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Posts Tagged ‘ghiaccio’

Era successo all’improvviso nel cuore della notte. Nella tenda era entrato un animale possente che lo aveva prima azzannato e poi trascinato fuori. Aveva squarciato la parete di lato come fosse di carta e subito si era trovato a lottare per la vita a mani nude nella neve profonda. Se non fosse stato per la bufera che era aumentata di intensità, qualunque cosa l’avesse assalito avrebbe potuto facilmente divorarlo.
E invece, ore dopo, quando si risvegliò con la neve in gola che lo stava soffocando, comprese di essere sopravvissuto. Attorno a lui c’erano il silenzio e il buio sottile della notte polare; il respiro premeva con forza contro il piumino imbottito quasi volesse volare via; davanti agli occhi le immagini confuse di quanto accaduto che continuavano a passare incessanti come in una pellicola inceppata.
Il braccio non era bello da vedersi, gliene mancava una parte, e il dolore era così viscerale da farlo svenire.
Provò a rialzarsi appoggiandosi a un albero; avrebbe voluto gridare, ma il freddo lo stava paralizzando. Doveva muoversi. La pianura era livida, azzurra, il poco riverbero che filtrava tra le nubi faceva brillare i minuscoli cristalli di ghiaccio sparpagliati a miliardi sulla neve appena caduta.
Si guardò in giro: la sua tenda non c’era più. Doveva essere stata spazzata via dalla bufera insieme al suo zaino, le riserve di cibo e il necessario per sopravvivere. Tornò sui suoi passi. Quella belva non poteva averlo trascinato troppo lontano e le sue cose dovevano essere ancora lì da qualche parte, sepolte sotto la neve. Provò a scavare anche se con una mano sola. Fece diverse buche fermandosi di continuo per non muovere troppo il braccio, ma non trovò nulla. E poi decise: non poteva rimanere lì. Si disse. Il campo-base che avrebbe dovuto raggiungere in quei giorni doveva essere tutto sommato vicino. Era ora di andare.
Uscito da un bosco di betulle vide all’orizzonte una luce blu. Non poteva essere una stella: era troppo bassa. Doveva essere il campo. Poteva essere la lampada al fosforo a guardia del campo. Si disse. Quella di Aatami.
Accelerò il passo non prima di aver avvertito alle proprie spalle un frugare impaziente nel sottobosco. Qualunque cosa lo avesse attaccato quella notte aveva fiutato il suo sangue nella neve ed era tornata a finire il lavoro. Non si curava neppure di far piano, tanto era sicura del fatto suo. Ne sentiva perfino l’odore. O forse era solo l’odore della sua paura.
Cercò di ricordarsi perché si fosse imbarcato in quella spedizione. Ma gli sembrò tutto senza senso come se appartenesse a un’altra persona di cui non gli importava nulla. Aveva sonno: avrebbe voluto tanto assopirsi, ma il dolore al braccio era lancinante. La bestia continuava a morderlo.
Strada facendo si imbatté in un nido di sula con dentro uova appena deposte. Le divorò deglutendo anche i gusci. Cercò se ce ne fossero della altre, mentre la sula volava radente lanciando il proprio grido per allontanarlo dal nido. A quel verso, una volpe artica, a una decina di metri di distanza, si fermò per un attimo dal suo girovagare. Poi riprese a trotterellare mentre ricominciava a nevicare.
Lui alzò nuovamente lo sguardo verso la luce all’orizzonte e capì in quel momento che non avrebbe mai raggiunto il campo-base; ogni cosa che lo circondava gli pareva ora irreale; il ghiaccio, il buio, quella stessa luce che si spostava in avanti man mano che si avvicinava. Del resto la febbre era già alta.

«Ti abbiamo trovato» sentì dire mentre una mano gli toccava la spalla.
«Grazie a Dio. Eccovi. Sapevo che seguire quella luce mi avrebbe portato al vostro campo…» rispose lui mormorando appena.
«Luce? Quale luce? Ah, quella! È solo il riflesso della luna su un lastrone ghiacciato. I lapponi la chiamano Jumalan syleily, l’Abbraccio di Dio. Il campo è dalla parte opposta…»
«E come avete fatto allora a trovarmi?»

La notte aveva cambiato colore per l’ennesima volta. Poteva sentire sopra la propria testa e attraverso le nubi lo sfrigolio delle stelle. Sorrise. Si sentì finalmente in pace con se stesso e con il mondo intero. Tutto era finalmente in equilibrio.

Ripeté la domanda a voce alta perché sembrava non riuscisse a sovrastare il silenzio della pianura deserta.
«E come avete fatto allora a trovarmi?»
Si accorse che accanto a lui non c’era nessuno. Solo ombre e gelo.
E l’orso che gli fu addosso.
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Non appena Albian mise piede sulla terraferma ebbe la sensazione che si muovesse. Ma l’avrebbe avuto almeno fino a quando la navigazione trascorsa per diversi giorni su quel battello postale non sarebbe stata un ricordo.
Riuscendo a farsi capire in un inglese mal compreso, ottenne un passaggio in motoslitta da un inuit impassibile come un tricheco steso al sole (su quell’isola il concetto di taxi era sconosciuto) e dopo due ore di scossoni e di aria gelida sulla faccia arrivò alla tenda di Nanook che già stava nevicando a fiocchi grandi come frittate. L’inuit della motoslitta non accettò danaro ma fece dei gesti eloquenti in direzione del coltello che Albian portava alla cintura. Lui glielo consegnò a malincuore e subito l’inuit morse forte il manico ringraziandolo soddisfatto.
«Perché tu qui?» chiese immediatamente, appena lo vide, Nanook, un uomo massiccio, di bassa statura e un’età indefinibile, le palpebre chiuse a fessura. «Qui solo deserto di ghiaccio…»
Albian cercò di spiegare che aveva sempre desiderato visitare l’isola fin da quando ne aveva sentito parlare per la prima volta da bambino e poi gli interessava la vita estrema in quei luoghi e, non da ultimo, desiderava per sé un paio di scarpe di pelliccia di volpe artica confezionata come solo gli Inuit Umiak sanno fare.
«Come sapere tu di scarpe a modo di Inuit Umiak?» chiese in modo sospettoso l’uomo avanzando di un passo quasi volesse mandarlo via.
«Grazie al sito internet…»
Il volto bruciato dal vento di Nanook si aprì in un’espressione interrogativa. Ma prima di aspettare la risposta aggiunse che ‘inuit non vende, inuit baratta; male vendere, baratto prosperità e fa felice Gran Padre Orso‘.
Nanook, il secondo giorno costruì una tenda per l’ospite poco distante dalla propria.
«Questa è… mia famiglia» disse poi, a lavoro terminato, con una certa enfasi. La moglie, rinsecchita dal freddo polare, aveva una faccia tutta nera e così tonda che, se fosse caduta a terra, sarebbe sicuramente rotolata sul permafrost senza fermarsi più. La figlia Ake invece, due passi indietro, era graziosa e minuta se non fosse stato per quell’odore di grasso rancido di foca che si era spalmata sulla faccia per isolare la pelle dal gelo. «Questa qui… tua tenda» fece Nanook ruotando leggermente il corpo verso l’indietro. «Dentro… fucile.»
«Fucile?»
«Sì, sempre tu portare in spalla… per orsi… qui… tanti…» precisò disegnando nell’aria con l’indice un cerchio immaginario. «Tu spara orso solo se tu pericolo, perché orso… sacro. Quando spari orso tu vieni in carcere e giudicato da tribunale inuit più che se ucciso un uomo, capito?»
«Capito.»
Il terzo giorno venne nella sua tenda Ake. In verità sentì il suo odore sottovento, prima ancora di vederla. Era come se avessero spalancato la porta del frigo in cui fossero stati dimenticati yogurt  e carne per settimane. Lei gli disse che il sito che pubblicizzava le scarpe di volpe artica l’aveva creato lei, a scuola giù in città, di nascosto dai genitori. Voleva che qualcuno la portasse via dall’isola per andare nel ‘mondo bello’, quello senza ghiacci con bei vestiti e divertimenti. Albian non seppe che dire. Si limitò a sorridere e a farle intendere che non capiva.
Il quarto giorno Nanook lo portò al bar del paese, a Longrassyeld: un grumo sparuto di stamberghe rapprese dal ghiaccio che se le stava pian piano sgretolando. Viaggiarono sulla motoslitta una mattinata intera. Nanook disse che avevano fatto presto perché, prendendo per il lago ghiacciato, si erano risparmiati un bel po’ di strada. Ma quando arrivarono al bar, una catapecchia bassa, incurvata dalla neve e in parte addossata alla roccia grigia, trovarono i proprietari che tiravano a sé con tutta la propria forza la porta d’ingresso per tenerla ben chiusa. Albian non capiva anche perché all’interno del locale si sentivano urla strazianti e un baccano d’inferno.
«Bene, tutto finito» se ne uscì a un certo punto uno degli avventori affacciandosi alla finestra per vedere dentro. Gli altri allora spalancarono di colpo la porta riparandosi dietro di essa e subito un enorme orso bianco uscì caracollando dal bar con la pelliccia intrisa di sangue.
«Ogni tanto placare Gran Padre Orso con uno o più sacrifici» gli spiegò in qualche modo Nanook aiutandosi con i gesti «e lui così per un po’ lascia in pace noi, anzi protegge per pesca a foche e buono torsk. Lui saggio e comprensivo e veglia su noi.»
Albian sperava di non aver capito. Ma Nanook chiarì che Goran, vecchio e malato com’era, aveva contribuito, immolandosi, al benessere della comunità. Non entrarono nel bar. «Ora tutto sporco» sentenziò Nanook rimettendosi alla guida della motoslitta. «Meglio altra volta.» E tornarono indietro.
Al sesto giorno Albian si preparò per ripartire.
«Allora per le scarpe, Nanook?» chiese diretto Albian come avrebbe fatto in quella circostanza un vero inuit. «Non ho più nulla con me con cui fare baratto…»
«Non preoccupare, io fare te regalo. È già su battello che riporta te a casa. Inuit non vende nulla, inuit fa dono…»
Nanook e moglie sbatterono più volte i loro pugni sui palmi aperti delle mani dell’ospite intonando una canzone dal tono mesto e lugubre anche se i due accennavano a un sorriso. Avrebbe voluto salutare anche Ake, ma non c’era.
Salì sull’Islys che dal mare già stava arrivando aria livida di burrasca. Aveva nel cuore un groviglio di sentimenti che non riusciva a sbrogliare.
Una volta sul ponte si fermò davanti alla porta della propria cabina incerto se entrare oppure no. C’era infatti uno strano odore acre che proveniva da dentro non promettendo nulla di buono. Aprì lentamente la porta trattenendo il respiro; nel buio vide brillare due larghi occhi espressivi.
E l’orso bianco gli fu subito addosso.
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