mai conosciuto, Pamjiuqq» disse l’amico dandogli una manata sulle spalle e sforzandosi di non piangere «ti devo anche la vita…» I due uomini incrociarono per un momento lo sguardo proprio mentre l’inconfondibile barrire di un’orsa alle loro spalle fece capir loro che erano stati fiutati. Aagvaaldd si alzò e si mise a sedere qualche metro dietro Pamjiuqq.
«Ma cosa fai?» gli chiese l’amico.
«L’orsa si sazierà prima con me così tu riuscirai a vedere un’altra alba. Te lo devo».
«Vieni accanto a me, Aagvaaldd, non essere sciocco. Preferisco morire subito con un amico al fianco piuttosto che da solo qualche ora dopo».
I due stettero vicini abbracciandosi come fosse stata una delle tante occasioni di caccia e di festa. Intonarono a gran voce il canto inuit della Luna che si innamora della Terra sottraendola alla braccia del Sole. Mentre già sentivano il ghiaccio dietro di loro che tremava sotto il peso dell’orsa che lentamente avanzava.

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Hank si mise in piedi sulle staffe. Stava cercando un varco migliore: in quel punto il suo cavallo stava sprofondando nella neve; proprio lì dove le orme dell’orso, che stava seguendo da otto lune, ed ora fresche, prendevano la direzione della foresta. Doveva allontanarsi da quel posto, però: il suo cavallo si sarebbe potuto facilmente spezzare una zampa, ma doveva anche rimanere sopravvento o il suo odore lo avrebbe tradito. Si risiedette sulla sua sella di cuoio resa morbida da innumerevoli cavalcate sotto il cielo eterno dello Utah. Respirò a pieni polmoni in quell’aria fina resa azzurra dai raggi obliqui di un sole stanco, troppo debole per vincere la crosta croccante della neve. Poi prese la decisione e, con uno strattone risoluto alle redini, estrasse dalla buca gli zoccoli bruniti del suo rocky mountain. Hank si mosse verso la cima della collina, plastico, elegante, senza far rumore. Cavallo e cavaliere erano un’ombra unica contro le sequoie dal tronco color nocciola. Fece una ventina di metri, poi piegò a sud. Era lontano, adesso, dalle tracce del suo orso, ma il suo istinto di cacciatore gli suggeriva che non doveva poi essere così lontano. Rimase immobile. Respirava appena mentre spingeva lo sguardo a scandagliare il pianoro che si apriva innanzi a lui tra gli alberi. Passò mezz’ora, forse più. Preannunciata dal volo di alcuni merli, una massa indistinta si staccò dal profondo del fogliame scuro. Era il suo grizzly. La ricompensa per tutti quei giorni di attesa paziente, la sua preda, la risposta alla sua indole di caccia, una risposta di sangue che solo chi ha nel cuore l’urlo della sopravvivenza può capire. Slacciò la custodia adagiata sul fianco del cavallo e tirò a sé il calcio della carabina. Caricò il fucile portandolo in linea con l’occhio buono. Il cavallo si fece di granito, una roccia in più tra le Montagne Awatawachi. L’aria si svuotò di sentimenti. Non era più l’ora di raccontare storie al calore rubato di un frettoloso falò, né il momento di aver paura di fallire. L’orso era lì, dietro al suo mirino, si grattava ignaro ad un tronco abbattuto, alzava le zampe, goduto, come in un segno paradossale di resa. Hank accarezzò il grilletto. Un colpo, un colpo solo. Pareva un tuono tra i nidi dei rapaci e le corna dei wapiti.
E il sangue di Hank schizzò rapido sulla coltre dai riflessi bluette come l’aspersione di un battesimo innocente. Una forza indescrivibile gli aveva aperto un foro nel cranio che ricordava la tana a galleria del picchio cinerino: lo aveva stramazzato sotto gli occhi stupiti del suo stallone.
Il ranger, con un gesto secco, fece scivolare il proprio fucile dentro la fondina ubbidiente senza neppure guardarla. Poi raccolse in una sola mano le redini del cavallo.
«Ti ho fottuto stavolta, bracconiere di merda!» mormorò tra sé e sé.
E spronò via verso la strada del ritorno.

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